lunedì 29 novembre 2010

Film visti. The killer inside me

THE KILLER INSIDE ME
Regia di Michael Winterbottom, con Casey Affleck, Kate Hudson, Jessica Alba.

Voto: 2,5 su 5

Una carogna, una vera carogna. Ecco chi è il vice sceriffo Ford. Una mezza calzetta di vice sceriffo in una cittadina qualsiasi nel profondo sud degli Stati Uniti degli anni 50. Una cittadina storicamente insignificante, salvo poi crescere economicamente con il boom industriale del dopoguerra. Casey Affleck (il protagonista) interpreta il ruolo principale con un piglio sardonico che da solo basta a rendere visceralmente antipatico il personaggio. Una mezza calzetta con le mani in pasta dappertutto, che dispensa favori più per cogliere la benevolenza dei concittadini che per sua bontà d'animo, che non esita ad approfittare di una giovane e bella prostituta (una splendida Jessica Alba) e contemporaneamente mantenere la sua relazione  con la fidanzata ufficiale (una sciapa Kate Hudson). Relazioni coltivate con una quantità non propriamente modica di deviazione sadomaso, realizzata a suon di pugni e sculaccioni. Sotto la scorza del bravo ragazzo e del tutore della legge si nasconde in realtà uno spietato assassino, disposto a tutto pur di soddisfare la sua indole sadica. Perchè tutto quello che succede nel film non avviene secondo cliché sulla spinta della sete di denaro o sete di successo o altri forti stimoli, ma solo per dare sfogo alla proria indole omicida (da cui il titolo). Ecco che allora, oltre ad una girandola di sesso estremo, emerge imperiosa e inarrestabile una sete di vendetta (inconsciamente?) covata e pianificata da tempo. Una ciliegia tira l'altra...

Un noir di genere? Un pulp alla Tarantino? Nè l'uno nè l'altro. The killer inside me non ha lo stile nè l'eleganza di un classico noir, non ha la simpatica truculenza sanguinolenta di un pulp. E' solo un film violento. Nasce e rimane una storia di violenza piuttosto gratuita in quanto non spiegata, se non superficialmente, da motivazioni psicologiche appena abbozzate qua e là nel film. E il vice sceriffo Ford rimane agli occhi dello spettaore solo una mezza calzetta di provincia senza fascino e fondamentalmente sgradevole nonostante il faccino da bravo ragazzo. Niente a che fare con quei criminali d'antan, dalla mascella di pietra e lo sguardo di ghiaccio che riuscivano a far innamorare il pubblico con un solo sguardo... Prendete uno come Robert Mitchum e mettetelo a confronto con Casey Affleck e il gioco è fatto.
Michael Winterbottom è un regista britannico con un passato di cinema civile e sociale anche a tinte molto forti e drammatiche (9 songs....), che alla sua prima uscita americana sforna questo film ambiguo e non del tutto convincente la cui visione lascia alla fine un vago sapore di opera incompiuta....
Bella, però, la colonna sonora.

lunedì 22 novembre 2010

Il rugby "pane e frittata" esiste ancora?

Gira una storiellina sul rugby e i rugbysti. Lo spunto è quello solito: mettere a confronto il mondo del rugby semplice e ruspante con quello del calcio superprofessionistico e modaiolo. Ma in fondo il confronto può valere anche in senso allargato. Va doverosamente premesso che nessuno vuole demonizzare lo sport del calcio, bensì il mondo che gli sta intorno, che con lo sport vero non ha nulla a che fare.

C'è da dire che il rugby di oggi di alto-altissimo livello è sempre più lanciato verso l'olimpo calcistico (olimpo?). I soldi che girano nel rugby sono solo un'infima parte di quelli del calcio e inoltre tutto il movimento di base resta semiprofessionsitico o del tutto dilettantistico. Insomma soldi pochi e pane&frittata tantissimo.... La storiellina fa leva proprio sulla genuinità del pane&frittata e sui valori altrettanto genuini del rugby come sport che avvicina e non divide.
Buona lettura:


Un rugbysta ed un calciatore si trovavano al bar, discutendo dei rispettivi sport....

Il rugbysta ovviamente faceva notare che il suo stipendio era basso, che non aveva Veline o modelle che gli facessero la corte,
che doveva sudare per stare attaccato al proprio compagno, perdendo a volte anche per colpa sua......
ma di tutto ciò non si lamentava....
Il calciatore, dopo un po', chiese al rugbysta "ma allora perchè fai tutto questo,
prendi un sacco di botte, ti fai male spessissimo, i tuoi avversari non vedono l'ora di tirarti giù,
non hai un grosso conto in banca, una bella ragazza al tuo fianco te la devi cercare,
per colpa dei tuoi compagni perdi tu, che magari sei senza colpe.....ma allora sei proprio uno scemo...."
A tali parole, il rugbysta prese per il bavero il calciatore sollevandolo di un metro dal pavimento e lo scaraventò a terra.....
Adesso ti spiego: primo motivo: un intervento come questo è più che regolare....."
poi, porgendogli la mano "il secondo è questo: non disprezzo gli avversari...."
infine, porgendogli una birra"questo è il terzo: il rugby è la guerra con l'armistizio più bello che c'è".


sabato 20 novembre 2010

Margherita e il tabaccaio. Un bacio tira l'altro

Ieri giornata interessante. Di baci di vario tipo. Mo' vi spiego.

In pausa pranzo sono andato in uno dei soliti bar dove consumo un pasto veloce, visti i tempi ristretti. Un locale con un sacco di gente e due cameriere che girano come trottole tra i tavoli affollati di gente, spesso nervosa e comunque di fretta. Mi fanno un po' pena sballottate come sono tra un insalata e un panino allo speck. Una di loro si chiama Margherita, la più simpatica delle due. Magrissima, carina, uno scricciolo che ispira tenerezza. Ma anche efficiente, rapida e attenta al cliente. In fin dei conti, col mestiere che faccio (sono un "commerciale"), dovrei avere l'occhio allenato. Non occorre neppure ordinare, sa bene a memoria cosa prendono i clienti abituali e va via spedita. Tuttavia il precedente gestore, noto cafone maleducato e inviso a tutti, trattava Margherita e la sua collega in maniera indegna. Modi bruschi e autoritari, del tutto inutili vista la lena con cui le due ragazze sgambettano senza sosta. Se non ricordo male qualche volta il padrone si è preso le lagnanze di qualche avventore per come venivano trattate le ragazze. Acqua passata, la nuova gestione è tutt'altra cosa. Gente educata e con il sorriso sulle labbra. Con tutti.
Succede che oggi Margherita accompagna un cliente al tavolo davanti al mio, lo fa accomodare, poi gli si avvicina e gli da un bacetto sulla guancia. Ohibò. Osservo divertito la scena e quando mi passa accanto dico a Margherita con una strizzatina d'occhio: Beh, cosa sono questi trattamenti speciali? A lui un bacio e a me solo l'acqua minerale?. Ma no, -risponde Margherita- lui è un mio amico da tanti anni. Un cliente speciale.
Ah, ho capito, -dico io-  favoritismi. Ecco la verità.  Margherita sorride divertita dimostrando di stare al gioco. E poi aggiunge: Però per un cliente come lei, posso anche fare uno strappo alla regola! Si avvicina e da un bacetto sulla guancia anche a me. Accidenti, non me l'aspettavo. Sono diventato rosso come un peperone in un nanosecondo. Per fortuna che la barba ha coperto la reazione imbarazzata. Grande Margherita, hai acquistato un sacco di punti nella scala di gradimento. Oltre che simpatica ed efficiente, anche spiritosa... e in grado di far arrossire un orso come me. Tralascio i risolini divertiti di quelle jene dei miei colleghi... Peccato che Margherita abbia più o meno l'età di mia figlia. Se avessi 30 anni di meno penso che le farei la corte.
Pomeriggio. Finisco di lavorare e faccio un giretto per il centro, visto che il mio ufficio è proprio in zona centralissima; per chi non conosce Padova, a due passi dall'isola pedonale, dal Caffè Pedrocchi, il palazzo del Bo e le Piazze. Una "vasca", come si usa dire. Di venerdi dopo una settimana di lavoro, è particolarmente gradita e rilassante. Guardo un po' di vetrine, adocchio un paio di orologi che mi piacerebbe avere (sono un patito di orologi). Insomma bighellono in pieno relax. Passo in tabaccheria, in vero non la mia solita, ma una qualsiasi che trovo girovagando a caso. Faccio la solita scorta settimanale di sigari, compro un paio di gratta&vinci (non si mai, la fortuna bisogna stimolarla...). Totale 40 euro. Pago con un biglietto da 50 e il tabaccaio mi consegna il resto e il sacchettino con i toscani. Metto tutto in tasca ed esco. Poi mi fermo in un bar delle Piazze per uno spritz. Faccio per pagare e mi trovo in tasca due biglietti da 10 euro. Strano. Faccio un po' di mente locale e ricostruisco che il tabaccaio mi ha dato 10 euro in più di resto. Due biglietti da dieci invece che uno soltanto. Lì per lì me ne compiaccio, una specie di piccolo regalo inaspettato. Ma poi penso che non sarebbe giusto tenerseli. Mi tornano in mente gli anni di quando lavoravo in cassa e a fine giornata anche la differenza di cinque o diecimila lire nella contabilità (era ancora l'epoca delle vecchie lire) dovevano essere ripianate e questo mi dava un fastidio terribile. Il più delle volte degli errori nei resti non ci si accorge e non c'è malafede, salvo quando non si tratta di pagamenti più importanti per i quali il cliente non sia arrivato con i conti già fatti e il denaro già contato. Significa che sa quanto deve pagare e che resto gli spetta. Ma in tutti gli altri casi di pagamenti più banali e frettolosi, non c'è mai o quasi malafede. Epperò chi ci rimette i soldi, alla fine, è il cassiere. In questo caso, il tabaccaio. No, non sarebbe giusto, dal momento che me ne sono accorto. Faccio dietrofront e ritorno in tabaccheria. Entro e dico al titolare che si deve essere sbagliato nel darmi il resto. Questi fa una faccia sorpresa e infastidita. Evidentemente pensa d'istinto che sia io a reclamare qualcosa. Invece gli spiego che l'errore è a suo danno e gli restituisco i 10 euro.
Mi guarda ancora più sorpreso e fondamentalmente incredulo. Mi dice: E' raro trovare persone oneste come lei. Vorrei quasi spiegargli che anni addietro lavoravo in cassa ed ho una certa esperienza in materia. Ma lascio stare.
Mi limito semplicemente a dire che era mio dovere. E allora per riconoscenza il tabaccaio, con un inquietante paio di baffi dall'aspetto infido, mi da un bacio. Ohibò. Stavolta ad essere sorpreso sono io. Ma allora è questa è proprio la giornata dei baci.
Per fortuna che questo era un bacio perugina. Meglio Margherita...!!

lunedì 15 novembre 2010

Violenza gratuita. Ma c'è un perchè.

