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martedì 5 novembre 2013

Ivano Ponchia, l'eterno bambino

Questa notte è morto un amico. Un rugbysta con un illustre passato. Nazionale azzurro degli anni '50, ex giocatore del Petrarca Padova. Un personaggio a tutto tondo che lascia un grande vuoto, al di là di ogni retorica. Aveva 82 anni e forse non più molta voglia o forza di vivere, dovendo quotidianamente subire le ingiurie dell'età e della salute che lo stava giorno dopo giorno lasciando. Nell'ambiente rugbystico si usa una metafora per descrivere il grande passo dalla vita alla morte. "Ha passato la palla", si dice. Chissà, forse per pudore, forse per timore di chiamare le cose col loro nome.


Ivano con il "cap", il cappellino riservato
a chi ha vestito la maglia della nazionale di rugby
Questa notte Ivano Ponchia ha passato l'ultima palla e ci ha lasciati. Gli esiti di una banale caduta in casa gli sono stati fatali, pur se da tempo la salute di Ivano era piuttosto precaria. Una ferita non solo per l’ambiente petrarchino, ma per tutto il rugby italiano. Ivano infatti è stato il primo giocatore azzurro a segnare una meta a Twickenham, il tempio del rugby inglese. Eravamo negli anni '50. Tutti noi rugbysti delle generazioni seguenti in qualche modo gli siamo debitori.


Ivano era una persona che non passava inosservata. Voglio qui rendergli omaggio con alcuni brevi ricordi. Ivano era un’icona vivente di come si possa conservare un animo gioioso da bambino pur portando  –a volte con fatica– il peso dei capelli bianchi e degli acciacchi dell'età avanzata. A dispetto degli anni, Ivano ha sempre mantenuto un cuore leggero e aperto alla gioia di vivere, al divertimento, alla battuta, allo scherzo. Mi ricordo, molti anni fa,  la mia prima partecipazione ad una Cena di Natale dei Petrarchi (gli Old ex petrarchini), quando ad un certo punto fece il suo ingresso in sala un Babbo Natale di rosso vestito, sgargiante nel contrasto dell’abito con la barba canuta. E dietro la barba due occhi sorridenti. Quelli di Ivano, che distribuiva caramelle a manciate, panettoni e pandori, penne e calendari. Gadget natalizi, nulla di più. Con semplicità, con malcelato divertimento personale nel rendersi bambino agli occhi di tutti. C'era una luce di fierezza in quel Babbo Natale. Questo è stato Ivano per me in questi anni e sempre rimarrà così: due occhi sorridenti dentro un costume rosso fuoco da Babbo Natale.

Mi piace ricordarlo con un brano che di Ivano dice tutto, al punto che sembra scritta per lui, uomo amato e rugbysta apprezzato.


Ivano in versione natalizia
 Da grande voglio fare il bambino,
per conservare una parte che lasci sempre spazio all'entusiasmo,
che non lo perda mai,
per continuare a pungermi con le rose
senza mai la paura di toccarle.

 Alla felicità ci si arriva navigando fra le nuvole
ma senza sottovalutare la forza delle braccia,
la forza del desiderio.
Ci vuole allenamento.

dal libro "La luna blu. Il percorso inverso dei sogni" di Massimo Bisotti 

lunedì 16 aprile 2012

Il vecchietto incazzato... (sbraito, ergo sum)

Domenica mattina, presto. Pioviggina, la giornata non promette  nulla di buono, per essere primavera inoltrata. Sono circa le 7, per strada non c'è un'anima viva. Porto giù Jack, il mio cane, per la solita doverosa passeggiatina. Anche lui come gli umani ha le sue necessità fisiologiche da espletare.
Ecco che, dopo una curva a gomito, mentre mi dirigo verso un campetto particolarmente gradito a Jack, incrocio un signore parecchio anziano, magro come la fame e curvo sotto il peso degli anni. Mai visto nè conosciuto. Quando giunge alla mia altezza gli faccio un cenno di saluto. Per consuetudine non scritta a volte si usa, per gentilezza e per rispetto alla differenza di età. Come non aspettasse altro, mi dice tutto d'un fiato in dialetto stretto: con queo ch'i ga' speso par 'l carteo i gavaria poduto rifar el marsapie! Ma i xe' tuti ladri, i se gavara' ciavà anca quei schei! (Con quello che hanno speso per il cartello avrebbero potuto rifare il marciapiedi! Ma sono tutti ladri, si saranno fregati anche quei soldi!). El ga rason, sior. Porta pasiensa (Ha ragione, porti pazienza), gli rispondo al volo pur non capendo che volesse dire. Passo avanti, ma dopo la curva a gomito è tutto chiaro. C'è un cartello fissato al palo del divieto di sosta che recita "Attenzione, marciapiede dissestato". Poco più avanti per una ventina di metri il fondo è effettivamente sconnesso e ci si potrebbe inciampare, specie al buio.

