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venerdì 30 agosto 2013

Libri. Rugby Mar del Plata, uniti fino alla morte

Mar del Plata
di Claudio Fava


E' una storia vera, raccolta a distanza di anni da un giornalista argentino dalla viva voce dell'unico superstite della vicenda e poi riportata su libro da Claudio Fava. Il fatto che siano passati decenni dai quei tragici fatti non allenta minimamente la tensione di quei momenti. E il racconto, sebbene con qualche limite di scrittura che -ahimè- non mi ha convinto, attanaglia il lettore in un crescendo a cui è difficile sottrarsi sospendendo la lettura del libro. Che infatti si divora in un baleno. Il periodo storico è quello degli anni '70 e seguenti, in cui l'Argentina fu in mano alla giunta di militari comandata dal generale Videla. Una banda di assassini infami e vigliacchi che in nome della madre Patria da difendere dai comunisti hanno insanguinato un'intera nazione. Le cifre parlano di 30.000 morti, molti dei quali mai neppure ritrovati cadaveri. E' stato il tempo tragico dei desaparecidos e delle torture dei militari. Bastava un semplice sospetto per sparire dalla circolazione. E i più fortunati venivano eliminati con un colpo alla testa. I più disgraziati invece subivano indicibili torture.

Il protagonista si chiama Raul, è argentino ed è un giocatore di rugby. La sua squadra è il Mar del Plata, che guida la classifica. E' un manipolo di giovanissimi, in parte studenti, in parte lavoratori o dopolavoristi. Gente che unisce il sacrificio per il lavoro e lo studio con la passione per il rugby. Sport di nobili principi che in Argentina gode di notevolissimo seguito di pubblico e di tradizione. Non che possa competere con il calcio, ma certamente è uno sport molto apprezzato.
Il Mar del Plata nel giro di un campionato non esiste più. I giocatori, uno ad uno, morti, tutti, per mano dei sicari della giunta militare. Il primo a morire, colpevole di essere iscritto ad una associazione studentesca invisa ai militari, viene ricordato dai compagni con un minuto di raccoglimento all'inizio della partita di campionato. Solo che quel minuto ne durò ben dieci. I suoi compagni rugbysti lo volevano ricordare così. Un affronto per il governo. Il fatto fece scalpore e la gente, sia pure sottovoce, ne parlava. Il pubblico allo stadio aumentava ad ogni incontro; la squadra guidava il campionato e non era chiaro se il tifo fosse per i meriti sportivi della capolista o per il coraggio dimostrato nel ricordare il compagno morto. E allora i morti diventano due, poi tre, poi uno alla volta tutti furono decimati dagli aguzzini dei militari.

Lui, Raul, è l’unico sopravvissuto. Una squadra di fantasmi. Mentre l’Argentina si prepara a trasformare i campionati del mondo di calcio del 1978 nella vetrina del regime, tra la giunta militare e quei ragazzi si accende una sfida che non prevede armistizi. Uno dopo l’altro i giocatori spariscono: ma per ogni giocatore ucciso, un ragazzino del vivaio viene promosso titolare. Uniti intorno alla squadra e ai compagni uccisi, oltraggiati, torturati. Eppure avrebbero avuto la possibilità di salvarsi scappando in Francia, dove avrebbero trovato ospitalità come esuli e come rugbysti. Invece no. Il coraggio e l'orgoglio li tenne ancorati alla loro terra, al loro paese, alla loro squadra. E così, mentre il mondo celebra l’Argentina campione del mondo di calcio fingendo di non sapere cosa stia accadendo, i ragazzi del Rugby La Plata continuano a giocare, a vincere, sapendo che potrebbe essere la loro condanna a morte. E così è, infatti. Fino all'ultimo rimasto: Raul. L’ultima di campionato si porta in campo una squadra di ragazzi. Più lui, miracolato, chissà perché. Anche l'allenatore viene fatto fuori, non dopo aver subito terribili torture. Per la giunta militare, che assiste alla finale di campionato dalla tribuna con le divise tirate a lucido sul palco d’onore, sarà il campanello d'allarme dell’inizio della fine. Ma solo dopo altri anni di dittatura, di morte, di violenze.
Una storia vera, , di rugby e politica, di violenza indicibile e di amore e rispetto per se stessi, per i propri ideali di libertà. Raccontata con passione trent'anni dopo perché nessuno debba dimenticare il sacrificio di quegli innocenti.

martedì 27 agosto 2013

Libri. Lasciate ogni speranza voi che... (leggerete Inferno)

Inferno
di Dan Brown


Inferno è il sesto romanzo dello scrittore Dan Brown, assunto alle glorie del successo mondiale con il suo celeberrimo e stravenduto Codice da Vinci. È altresì il quarto romanzo che ha per protagonista il professore Robert Langdon, irrequieto docente universitario americano di simbologia che, per inciso, è una materia che non esiste.... Il filone è quello del giallo-fantasy-storico-letterario. Insomma un minestrone dove dentro c'è posto per tutto, venghino siori venghino. Ma se il Codice da Vinci eccelleva per suspence e coinvolgimento oltre che per i contenuti talmente bislacchi da suscitare polemiche e prese di posizione ufficiali anche in campo religioso, questo ennesimo libro risulta assolutamente fiacco e approssimativo sotto molteplici punti di vista. Basta fare un giro in internet per trovare una valanga di siti che contestano sia le ambientazioni storiche che quelle geografiche messe a punto da Dan Brown che, evidentemente forte del suo successo, non va più tanto per il sottile, ben sapendo che comunque il libro sarà un successo di vendita, con o senza strafalcioni.

Nel romanzo si parla di Dante, e dunque della Divina Commedia, ovviamente di Firenze, degli Uffizi, dei Boboli, di Palazzo Vecchio; ma anche di Venezia con il suo Palazzo Ducale e la basilica di San Marco. C’è, come è naturale, il dotto e brillante professore di storia dell’arte esperto di simbologia, c’è l’immancabile e belloccia fanciulla “assistente” del prof. che fino da ultimo non si sa se lo tradisce o lo aiuta veramente, c’è l’altrettanto immancabile complotto con ricadute mondiali, la conseguente entrata in campo di una organizzazione segreta e ipertecnologizzata, modello Spectre alla 007....
C’è, infine, secondo il collaudato stereotipo di Dan Brown, l’arcano indovinello da sciogliere per giungere a salvare il mondo, con tanto di marchingegno che lo protegge. Insomma nulla di nuovo, a ben vedere, ma rielaborazioni di modelli già sfruttati e collaudati. A questo si aggiunga una pessima traduzione in italiano che fa accapponare la pelle in certi passaggi.
Eppure il libro vende e stravende. E ahimè ci sono cascato anch'io. Sotto l'ombrellone, quest'anno mi sono portato proprio l'Inferno di Brown. L'unico lato positivo del libro è che, nonostante gli strafalcioni, rimane un impagabile spot pubblicitario su Firenze e in parte anche su Venezia. Considerando che il libro è e sarà letto da milioni di persone in tutto il mondo non può che far piacere ai rispettivi uffici del turismo delle due splendide città d'arte italiane. Consoliamoci così, che è meglio.

lunedì 26 agosto 2013

Libri. Il senso del dolore

Il senso del dolore
(L'inverno del commissario Ricciardi)

di Maurizio De Giovanni


Napoli, anni 30. Il grande tenore Arnaldo Vezzi viene trovato cadavere nel suo camerino al Teatro San Carlo prima della rappresentazione de "I Pagliacci", la gola squarciata da un frammento acuminato dello specchio andato in pezzi. Artista di fama mondiale, amico del Duce, osannato dall'opinione pubblica, ma in realtà uomo egoista e meschino. A ricostruire la personalità della vittima e a risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli.

Il commissario Ricciardi è il personaggio creato da De Giovanni al centro della sua produzione letteraria con una trilogia che lo vede protagonista. Questo poliziotto anomalo ha due caratteristiche che lo rendono tale: fa il piedipiatti per scelta, discendendo da famiglia ricca e conosciuta. Avrebbe potuto scegliere altre strade, compresa quella di vivere di rendita. Invece no. Il suo non è un lavoro in senso stretto, ma una specie di missione/passione. E poi ci sono i morti. Lui li vede ovunque, così come fossero stati immortalati in uno scatto fotografico in punto di morte. Cristallizzati nel loro dolore estremo, nel loro ultimo gesto, nelle loro ultime parole. Spesso strazianti, spesso disperate. Ma anche a volte attonite, sorprese. Perché la morte può arrivare all'improvviso, quando meno la si aspetta. Anzi spesso è la norma. Questa veggenza tormenta il commissario Ricciardi, lo inquieta, non gli da pace. Si sente in qualche modo chiamato a fare il poliziotto anche per dare pace a quei morti agli angoli delle strade che lo invocano e che solo lui può vedere. Una responsabilità enorme.