Violenza sempre. Gratuita e immotivata. La legge del più forte come regola di vita, come strumento per imporsi con tutti e su tutti. Agli angoli delle strade, con sfacciataggine e anche sotto gli occhi delle forze dell'ordine. Cosa che forse è l'aspetto più grave e inquietante della vicenda. Perchè ci si aspetta che Polizia e Carabinieri siano un punto di riferimento al di sopra delle parti.

Ma la vicenda accaduta a Roma di cui oggi si legge sui giornali dimostra che non è sempre così.

Roma, tarda serata, auto in sosta vietata che sta per essere rimossa dal carro attrezzi. Il propritario si oppone e si offre di spostarla immediatamente per non pagare i costi della rimozione. Per forzare la situazione fa salire in auto la moglie e il figlioletto per impedire che sia portata via. Invoca il sequestro di persona. Fin qui niente di eccezionale, purtroppo scene del genere si vedono molto spesso sulle strade delle nostre città. Sul posto ci sono i Carabinieri a controllare la situazione e vigilare sulla rimozione dell'auto. Una garanzia per tutti? Una sicurezza per entrambi i contendenti (con moglie e figlioletto)? Macchè. Niente di tutto questo. Anzi... l'uomo del carro attrezzi è talmente intimorito e messo in riga dalla presenza dei Carabinieri che si sente autorizzato a colpire con un terrbile pugno diretto al viso il proprietario dell'auto (fratture multiple e 35 giorni di prognosi). I Carabinieri a questo punto intervengono con decisione e bloccano l'aggressore? Niente affatto: si indirizzano al figlio dell'aggredito e gli intimano di esibire i documenti e di cessare di riprendere la scena con il telefonino. Che cosa succede per giustificare questo capovolgimento di ruoli e di azioni in cui si vede la vittima a terra curato da un soccorritore dell'ambulanza e un carabiniere fermare il figlio della vittima col telefonino, mentre l'aggressore continua indisturbato a fare ciò che stava facendo, ossia rimuovere l'auto in divieto di sosta col carro attrezzi invece di essere portato in caserma con l'accusa di lesioni e aggressioni? Il mondo è capovolto? Va al contrario? Qualcuno è forse impazzito?

No. La spiegazione è semplice: l'auto da rimuovere è di uno straniero, un rumeno. L'uomo del carro attrezzi -italiano- evidentemente per questo motivo si sente autorizzato ad alzare le mani e spaccargli la faccia (in presenza di moglie e figli), il carabiniere a sua volta con la scusa di esibire i documenti entro tre secondi pena l'arresto immediato si sente autorizzato a bloccare il figlio del rumeno impedendogli di fare le riprese video.
E' rumeno, adesso si capisce tutto. Persona "speciale", di serie B. Tutto si spiega.
Bastava dirlo subito, perdio.

L'articolo: http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/11/14/news/romeno-9110738/
Il video: http://tv.repubblica.it/cronaca/l-aggressione-al-cittadino-romeno/56567?video=&pagefrom=1

venerdì 12 novembre 2010

La scomparsa di Patò

Vigàta, 21 marzo 1890: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della "Banca di Trinacria", funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso, scomparve nel nulla durante la sacra rappresentazione del Mortorio il giorno di Venerdì Santo, nella quale egli stesso medesimo interpretava il ruolo di Giuda. Che fine fece, meschino? Morì? Si nascose? E soprattutto, perché scomparve? Il mistero è fitto a Vigata e la gente in paese non parla d'altro.

Formidabile. Geniale. Diavolo di un Camilleri, questo suo libro-racconto scritto in forma di dossier, a metà tra la commedia di costume e il giallo è qualcosa di memorabile. Invece che la solita classica narrazione Camilleri sceglie di proporre ai suoi lettori una sorta di raccolta di articoli di stampa, di rapporti di polizia, di resoconti di cronaca ed epistolari attraverso cui i personaggi prendono vita come se si trattasse di un racconto in forma classica. Una sorta di mosaico le cui tessere vanno a comporre un po' alla volta il disegno complessivo della vicenda. Con grande sollucchero finale da parte del lettore... Il tutto con il linguaggio ampolloso e ridondante dell'epoca tardo ottocentesca, in siculo-italiano macheronico e con un senso dell'humour stentatamente tenuto a freno dal taglio di cronaca quotidiana e di burocratese, ma che in realtà colpisce profondamente nel segno riuscendo spesso a far sbellicare dalle risate il lettore. Certi rapporti di polizia sono da antologia nella loro pedanteria apparentemente inutile e stupida. La coppia di inquirenti costituita dal maresciallo dei Regi Carabinieri e dal delegato di Pubblica Sicurezza assomigliano a Gianni e Pinotto per la loro goffaggine e inadeguatezza. Ma attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze, perchè come dice il proverbio "scarpe grosse e cervello fino...".

La scomparsa di Patò è purtuttavia di una modernità assoluta. Sebbene la vicenda si svolga come detto alla fine dell'ottocento, i caratteri dell'attualità ci sono tutti: politici ammanicati con il potere finanziario e mafioso, funzionari statali preoccupati di compiacere i politici piuttosto che fare fino in fondo il proprio dovere, media borghesia agiata e popolino ignorante cibato a forza di storie popolari e dicerie di paese, religione e fanatismo da sagrestia che vanno a braccetto con disinvoltura. Ma su tutto regna l'ironia e il sarcasmo di Camilleri nel descrivere questa sua personalissima Sicilia tra le immaginarie Vigata e Montelusa che poi si ritrova tal quale ai giorni d'oggi nei romanzi del Commissario Montalbano. Un piccolo esempio: durante la rappresentazione del Mortorio, ossia la Passione di Cristo, la gente del paese si appassiona così tanto che finisce con l'intervenire direttamente sostenendo o contestando taluni personaggi. E' il caso di Giuda il traditore per antonomasia. Ad un certo punto qualcuno gli tira un coltello che lo manca di poco e si conficca sulle tavole del palcoscenico. Il rapporto di polizia chiarisce le circostanze stabilendo senza ombra di dubbio alcuno che non trattasi di attentato vero e proprio ma di un gesto simbolico di un pio e fedele spettatore che intendeva punire per le vie brevi il tradimento di Giuda che vende Gesù per i famosi trenta denari. Nulla di cui preoccuparsi.  Parola di Andrea Camilleri.

P.S.: all'erta! Del libro è stato tratto un film di prossima uscita con Nino Frassica, Maurizio Casagrande, Neri Marcorè. Personalmente non me lo perderò.

mercoledì 10 novembre 2010

Film visti. Last night

LAST NIGHT


Regia di Massy Tadjedin
con Keira Knightley, Eva Mendes, Sam Worthington, Guillaume Canet.