Ma guarda un po', ...el veceto. Il vecchietto stava chiaramente esercitando la sua voglia irrefrenabile di essere incazzato verso le istituzioni. In questo caso il Comune. Peccato che l'obiezione fosse proprio infelice. Il cartello di semplice cartone plasticato sarà costato forse un euro o anche meno. La rimessa in sesto del tratto di marciapiede, come niente può costare anche 1-2000 euro e quindi si tratta di una spesa da pianificare in qualche modo. Per cui l'equivalenza invocata rabbiosamente "spesa del cartello=lavori di ripristino=ladri" proprio non stava in piedi. Anche perchè fino all'altro ieri il cartello non c'era.  Ma l'evidenza e il buon senso non bastavano comunque ad evitare le invettive di ladrocinio a carico dell'amministrazione comunale. Già, perchè ormai in Italia l'esasperazione dei cittadini, della gente comune, è arrivata ad un punto tale che qualunque occasione o pretesto va bene per incazzarsi e dare dei ladri a chi amministra la cosa pubblica. Anche a sproposito. Anche quando quel cartello stava ad evidenziare senz'altro attenzione e non sottovalutazione del problema. O che magari i lavori di sistemazione del marciapiedi erano programmati e imminenti. No. L'occasione era comunque da cogliere per esternare la propria incazzatura con qualcuno. Anche se quel qualcuno non era il presunto responsabile, ma un perfetto sconosciuto come il sottoscritto.
Sbraito, ergo sum (Cartesio mi perdoni per l'irriverente citazione). O tempora o mores, a che punto siamo arrivati in Italia.

giovedì 29 marzo 2012

Le polpe di Gessica

Il suo nome è Gessica o forse Jessica. Chissà. Ma sarebbe indelicato chiederglielo. E' la ragazza che serve al bar dove adesso vado a mangiare un boccone in pausa pranzo. Dieci minuti a piedi dall'ufficio, tra i capannoni industriali, poche anime in giro, non un filo d'ombra. Con l'estate che si avvicina a grandi passi sarà un problema di qui a poco riuscire a non cucinarsi il cervello lungo il tragitto. Non c'è scelta, è l'unico bar della zona. Prendere o lasciare. 
Un bar al femminile. La titolare è Simonetta, una ragazzetta piccola e magretta, caruccia, con lo sguardo scaltro e volitivo. Mai vista fermarsi un attimo, sempre in movimento al banco, alla macchina del caffè o in cucina. E' brava a far da mangiare. Ha fatto l'alberghiero e da settembre ha rilevato il bar, con tante speranze e tanta buona volontà di riuscire. A darle una mano al banco e tra i tavoli c'è lei, la Gessica (o Jessica?). Un tipo completamente diverso da Simonetta. Morbida nell'aspetto, dalle "polpe" morbide e bianche. Curve in abbondanza, qualche taglia di troppo che la relega fuori dagli standard estetici rigidissimi di veline e miss d'ogni tipo. Lungi da me voler essere volgare, allusivo o insolente. Lei è proprio così: morbidosa. Un tipo che farebbe invaghire Federico Fellini. Sembra uscita da uno dei suoi film in bianco e nero, con un decoltè debordante e ammaliante, con i tanti Mastroianni di paese a farle la corte.
Un disegno di Federico Fellini
 Ma qui non siamo in Romagna, siamo nel profondo nord veneto, nell'alta padovana. Dove da un lato della statale ci sono enormi capannoni industriali di piccole e medie imprese che sono l'oro del nord industriale e dall'altro campagne a perdita d'occhio. Industriali e agricoltori. Qui c'è ricchezza ovunque si butti l'occhio. Lo si vede dalle case, vecchi edifici rurali ristrutturati e trasformati in splendide villazze con il trattore nel garage a condividere lo spazio con splendide Mercedes e Bmw da oltre 50-60 mila euro. E ovunque regna e ristagna un forte e caldo sentore di campagna (= concime animale..., letame insomma). E' il fascino della provincia, bellezza!