Il caso ha voluto che, per assoluta coincidenza, proprio qualche giorno prima di leggere questo libro, fossi stato a Napoli per una brevissima visita turistica. Un pomeriggio, nulla di più. Inevitabile la passeggiata nei luoghi classici della città: Mergellina, Piazza del Plebiscito, via Chiaia, il Teatro San Carlo, la Galleria Umberto. Ma anche il Caffè Gambrinus in Piazza Trieste e Trento. Prendere poi in mano il libro e ritrovare proprio quei luoghi meravigliosi visitati poche ore prima è stata una sorpresa non da poco. Immaginare il commissario Ricciardi camminare col bavero del cappotto alzato sul lungomare sferzato dal vento di tramontana o rintanarsi nel Caffè Gambrinus al suo solito tavolino che guarda sul lato di via Chiaia è stato facilissimo e coinvolgente. Davvero un bel caso fortuito che ha reso più appassionante la lettura, per rivivere l'atmosfera magica di quei luoghi.
Maurizio De Giovanni è un grande scrittore. Riesce a dare alla storia e ai personaggi uno spessore inusitato, che va ben oltre la semplice descrizione narrativa. Tutta l'atmosfera del racconto poliziesca è permeata di una sorta di realtà palpabile. In una parola, verità. La storia tutta ha un sapore vero, come anche i personaggi, le circostanze, i luoghi. Il rapporto con il reale e la sua percezione è una delle sfide di De Giovanni/Ricciardi. Cito a proposito lo stesso commissario Ricciardi: "La verità non è quella che sembra, a volte. Anzi non lo è quasi mai. E' un po' come la strana luce di questi lampioni, illumina una volta qua ed una volta là. Mai tutto insieme. Allora lo si deve immaginare, quello che non si vede. Lo si deve intuire da una parola detta o non detta, un'orma, un'impronta. Una nota, a volte."

Grande.

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5/9/2013 Aggiornamento del post:
Un'attenta lettrice (che ringrazio) mi fa notare un errore da me commesso nel citare la bibliografia di Maurizio De Giovanni. Non di una trilogia dedicata al commissario Ricciardi si tratta, ma (finora) di una produzione ben più vasta.
Il ciclo si compone fino ad ora dei seguenti libri:

Libri. Pedra Delicado, l'ossimoro vivente

Gli onori di casa

di Alicia Giménez-Bartlett


Alicia Giménez-Bartlett ha scelto, fin dall'attribuzione del nome del personaggio (Pedra Delicado, un vero ossimoro!), di creare una figura femminile di poliziotta ambigua, a due facce, duplice e ambivalente. Sul piano umano una donna sensibile, colta e facile all'innamoramento (ma anche il contrario, con tre matrimoni alle spalle...);  sul piano professionale, una vera e propria dura. Una piedipiatti con tutti i crismi che punta diritta al bersaglio e non molla la presa se non a enigma risolto. Non è una poliziotta d'azione, quanto piuttosto una investigatrice, un'analista di fatti e di indizi, di caratteri umani, di circostanze, di situazioni. Un lavoro di fino, piuttosto che di quantità. A quello ci pensano gli altri, i personaggi di contorno che pure hanno un gran peso nell'economia strutturale della serie. C'è il fido vice ispettore Fermin Garzon (una vera spalla comica che fa da contraltare alla rude ispettrice Delicado) e le due assistenti Yolanda e Sonia, che entrano in gioco per la bassa manovalanza. La vera mente investigativa però è lei, Petra, brillante quarantenne di bell'aspetto, plurimaritata e pluridivorziata, che non disdegna una fresca birretta a qualunque ora del giorno come potrebbe fare il grande Maigret.
Ma, lo dico chiaramente, a me Petra non sta per nulla simpatica. Il personaggio è troppo caratterizzato secondo un cliché di donna moderna e aggressiva. Tratta con sufficienza e alterigia i suoi collaboratori, salvo quando ritiene di voler assumere atteggiamenti camerateschi. Sempre pronta a far valere i gradi gerarchici, ad alzare la voce e a maltrattare quel povero diavolo del vice ispettore Garzon. Il quale a sua volta, giustamente, non perde occasione per stuzzicarla e provocarla. Per non parlare delle sue relazioni affettive. Con tre mariti in archivio ha il suo bel da fare anche con uno stuolo di figli acquisiti con le famiglie allargate. Ma sempre con quel pizzico di supponenza indisponente. Opinione mia personalissima, ovviamente, ma bisogna dire che si tratta comunque di un quadretto contrastato molto ben studiato ed anche efficace, bisogna riconoscerlo. A tutto onore di  Alicia Giménez-Bartlett che si è conquistata un posto d'onore nel panorama della letteratura poliziesca, non solo europea.

In questo episodio -Gli onori di casa- la vicenda si sposta anche in Italia, essendo coinvolto nelle indagini della polizia di Barcellona anche un killer della camorra napoletana in trasferta. Una volta tanto ci vengono risparmiate le solite caratterizzazioni "all'italiana" sia di malviventi che di poliziotti, mantenendo tutto su un piano di sobrietà. Per inciso, la Polizia italiana ci fa anche una discreta figura, il che non guasta affatto, una volta tanto.
Una considerazione sul libro in oggetto. Le indagini vertono sulla riapertura di un caso già chiuso di omicidio. Colpevoli individuati e condanne scontate. Tuttavia qualcosa che non quadra c'è ancora ed è per questo motivo che indagini supplementari vengono affidate all'ispettore Delicado e al suo team. Tra Spagna e Italia la vicenda si rivela abbastanza complessa avendo a che fare con reati valutari e traffici internazionali di riciclaggio di denaro sporco. Ma da sottotraccia rimane l'omicidio originale, quello di un ricco imprenditore, assassinato durante un "convegno amoroso" con una giovane prostituta. L'epilogo e relativo colpo di scena, che ovviamente non rivelerò, mi ha rimandato all'ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Un covo di vipere, per analogie rilevanti relative all'ambiente familiare nel quale si sviluppa la storia. Sia il maestro Camilleri che l'iberica Giménez-Bartlett, hanno scelto di scavare a fondo l'ambiente più segreto della famiglia, la cellula base della nostra società (sia essa italiana che spagnola). Come dire che al di là dei grandi delitti anche con rilevanza internazionale, il male e le sue radici sono lì vicino a noi, dove forse non ci aspettiamo di trovarle (o non vorremmo trovarle...).

domenica 14 aprile 2013

Libri. Che Palla!

Milioni di milioni
di Marco Malvaldi

Immaginate Montesodi marittimo come un paesino toscano in una zona collinare nonostante il nome. Immaginate i paesani geneticamente dotati di una forza prodigiosa; immaginate un ufficio anagrafe intasato da cittadini che portano quasi tutti lo stesso doppio cognome (Palla) a causa della feconda e indefessa attività amatoria extraconiugale del nobile locale. Immaginate una nevicata incredibile (milioni di milioni... di fiocchi di neve) che inonda il paese e lo isola per giorni; immaginate che l'anziana maestra sia ritrovata morta in casa non per cause naturali. Immaginate una pletora di personaggi locali (il sindaco, il maresciallo dei Carabinieri, il vice parroco, le beghine della parrocchia, la vecchia maestra e la sua donna di servizio, il vetero-comunista mangiapreti, due forestieri ricercatori universitari capitati per caso, ecc. ecc.) che si muovono in questa realtà chiusa e isolata a causa della nevicata.
Ecco, il quadro è completo e il romanzo "con uso di giallo" di Marco Malvaldi è bello che servito. Con la solita scrittura brillante e divertente, scorrevole e filante. Non siamo lontani dai picchi delle avventure dei vecchietti del Bar Lume, ma Milioni di milioni è comunque un libro piacevole e divertente, ma mai banale e scontato, in cui il tema portante del romanzo giallo diventa un pretesto narrativo per raccontare di luoghi, di personaggi, di storie. A cominciare dal famigerato inseminatore Conte Palla e dalla popolare Festa della panca, la gara di forza del paese...