Voto: 2 su 5

Dare un due come voto a questo film è forse fin troppo generoso, perchè per tutta la sua visione l'ho trovato semplicemente irritante. A cominciare dalla confezione patinata, che trasuda ricchezza e successo alquanto stridenti in periodi di crisi planetaria come quelli attuali. E' l'America-bene bianca e debordante di dollari quella che troviamo in questo film della sconosciuta regista di origini iraniane Massy Tadjedin presentato la settimana scorsa al Festival del cinema di Roma. Un'America della middle class che non sembra avere altri problemi esistenziali se non quella di riempirsi il bicchiere ogni cinque minuti e pensare a come passare la notte. E soprattutto con chi.
Tutta la vicenda si svolge nell'arco di circa 24 ore e vede l'intrecciarsi delle vite di una coppia sposata con due "esterni" che in qualche modo entrano in rotta di collisione con loro. Un giro a quattro con Lui (Sam Worthington, belloccio quanto spento) che lavora seriosamente nel campo immobiliare, mentre Lei (Keira Knightley, brava e caruccia) scribacchia di moda come freelance, ma la sua attività ci appare più come un hobby che un vero mestiere. Niente figli, ma molte frequentazioni sociali "giuste". Su tutto e su tutti regna sovrana una noia palpabile. Succede che lui incappa in una collega di una bellezza vistosa (Eva Mendes, uno schianto di muchacha ispanica) che attira la gelosia immotivata della moglie. Ma guai a svegliare il can che dorme.
Accade tutto dopo una scenata di lei per la troppa disinvoltura con cui lui sembra rapportarsi con l'appariscente collega di lavoro. Una gelosia piuttosto gratuita oppure fin troppo previdente, dipende dai punti di vista dello spettatore. Il caso vuole che Lui e la collega debbano assentarsi per lavoro lasciando sola Lei. Ma ecco che improvvisamente salta fuori una vecchia fiamma di Lei che risveglia vecchie passioni mai sopite....  Da qui in poi il film si sdoppia narrando in contemporanea le due vicende (Lui con la collega in trasferta e Lei con il suo ex in città). Un intreccio di sguardi, di passioni e di dialoghi del genere "intelligente e brillante che fa tanto figo", con una sequenza interminabile di approcci più o meno diretti e dichiarati in un tentennamento estenuante e per nulla appassionante. E anche con risvolti francamente ridicoli oltre che improbabili. Mi riferisco per esempio ad un galeotto bagno in piscina di Lui con la collega belloccia, col favore delle ombre fedifraghe della notte. Ma pudicamente vestiti... per non eccedere reciprocamente nelle tentazioni della carne. Comico e sguaiatamente puritano. Perchè è questo il limite maggiore del film: dopo aver portato lo spettatore nel pieno dell'intreccio di potenziali infedeltà e torbidi tradimenti, tutta la matassa si srotola in maniera piatta e priva di interesse. Come leggere un libro noioso che, pagina dopo pagina, non decolla mai. Il film è infarcito di una quantità di situazioni molto cerebrali giocate sul filo del dialogo da sofisticated comedy, ma senza averne il brio e l'interesse, rivelando in realtà di avere poco o nulla dire oltre a manifestare un'esistenza annoiata e agiata tale da togliere stimoli e spinte emozionali che non siano una bottiglia da scolare dopo l'altra. E questa è una caratteristica insopportabile del film, ma anche di un certo cinema patinato americano. Da quando negli Usa il fumo è stato criminalizzato e bandito da tutti i luoghi pubblici in virtù delle crociate salutiste tipicamente americane, l'esercito di sceneggiatori cinematografici si è trovato col problema di cosa far fare in scena agli interpreti tra una dialogo e l'altro. Finchè si tratta di un film d'azione o comunque di una trama movimentata, il problema non si pone, ma se si tratta di altro genere più "dialogato" e statico i protagonisti tengono sistematicamente un bicchiere in mano che riempiono e svuotano in continuazione. Un bere continuo e con grande varietà di gusti: vino bianco, rosso, alcoolici di tutti i tipi, caffè e risciacquature varie. Qualunque cosa pur di avere un bicchiere in mano. Stomachevole e diseducativo. Ma agli occhi dei perbenisti stelle e strisce è evidentemente molto più disdicevole fumare che svuotare a raffica bottiglie di alcoolici...
Dalla padella nella brace. SPQA (Sono Pazzi Questi Americani).
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giovedì 4 novembre 2010

Libri. La bolla solipsistica

Grande Ammaniti. Grazie Ammaniti. Il nuovo romanzo torna alle vette alle quali Niccolò ci aveva abituati con i suoi precedenti lavori, ad eccezione del deludente e francamente eccessivo e grottesco Che la festa cominci, pubblicato l'anno scorso. Parlo di Ti prendo e ti porto via, di Come Dio comanda. Veri capolavori. Che sollievo ritrovare intatta quella sua capacità di descrivere situazioni e personaggi con eleganza e una immediatezza quasi fotografica. Il fluire sciolto e magnetico del suo narrare. Una volta iniziato a leggere Io e te è difficile fermarsi. La costruzione del libro di Ammaniti è scarna e ridotta all'essenziale. Pochi i personaggi, poche le vicende che si susseguono dall'inizio alla fine. Ma splendidamente descritti. Cosa chiedere di più?

L'unico neo, del tutto marginale, è il layout del libro. Sulla disadorna copertina, uno scarabocchio (scarno come il romanzo...?), pomposamente spacciato per disegno (dello stesso Ammaniti). Ho visto di meglio. Mai come in questo caso, però, la sostanza sopravvanza la forma.

Faccio un passo indietro e torno al titolo del post. Che vuol dire "bolla solipsistica"? Boh, francamente me lo sono inventato, ma a dire il vero un significato ce l'ha. Mi è venuto in mente dopo aver letto il libro quasi tutto d'un fiato (è un romanzetto tanto breve quanto bello, circa 100 pagine) perchè tra le altre, mi hanno colpito due cose. Nel risvolto di copertina si parla di sogno solipsistico di felicità del giovanissimo protagonista. Il termine e il concetto mi hanno inizialmente "incagliato" non poco, non capendo che volesse dire. Una breve ricerca e il mistero è svelato: solipsismo, dal latino solus (solo) e ipse (stesso), ossia "solo se stesso". Infatti Lorenzo, il ragazzino, va alla ricerca di una propria dimensione e di una identità tutta sua isolandosi e chiudendosi in cantina, facendo credere a tutti (riuscendoci) di essere andato in settimana bianca a Cortina, ospite di compagni di scuola. E la bolla che c'azzecca? Lì in quella cantina, un piccolo mondo chiuso ma confortevole all'interno del quale Lorenzo decide di installarsi in segreto ma in maniera accogliente, succederanno delle cose e verrà in contatto con una persona che lo segneranno indelebilmente per sempre. Il riferimento in sè alla bolla lo si trova in un passaggio del libro appena accennato marginalmente e in modo quasi insignificante, allorquando ci si imbatte in una descrizione brevissima sullo stato d'animo di Lorenzo che si trova imbottigliato in auto con sua mamma nel traffico di Roma. Un paio di righe, non di più. Ma illuminanti. Beh, qui siamo di fronte ad una di quelle situazioni che assomigliano molto a una rivelazione. Come quando si gira intorno ad una idea o ad un concetto che sono più o meno abbozzati, ma che poi si appalesano e si svelano completamente in un attimo. Spesso per merito di fattori esterni. Una lettura, un discorso, una chiacchiera. Che bella l'immagine della bolla, accogliente e confortevole, che ci circonda e ci protegge. Fragile, incosistente, fatta di nulla se non di sensazioni. Ma comunque protettiva. Quante possono essere le bolle che ci fanno sentire bene con noi stessi e spesso non dipendenti da nessuno? Ognuna ha la sua, di bolla. Ognuno se la può inventare o costruire. Per esempio una delle mie bolle preferite ha una dimensione e un collocamento ben preciso: di sera nella mia camera, un buon libro che attende solo di essere letto, la penombra della stanza rotta solo dalla abat-jour sul comodino e la radio che diffonde musica jazz di sottofondo, discreta e calda. Il piacere di poter fare tardi senza di preoccupazioni di risvegli odiosi per andare al lavoro. Ecco cos'è una bolla, una delle mie bolle. Geometricamente, una sfera. Ovvero una delle figure geometriche perfette. Tridimensionale, perfetta nella forma, perfetta nell'equilibrio che la governa, perfetta da qualunque punto la si osservi. Mi ricordo ancora la formula del volume, memorizzata in forma quasi di cantilena, come si usava a scuola (ai miei tempi). Sono passati circa trentacinque anni, ma mi sembra praticamente l'altro giorno....quattroterzipigrecoerretrè. Olè.
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martedì 2 novembre 2010

La spettinatura



Non condivido la tua idea, ma darei la vita perchè tu possa esprimerla.

Francois-Marie Arouet (Voltaire)

Se fosse ancora vivo e putacaso si trovasse qui in Italia al giorno d'oggi, Voltaire non si farebbe nemmeno spettinare per difendere certi miserevoli personaggi che governano il nostro paese.
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lunedì 1 novembre 2010

Film visti. Angelina, bella e terribile

SALT


Regia di Phillip Noyce, con Angelina Jolie, Liev Schreiber, Chiwetel Ejiofor.
[Voto: 2.5 su 5]

Giornataccia di pioggia, una noiosa domenica pomeriggio senza grossi avvenimenti sportivi da seguire, nè dal vivo, nè in tv. Cosa c'è di meglio di un pomeriggio al cinema? Peccato che la stessa idea l'abbiano avuta migliaia di persone, tutte insieme contemporaneamente, col risultato di un casino incredibile al solito cinema e mangiatori di pop corn inarrestabili nelle poltroncine di fianco e intorno alla mia. Vabbè, cerchiamo un lato positivo: almeno chi rumina pop corn non parla e non disturba con chiacchiere inopportune e fastidiose.
Prima di tutto dico che ho scelto Salt non perchè fossi particolarmente interessato al film sollecitato da qualche nota di pregio letta sulle recensioni. Bensì solo perchè tra gli interpreti c'è Angelina Jolie, una delle donne più belle e affascinanti che sia dato di vedere in circolazione attualmente. E anche discreta come attrice. Dopo questo outing doveroso sulla mitica Angelina, c'è da dire che la regia è di Phillip Noyce, un solido ed affidabile mestierante dietro la macchina da presa, specializzato in film polizieschi di buona fattura (Collezionista di ossa, Giochi di potere...). Dunque le premesse per un film appassionante, ben girato e da ammirare esteticamente (...Angelina) ci sono tutte e tutte sono rispettate. Quindi il film è raccomandabile per gli amanti del genere. Inoltre si torna a parlare (e vedere) di lotte spionistiche tra Est e Ovest, Americani e Russi, insomma un po' di sano revival di Guerra fredda, dopo un sacco di terroristi islamici sempre più o meno incazzati neri. Ed anche la giusta dose di inverosimiglianza della trama rientra nelle regole del gioco. L'agente Cia Eve Salt (proprio lei, Angelina) sembra una copia al femminile dell'Uomo ragno per come salta da un tir all'altro senza sfracellarsi minimamente. Ha una determminazione e spietatezza sovrumane nel compiere la sua missione, in puro stile KGB. La trama riserva una serie di colpi di scena che fanno sì che lo spettatore non allenti mai l'attenzione, anche se un occhio "allenato" riesce a prevederli e anticiparli in buona parte. Ma questo è un altro discorso.
Insomma un buon film, che appassiona e piace. Alla fine si esce soddisfatti e ...ancor più innamorati di Angelina, dopo averla sentita languidamente mormorare più volte "voglio unirmi a te, voglio stare con te", come se la richiesta/offerta, invece che ad un killer bieco e spietato e con lo scopo di ammazzare qualche milione di persone, fosse rivolta con ben altri fini proprio a noi spettatori maschietti, tutti allineati in platea con la bocca spalancata e gli occhi sognanti.
Vabbè, mi fermo qui. Non occorre aggiungere altro, se non che oggi piove ancora a dirotto, è festa e quindi anche oggi pomeriggio si va al cinema...! Sacrifici piacevoli che si fanno sempre volentieri.