La Gessica, per quanto svolga un lavoro modesto, ci tiene all'etichetta e alla forma. Indossa sempre magliette t-shirts nere (smagranti) con sapienti e polpose scollature. Niente di che, ma molto compita e compresa nel suo ruolo. Elenca il menù  con meticolosità e chiarezza, taccuino in mano. Offre sempre con discrezione i piatti del giorno a seconda delle direttive del boss in cucina. Usa il dialetto schietto e veloce di queste parti con i paesani, mentre riserva l'italiano di buona maniera per gli altri. Tra questi "altri" ci sono anch'io, che sono il nuovo arrivato in zona. Inoltre arrivo dalla città, non mi esprimo in dialetto, do del "lei" a tutti. Anche a Simonetta e Gessica (o Jessica), sebbene abbiano l'età delle mie figlie e io invece ho i capelli molto molto grigi... E Gessica ricambia, cercando di esprimersi in buon italiano. E' evidente che ha fatto delle discrete scuole, perchè usa bene i congiuntivi e sceglie con cura i termini. Un po' troppo formale e costruita, forse, ma è evidente l'intenzione di mostrarsi molto professionale. Salvo quando le scappa qualche vocabolo dialettale per disattenzione. Allora sono guai. C'è da mettersi a ridere a crepapelle, perchè gli esiti degli scivoloni lessicali sono meglio delle barzellette. Lo dico senza malizia alcuna. E' divertente sentirli, niente di più.

La tabaccaia, di Fellini
Ecco quello di ieri. Avevo ordinato una mezza minerale fresca, perchè ormai la primavera è esplosa e ci sono oltre 20° a ora di pranzo. Non avendone in temperatura da frigo, Gessica si è offerta di darmi del ghiaccio. Il quale però a metà del pasto si era già sciolto. Con molta efficienza e cortesia Gessica se n'è accorta e prontamente mi ha chiesto, indicando il bicchiere vuoto, "Signor Angelo vuole che glielo impienisca ancora"?  Azzeccato l'uso del congiuntivo, ma quel verbo dialettale italianizzato mi ha fatto venire i sudori per gli sforzi di non ridere a crepapelle. In dialetto la frase sarebbe stata così: Sior Angeo voeo che gheo impienissa de novo el bicere? Per i non veneti: impienire = riempire. Al suono di quell' impienisca le polpe della scollatura hanno leggermente tremato scosse da tanta efficienza professionale. E io, sforzandomi di guardarla assolutamente negli occhi: "Grassie Gessica,  ancora un po' di ghiaccio ci vorrebbe proprio", distogliendo signorilmente lo sguardo dalle sue candide polpe che occhieggiavano dalla scollatura. Che diamine.

mercoledì 16 novembre 2011

"El gateo dea Morena, poareto!"

Ieri pomeriggio, verso l'imbrunire. All'orizzonte sul profilo frastagliato dei Colli Euganei splendevano i riflessi rossastri del sole al tramonto. Un'atmosfera magica. Colori accesissimi e intensi da rimpiangere di non avere con sè la macchina fotografica. Come se non bastasse, a rendere la prospettiva ancora più accattivante, una leggera bruma che sfumava i contorni dando al tutto un effetto flou naturale. Impalpabile, morbido e soffice. Uno di quegli spettacoli della natura che ti mettono in pace col mondo.