sabato 30 marzo 2013

Libri. La leggenda del morto contento

La leggenda del morto contento
di Andrea Vitali


Titolo intrigante come pochi altri. Chi sarà mai costui che muore contento? E perché? Il come, il quando e il perché li si scopre solo nel finale dopo una serie di vicissitudini che capitano al povero e mite sarto Lepido, una vittima della vita umile e misera che imperversa a Bellano, sulle rive del lago di Como nel periodo pre-risorgimentale.
Succede che un improvviso cambio di tempo con vento forte e maligno causa il naufragio di due giovani del luogo, rampolli di famiglie importanti, benestanti e soprattutto potenti. Un terribile accidente, ma che per la notorietà delle vittime non può rimanere senza un colpevole pur essendo un evento fortuito dovuto principalmente al fato e all'imprudenza dei due naviganti. E il malcapitato, manco a dirlo, è proprio il mite Lepido, che in vita sua aveva già il suo bel patire le angherie di una moglie insopportabile, la Diomira. Ma non solo. Ci si era messa anche la perfida moglie del magnano del paese, ovvero il calderaio, per una storia di braghe da rammendare smarrite e non restituite al legittimo proprietario.
Su questo palcoscenico allestito da Vitali sfilano personaggi grandi e piccoli, primari e comprimari, tutti caratterizzati minuziosamente e mai anonimi. Sfilano umili e popolani, quasi fossero statuine di un immaginario presepe: artigiani, disoccupati, pescatori, comari variopinte e pettegole, ma anche seriosi funzionari statali, il delegato di Pubblica Sicurezza, il Pretore, il Podestà.  Che sono ridicole macchiette, quasi per una legge del contrappasso, a causa del loro essere asserviti all'autorità gerarchica e verso i potenti locali. Il linguaggio usato da Vitali è aulico, ricamato, arcaico e, come sempre, indulge a giochi dialettali, comprensibilissimi anche a chi non ha dimestichezza con la lingua del posto. In questo romanzo il lavoro sul linguaggio è ancora più sofisticato del solito essendo ambientato nella metà dell'800, quindi circa cento anni prima dell'ambientazione abituale dei romanzi di Vitali.

Il finale del romanzo è forse la parte migliore in cui Vitali regala un’altra delle sue morali malinconiche, dispensata tra sorrisi e sberleffi: la morte azzera i conti, sebbene gli uomini trascorrano la vita in lotte fratricide e insensate, o alla rincorsa del successo e della scalata sociale. A pareggiare i conti tra belli e brutti, ricchi e miserabili, potenti o popolino ci pensa, inesorabile, la Signora con la falce, senza fare distinzione alcuna. L’umile Lepido, “morto contento”, è trattato esattamente come il rampollo della famiglia facoltosa. Perché quella legge, e solo quella legge, è uguale per tutti.

domenica 10 marzo 2013

Libri. Un classico noir da Colin Dexter

L'ultima corsa per Woodstock

lunedì 25 febbraio 2013

Libri. Un terribile pugno nello stomaco

Caduta libera
di Nicolai Lilin


Anno 1999, la Federazione Russa annuncia ufficialmente l'inizio della  guerra di Cecenia e nelle zone confinanti con il Caucaso del Nord. Formalmente l'azione militare si chiama "seconda operazione antiterroristica" nel territorio della Repubblica Federativa della Cecenia. Proibito parlare chiaro e usare il termine guerra. Nicolai Lilin racconta in prima persona la sua esperienza di soldato dell'esercito russo. Lui è un giovane, poco meno che ventenne, in servizio di leva obbligatoria. Si trova proiettato in poche ore dal suo paese al fronte, in un reparto altamente specializzato chiamato "i sabotatori". Dall'infradito al fango e al sangue, dagli agi della vita civile ai corpi martoriati dei compagni d'arme e dei nemici.
I sabotatori sono un reparto d'élite ben conosciuto e temuto dai militari russi per la temerarietà delle loro azioni, che gode di alcune prerogative come non usare uniformi o evitare le formalità gerarchiche. In compenso combattono in modo spietato e senza remore. Spesso dietro le linee nemiche. Nicolai, nome di battaglia Kolima, viene scelto per fare il cecchino. Merito di suo nonno che gli ha insegnato a sparare per andare a caccia. Ma tirare ad un cervo non è la stessa cosa che mirare ad un uomo. Non foss'altro perché l'uomo è armato anche lui. Kolima è un tiratore infallibile a cui aggiunge la non comune capacità di apprendere la difficile arte del cecchinaggio. Gli uomini inquadrati nel mirino sono come birilli da abbattere. Li si osserva, si scelgono uno ad uno, si decide dove e come colpirli. Non si spara nel mucchio come fanno le truppe ordinarie, il nemico lo si guarda quasi negli occhi attraverso il mirino diottrico del fucile di precisione. E lo si guarda morire, si guarda il suo corpo deformarsi e farsi a pezzi sotto la forza esplosiva delle pallottole. I proiettili hanno addirittura la cinica raffinatezza di avere una bassa carica (è anche questa l'arte perversa del cecchino), perché non devono penetrare il corpo del bersaglio e trapassarlo da parte a parte, ma devono esplodere dentro di esso e fare più danno possibile. Nel mirino del cecchino va in onda lo spettacolo della devastazione e della morte a distanza a portata di grilletto. Accanto ai racconti efferati di morte c'è anche l'intreccio delle vite con i compagni d'arme, con il capitano che comanda il reparto dei sabotatori. A cui ognuno di loro affiderebbe a occhi chiusi la propria vita. Il rapporto di amicizia  e cameratismo fondato sul legame reciproco di vita e di morte è una delle cose più impressionanti e affascinanti del libro.

Nicolai-Kolima racconta crudamente e senza filtri quello che hanno vissuto i giovani dell'esercito russo in quel periodo, durante il loro servizio militare obbligatorio; e quello che hanno vissuto i civili ceceni, mentre nella loro terra operavano due eserciti nemici. E' la narrazione in presa diretta della faccia vera e spietata della guerra, quella che non si vede nei film, e nei documentari,  ma forse solo nei reportage giornalistici o nei racconti delle ong (organizzazioni non governative) in difesa dei diritti umani. Nicolai Lilin racconta tutto in modo tale da permettere a ogni lettore di vivere i momenti della guerra, di attraversarla a fianco dei soldati, di sentirne l'oscenità sulla propria pelle. Sono racconti terribili, impressionanti, a cui è impossibile rimanere indifferenti. La morte sembra aleggiare come una compagna di lettura ad ogni pagina del libro. Che è un libro terribile per la sua crudezza nel raccontare come si uccide in guerra, di come si tortura e si oltraggia il nemico quando cade prigioniero. La morte diventa un evento ordinario, banale, che non fa più notizia, non impressiona più nessuno dei protagonisti che la dispensano  generosamente a piene mani, come se nulla fosse. Non c'è compiacimento nel raccontare di Nicolai. C'è dapprima quasi sorpresa e curiosità. Poi routine e assuefazione. Perché è questo che l'esercito vuole dai suoi uomini: obbedienza assoluta nell'eseguire gli ordini. Ma Nicolai va oltre e racconta anche e soprattutto le contraddizioni della guerra. La sporcizia morale e la corruzione dei vertici militari moscoviti a cui non importa nulla dei soldati e li considera carne da macello. A cominciare dalla definizione ufficiale del governo russo che vorrebbe far passare la guerra di Cecenia come una lotta ai terroristi invece di una invasione vera e propria. Ceceni, musulmani, mercenari, per i soldati russi sono tutti uguali, qualunque sia l'etnia o la nazionalità. Terroristi chiamati indifferentemente e semplicemente "arabi". A prescindere. Un libro che vuole essere ed è apolitico, neutrale; che racconta la guerra, la vita e la morte, le ingiustizie, gli orrori e gli atti di onestà così come apparivano nella vita di ogni giorno in Cecenia; che descrive le sensazioni, la perdita dell'equilibrio, i cambiamenti dell'essere umano che avvengono nel caos, oltre i limiti dell'etica e della morale.  E, da ultimo, il dramma del ritorno a casa dopo la fine della leva obbligatoria. Quando ormai è troppo tardi, il condizionamento mentale è compiuto. Il ragazzo ventenne in due anni di guerra ha lasciato il posto a una macchina da guerra che ormai sa solo uccidere. Non un saggio storico, ma un romanzo costruito su particolari veri, con vite vere. Terribilmente vere.