martedì 26 ottobre 2010

L'eschimese

Capita a tutti, prima o poi, di pensare a Dio e alla sua esistenza. Chi più chi meno, salvo rare eccezioni, siamo tutti stati educati alla religione e alle sue istituzioni, perchè Dio e la Chiesa sono insiti nella nostra cultura (cristiana, italiana e occidentale). Naturalmente Dio e la Chiesa sono cose diverse e ben distinte, anche se nel sentire comune è difficile che la differenza venga colta in maniera chiara e netta. Che piaccia o no è così, anche se nella maggior parte dei casi l'approccio a Dio e alla Chiesa avviene più per abitudine o tradizione, piuttosto che per vera convinzione o vera fede. D'altronde cos'è la fede? Chi può dirsi realmente fedele o non fedele; credente o non credente? Credo che molto spesso queste etichette siano abbastanza di facciata o formali e molto raramente siano realmente sentite, ponderate, volute e quindi vere. Io per esempio, sono stato educato a credere a Dio e a frequentare la chiesa. Fino a quando non ho cominciato a ragionare con la mia testa e a pormi delle domande. I classici dubbi della crescita e della maturazione, sia fisica che mentale. Ma penso che si tratti di un percorso non solo mio, bensì di molti se non di tutti. Poi ognuno con la sua testa potrà confermare o rafforzare gli insegnamenti ricevuti oppure discostarsene per scelta. Si tratta di una crescita individuale opportuna e necessaria che deve fare i conti anche con le esperienze maturate. Frequentare o non frequentare la chiesa fa evidentemente la differenza, perchè spesso non si sa di cosa si parla in realtà e non si conosce nulla o quasi di cosa significhi vivere dentro l'istituzione ecclesiale (banalmente: la parrocchia), sia dall'interno, come religioso che dall'esterno, come laico.

Ciò detto, torno al punto di partenza. Capita di fermarsi a riflettere su Dio e sulla sua esistenza. Esiste o no un dio? E in che modo si manifesta? Belle domande. Ma senza risposta, se non quelle che possono venire dalla riflessione soggettiva e personale.
Leggete questa storiellina. L'ho sentita in un film (non ricordo più quale), pronunciata da un personaggio di contorno, ma che mi è rimasta impressa.

L'eschimese.
Dio, Gesù, Allah, Maometto o Buddha non esistono. Ne sono sicuro. Ogni volta che ho avuto bisogno di loro li ho invocati con fede, ma nessuno si mai fatto vivo. Sono cristiano e sono stato educato a credere in Dio e Gesù, ma in realtà non esistono. E lo posso dimostrare. Tempo fa mi sono trovato nell'estremo nord dell'Alaska. Il mezzo di trasporto che utilizzavo è andato in panne e si è fermato. Ero bloccato a 40 sotto zero, in mezzo al ghiaccio e nella tormenta, a decine e decine di km dalla città più vicina. Non sapevo che fare, ero spacciato. E allora ho invocato Dio che mi aiutasse e mi salvasse. L'ho pregato di far ripartire il motore, di far cessare la tormenta, di non farmi morire congelato. E invece niente. Non si è fatto vivo. Mi ha lasciato lì, abbandonato nel ghiaccio. Si è dimenticato di me ed ha ignorato le mie preghiere.
Come posso raccontarlo adesso, vivo e vegeto? E' semplice. Al terzo giorno che stavo lì e ormai ero semi congelato e rassegnato a morire, è passato da quelle parti un eschimese con la sua slitta trainata dai cani. Mi ha visto e mi ha salvato portandomi al caldo e dandomi da bere e mangiare. Se sono vivo lo devo a lui, all'eschimese, mica a Dio. Lui neanche s'è fatto vedere.
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domenica 24 ottobre 2010

Film visti. In nome del dio denaro

WALL STREET - "Il denaro non dorme mai"
Regia di Oliver Stone, con Shia LaBeouf, Michael Douglas.

Voto: 1 su 5

Questo sequel di Wall Street dello stesso Stone (l'originale risale addirittura al 1987, con Oscar a Michael Douglas) vorrebbe tornare ad essere cinico e spregiudicato come il primo, vorrebbe mostrarsi ancora una volta come film di denuncia del marciume che regna nel mondo finanziario che conta davvero, vorrebbe dare dignità umana e accreditare di sensibilità paterna anche le iene di Wall street. Ma in realtà è solo una ciofeca. Perchè fare un film così? Per sfruttare il successo di un precedente film vecchio di svariati anni poichè il marcio sta sempre lì? Per cavalcare il malcontento dell'opinione pubblica in questi anni di crisi? Per dare addosso ai banchieri felloni e agli speculatori che hanno messo in ginocchio il mondo intero? Per far sapere agli spettatori di non fidarsi di chi promette soldi facili senza alcuna responsabilità personale? Qualunque sia la motivazione, il risultato è scadente. Mi dispiace per Oliver Stone, ma questo film è una vera delusione. Irritante prima di tutto per il linguaggio criptico e iniziatico infarcito di tecnicismi incomprensibili a chi non abbia una cultura o una formazione di carattere finanziario. Lo spettatore medio, quale io mi ritengo, è impegnato per tutto il film a inseguire i significati di espressioni gergali, di acronimi incomprensibili, di definizioni oscure da Piccolo Bignami del perfetto finanziere. Ma irritante anche per l'inconcludenza della vicenda dove tutto è prevedibile, dove ci sono i buoni e i cattivi rigidamente inquadrati e con un finale in sfacciata controtendenza con tutta la ferocia morale ed etica mostrata fino a pochi minuti prima, con un voltafaccia da stendere un cavallo per la piatta banalità della soluzione conclusiva. Insomma, come ho già detto, una vera ciofeca. Michael Douglas ormai ha messo in bacheca l'Oscar del 1987 e recita solo se stesso, sempre con quel cinico sorrisetto sardonico stampato in faccia qualunque cosa succeda e qualunque ruolo interpreti, mentre il giovane LaBeouf farebbe meglio a tornare a dedicarsi a filmetti su giovani collegiali brufolosi alle prese con i primi tiramenti amorosi. Con tutta la stima per Oliver Stone, che pure in passato ha fatto grandi cose, questo Wall street parte seconda è da evitare assolutamente. Ci basta e avanza la realtà quotidiana per farci un'idea del livello morale che regna tra le iene di Wall street.

martedì 19 ottobre 2010

" 'A livella" non è uguale per tutti

'A livella secondo il grande Totò era la Morte, quella con la M maiuscola, perchè l'unica cosa in grado di azzerarci tutti e di renderci tutti uguali, nessuno escluso. Non ricchi, non potenti, non umili, non santi. Davanti alla morte gli uomini vengono piallati tutti indistintamente senza pietà.
Ebbene, se oggi Totò fosse vivo, non so se la penserebbe allo stesso modo. Il paradosso lo abbiamo visto reale e concreto ieri quando la polizia ha eseguito l'arresto del balordo che ha ucciso con un pugno alla stazione di Roma una donna di trentacinque anni, madre e moglie. Il colpevole dell'omicidio ha ricevuto il sostegno, la solidarietà e il conforto di circa duecento persone che si erano radunate sotto casa sua e che hanno riempito di improperi i poliziotti che hanno compiuto l'arresto. Perchè tutto questo? Perchè la morte non è uguale per tutti. C'è morte e morte...  La vittima del bullo romano aveva una colpa grave che la rende diversa dagli altri, anche da morta: era rumena. In forza di ciò la gente sotto casa dell'assassino si è sentita in diritto di contestare l'arresto e di invocare la libertà per il bullo. Che peraltro è stato colto in flagrante dalle telecamere della stazione Anagnina e dunque non vi è alcun dubbio sullo svolgimento dei fatti che hanno portato alla morte della giovane donna.
Il giovanotto, pregiudicato per reati minori, si è detto più volte pentito del suo gesto. Ma guardate la foto a lato: la sua faccia coperta in parte dal cappuccio non sembra la faccia di un pentito roso dal rimorso. Ride. Un ghigno beffardo, altro che contrizione e disperazione per aver spezzato una vita. Evidentemente il sostegno degli amici ha fatto il suo effetto, al di là delle dichiarazioni di circostanza probabilmente suggerite dal suo avvocato. E' diventato una specie di eroe. Ma è e rimane un assassino che ha sfogato la sua stupida aggressività su una donna, dopo averci litigato e averle sputato addosso. Uno schifoso vigliacco, altro che eroe.
Dal Corriere della Sera:
Quando sono arrivati i carabinieri , sotto casa di Alessio Burtone si era radunata una folla, che ne ha chiesto la liberazione, con amici che hanno urlato frasi come «Alessio uno di noi» o «Alessio libero». Tensione e applausi. Si aprono così le porte del carcere di Regina Coeli per Alessio Burtone, il giovane di 20 anni accusato di avere con un pugno provocato la morte di Maricica Hahaianu, infermiera romena deceduta venerdì scorso in un ospedale romano. Il gip Stefano Di Lorenzo lunedì ha firmato l'ordinanza notificata dai carabinieri a Burtone che lascia gli arresti domiciliari e viene condotto nel carcere di Regina Coeli. E’ accusato di omicidio preterintenzionale. L'ordinanza è motivata per pericolo di fuga e di inquinamento delle prove.