Procedo su una provinciale di campagna poco trafficata quando in mezzo alla strada scorgo una macchia scura. Quasi uno straccio buttato là. Magari, chissà, una sciarpa o dei guanti sfuggiti a qualcuno di passaggio. Mi avvicino sempre di più e mi accorgo che non si tratta di una vecchia sciarpa, ma di un gatto. Lo evito e mi fermo a lato. Mi avvicino, è un piccolo gattino a prima vista di pochi mesi. E' riverso sull'asfalto, appoggiato su un fianco. Le zampe di dietro immobili e inerti, mentre con quelle anteriori cerca di spostarsi da lì portandosi dietro un fardello che immagino dolorosissimo. Evidentemente deve essere stato travolto da una macchina o da un altro mezzo. Che non lo ha schiacciato e ucciso sul colpo, ma lo ha preso di striscio, magari cercando di evitarlo, probabilmente fratturandogli il bacino.
Deve essere successo da pochissimo. Nell'arco di questi pochi minuti il micino ha raggiunto il ciglio della strada, sull'erba verso il fosso. Proprio lì accanto c'è una casa di contadini, con il cortile, gli attrezzi agricoli, il trattore. Entro per vedere se c'è qualcuno. Magari il micino è loro, magari gli possono dare aiuto. Magari nelle vicinanze c'è un veterinario. In campagna è facile che i contadini abbiano frequenti rapporti con un veterinario. Vuoi che non ce ne sia uno nei paraggi?
Vado dentro, suono al campanello, aspetto che esca qualcuno. Dopo qualche istante si affaccia sull'uscio una signora piuttosto anziana, capelli bianchi. Faccia rubizza e incartapecorita di chi ha passato una vita al sole e all'aria aperta tutto il giorno. Spiego perchè sono lì, dico che c'è un gattino sulla strada che ha bisogno di cure. "Ah madona, el gateo de a me nevoda!" dice la vecchietta. Il gattino di mia nipote... Si fa indicare dov'è il micino, anche se il miagolio si sente da lontano nella semioscurità indicando la direzione da prendere. Nel frattempo sta calando una nebbia pesante e fredda. Densa e scura, da tagliare con il coltello. E' la prima nebbia della stagione e contrasta in maniera assurda con lo splendore del tramonto di pochi minuti prima. Lo stesso contrasto stridente del miagolio disperato del micino col silenzio assoluto e quasi pauroso della campagna. "El gateo dea Morena, poareto!", dice subito la nonna (il gattino di Morena, poverino). Morena dev'essere la nipotina.
Rientriamo in casa per prendere qualcosa per trasportare il gattino senza fargli troppo male tenendolo il più immobile possibile. Cerca e ricerca, la nonnina tira fuori un vassoio da caffè. Quelli belli di peltro che si usano per servire le tazzine di caffè o di the agli ospiti di riguardo. Lo useremo come una barella. Nel frattempo telefona a qualcuno e capisco che si tratta di un veterinario. Sarà quello che fa nascere i vitelli in stalla, andrà bene anche per un gattino. Torniamo fuori. Il silenzio è totale. Non si sente più il micino miagolare. Un silenzio che sa di morte. Ci avviciniamo al ciglio della strada. Lui è ancora lì, sull'erba, immerso nella nebbia. Ma non si muove più. Non si lamenta più. E' immobile del tutto adagiato su un fianco, ha finito di soffrire. Povero micino. Pochi mesi, neanche ha fatto in tempo a vedere cosa ci fosse oltre il fosso al di là della strada, che odori strani, che mondo misterioso..., che la sua vita era già finita. La vecchietta piange, non so se per il gattino oper come ci resterà male la sua nipotina Morena. Io saluto e me ne vado, non voglio mettermi a tirar su col naso anch'io....

Addio, piccolo gateo dea Morena, poareto.
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venerdì 4 febbraio 2011