Nota 1 - In questi giorni esce nelle sale cinematografiche italiane un film di Gabriele Salvatores tratto da un altro libro di Nicolai Lilin, Educazione siberiana, precedente a questo Caduta libera. Anche questo è un racconto in prima persona delle esperienze personali adolescenziali del giovane protagonista. Un'opera che si è meritata il pubblico apprezzamento di Roberto Saviano. Da andare senz'altro a vedere al cinema.

Nota 2 - Nicolai Lilin ha origini siberiane ed ha vissuto in Transnistria fino all'età di 18 anni. Dal 2003 si è trasferito in Italia. Vive e lavora a Milano e scrive in lingua italiana. Particolarità decisamente non comune. In seguito al successo del suo primo libro ha dichiarato di aver ricevuto numerose minacce di morte in seguito alle quali gli viene assegnata una scorta da lui, però, rifiutata.

venerdì 8 febbraio 2013

Libri. Una sporca storia per il commissario Piazzi

Occhi chiusi
di Giulio Massobrio
 
Un po’ Montalbano, un po’ Maigret. Vi presentiamo il commissario Piazzi. Il suo esordio vi sorprenderà.
Così recita in copertina lo slogan pubblicitario dell'editore. Invece che sulla fascetta come si usa solitamente. Un po' Montalbano e un po' Maigret. Vero, non vero? Paragone esagerato o meritato? Francamente il dilemma non mi attizza più di tanto perché sono convinto che ogni scrittore abbia una sua cifra letteraria e che cercare di etichettarlo o ingabbiarlo in schemi preconcetti sia sbagliato e fuorviante. Mi preme di più dire che questo libro di esordio di Giulio Massobrio si fa leggere con piacere pur senza entusiasmare. Gli manca quel quid per fare il salto di qualità per agganciare l'interesse del lettore. E' il racconto di una vicenda di cronaca nera, anzi nerissima, che si svolge in una piccola e tranquilla città di provincia (Alessandria), come ce ne sono tante. Una tranquillità apparente, perché basta scavare sotto la crosta stantia del perbenismo borghese di facciata ed ecco che viene fuori di tutto e di più. Per di più con tanti e inconfessabili scheletri nell'armadio del periodo post bellico e post fascista italiano. Una realtà sconcertante e vomitevole di pedofilia e sadismo, travisata e nascosta dalla buona borghesia benestante cittadina, che bada principalmente a fare i propri affari e coltivare i propri vizi. Qui siamo di fronte ad un omicida seriale che inizia a uccidere in maniera spettacolare le sue vittime con un'arma antica e desueta (uno stiletto) avendo cura di chiudere gli occhi alle sue vittime. Particolare all'apparenza insignificante seppure ripetitivo, questo, che l'abile commissario Piazzi rileva con lungimirante sagacia permettendogli di non farsi ingannare dalle apparenze, puntando diritto al bersaglio. Intorno al commissario da un passato partigiano (la vicenda è ambientata nel 1961) si muovono i suoi stretti collaboratori investigativi (ispettori, agenti di P.S. ecc.) e amici di lunga data con cui condivide le sue ansie, i dubbi e le difficoltà nel portare avanti le indagini. Tra le figure di contorno troviamo l'immancabile Signor Questore che, chissà perché, deve essere sempre dipinto come un emerito pallone gonfiato. In questo sì, il collegamento a Montalbano è immediato. Ma nulla di più perché alla coppia Piazzi/Massobrio manca del tutto quella vena sarcastica e dissacrante della creatura di Andrea Camilleri. Fa quasi tenerezza vedere i personaggi del libro svolgere le loro attività delittuose e investigative in maniera vintage. L'ispettore insegue un sospetto in bicicletta, cerca disperatamente una cabina telefonica, riceve dal suo superiore la raccomandazione di portarsi sempre dietro una manciata di gettoni per comunicare con la centrale di polizia... Sapore di tempi andati, in cui l'intuito investigativo era la prima arma degli inquirenti piuttosto che le sofisticate indagini di super esperti in camice bianco e microscopio dei RIS, CSI & soci.
In definitiva, quello di Giulio Massobrio e del suo commissario di Alessandria è un esordio più che discreto, anche se non del tutto convincente e coinvolgente. Lo attendiamo con fiducia alla prossima prova che sicuramente non mancherà, perché l'impianto narrativo è di quelli ben predisposti a sostenere sviluppi notevoli. Ce lo auguriamo davvero.

lunedì 28 gennaio 2013

Libri. Diambarne de l'ostia...!

Non tutti i bastardi sono di Vienna
di Andrea Molesini

Questo romanzo di guerra è ambientato a Refrontolo, comune in provincia di Treviso, e per la precisione a Villa Spada (esiste davvero, accanto alla chiesa del paese), nei 12 mesi dell’invasione austro-tedesca del 1917-1918 seguenti alla disfatta di Caporetto. Uno dei periodi più bui della storia d'Italia, tanto che il termine è passato in uso nel vocabolario comune per indicare una disfatta sia morale che materiale. L'esercito italiano fu travolto dai reparti austro-ungarici rinforzati anche da truppe d'elite germaniche. I nostri soldati furono fatti a pezzi e il comandante in capo Generale Cadorna non trovò di meglio che accusarli di viltà di fronte al nemico. Fulgido esempio di scaricabarile e rifiuto delle responsabilità. Il Friuli e il Veneto fino alla linea del Piave furono invasi dalle forze nemiche e i territori occupati e saccheggiati come bottino di guerra. In questo romanzo di Andrea Molesini (Premio Campiello) si intrecciano orgoglio, patriottismo, odio, amore: passioni vere, naturali e antiche che si mescolano e si scontrano tra loro sotto il dominio di truppe nemiche. La vicenda, narrata in prima persona dal giovane Paolo, si svolge pressochè interamente a Villa Spada, dimora signorile di un paesino a pochi chilometri dal Piave, nei giorni compresi tra il novembre 1917 e l'ottobre 1918: siamo nell'area geografica e nell'arco temporale della disfatta di Caporetto e della conquista austriaca. Nella villa vivono dei signori del posto: il nonno Guglielmo Spada, il capofamiglia che però lascia gestire tutto a sua moglie "nonna" Nancy, colta e ardita; la zia Maria, che tiene in pugno l'andamento della casa; lo stesso Paolo, diciassettenne, orfano, nel pieno dei furori dell'età; la giovane Giulia, procace e un po' folle, con la sua chioma fiammeggiante. E si muove in faccende la servitù: la cuoca Teresa, dura come legno di bosso e di saggezza stagionata; la figlia stolta Loretta, e il gigantesco custode Renato, da poco venuto alla villa. La storia, che il giovane Paolo racconta, inizia con l'insediamento nella grande casa del comando militare nemico. La villa viene requisita per l'alloggio degli ufficiali e per farne il quartier generale. Il paese viene saccheggiato di senza pietà. Un crudo episodio di violenza su fanciulle contadine del villaggio accende il desiderio di rivalsa. Una reazione si impone per contrastare per quanto possibile l'occupazione degli invasori. I personaggi delineano in pieno la loro personalità di fronte alla situazione. Ma su tutto domina il senso di impotenza e di umiliazione nel vedere la propria casa occupata e oltraggiata. I signori e padroni della villa diventano ospiti in casa propria: a comandare sono gli invasori e non resta che adeguarsi, almeno in apparenza. Infatti la reazione patriottica e di rivalsa orgogliosa degli occupati c'è, dapprima segreta e strisciante, per poi uscire alla luce del sole ed è quella che poi porta all'epilogo tragico della vicenda. Un conflitto dove a comandare sono amore e odio, rispetto e vittoria. E resta un senso di impotenza e di oppressione di fronte alla forza delle armi che si arroga il diritto di vita e di morte.
Per chi come me vive in Veneto, l'ambientazione di questo romanzo aggiunge un pizzico di sale alla semplice narrazione, laddove si descrivono luoghi e circostanze. Tutti veri e reali. Le più grandi battaglie della Prima Guerra mondiale si sono svolte proprio in questa terra lasciando una scia di sangue terribile, testimoniata da monumenti eretti a ricordo di quelle vittime e di quegli eroi che persero la loro giovane vita per opporsi al nemico.
Vedi anche: http://volpe56.blogspot.it/2011/05/in-moto-pd-rovereto-valli-del-pasubio.html


File:Battle of Caporetto IT.svg
Mappa dello spiegamento di forze nella battaglia di Caporetto

venerdì 4 gennaio 2013

Libri. L'abito da sposo, uno shock

L'abito da sposo
di Pierre Lemaitre

Dopo il grande successo di Alex (2011), arriva in Italia L'abito da sposo di Pierre Lemaitre. Un libro in realtà uscito in Francia già nel 2009, dove ha registrato un buon successo e vinto anche un premio del settore poliziesco. Evidentemente il boom di Alex ha indotto l'editore a metter mano alla prduzione letteraria di Lemaitre per sfruttare l'onda travolgente del passaparola. Ma a chi ha amato a dismisura Alex poco interessa il quando e il come, perchè non perderà neppure un minuto nell'incominciare a leggere il libro.
 