Questa vicenda fa il paio con l'altra di Milano, in cui un tassista è in fin di vita dopo essere stato massacrato di botte -un vero e proprio linciaggio ad opera di un branco- dagli amici della padrona di un cane che era finito sotto le ruote del suo taxi. il cocker era sfuggito al controllo della padrona, probabilmente perchè senza guinzaglio. Gli amici della ragazza hanno selvaggiamente picchiato il tassista. Perchè? Per quale meccanismo logico si picchia a morte l'autore di un atto di cui non ha nessuna responsabilità? E soprattutto perchè dopo gli amici degli indagati se la sono presa con i testimoni del fatto, minacciandoli e bruciando la loro automobile?  
Ciò che lega i due episodi, oltre alle considerazioni sulla diversa valutazione della morte di una persona straniera, è la violenza brutale, cieca e sproporzionata di cui sono rimasti vittime i due aggrediti. Perchè è la violenza, fisica e verbale, il paradigma di vita dei nostri tempi. E di esempi ne vediamo tutti i giorni. I modelli di vita e di comportamento che ci vengono offerti dai media, televisione in primis, sono comunque pervasi da un fondo di violenza inaudita. Non è forse violenza l'azzuffarsi dei politici in qualsiasi dibattito, anche parlamentare? Non è violenza il cosiddetto tifo dei cosiddetti sportivi da stadio di calcio? Non è violenza la dinamica che mette di fronte i concorrenti di certi show per teen agers di largo successo (grandi fratelli, tronisti, naufraghi, ecc....)?

domenica 17 ottobre 2010

Libri. Tre secondi per vivere o morire

TRE SECONDI
di Anders Roslund  e Börge Hellström

Questa notte ho fatto le tre per finire Tre secondi. Non è un gioco di parole, è la verità. Mi sono tenuto le ultime 150-200 pagine per il fine settimana sapendo di poter poi dormire un po' di più al mattino. Sì perchè questo libro è veramente avvincente e quando si incomincia a leggerlo le pagine e le ore scorrono senza accorgersene. Così è stato.

Roslund e Hellstrom, svedesi,  hanno scritto a quattro mani questo poliziesco che ha un gran ritmo narrativo e ottime descrizioni di personaggi, luoghi e situazioni. Nulla di approssimativo e "tirato via" come a volte accade nel genere poliziesco, è un signor romanzo a tutti gli effetti. La particolarità dei due autori, secondo quanto si legge sulla fascetta pubblicitaria, sta nel fatto che il primo è un giornalista e il secondo un ex delinquente. Non so di preciso che abbia fatto di male Hellstrom, ma evidentemente la minuziosa descrizione delle atmosfere carcerarie e delle dinamiche investigative sono frutto di esperienze personali. Buon per noi (e per lui) che abbia intrapreso la carriera letteraria abbandonando quella criminale.
Le vicende narrate si sviluppano nell'arco di una decina di giorni in tutto e abbracciano scenari che vanno dall'Europa (è ambientato in Svezia) agli Usa, passando da Polonia e Danimarca. Ma, attenzione, l'ambientazione scandinava non deve far pensare alle tipiche atmosfere nordiche che abbiamo imparato ad apprezzare sulla scia del successo editoriale di Stig Larssonn e del suo Millennium, in questo caso la fredda e gelata Svezia non ha un ruolo particolare come in molti romanzi del filone, bensì l'azione si sviluppa in estate e i protagonisti soffrono addirittura il caldo.
In Tre secondi abbiamo a che fare con poliziotti infiltrati, mafia dell'est europeo, politici felloni, burocrati statali infedeli e un commissario anzianotto e cicciottello con notevoli angosce esistenziali e un caratteraccio che non lo rende simpatico a nessuno. Però ha tenacia e fiuto investigativo come pochi altri...
Basta. Non dirò assolutamente nulla della trama, perchè tutta la vicenda va gustata pagina dopo pagina, senza anticipazioni. Buona lettura.

venerdì 15 ottobre 2010

Film visti. Rapinatori si nasce

Locandina The TownTHE TOWN
Regia di Ben Affleck, con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jeremy Renner, Jon Hamm.
Voto: 2.5 su 5

Dalle parti di Boston, a Charlestown, l'attività più diffusa dagli autoctoni locali è la rapina. Lo dicono le statistiche e i rapporti di polizia e FBI. I ragazzi di strada vengono allevati fin da piccoli all'arte dell'irruzione in banca tra mafiosi irlandesi e armi da fuoco. Le loro famiglie sono per lo più allo sbando e si dibattono tra droga e meretricio. Un bell'ambientino, non c'è che dire. Purtroppo per Ben Affleck, di film "di strada" nel dispregio della legge e nel degrado sociale ci sono precedenti illustri che hanno fatto la storia del cinema. Scorsese e De Niro e i loro Goodfellas sono un punto di riferimento per chiunque si cimenti con questa tematica. Bel Affleck ci prova con impegno e il suo compitino lo porta a termine con dignità, sia pure non superando il livello della sufficienza. Troppe pause e troppe cadute di ritmo che finiscono con l'impantanare la storia dei ragazzi di strada di Charlestown e della loro ricerca di redenzione. Questi giovani rapinatori esibiscono un certo stile e seguono proprie regole per arrivare al massimo risultato con il minimo rischio e spargimento di sangue. Naturalmente non tutto fila liscio e l'imprevisto è dietro l'angolo... L'impossibilità di una reale alternativa alla vita marcia del quartiere è il tema di fondo del racconto narrato con amarezza e disincanto. Una situazione che pare cristallizzata e non modificabile che però viene messa in discussione e scardinata alle fondamenta per mezzo dell'amore per una donna e la nausea per il marciume malavitoso. Queste saranno le molle che scatteranno nel protagonista per trovare il coraggio di dire basta con quella vita. Ci riuscirà? Come? E a che prezzo? Vedere il film per avere le risposte, please.
Innanzitutto la prima sorpresa del film è vedere proprio Ben Affleck cimentarsi dietro la macchina da presa. Corre quasi l'obbligo di andare alla ricerca di agganci con il grande Clint Eastwood, perchè lo stile asciutto e pervaso di malinconia  del giovane Ben Affleck in qualche modo ricorda molto quello del Maestro. La seconda nota positiva viene dal cast, composto da simpatiche facce da schiaffi, tra cui spiccano il "fratello di rapine" di Ben, quel Jeremy Renner che abbiamo visto nei panni dello sminatore in The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, l'agente FBI Jon Hamm (belloccio e apprezzato attore televisivo) e la fresca bellezza di Rebecca Hall, nel ruolo di "donna della redenzione" (vista anche nella comedy Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen).
Insomma, un canovaccio di storia da sviscerare e approfondire, una regia abbastanza personale e promettente, bravi attori emergenti e con le facce giuste: gli ingredienti per un buon film di genere ci sono tutti. Basta non pretendere troppo.

lunedì 11 ottobre 2010

Applausi fuori luogo

Ancora una volta abbiamo visto trionfare la pessima abitudine, sempre più dilagante in Italia, di applaudire ai funerali di qualche morte eccellente. Proprio l'altro giorno abbiamo visto la folla applaudire la piccola Sarah Scazzi, domani vedremo sicuramente la stessa scena per i militari morti in Afghanistan. Ma che succede a noi italiani per travisare il senso di un gesto come l'applauso fino a rompere la sacralità e la ritualità di un funerale? Cosa diavolo c'è da applaudire davanti alla salma di chi non è più tra noi e -soprattutto- davanti al dolore dei familiari? L'applauso di per sè è un segno di giubilo, un compiacimento per delle doti altrui degne -appunto- di plauso e di riconoscimento. Può la morte di qualcuno suscitare tali sentimenti? Certamente no. E allora come può essere possibile utilizzare l'applauso per l'estremo addio ad una persona cara? La risposta, ahimè, ancora una volta va ricercata nella sempre più evidente e dilagante invadenza dei riti televisivi che dagli studi e dai teatri di posa vengono trapiantati tout court nella realtà quotidiana. Fateci caso, basta seguire con attenzione un qualunque programma tv. I ritmi sono cadenzati dagli applausi per qualunque cosa, per qualunque scansione del copione. Applausi, sempre applausi, tanti applausi. A raffica, a comando, raramente spontanei. Talmente tanti che sono finiti anche nei funerali, perchè comunque un sentimento di tristezza e di disperazione per eccellenza intimo e interiore deve essere esternato in maniera plateale e chiassosa. Altrimenti potrebbe sembrare ai più che sotto un dignitoso silenzio possa non esserci niente.