Alberto Burdese

Il professor Alberto Burdese era ordinario di Istituzioni di diritto romano presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Padova; è scomparso ieri all'età di 84 anni. Come ogni essere umano, alla fine anche lui se n'è andato. Pace all'anima sua.  E' stato bravo ad arrivare alla venerabile età di 84 anni, perchè con tutte le maledizioni che i suoi studenti gli hanno indirizzato in decenni di carriera professorale, l'irreparabile sarebbe potuto accadere molto ma molto prima. Ne parlo perchè il prof. Burdese è una di quelle persone che lasciano un segno indelebile di sè nell'animo e nella memoria degli studenti. Come la professoressa di matematica delle medie o quella di latino del liceo. Come gli esami di maturità. Insomma uno che se ci finisci sotto le grinfie come studente, te lo ricordi tutta la vita. Io sono tra questi. La mia (breve) carriera universitaria è passata sotto le forche caudine dell'esame di Diritto romano (e Storia del Diritto romano), la sua materia. E' un esame che a quei tempi (ora non so) si sosteneva nel primo anno, con lo spirito elevato verso nuovi e nobili traguardi, verso sfide nuove per lo studente appena maturato al liceo e quindi dotato di grande entusiasmo. E quello era il primo grande errore. Perchè da studentelli pivellini inesperti, andare subito a sbattere contro un esame e, peggio ancora, contro un professore del genere, era come affrontare un muro e pensare di buttarlo giù a mani nude. Infatti le percentuali degli studenti che su quel m uro ci restavano spiaccicati come moscerini erano impressionanti. Cifre intorno al 97-98%. Conti facili da fare, perchè negli appelli con un centinaio di iscritti erano solo 2 o 3 quelli che riuscivano a passare. Una strage sempre annunciata e sempre realizzata ad ogni sessione d'esami. E come se non bastasse, i modi erano dei peggiori, strafottenti e arroganti. Sono così passati nella leggenda i libretti lanciati dalle finestre o fatti volare per aria, le battute pesanti, i commenti sarcastici ai danni degli studenti colpevoli di non saper rispondere alle domande del professore. Erano gli anni di Giurisprudenza di Padova che aveva la fama di essere la migliore facoltà d'Italia. Erano, nel mio caso, quelli dal 1975 in poi. Dove per alzare la fama e la considerazione della facoltà veniva individuata nella percentuale dei promossi agli appelli uno dei criteri maggiormente qualificanti. E allora per avere brillanti carriere universitarie bisognava essere dei geni o avere le giuste conoscenze. Tutti gli altri, carne da macello.  Come se non bastasse, l'ambiente in cui affondava le sue radici la facoltà era prevalentemente quello di destra, dove i più moderati ed "aperti" erano quelli (!) delle correnti democristiane più arcigne e conservatrici. D'altra parte erano gli anni del 6 politico e del 18 garantito. Erano gli anni di Scienze Politiche a Padova e di Sociologia a Trento, che furono terreno di crescita della Sinistra extraparlamentare, di Lotta continua, di Autonomia operaia e infine anche del partito armato. Logico che la roccaforte della destra, Giurisprudenza, dovesse in tutti i modi distinguersi dalla massa del movimento studentesco. Ma sono altri discorsi che ci porterebbero lontano dal nostro professor Burdese.

Per capire il clima che si viveva durante quegli esami-strage voglio citare un aneddoto che in quegli anni circolava sulle bocche di tutti. Un'avvenente studentessa decise di giocarsi altre carte oltre a quella della preparazione precisa e dettagliata della materia. Quindi si presentò all'esame con una minigonna mozzafiato e una camicetta generosamente sbottonata. Durante l'esame chiese disinvoltamente di poter fumare (in quegli anni non c'erano le restrizioni al fumo come oggi) e così portò a termine la sua interrogazione. Che sfortunatamente per lei non fu ritenuta sufficiente. Nel comunicarle la bocciatura, l'esimio prof. Burdese ebbe a dire, con voce impostata e faccia opportunamente contrita: "Signorina, nel congedarmi da lei e invitarla a tornare al prossimo appello avendo ben studiato il mio libro di testo, la saluto come Enea salutò la sua città in fiamme, salpando a bordo di una imbarcazione: Addio Troia fumante!!".

Giusto per notizia, l'esame con il professor Burdese io lo passai con successo al primo colpo, feci parte di quel misero 2-3% di promossi in quella sessione. 
Col senno di poi potrei dire che a qualcosa il prof Burdese e il suo esame però sono serviti. A non darsi per sconfitti ancor prima della battaglia.