Questo è l'incipit:
Quella mattina, come molte altre, si è svegliata in lacrime, con un groppo in gola, anche se non ha un motivo particolare per preoccuparsi. Nella sua vita le lacrime non hanno nulla di eccezionale: piange tutte le notti, da quando è pazza. Al mattino, se non sentisse le guance inondate, potrebbe persino pensare che le sue notti siano placide e il suo sonno profondo. Al risveglio, il viso bagnato di lacrime e la gola stretta sono delle semplici informazioni. Da quando? Dall’incidente di Vincent? Dalla sua morte? Dalla prima morte, molto tempo addietro?
Da questo momento in poi divorerete il libro, pagina dopo pagina, fino alla fine... Garantito!
 
Vabbè, mi sono fatto prendere un po' la mano, ma vi assicuro che davvero è difficile fermarsi una volta entrati nell'atmosfera perversa e agghiacciante che pervade tutto il racconto delle disgrazie che capitano alla povera Sophie. Non dirò altro sulla trama perchè tutto ciò che succede è come fosse  la carta di una mano di poker che va scoperta lentamente, un millimetro alla volta e senza precipitazione. Mi limiterò a dire che il primo capitolo si intitola "Sophie" e descrive i fatti così come si susseguono dal punto di vista della protagonista femminile. Il secondo capitolo invece è intitolato "Frantz" e i fatti sono gli stessi del precedente, ma con il punto di vista soggettivo del secondo protagonista. Il terzo e il quarto capitolo li scoprirete voi, per conto vostro...
 

sabato 29 dicembre 2012

Libri. Solar, uno stronzo geniale...

SOLAR
di Ian McEwan

La mia esperienza con Ian McEwan prima di ora si fermava ad uno splendido romanzo, Espiazione. Poi ho preso in mano questo Solar, penultimo della sua produzione, descritto come il più riuscito. Non condivido affatto (almeno avendo come unico punto di riferimento il citato Espiazione), perchè a dire tutta la verità, mi sono trascinato a forza per le quasi 350 pagine, sperando di arrivare presto alla fine. La storia narrata, anche in questo libro, si dipana nell'arco di parecchi anni e segue il protagonista con puntigliosa meticolosità, descrivendolo nelle sue sfaccettature di genio della fisica meritevole addirittura del Premio Nobel. Ma al di là della facciata ufficiale, l'uomo è tutt'altro che una persona da prendere ad esempio. Il professor Beard è paradossale, tanto grasso quanto antipatico, tanto inetto quanto fortunato, tanto approfittarore quanto codardo. Beard è è una schifezza di uomo quasi simbolico recettore di tutte le debolezze umane che portano a giudicare il prossimo come persona sgradevole da cui stare alla larga. Nell'addentrarsi nella vicenda si è, sì, spinti a prenderne le distanze, a deprecarlo, ad assumerlo come modello negativo, ma senza mai riuscire a spezzare le catene di una narrazione piatta e senza sussulti. Si verificano situazioni impreviste (mah...), colpi di scena (insomma...), ma nessuna di queste viene presentata con un sussulto narrativo che riesca a smuovere il lettore dal torpore della lettura.
Il romanzo si articola in tre fasi distinte della vita del laido professore: nel 2000, durante il fallimento del suo quinto matrimonio; nel 2005, quando scopre quasi sessantenne di essere in procinto di diventare padre per la prima (ed unica) volta; infine nel 2009, quando è sul punto di lanciarsi un'ambigua avventura ecologico-scientifica mirata a salvare il pianeta attraverso l'attuazione di progetto di energia alternativa basato sulla fotosintesi clorofilliana. In realtà il progetto è miseramente copiato da intuizioni di altri studiosi di cui l'insigne luminare si è appropriato indebitamente. Insomma un vero stronzo le cui malefatte non si fermano qui ma arrivano a ben di peggio. Ovviamente non è il caso di approfondire troppo i dettagli. Il finale della vicenda è repentino (si sviluppa in relativamente poche pagine) e non particolarmente sorprendente. Nel complesso anche troppo verboso lo sviluppo della vicenda con frequenti flash back, anche troppo particolareggiati, che finiscono con l'appesantire il tutto.
 
 

sabato 1 dicembre 2012

Libri. Il corpo umano, comunque dilaniato

Il corpo umano
di Paolo Giordano



Cinque anni fa esordiva con La solitudine dei numeri primi, conquistando immediatamente i favori del pubblico e della critica e aggiudicandosi il Premio Strega 2008. Paolo Giordano è tornato con il suo secondo lavoro, Il corpo umano, un romanzo ambientato tra i soldati impegnati in Afghanistan.
Si legge facilmente, lo scrivere è scorrevole, accattivante, diretto. In breve i personaggi diventano familiari e si imparano a conoscere.
Tutto bene dunque? No, non del tutto. Perchè questo libro, come il primo "dei numeri primi", che onestamente non si può non definire un bel libro, mi ha lasciato sostanzialmente freddino. Paolo Giordano non mi acchiappa, non mi entusiasma. Non è riuscito a coinvolgermi fino in fondo nonostante il tema scottante e struggente affrontato nel libro. Se vogliamo dirla in altro modo, nelle pause della lettura non sono riuscito a sentire nostalgia dei personaggi, come invece mi succede per altri autori. Per me è una efficace ed affidabile cartina tornasole nella valutazione di un libro.
Brevemente, la trama. I protagonisti sono militari, truppa, sottufficiali e ufficiali del contingente italiano inviato in zona di operazioni in una delle zone più pericolose al mondo: l'Afghanistan. Un miscuglio di varia umanità passata al frullatore della vita. Quella privata, con storie personali in parte lasciate in patria e in parte portate in zona di operazioni; quella tipicamente militaresca di soldati che vivono una fetta della loro vita in un campo militare in una terra sconosciuta, impegnati in una missione di pace con una popolazione in gran parte ostile. Missione di pace? Bella domanda. Una pace mascherata da guerra o, se volete, una guerra mascherata da pace. Più giusta la seconda, con un fulminante riferimento in un passo del libro alle caramelle distribuite dai soldati ai bambini, quasi fosse una sorta di spot pubblicitario per farsi benvolere dalla popolazione locale.
È un plotone di giovani ragazzi quello comandato dal maresciallo Antonio René. L’ultimo arrivato, il caporalmaggiore Roberto Ietri, ha appena vent’anni e si sente inesperto in tutto. Per lui, come per molti altri, la missione in Afghanistan è la prima grande prova della vita.
Al momento di partire, i protagonisti non sanno ancora che il luogo nel quale verranno destinati è uno dei più pericolosi di tutta l’area del conflitto: la Forward Operating Base (fob) Ice, nel distretto del Gulistan, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”, dove non c’è niente, soltanto polvere, dove la luce del giorno è così forte da provocare la congiuntivite e la notte non si possono accendere le luci per non attirare i colpi di mortaio.
Ad attenderli laggiù, c’è il tenente medico Alessandro Egitto. Finito il suo periodo di missione ha scelto di rimanere in Afghanistan, all’interno di quella precaria “bolla di sicurezza”, di sua volontà, per sfuggire a una situazione privata che considera più pericolosa della guerra combattuta con le armi da fuoco.
Quella dentro la fob è una vita che non conoscono, ma che imparano ad affrontare e a sopportare, tra difficoltà ambientali e malattie, tra colpi di artiglieria che fischiano all'improvviso e le amicizie da caserma, fatte spesso di soprusi e di contrasti tra commilitoni. Ma soprattutto hanno a che fare con la nostalgia e la mancanza di affetti e di riferimenti familiari. Cercano distrazioni di ogni tipo e si lasciano andare a pericolosi scherzi camerateschi che rasentano, se non lo sono del tutto, becere espressioni di nonnismo vecchio stampo. E poi arriva la notte quando, sdraiati sulle brande o collegati via web con casa, vengono sorpresi dai ricordi. Nel silenzio assoluto della natura e del nulla che li circonda, ma che è anche il silenzio della civiltà da cui provengono, riescono ad ascoltarsi dentro, a sentire la pulsazione del proprio cuore, l’attività incessante del corpo umano.
C'è anche tra loro chi si è lasciato alle spalle situazioni difficili o irrisolte. E la lontananza diventa anche occasione di riflessione, di pausa, di interruzione dei rapporti stringenti con cui avevano a che fare a casa. Che non è sempre una cosa deprecabile.
Ma poi succede quello che tutti segretamente temevano. La chiamata all'azione, quella vera, con le armi e le pallottole che fischiano. Con i pattugliamenti sul territorio e le bombe che uccidono. L’occasione in cui saranno costretti ad addentrarsi in territorio nemico sarà anche quella in cui ognuno, all’improvviso, dovrà fare i conti la propria coscienza e con ciò che ha lasciato in sospeso in Italia. E per molti sarà una missione senza ritorno. Il maresciallo René, il tenente Egitto, e gli altri sopravvissuti ne usciranno segnati per la vita, anche se il destino ha loro salvato la vita stessa.