giovedì 7 ottobre 2010

Lo scempio di Sarah

La piccola Sarah è morta, uccisa dallo zio che l'ha strangolata mosso da un laido istinto sessuale. Non credo al raptus improvviso. Molto più facile ipotizzare che l'avesse presa di mira da tempo e che magari ci avesse provato già altre volte. Per approfittare di lei l'ha dovuta prima strangolare sorprendendola alle spalle, probabilmente perchè non avrebbe avuto coraggio di farlo guardandola in faccia. Un maledetto vigliacco che poi l'ha violentata quando era già cadavere. Poi, per quasi un mese e mezzo ha retto il gioco del parente affranto dalla scomparsa della nipotina quattordicenne, con tanto di lacrime in tv. Fior di sceneggiate fatte di pianti e appelli ai presunti rapitori. Ma in realtà il corpo della povera Sarah si stava già decomponendo in fondo ad una cisterna di campagna. Non è mancato neppure il tentativo di depistare maldestramente le indagini con il ritrovamento del cellulare, quasi a far pensare ad un atto orchestrato ad arte. Roba vista in qualche telefim poliziesco. Ma alla fine la terribile verità è venuta alla luce.
Della giovane Sarah è stato fatto scempio due volte. Una prima volta per opera del suo assassino, la seconda con lo sciacallaggio mediatico da parte dei cosiddetti esperti che già impazzano sulle varie tv. Tutti a pontificare, giudicare, sentenziare, interpretare, spiegare al vulgo le verità da rivelare a piene mani. Tutta una pletora di sciacalli sta già addentando la preda. Psicologi, criminolgi, giornalisti, psichiatri, intrattenitori da talk show, tutto il baraccone mediatico è già all'opera. Già quest'oggi pomeriggio si è sentito di tutto. C'è chi ha parlato di delitto maturato in una società arcaico-medievale, di un territorio dimenticato, di famiglia che si è dissolta, di famiglia moderna che vive di sopraffazione e di violenza al suo interno. Tutti con la verità in tasca. pronta all'uso, preconfezionata e adatta ad ogni circostanza. E più le sparano grosse i cosiddetti esperti, tanto più sembrano credibili le loro analisi. Le BarbareDurso e i BruniVespa di turno hanno già sfoderato tutte le loro facce di circostanza, contrite e accigliate, buone per tutte le stagioni. Dopo pochi minuti di zapping televisivo avevo già la nausea.
Il secondo scempio che dovrà subire Sarah passa dunque da chi ci dirà che il suo omicidio è frutto della abbietta società meridionale, della cultura arcaica, dell'arretratezza del meridione d'Italia e via blaterado. Come se queste cose non succedessero dappertutto, in tutta Italia, in tutto il mondo, Puglia o non Puglia. Perchè in tutto il mondo ad ogni latitudine c'è sempre un orco che vuole sfogare i propri istinti sessuali su una ragazzina, bella, dolce e seducente come solo i quattordici anni possono renderla agli occhi dell'orco in agguato. Ragazzine e ragazzini, non fa differenza, quei vigliacchi non fanno sconti a nessuno. Perchè di vigliacchi assassini è pieno il mondo e ogni tempo. Non c'entra niente la Puglia, la famiglia moderna che vive su equilibri instabili e precari, che scatena istanze violente e distruttive. Balle, solo balle. Buone per riempire i talk show e le pagine dei giornali. La verità è molto più tragicamente semplice ed è che l'uomo è un animale troppo spesso perverso che si fa guidare dagli istinti più bestiali collegati al sesso. Ovunque e da sempre.

lunedì 4 ottobre 2010

Film visti. Chi va al Sud piange due volte...

Benvenuti al Sud

Regia di Luca Miniero; con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini.
[Voto: 2,5 su 5]


"Il forestiero che viene al sud piange due volte: quando arriva e quando se ne va". L'affermazione viene pronunciata due volte nel film, all'inizio della vicenda che vede il direttore di ufficio postale della nebbiosa Lombardia trasferito per punizione in Campania e poi quando lo stesso se ne va, al termine del periodo di espiazione.  Il film fa di tutto per convincere lo spettatore della veridicità dell'assunto e infine, sia pure a modo suo, ci riesce in pieno. Il sud che emerge nel film è un luogo meraviglioso dove la vita scorre con semplicità e spensieratezza, tutti sono più o meno felici, ma comunque non sembrano avere problemi in grado di angustiare più di tanto le proprie vite. Insomma è un film comico, non un dramma o un film verità, quindi va bene così. Tanto più che è stato lo stesso protagonista Claudio Bisio ad ammettere che durante le riprese del film sembrava a tutta la troupe di vivere in un'isola felice, salvo poi tuffarsi nella cruda realtà soltanto pochi giorni dopo, quando a pochi km di distanza dalla location di Castellabbate, il sindaco di Pollica Angelo Vassallo è stato assassinato con 9 colpi di pistola nella notte mentre rientrava a casa.
Tornando al film, bisogna innanzitutto dire che si tratta del fedele remake del francese "Giù al nord" che ha avuto un enorme successo l'anno scorso. Il dipanarsi della vicenda è assolutamente identico come è giusto che sia un remake, fatta eccezione per l'ambientazione che in luogo della piovosa Bretagna è la soleggiata e ridente Campania. Piacevole il film transalpino, altrettanto piacevole l'italiano. Per i cugini francesi la regione dove espiare l'esilio punitivo è l'estremo nord con abitudini, tradizioni e dialetto incomprensibili per il forestiero; per noi invece la punizione si sconta in meridione tra i terroni napoletani (fieri di esserlo, almeno quanto i bretoni). Da qui una serie di esilaranti gags che strappano un sacco di risate facendo leva sui più triti luoghi comuni. Ma il gioco sta proprio in questo: giocare apertamente sui luoghi comuni senza alcun pregiudizio per nessuno. Il film risulta simpatico, semplice nella costruzione, divertente, leggero. In una parola lo definirei "domenicale" in quanto adattissimo per trascorrere un pomeriggio leggero quel che basta, pur senza essere banale (e volgare).
Bravo e gigione come al solito Bisio, circondato da altrettanto consumati caratteristi. Un cenno a parte merita Valentina Lodovini, brava e bella giovane attrice emergente, dagli splendidi occhi che sorridono. Una vera ventata di fragrante bellezza.
Unico neo (forse) del film, è il personaggio dell'impiegato postale "indigeno" interpretato da Alessandro Siani, che fa un po' troppo spudoratamente il verso a Massimo Troisi, arrivando a citarne un famoso sketch di oltre vent'anni fa (quello della lingua napoletana che con pochi monosillabi, uniti alla tipica mimica partenopea, riesce ad essere espressiva come e più di tanti discorsi). Ma preferisco pensare ad un omaggio al grande attore prematuramente scomparso.
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venerdì 1 ottobre 2010

Bestemmie presidenziali

Vedere per credere:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-cavaliere-e-la-bestemmia/2135516
http://www.youtube.com/watch?v=h02QOCNw_98


Non si tratta di fare i moralisti bacchettoni. Tra amici, per strada, al bar, in tv, ovunque si sente ben di peggio. La bestemmia e il turpiloquio sono entrati nel linguaggio comune a tutti i livelli e in tutti i ceti sociali. Non condivido, ma è così. Perchè la bestemmia è prima di tutto un'offesa dei valori di chi crede nella divinità, dunque una profonda mancanza di rispetto verso gli altri. Non credo che Dio si offenda se viene bestemmiato, è un tantino superiore a queste bassezze umane. Non è questo il punto. Il punto è che il bestemmiatore in questione è il Presidente del Consiglio, la seconda carica dello stato italiano. Un uomo pubblico che ha dei doveri e dei comportamenti da tenere nel rispetto del ruolo che ricopre. Il quale Presidente del Consiglio fra le sue mura domestiche può fare e dire ciò che vuole, ma nella sua veste istituzionale non può permettersi certi atteggiamenti umilianti per lo stato e i cittadini che rappresenta. Di qualunque partito o credenza essi siano.

mercoledì 29 settembre 2010

E allora la impicchiamo...

Sakineh Mohammadi Ashtani, la donna accusata di adulterio e di complicità nell’omicidio del marito sarà impiccata e non più lapidata. Per Sakineh, la cui sentenza di lapidazione era stata sospesa da alcune settimane per un riesame del caso, la grande mobilitazione nel mondo occidentale, Italia compresa, aveva puntato il dito contro la barbarie della lapidazione, una condanna secondo la legge islamica che prevede che la donna colpevole di adulterio venga sepolta fino al torace e che la parte che sporge dal terreno sia ripetutamente colpita da lanci di pietre, fino alla morte. Ecco la risposta del regime iraniano alle pressioni internazionali che volevano strappare alla morte la giovane donna: impiccagione.
Se non ci fosse in ballo la vita o la morte di un essere umano la vicenda avrebbe risvolti addirittura grootteschi. Il mondo intero si indigna per la lapidazione e allora il regime che fa? La impicca cambiando la motivazione. Non più adulterio, ma complicità in omicidio e dunque non più lapidazione, ma impiccagione. Perversamente geniale. E' chiaro il percorso logico degli iraniani: vediamo se qualcuno osa lamentarsi ancora, visto che la pena di morte per impiccagione o altre forme di morte considerate più "civili" sono normalmente praticate in molta parte delle nazioni in tutto il mondo. Come attaccare sul piano dei diritti civili l'Iran dal momento che tantissime altre nazioni fanno la stessa cosa? Donne comprese; è di un paio di giorni fa la notizia dell'esecuzione capitale in USA di una condannata, per di più afflitta da minorazione mentale.
Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra....

lunedì 27 settembre 2010

Film visti. La Passione

LA PASSIONE

Regia di Carlo Mazzacurati, con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak.
[Voto: 2,5 su 5]