martedì 4 gennaio 2011

Natascia

A vederla, a Natascia le si darebbero una trentina d'anni. E' piccolina di statura, proporzionata, carnagione scura, capelli neri e ricci. Nervosi, difficili da tenere a freno. Uno pensa a Natascia e si immagina una eterea nordica altissima, biondissima, occhi azzurri, carnagione chiarissima.  Invece no, è tutto il contrario. Mai lasciarsi guidare dagli sterotipi. Natascia è una donna sui generis, perchè a dispetto del nome che evoca steppe siberiane è in realtà cubana. Ma non è una di quelle cubane da copertina patinata, gambe lunghe e sinuose, con il sedere modellato al tornio altissimo da terra e seni protesi a sfidare la legge di gravità. Nulla di tutto ciò, è invece "normalmente normale", come tante altre donne mediterranee. Natascia però una caratteristica veramente singolare ce l'ha. La lascia chiaramente intuire il suo nome. E' figlia di quella miscellanea curiosa e forse irripetibile nata dall'influenza dell'ex Unione sovietica sui paesi satelliti del blocco comunista. Cuba, Fidel Castro, le basi missilistiche russe, la crisi con gli Usa negli anni 60 in piena Guerra fredda, John Kennedy, il blocco navale, la Baia dei porci. Natascia è figlia di quell'epoca ormai archiviata nei libri di storia, cubana sì, ma anche russo-sovietica, ispanica dalla pelle color cioccolato, ma con un nome di origine baltiche a suggellare quell'epoca storica.
Natascia fa la cameriera in uno dei bar vicino al mio ufficio, dove vado in pausa pranzo, per un panino, un toast o un primo veloce. Chissà perchè si dice "primo veloce", forse che esistono anche i primi lenti o quelli solo accelerati, oltre a quelli che fanno venire il bruciore di stomaco al terzo boccone e quelli che si lasciano mangiare senza problemi...? Mah.
Natascia dimostra una trentina d'anni, ma in realtà ne ha parecchi di più, quasi quarantacinque. Ma non glieli darebbe nessuno. Frutto della mescolanza genetica cubano-sovietica? Comunque sia, quando le si chiede l'età nel caso che si entri in amicizia, tutti rimangono a bocca aperta. Poi si scopre che ha anche una figlia grandicella, che parla correntemente quattro o cinque lingue, che ha girato il mondo fermandosi qualche anno qui e qualche altro là. Che adesso medita di trasferirsi in Spagna, dove non è mai stata stabilmente, ma solo fuggevolmente in viaggio. Unica remora: fare almeno terminare a sua figlia le scuole medie in Italia dove le ha cominciate. Natascia non finisce mai di sorprendere.
Qualche settimana fa, al finire dell'estate, è tornata a Cuba, come suole fare periodicamente, per ritrovare vecchi amici e i parenti. Principalmente la sua anziana mamma. Radici difficili da dimenticare, giustamente, nonostante la lontananza e la vocazione giramondo ormai pluridecennale. Prima che partisse ho azzardato timidamente una richiesta, dando per scontato che fosse pleonastica. Che mi portasse da Cuba dei sigari locali (niente roba tipo Montecristo o Cohiba, che ormai si trovano dappertutto), a patto che fossero fatti a mano artigianalmente da e per la gente del posto. E già che c'era, per completare la richiesta, anche una bottiglia di rhum, anch'essa del tipo altrettanto artigianale. Pagando il dovuto, si intende. Nell'epoca della globalizzazione dei mercati niente di più facile trovare rhum cubano nei supermercati. Ma, si sa, la produzione locale è tutta un'altra cosa. Non certo roba da turisti.
Ho osato troppo? Non avrei dovuto fare richieste così invadenti alla gentile Natascia? Forse. Ho accantonato l'idea, nella convinzione di essermi allargato troppo. Figuriamoci se si mette a fare la spesa a Cuba per i conoscenti italiani. Per giunta semi sconosciuti e sfacciati, come nel mio caso. Ma il bello doveva ancora arrivare. Dopo un paio di mesi scarsi di assenza, quando il periodo di ricongiungimento affettivo al suo paese era giunto al termine, Natascia è ritornata puntualmente a lavorare al bar e a servire piadine, insalate o primi veloci. Come prima, come al solito, per sbarcare il lunario. Salvo, qualche giorno dopo, presentarsi al tavolo con un involto in carta di giornale e un sorriso stampato in faccia. "Questo è per te", dice appoggiando il malloppo sul tavolo. Scarto l'involucro e appare uan bottiglia di rhum. Marca sconosciuta, scritte rigorosamente in spagnolo, produzione marcatamente artigianale. Non roba per turisti. Incredibile, Natascia si era ricordata della mia richiesta invadente e anche un po' maleducata di chi si approfitta di un po' di confidenza in pausa pranzo. Ed ecco il rhum arrivato sul tavolino del bar dopo un viaggio di parecchie migliaia di chilometri. "Non ti ho preso i sigari che volevi, perchè quelli che ho trovato non mi convincevano", dice quasi scusandosi. Ho preteso di pagare il costo della bottiglia come da accordi presi, per non approfittare di tanta cortesia. Pensa un po': sette dollari americani.
Natascia, simpatica piccoletta sovietico-cubana col nome che viene dal freddo, sei grande!
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sabato 20 novembre 2010