Per essere l'Italia un paese che nella sua Costituzione ripudia la guerra, questo romanzo che parla invece proprio di guerra combattuta da soldati italiani suona in maniera straniante. Dirompente anzi, tale da mettere il lettore con le spalle al muro, qualora abbia cercato di non sapere e non vedere che c'è una guerra combattuta da soldati italiani in quell'angolo del mondo. Quanti sono i militari italiani caduti in Afghanistan dall'inizio della "missione di pace"? Ho perso il conto. Una trentina? Di più, probabilmente. Ormai i media ne parlano solo quando qualcuno salta su una mina. Questo è il primo libro, di cui ho conoscenza e che ho letto, che tratta di questo argomento. Onore al merito. Lo affronta da dentro, con gli occhi dei protagonisti. Non si limita a descrizioni esterne e superficiali. Paolo Giordano in Afghanistan c'è stato. Il libro è frutto di un viaggio che l'autore ha compiuto assieme ai militari italiani nel dicembre 2010, con l'idea iniziale di farne un reportage. Ma la visita alla fob “Ice”, un avamposto particolarmente isolato nel distretto del Gulistan, nel sud del paese, incontrando dei coetanei alla soglia dei trent’anni, ha fatto scattare in lui lo spunto e lo stimolo di scriverne in un romanzo che parla di corpi umani, comunque dilaniati dalla guerra o dalla vita.

venerdì 28 settembre 2012

Libri. Sotto l'ombrellone con Maigret

L'estate è tradizionalmente un buon periodo per dedicarsi alla lettura, vuoi perchè le giornate lunghe e calde invitano alla tranquillità all'ombra di un albero o al fresco dell'aria condizionata, vuoi perchè è semplicemente periodo di ferie e di vacanze e c'è più tempo per tutto ciò che si tralascia nel resto dell'anno. Per esempio la lettura. Per me è un po' diverso, dal momento che leggo abitualmente sia d'estate che d'inverno, ma è sicuro che durante il periodo estivo, volenti o nolenti, di tempo libero a disposizione ce n'è più del solito.
L'indimenticabile Gino Cervi
nei panni di Maigret
Era da tempo che l'idea mi frullava in testa. Quest'anno sotto l'ombrellone mi faccio una scorpacciata di Maigret. E l'ho fatto. La meta delle vacanze estive era il Salento, all'estremo sud della Puglia. Al momento di partire, invece di pormi la solita difficile domanda "quali libri mi porto in valigia?", il problema è stato presto risolto: Maigret!
Io sono un vecchio appassionato di Georges Simenon e in particolar modo del suo personaggio più famoso, il commissario della polizia giudiziaria di Parigi, Jules Maigret. Una passione cominciata quando ero ragazzo, negli anni 70, per merito della serie televisiva Rai che vedeva il grande e indimenticato Gino Cervi interpretare il commissario fino a diventarne l'alter ego indiscusso nell'immaginario dei lettori di Simenon. Un po' come succede ai giorni nostri per il commissario Montalbano e l'attore Luca Zingaretti. Un binomio indissolubile in entrambi i casi. Tra l'altro Maigret è stato in assoluto uno dei primi amori letterari, anche perchè, sempre in quei fatidici anni 70, prendevo in prestito i libri dalla biblioteca del patronato della parrocchia di S. Antonino all'Arcella (un quartiere di Padova). Quindi scegliere solo Maigret per le vacanze estive è stato quasi un tuffo nel passato e riscoprire un vecchio amico di cui ormai conosco quasi tutto. Dalla famiglia (la mitica signora Maigret) all'ufficio in Quai des Orfèvres a Parigi; dalla brasserie Dauphine, ai personaggi di contorno, ma non per questo sottovalutati da Simenon: gli ispettori Lucas, Torrence, Janvier e il giovane Lapointe; il giudice Comelieau; il dottor Moers, responsabile della parte scientifica ed autentica memoria storica della polizia; il dottor Paul, medico legale; i coniugi Pardon (il marito è tra l'altro il medico personale di Maigret) con i quali il commissario e sua moglie Louise scambiano periodiche cene rigorosamente casalinghe. In una delle poche volte che ho avuto occasione di passare qualche giorno a Parigi sono addirittura andato "in pellegrinaggio" a visitare i luoghi più spesso citati da Simenon per ambientare i suoi romanzi. Primo sito di devozione fra tutti il famosissimo 36, Quai des Orfèvres,  il quartier generale della polizia giudiziaria, quindi il luogo di lavoro di Maigret e della sua squadra. Devo dire che, di fronte a quel palazzone austero, una certa emozione l'ho provata...

Vabbè, per farla corta, nelle due settimane di ferie estive 2012 sotto l'ombrellone in Salento mi sono fatto una scorpacciata di Maigret. Ho letto Maigret e l'affittacamere (1951), La trappola di Maigret (1955), Maigret e il corpo senza testa (1955), L'impiccato di Saint-Pholien (1931) e Maigret e il signor Charles (1972). Le date di scrittura dei romanzi non sono indicate per caso. "Il signor Charles" è l'ultimo libro dedicato a Maigret scritto da Simenon, mentre "L'impiccato" risale al 1931 e non si tratta comunque del primo in assoluto, bensì uno dei primi (dal 1930 in poi). Più di quarant'anni di costruzione ed elaborazione del personaggio per 75 romanzi in totale. Una produzione monumentale che non so se abbia uguali in letteratura, per quantità e qualità. Penso di averne letti almeno un terzo e spesso mi succede di comprarne qualcuno che, una volta a casa, scopro di aver già letto, chissà, forse 10 o 20 anni fa... Facile capire perchè considero il commissario Maigret come un vecchio amico che non tradisce mai.
Il Maigret di Georges Simenon è stato un vero rivoluzionario nel mondo del poliziesco letterario. Una figura di investigatore assolutamente innovativo e per certi versi distruttivo di precedenti modelli consolidati. Mi riferisco alle figure di poliziotti e investigatori assolutamente perfettini, intelligentissimi e correttissimi. Il modello all'inglese tipo Sherlok Holmes (Conan Doyle) o Hercule Poirot (Agatha Christie). Maigret no. Lui è molto latino, molto sanguigno. Non disdegna un buon bicchiere di bianco o una birra fresca, vive in simbiosi con la sua pipa, non disdegna neanche trucchi e trucchetti, trappole e tranelli pur di arrivare all'obiettivo: acciuffare i colpevoli. Non c'è nulla di eroico nel suo lavoro, c'è invece costanza, metodo e umanità. Non vedrete mai Maigret con la lente di ingrandimento in mano in stile british, molto più facile vederlo imbufalito perchè non riesce a venire a capo di un caso difficile. Maigret non formula mai ipotesi premature, anzi esita e temporeggia sempre se c'è da ammanettare qualche indiziato solo per zittire i capi o i giornali. Il rispetto delle persone, anche se criminali, non lo abbandona mai. Simenon costruisce dunque il suo Maigret come un uomo alla ricerca di motivazioni altrettanto umane che portano al delitto, più che un sofisticato investigatore alla perenne ricerca di sottili indizi materiali. La tecnica scientifica (per quanto agli albori in quegli anni) non viene innalzata ad icona da venerare, perchè rimane sempre e solo uno strumento tecnico al servizio della capacità di analisi, alla deduzione, alla riflessione dell'uomo-Maigret. Ed è questa umanità la sua grandezza.



venerdì 21 settembre 2012

Libri. Maledetto Jo Nesbo...