E' sempre difficile per me esprimermi serenamente e con distacco sui film di Mazzacurati. Perchè padovano e dunque mio conterraneo, ma anche perchè mio ex compagno di scuola al liceo (nella mitica quinta B, maturata nell'anno di grazia 1975). E' facile essere troppo severi per non scadere in indulgenti giudizi di parte e al tempo stesso è altrettanto facile l'esatto contrario. Tant'è.
Purtroppo ci troviamo di fronte all'ennesimo film di Mazzacurati del "vorrei, ma non posso", ovvero dell'opera che potrebbe fare il salto di qualità, ma le manca un soldino per farcela. Cominciamo dai pregi. La Passione riesce a far ridere senza mai scadere nel volgare, cosa rara nel panorama del cinema italiano, dove la commedia scollacciata e greve è genere dominante. Per contro, La Passione riesce ad essere lieve e divertente con eleganza, arguzia e semplicità. Tuttavia non è un film riduttivamente leggero, perchè è al tempo stesso intensamente drammatico, immerso com'è nella crisi personale ed artistica del protagonista, regista in crisi di creatività, Gianni Dubois. Silvio Orlando da corpo al personaggio con il suo solito repertorio ben collaudato. E questo è già un primo limite. Infatti risulta per nulla nuova ed originale proprio la figura del regista in crisi che lo stesso Orlando ha già interpretato -se non sbaglio- in un film di Nanni Moretti (Il caimano). Un clichè, quello dell'insicuro in crisi di identità, che calza sì a pennello su Orlando, ma troppo ripetitivo e dunque già visto che non aggiunge e non inventa nulla. Va molto meglio con i personaggi di contorno, primi fra tutti Corrado Guzzanti, spassoso nel ruolo dell'attore-cane che si crede un grande artista e Giuseppe Battiston, povero diavolo che cerca nella recitazione da strada una via di redenzione personale.
La vicenda è semplicissima e prende spunto da un episodio realmente occorso a Mazzacurati. Al regista viene proposto di curare la rappresentazione della Passione del Venerdi Santo in cambio di sorvolare sui danni ad un prezioso affresco del Cinquecento causati dalla perdita di un tubo idraulico rotto. Con varie vicissitudini grottesche e qualche dramma si arriva al  momento della verità con tutti i tasselli che vanno -quasi- al loro posto...
Qui sta il punto di svolta del racconto. Battiston-Gesù spezza il pane nell'Ultima cena, ma cade malamente scatenando l'ilarità impietosa e irrispettosa del pubblico. La rappresentazione va avanti con fatica tra mille difficoltà e l'imperversare delle intemperie meteo. Facile vedere in questo una rappresentazione dell'Italia di oggi dove troppo spesso si sta alla finestra a guardare con indifferenza e con disperezzo le disavventure e le difficoltà altrui, forti della propria posizione di forza (esemplare l'arroganza del produttore cinematografico che copre di angherie il povero Dubois).
Ma dopo la Passione del venerdi, arriva sempre la Pasqua della Resurrezione... Speriamo.

domenica 26 settembre 2010

Film visti. La vita è un sogno...

INCEPTION
Regia di Christopher Nolan. Con Leonardo Di CaprioMarion Cotillard, Ellen Page.
[Voto: 3.5 su 5]

Di Caprio è un futuristico ladro sui generis. Riesce ad insinuarsi nei sogni altrui per carpirne i segreti più reconditi, solitamente a fini di spionaggio industriale. Questa volta gli viene proposto di fare il contrario: insinuare un'idea nella mente della vittima inducendolo a ritenere che sia una sua idea e comportarsi di conseguenza secondo i voleri di chi in realtà ne ha disposto l'innesto. Insomma una specie di telecomando mentale senza fili. E' bene partire da queste informazioni preliminari perchè infatti il film è complicatissimo e il rischio è di non capirci un bel niente o quasi. Almeno io non ci ho capito niente per almeno la prima ora. Infatti nelle due ore e mezzo di durata del film, la prima parte se ne va in pseudo spiegazioni e preparazione dell'evolversi successivo. Difficile da decifrare tra concetti non propriamente all'ordine del giorno. Troppo verboso, troppo contorto e soprattutto dando per scontato che si sappia cosa diavolo sia il procedimento di inception; da qui, appunto, ecco servita l'introduzione lunghissima e incompresibilissima. Non so neppure se l'inception (= innesto) sia una pratica mentale di pura fantasia degli sceneggiatori del film o se esista davvero un procedimento artificiale per inserirsi nella mente altrui tramite i sogni. In qualche laboratorio sperimentale potrebbe succedere questo e altro... Ma le vie della psicanalisi sono infinite e spesso fantasiose. Spero comunque di no e che la mente possa essere territorio inviolabile, anche se mi viene il dubbio che certe forme di ipnosi siano in realtà proprio uno strumento per scandagliare a fondo i pensieri degli altri senza che i soggetti se ne rendano effettivamente conto. Roba da strizzacervelli.
Tornando al nostro film bisogna dire che la realizzazione dell'idea guida è senz'altro affascinante e le immagini sono altrettanto spettacolari, anzi direi superlative. Superata la fase introduttiva del film, il tutto diventa più comprensibile (quasi rassicurante) sotto forma di action-movie con scontri, inseguimenti e sparatorie riportando tutti ad una realtà più "normale" cinematograficamente parlando, a suon di scazzottature e smitragliate. Ma comunque rimane a fare da filo conduttore una sovrapposizione molto appassionante tra realtà e finzione, del sogno nel sogno, tra vero e non vero che coinvolge tutto e tutti. Affascinantissima (si può dire?) la mescolanza tra vita e morte che si verifica attraverso i diversi piani narrativi in cui si dipana il racconto: si può essere feriti o ammazzati in un certo livello di sogno, ma al tempo stesso rimanere illesi in un altro, si può saltare da un sogno all'altro ma anche restarvi intrappolati per sempre. Per non parlare dello scorrere del tempo. Questo è un aspetto del sogno che a ciascuno di noi sarà capitato di notare. Il tempo nel sogno scorre decisamente in maniera diversa che nella realtà. Succede spesso di addormentarsi solo per pochi minuti, magari per un pisolino, sognare a lungo e in maniera complessa ed articolata, essere convinti di aver sognato per ore e ore per poi invece svegliarsi e rendersi conto che invece sono trascorsi solo pochi minuti. Ebbene su questa particolarità reale e individualmente appurabile del sogno si basa gran parte del film che è un meccanismo perfetto di tempi che scorrono diversamente l'uno dagli altri. Sotto questo aspetto il film è un vero gioiello. Non manca neppure l'aspetto sentimentale e intimistico con venature melodrammatiche che emerge dal passato del protagonista Di Caprio, che da qualche parte ha una moglie (morta suicida a causa delle manipolazioni esasperate con i sogni effettuati in coppia) e due figli che non può vedere a causa della proibizione di fare ritorno negli Stati Uniti proprio in seguito alla morte della moglie (l'affascinante Marion Cotillard).
Alla fine del film si rimane con un po' di amaro in bocca perchè quel sadico del regista Christopher Nolan (già apprezzato autore di Insomnia con Al Pacino e Robin Wiliams e di un paio di Batman) lascia in sospeso l'immagine finale senza farci sapere quale sia l'epilogo. Non posso dire di più per non levare l'effetto sorpresa, ma c'è veramente del perversamente sadico nel taglio delle ultime sequenze. Andate a vedere il film e mi darete ragione (occhio alla trottolina...!).
Un'ultima annotazione, anzi due. La prima: pensate ad una forma alternativa di vacanza in cui ci si addormenta e si sogna ciò che si vuole rimanendo pienamente coscienti e consapevoli anche al risveglio, come se si fosse trattato di una vacanza vera. Da soli o insieme con gli amici, con la persona amata, con quella che si vorrebbe amare (consenziente o no, non fa differenza)..., per esempio, chessò, una vacanza ai Caraibi lunga, interminabile, appagante, avventurosa, erotica e molto altro ancora a seconda dei propri gusti.... Certo è solo un sogno, ma se fosse un sogno iperrealistico quanto quelli che sono descritti nel film vi assicuro che sarebbe fantastico.
Seconda annotazione. Ad uscirne largamente riabilitato dopo questo Inception è il lungamente vituperato Gigi Marzullo che aveva già capito tutto ben prima che questo film fosse pensato e scritto: "la vita è un sogno e i sogni aiutano a vivere meglio". Meditate gente, meditate.

domenica 19 settembre 2010

Film visti. The American

The American
Regia di Anton Corbijn con George Clooney e Violante Placido.