LO SPETTRO
di Jo Nesbo


Maledetto Jo Nesbo. Succede spesso che gli scrittori partano col botto al loro primo libro per poi calare vistosamente con i successivi. Lui, no. Nesbo fa il contrario: gli ultimi sono migliori dei primi. Questo suo ultimo è decisamente migliore dei precedenti, che pure mi hanno affascinato e coinvolto. Maledetto Jo Nesbo, proprio adesso che sembrava fatta, Harry Hole praticamente affrancato dalla sua dipendenza alcoolica, il rapporto con Rakel riallacciato, il caso risolto, un futuro ricostruito... No, niente. Botto finale e colpo di scena (che non svelerò neanche sotto tortura).
Veramente notevole tutta l'ambientazione, la costruzione dell'intreccio e dei personaggi. Tutti elementi che riescono pienamente a descrivere il dramma di Gusto, di Oleg, di Harry stesso. Ci sono meno sbirri del solito in questo episodio, ma molta più drammaticità e sofferenza, perchè l'indagine non riguarda un caso qualsiasi, ma è incentrata sul figlioccio di Harry, Oleg, figlio della bella Rakel, sua fiamma di sempre. Harry ci mette il cuore e l'anima, oltre che tutta la sua esperienza e il suo fiuto investigativo. E alla fine....
Basta non dico altro, maleddetto Jo Nesbo.

P.S.: ho letto due o tre volte il finale per capacitarmi di averlo ben compreso. Sono rimasto basito...

mercoledì 15 agosto 2012

Libri. Il senso di una fine, un piccolo grande libro

Il senso di una fine
di Julian Barnes


Ho scoperto assolutamente per caso Julian Barnes. Mai sentito nominare e mai letto nulla di suo. Eppure scopro che è un apprezzatissimo scrittore inglese e che con questo suo ultimo libro ha vinto il Booker prize, il più prestigioso dei premi letterari inglesi. Il che mi ha fatto immediatamente concludere quanto sconfinato sia il panorama letterario. Il caso può farci scoprire ottimi scrittori che ci sono sfuggiti e di cui non immaginavamo neppure l'esistenza, per quanto appassionati o informati o aggiornati riteniamo (presuntuosamente) di essere.
Questo piccolo libro (circa 150 pagine) è in realtà un grande libro. Se dovessimo dare un peso e una dimensione esteriore, potremmo dire che di pagine ne vale almeno il triplo, se non di più. Per la serie "un tanto al chilo", come spesso succede, non è la dimensione di un libro a dettarne la bellezza e l'intensità. Infiniti sono gli spunti di riflessione che Barnes suscita nei suoi lettori. Non c'è paragrafo o pagina che non meriti un approfondimento e una rilettura o una sottolineatura per meglio assimilare i concetti espressi così profondamente e mirabilmente. Tuttavia Il senso di una fine è un libro che è riuscito ad irritarmi, non per la sua scrittura (impeccabile), quanto per i personaggi che lo animano. Soprattutto nella prima parte, quando vi è la presentazione della fase giovanile, dell'amicizia di formazione e della nascita delle relazioni che nel prosieguo porteranno la vicenda al cuore della narrazione. L'ambiente è quello della buona middle class inglese, tutta formalismi, espressioni linguistiche ricercate ed elaborate, buone scuole e ottime letture. Le espressioni sono esattamente quelle che ci aspetteremmo di sentire intorno ad un tavolino da the, o affondati nelle accoglienti poltrone di pelle scura di un club esclusivo dove tutti si chiamano tra loro "vecchio mio...", sorseggiando un buon brandy di annata. Irritante, per i miei gusti. Specie perchè i protagonisti sono ragazzotti preuniversitari che sembrano scimmiottare il linguaggio e gli atteggiamenti degli adulti. Ma conosco poco o per niente il mondo british per essere certo che le mie sensazioni siano veritiere. Sono abituato e incline a pensare a dei ragazzi adolscenti in età liceale, parlare e comportarsi in maniera ben diversa. Più plebea, magari, ma più semplice, spontanea e immediata. Va bene che la vicenda iniziale si svolge negli anni '60 (altri tempi), ma ciononostante mi suona male, fino all'irritazione.
Invece tutto ha un senso nella seconda (e ultima) parte del libro quando il protagonista - al tempo presente- finisce il racconto preliminare degli anni giovanili e passa alla situazione contemporanea in tempo reale. Ed è un bagno di umiltà infinito; une vero bagno di sangue. Per la supponenza giovanile, per l'idea di primeggiare come obiettivo e stile di vita, per la pomposa superficialità dei rapporti umani rivisti con gli occhi del sessantenne. I quattro amici liceali di un tempo sono ormai anziani canuti o calvi e si sono persi di vista. Uno di loro, il più intelligente, il più brillante, il più carismatico, addirittura non c'è più. E' morto suicida ancor giovane. Nessuna sa bene il motivo di questo suo gesto, se non quanto si deduce da una lettera di spiegazioni molto dotte e filosofeggianti che in realtà non spiegano granchè e non hanno mai convinto del tutto nessuno.
Ma del vecchio amico, del resto della compagnia, della vecchia fiamma dell'epoca il nostro protagonista narrante non avrebbe probabilmente memoria alcuna se non fosse che riceve inaspettatamente in eredità il lascito di una piccola somma di denaro e un diario. Il lascito è della mamma della sua fidanzata di un tempo, mentre il diario è quello scritto dall'amico morto suicida.
Da qui, dalla ricerca dei motivi del lascito e il significato che possono assumere a distanza di oltre quarant'anni, nasce una ricerca interiore nel ripercorre i ricordi del tempo passato con gli occhi del sessantenne ormai disilluso, provato e per niente entusiasta della sua vita vissuta. Tutta l'alterigia giovanile, fatta di studi brillanti, di riflessioni filosoficamente tautologiche, di citazioni dotte, di ambizioni e di sogni, finiscono nel tritacarne del tempo che passa. Impietosamente. Come altrettanto impietosamente riemerge la figura della vecchia fidanzata depositaria del diario ricevuto in eredità, che ha a sua volta una sua storia drammatica che si intreccia a doppio filo con il protagonista. Ed è proprio la ricerca di questo comune filo conduttore che ci porta alla conclusione del libro e della vicenda.
Il senso di una fine è un gran bel libro. Non fatevelo sfuggire.

Libri. Profumo di donne a Bellano

Galeotto fu il collier
di Andrea Vitali



Ennesimo capitolo della saga di Bellano. Più brillante e piccante del solito, però. Questa volta l'attenzione di Vitali si concentra sulle belle donne che fanno perdere la testa ai compassati (ma mica tanto) paesani di Bellano. Olghina, Anita, Helga; tutte bellissime donne, maritate e non, su cui tutti farebbero ben più di un pensierino. La più provocante di tutte però è Helga, la "svizzerotta" in vacanza sul lago, disinibita e incline ad incentivare senza freni i rapporti umani con l'altro sesso. E finisce che qualcuno ci lascia le penne, gli viene voglia di piantare tutto e scappare in Svizzera con la bella tettona e fare la bella vita. A complicare le cose (o a facilitarle, dipende...) arrivano una montagna di antiche e preziose monete d'oro che possono cambiare la vita di chiunque e permettere la realizzazione dei lubrici sogni nel cassetto. Ma incombono minacciosi la funerea figura di un agente dell'Ovra fascista in missione quasi segreta (siamo in pieno ventennio), il potere strisciante ma solidissimo di un barone della medicina che esercita la professione nell'ospedale locale e tutta la sua influenza paramassonica per realizzare i suoi progetti personali; e poi l’Os de Mort, di professione «assistente contrario», cuochi dalla purga facile e contrabbandieri di lago, l’astuto prevosto e l’azzimato avvocato novello Azzeccagarbugli... Immancabili, a vigilare e indagare, i regi carabinieri guidati dal maresciallo Maccadò. Insomma gli ingredienti ci sono tutti e il risultato è una storia divertente come non mai e resa un pizzico più intrigante dal fascino malizioso dei personaggi femminili.
Da consigliare per una lettura rilassante, ma mai banale, per sorridere bonariamente di vizi e virtù, per ripercorrere un pezzo della nostra storia italica e scoprire (o riscoprire) il gusto di un' Italia che non c'è più, persa nel tempo passato.

domenica 22 luglio 2012

Libri. L'uomo di neve vs Harry Hole

L'UOMO DI NEVE
di Jo Nesbo



Bello, avvincente, ben scritto, protagonista e personaggi ormai familiari cui ci si affeziona come vecchi amici. Della serie "che peccato averlo finito"! Suggersico di leggerlo prima de "Il Leopardo" mantenendo l'ordine di scrittura, perchè contiene richiami utili anche se non indispensabili ai racconti precedenti.
La vicenda qui narrata è quella della caccia ad un serial killer, cosa insolita per la Norvegia, non abituata a delitti del genere, che usa fare un pupazzo di neve sul luogo del delitto. Particolare che in un paese freddo e innevato per parecchi mesi all'anno come quelli scandinavi passa inosservato. Una specie di annuncio della sua azione, ma anche una sfida agli investigatori. La polizia è lontana mille miglia dal subdorare di avere a che fare con un assassino seriale, finchè non entra in scena Harry Hole che intuisce subito che quegli omicidi hanno una storia lunga e sanguinosa. Infatti le indagini lo porteranno a scavare in avvenimenti vecchi di decenni.Un dipanarsi appassionante che porta all'epilogo finale che costerà molto a livello personale ai protagonisti della storia.