Voto: 1,5 su 5

Definire imbarazzante questo film è dir poco. Il regista Corbijn (proviene dal mondo dei video musicali e lì ce lo rimanderei al volo...) ci offre un film sciatto, prevedibile e presuntuoso che si regge unicamente sulla bravura di Clooney e sulla bellezza dei luoghi dove la vicenda è ambientata, l'Abruzzo. Vorrei aggiungere che il film punta molto anche sulle tette di Violante Placido, generosamente messe in mostra in mancanza di talento d'attrice, ma non vorrei passare per volgare... Per il resto si sfiora il ridicolo con un finale da antologia tanto è banalmente prevedibile e rozzo; nelle intenzioni la melodrammatica conclusione vorrebbe essere addirittura strappalacrime, ma finisce solo per essere irritante per la stupidità delle ultime scene. Di storie di redenzione finale da parte di criminali incalliti per opera di una bella fatalona sono pieni gli annali di cinema, con esercizi di stile di grandi maestri e di grandi attori, ma questo The American francamente scivolerà nel dimenticatoio in poco tempo, non appena il film farà il solito giro in DVD e in tv sfruttando al massimo il faccione imbronciato di Clooney e le belle tette di Violante, dopodichè buonanotte a tutti.
Il tenebroso George Clooney ce la mette tutta per dare interesse ad un personaggio immusonito e privo di spessore e bisogna dire che il suo onesto mestiere lo fa piuttosto benino, ma decisamente non basta a sostenere il peso dell'intero film, contornato com'è da personaggi maldestramente abbozzati. Una chicca la partecipazione di un più che mai ruvido Filippo Timi nel ruolo di "dottore delle macchine" (meccanico), che si stacca nettamente dalla media recitativa del resto del cast. Della prostituta Clara, alias Violante Placido, che redime il killer ho già detto tutto quello che c'è da dire (cioè nulla) e aggiungerei che il personaggio è così approssimativamente costruito che non risulterebbe credibile in niente, nè come prostituta, nè come strumento di redenzione, nè come lavandaia; il prete di campagna Paolo Bonacelli è a metà strada tra il filosofo "de noantri" e il saccente ambiguo e ficcanaso, e in più probabilmente anche fedifrago segreto padre di famiglia. Il tutto nello stesso personaggio. Oltretutto ogni personaggio italiano che nella storia viene a contatto con il protagonista -che è un americano rifugiatosi in Italia per sfuggire a chi lo vuole ammazzare- si intende benissimo con lui e tutti si capiscono perfettamente. Forse che nei paesini sperduti sulle montagne abruzzesi tutti conoscono l'inglese e lo parlano come seconda lingua dimostrando grande senso di ospitalità per gli eventuali killer americani che si trovano colà di passaggio...? Ma dai. A voler rigirare il coltello nella piaga cercando tra le ridicolaggini del film, ci sarebbe di che sbizzarrirsi. Ma mi auto-limito per eccesso di buonismo. Tuttavia mi piacerebbe chiedere agli sceneggiatori che ci faccia un bordello con quattro-cinque prostitute (tra cui Clara-Violante) in un paesetto di montagna abruzzese dove in tutto il film si vedono si e no una decina di abitanti a farla grande, forse meno. Farà affari d'oro a palate.....

mercoledì 15 settembre 2010

Italia, un paese in pieno delirio

Ok, vabbè che al peggio e alla stupidità non c'è mai limite, ma insomma.... sarebbe ora di porre un freno alla tracotanza arrogante e supponente di qualcuno.  L'episodio da delirio civile è quella riportato dalla stampa odierna e si riferisce ad un fattaccio avvenuto domenica scorsa a Venezia, nel corso della Festa della Padania organizzata dalla Lega che si svolge annualmente nel capoluogo veneto. Per internderci quella con l'ampollina di acqua del Po raccolta amorevolmente alle sorgenti e versata in pompa magna nelle acque della laguna di Venezia. Quest'anno la manifestazione si è fregiata nientepopodimenoche della presenza a fianco di Bossi del "Trota", ovvero il figlio del senatur, ovvero il "delfino" dinastico della Lega. Insomma un'apoteosi padana in un trionfo di bandiere verdi.
Ma ecco il fattaccio come lo riporta la Repubblica:

"Portavamo il tricolore a Venezia, insultati dai leghisti, identificati dalla polizia.

"Denuncia di un consigliere comunale della Lista 5 stelle: "In una decina avevamo 2 bandiere italiane durante la festa della Lega e per questo siamo stati fermati mentre i militanti del Carroccio inveivano"

ROMA - "Fermati ed identificati dalla polizia per avere con noi il tricolore. Insultati e derisi da decine di leghisti esaltati ed urlanti - rischiando il linciaggio da parte di questi ultimi e una denuncia (per manifestazione non autorizzata e per aver provocato disordini) da parte della polizia". Questo, secondo la denuncia di un consigliere comunale di Venezia Marco Gavagnin della lista Cinque stelle e del Blogger Paolo Papillo di Informazione dal basso che domenica scorsa, durante la Festa dei popoli padani hanno voluto provare a vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per il capoluogo veneto con indosso una bandiera italiana. Il risultato per quanto sorprendente è descritto da loro stessi: "Siamo stati identificati noi, non quelli che ci insultavano; e ci avrebbero senz'altro aggrediti, se non ci fosse stato il cordone di polizia a proteggerci. Ci hanno cacciato, accompagnati distanti dal luogo della manifestazione leghista e fatti disperdere. Esporre il tricolore durante la festa della Lega - festa che vedeva presenti numerosi esponenti politici del partito e lo stesso Ministro degli Interni - è diventata una provocazione politica".
"Eravamo in una decina - raccontano - ci eravamo incamminati lungo il ponte dopo il quale iniziava a svolgersi la manifestazione leghista, ci è stato impedito da agenti in tenuta antisommossa e da uomini della Digos di proseguire verso Riva dei Sette Martiri e Via Garibaldi: luoghi paradossalmente scelti quali teatro della manifestazione di questa forza di governo che non si riconosce nei simboli della nostra Repubblica e ne disconosce la storia scritta nel sangue di tanti patrioti. Sì, perché i sette martiri veneziani a cui è intitolata la riva sono partigiani morti durante Resistenza al grido di "viva l'Italia".
"Subito dopo - continua il racconto - decine di leghisti (uomini e donne, vecchi e giovani) ci hanno spintonato e strattonato, cercando anche di sottrarci le telecamere; ci hanno insultato anche pesantemente, con vari improperi che andavano da "pirla" a "cretini", da "pagliacci" a "omossessuali" e "culattoni". Naturalmente ci hanno accusati di essere "comunisti", dei "rompicoglioni", o più semplicemente dei "lazzaroni": "andate a lavorare!" ci dicevano, "andate a casa!"
"Questi però - si lamentano - non sono stati identificati. No. Eravamo noi - quelli col tricolore - l'anomalia, quelli fuori posto, i sobillatori. Mentre loro - quelli che inneggiavano alla secessione, i fautori della "padania che non c'è", con le magliette e gli striscioni con la scritta "padania libera" - erano quelli normali... un completo ribaltamento di senso!".
(15 settembre 2010) http://www.repubblica.it/politica/2010/09/15/news/cacciati_bandiera-7098896/?ref=HRER2-1


Ma, mi chiedo, la polizia ha agito correttamente nel fermare e identificare quelli che avevano il tricolore e ignorare chi li insultava? La nostra bandiera, il tricolore, non vale proprio più niente?
Credo che sia inutile qualsiasi altro commento.

lunedì 13 settembre 2010

Contesto ergo sum

Noi italiani abbiamo un vizio trasversale che ci accomuna tutti indistintamente, a prescindere da tutto: contestare l'operato di chi è chiamato a giudicare. Non parlo di libera critica o libere opinioni, ma di rifiuto di sottostare e quindi accettare il giudizio altrui, qualunque esso sia e da chiunque provenga. A cosa mi riferisco in particolare? Alla Mostra del Cinema di Venezia che si è conclusa sabato scorso con un verdetto a sorpresa. La giuria presieduta da Quentin Tarantino ha assegnato il Leone d'oro al film di Sofia Coppola "Somewhere", di cui avevo giustappunto scritto qualche giorno fa (http://volpe56.blogspot.com/2010/09/da-qualche-parte.html). Le reazioni alla scelta della giuria (che decide collegialmente, non individualmente) sono state quasi furibonde da parte di una buona fetta dei critici che non hanno gradito affatto il film della Coppola. A me è piaciuto, gli ho dato un buon voto, anche se credo che non sia un film da Leone d'oro. Ma ciò non toglie che il giudizio della giuria vada rispettato. Dicono i signori critici, con un po' di puzzetta sotto il naso: in sala stampa il verdetto è stato accolto con bordate di fischi...., alla proiezione ufficiale il film è stato accolto tiepidamente... Dunque, se un film non piace a lor signori, non è accettabile e ammissibile che possa vincere perchè invece la giuria lo ha vaputato meritevole. E per sostenere i fischi sono state tirate fuori giustificazioni fantasiose in un delirio di dietrologia. Del tipo: Tarantino è un ex della Coppola e dunque lui ha voluto premiarla forse per tentare un riavvicinamento sentimentale. Roba da gossip puro e duro. Dei peggiori.  Sono fioccate un sacco di frecciatine sulla scarsa avvenenza della Coppola, sul vestito poco glaour, sul sorriso stiracchiato per l'emozione al momento della premiazione... I signori critici non sono stati neppure sfiorati dall'idea che possa esservi un giudizio diverso dal loro. Apriti cielo poi sul fatto che nessuno dei film italiani in gara sia stato premiato. Sembra quasi che un premio debba essere riconosciuto per diritto di ospitalità. Salvo poi sciacquarsi la bocca quando a Cannes vince un film francese, accusando le giurie di giudizi di parte a favore del cinema di casa.
Ma in fin dei conti è quello che succede normalmente nello sport specie con gli arbitri del calcio che, si sa, è lo specchio fedele dei vizi di noi italiani. Contestare sempre, accettare mai. E se del caso, passare anche alle vie di fatto, tanto l'arbitro è cornuto per definizione ed ha sempre torto. Ma è natao prima l'uovo o la gallina? Ovvero è il calcio che copia dal sociale o è vero il contrario? In tema di sport mi corre l'obbligo e il piacere di citare ancora una volta il mio amato rugby, dove non vedrete mai un giocatore contestare una decisione arbitrale o rivolgersi a lui in modi poco civili. Casi difformi dalla regola si sono verificati nel corso degli anni, ma sono così pochi che si potrebbero contare sulle dita di una mano. E sono anche troppi.
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