Ho letto questo libro di Jo Nesbo subito prima di Una lama di luce di Camilleri, anche se qui sul blog l'ordine di trattazione è invertito. E' stato quasi naturale mettere a confronto i due personaggi principali, Harry Hole e Salvo Montalbano. Un norvegese e un siciliano... quanto di più distante si possa immaginare. E invece hanno qualcosa che li accomuna. Prima di tutto l'ostinato accanimento che ci mettono nel perseguire i criminali che capitano sulla loro strada. Entrambi non amano apparire, quanto piuttosto lavorare nell'ombra. Ma, se serve ai fini dell'indagine, sono anche pronti a usare i mezzi di comunicazione, specie televisivi, per provocare qualche reazione negli indagati. Sia Hole che Montalbano sono contornati da una serie di collaboratori di cui si fidano ciecamente, mentre devono spesso fronteggiare la burocratica insipienza dei superiori gerarchici. I due commissari hanno vite sentimentali alquanto difficili, con relazioni in bilico quanto mai instabili e precarie; hanno un debole per i peccati di gola: Hole è un devoto dell'alcol fino ad esserne dipendente, mentre Montalbano si ingozza di pesce ogni volta che può. Certo un nordico scandivano e un mediterraneo siciliano hanno comunque un DNA diverso, per quanto possano avere segni comuni e il confronto alla ricerca di comunanze potrebbe probabilmente continuare scendendo più nel particolare. Lascio a voi il piacere di scoprirne degli altri, se ne avrete voglia.

Prossimo libro di Jo Nesbo già sul comodino: Lo Spettro (uscito in questi giorni). Nel frattempo però mi libererò la mente da assassini e omicidi prendendomi una pausa rilassante con Andrea Vitali, sempre affidabile con la sua lacustre Bellano degli anni '30.

Per comodità, ecco la bibliografia dei libri di Jo Nesbo editi in Italia (anno di pubblicazione originale/titolo originale/anno di pubblicazione in Italia):
  1. 2000 - Il pettirosso (Rødstrupe / The Redbreast), (2007)
  2. 2002 - Nemesi (Sorgenfri / Nemesis)  (2008)
  3. 2003 - La stella del diavolo (Marekors / The Devil's Star),  (2009)
  4. 2005 - La ragazza senza volto (Frelseren / The Redeemer), (2010)
  5. 2007 - L'uomo di neve (Snømannen / The Snowman), (2010)
  6. 2009 - Il leopardo (Panserhjerte / The Leopard), (2011)
  7. 2011 - Lo spettro (Gjenferd / Phantom), (2012)

venerdì 20 luglio 2012

Libri. Il Maestro Camilleri colpisce ancora

Una lama di luce
di Andrea Camilleri


Ho girato l'ultima pagina del libro con un certo nodo alla gola. Montalbano normalmente non è tipo da suscitare una tale emotività nel leggere le sue avventure. Non questa volta, non in questo ultimo libro di Andrea Camilleri. Il finale è una sciabolata che va diritta al cuore e fa anche piuttosto male. Bisogna però essere fedeli lettori del commissario di Vigata, perchè altrimenti mancherebbero i collegamenti narrativi con i precedenti racconti e i personaggi delle storie che ormai fanno parte consolidata della vicenda. Uno in particolare, Il ladro di merendine (1996). Ma non posso dire di più per ovvi motivi.

Questo episodio si articola su almeno quattro piani narrativi paralleli. Una vicenda di traffico d'armi e di immigrati nordafricani, una rapina con stupro dai dettagli poco convincenti, un innamoramento improvviso e lacerante di Montalbano, una compravendita di quadri di grande valore; sullo sfondo, come negli ultimi racconti, il vecchio e ormai frusto rapporto di Montalbano con Livia, che sembra giunto ad un punto morto anche in virtù della prepotente comparsa della nuova fiamma Marian. Molta carne al fuoco, dunque. Troppa? No, assolutamente. E' la maestria indiscussa di Camilleri che riesce a tenere ogni cosa al suo posto e a legarle insieme.
La mitica verandina di Montalbano
della serie televisiva
(Punta Secca – Ragusa)
Tra le righe della trama poliziesca emerge prepotente il disagio interiore di Montalbano, per la sua precaria situazione sentimentale e l'avanzare impietoso dell'età (Montalbano 1 e Montalbano 2 sono stati accantonati), e per un sogno inquietante che lo ha sconvolto non poco e che sembra presagire qualcosa di negativo nell'aria, come il volteggiare di un avvoltoio su un cadavere. Un disagio avvertito a mille chilometri di distanza anche da Livia, ma senza che appaia un collegamento apparente tra loro.

Una lama di luce conquista di diritto il titolo di uno dei migliori libri usciti dalla fantastica vena letteraria del Maestro. Una volta iniziato sarà difficile smettere prima della fine.

lunedì 2 luglio 2012

Libri. Strepitoso Jo Nesbo

Il leopardo
di Jo Nesbo

Sono al secondo libro di Jo Nesbo dopo "Il pettirosso".E non vedo l'ora di incominciare il prossimo. Consiglio chi vorrà cimentarsi con questo bravissimo scrittore scandinavo di seguire l'ordine di uscita dei libri, perchè pur essendo autonomi come struttura delle vicende, sono strettamente connessi tra loro per la comprensione del personaggio Harry Hole e la sua evoluzione nel corso degli anni. Sicuramente prima de "Il leopardo" sarà bene leggere "L'uomo di neve" che viene più volte citato per fatti e personaggi. Tuttavia Il leopardo si legge con grande piacere e passione per la scorrevolezza della scrittura e l'intreccio della trama noir.
Harry Hole è un uomo allo sbando. Rotto nell'anima e nel corpo, dopo anni di indagini nella squadra anticrimine della polizia norvegese come commissario investigativo. Dopo la sua ultima indagine ha tirato i remi in barca ed ha fatto perdere le sue tracce. In realtà si trova a Hong Kong dove fa una vita da emarginato tra ippodromi e fumerie di oppio. Non senza abbandonare la bottiglia di whisky che è ormai sua compagna di vita. Ed è qui che lo rintraccia Kaja Solness, una sua collega che ha il compito (ingrato) di riportarlo in Norvegia. C'è bisogno di lui e della sua esperienza di sbirro implacabile. Ci sono delle vittime che aspettano giustizia. Una giustizia che chi dirige attualmente le indagini non sembra essere in grado di garantire anche per la commistione pesante e ingombrantre con la politica e una smodata voglia di carriera. Delitti efferati, morti atroci, intrecci internazionali, retroscena che affondano le proprie radici nel passato porteranno Hole  dalla fredda Norvegia a indagare nel bollente Congo (e non solo per caratteristiche climatiche). Harry, pur con questo peso da portarsi sulle spalle, ancorchè complicato dalla malattia di suo padre ormai giunto allo stadio terminale e dal cuore spezzato per la lontananza della vecchia fiamma Rakel, riesce a stringere i denti e a fronteggiare tutte le situazioni. Ma a un caro prezzo che pagherà in prima persona. Harry Hole mi piace, forse perchè somaticamente mi assomiglia un po', grande e grosso com'è; un metro e novantatre di altezza e cento "e passa" chili. Se è vero che il lettore è portato naturalmente ad immedesimarsi in un personaggio del libro che sta leggendo, nel mio caso è proprio lui.
Tutto questo e molto di più è "Il leopardo". Un gran bel libro che non è solo un poliziesco coi fiocchi, è anche un cupo viaggio dentro i personaggi che lo popolano, mai banale, mai scontato. Quasi 800 pagine da cui sarà difficile staccarsi fino alla fine.