Margherita e il tabaccaio. Un bacio tira l'altro

Ieri giornata interessante. Di baci di vario tipo. Mo' vi spiego.

In pausa pranzo sono andato in uno dei soliti bar dove consumo un pasto veloce, visti i tempi ristretti. Un locale con un sacco di gente e due cameriere che girano come trottole tra i tavoli affollati di gente, spesso nervosa e comunque di fretta. Mi fanno un po' pena sballottate come sono tra un insalata e un panino allo speck. Una di loro si chiama Margherita, la più simpatica delle due. Magrissima, carina, uno scricciolo che ispira tenerezza. Ma anche efficiente, rapida e attenta al cliente. In fin dei conti, col mestiere che faccio (sono un "commerciale"), dovrei avere l'occhio allenato. Non occorre neppure ordinare, sa bene a memoria cosa prendono i clienti abituali e va via spedita. Tuttavia il precedente gestore, noto cafone maleducato e inviso a tutti, trattava Margherita e la sua collega in maniera indegna. Modi bruschi e autoritari, del tutto inutili vista la lena con cui le due ragazze sgambettano senza sosta. Se non ricordo male qualche volta il padrone si è preso le lagnanze di qualche avventore per come venivano trattate le ragazze. Acqua passata, la nuova gestione è tutt'altra cosa. Gente educata e con il sorriso sulle labbra. Con tutti.
Succede che oggi Margherita accompagna un cliente al tavolo davanti al mio, lo fa accomodare, poi gli si avvicina e gli da un bacetto sulla guancia. Ohibò. Osservo divertito la scena e quando mi passa accanto dico a Margherita con una strizzatina d'occhio: Beh, cosa sono questi trattamenti speciali? A lui un bacio e a me solo l'acqua minerale?. Ma no, -risponde Margherita- lui è un mio amico da tanti anni. Un cliente speciale.
Ah, ho capito, -dico io-  favoritismi. Ecco la verità.  Margherita sorride divertita dimostrando di stare al gioco. E poi aggiunge: Però per un cliente come lei, posso anche fare uno strappo alla regola! Si avvicina e da un bacetto sulla guancia anche a me. Accidenti, non me l'aspettavo. Sono diventato rosso come un peperone in un nanosecondo. Per fortuna che la barba ha coperto la reazione imbarazzata. Grande Margherita, hai acquistato un sacco di punti nella scala di gradimento. Oltre che simpatica ed efficiente, anche spiritosa... e in grado di far arrossire un orso come me. Tralascio i risolini divertiti di quelle jene dei miei colleghi... Peccato che Margherita abbia più o meno l'età di mia figlia. Se avessi 30 anni di meno penso che le farei la corte.
Pomeriggio. Finisco di lavorare e faccio un giretto per il centro, visto che il mio ufficio è proprio in zona centralissima; per chi non conosce Padova, a due passi dall'isola pedonale, dal Caffè Pedrocchi, il palazzo del Bo e le Piazze. Una "vasca", come si usa dire. Di venerdi dopo una settimana di lavoro, è particolarmente gradita e rilassante. Guardo un po' di vetrine, adocchio un paio di orologi che mi piacerebbe avere (sono un patito di orologi). Insomma bighellono in pieno relax. Passo in tabaccheria, in vero non la mia solita, ma una qualsiasi che trovo girovagando a caso. Faccio la solita scorta settimanale di sigari, compro un paio di gratta&vinci (non si mai, la fortuna bisogna stimolarla...). Totale 40 euro. Pago con un biglietto da 50 e il tabaccaio mi consegna il resto e il sacchettino con i toscani. Metto tutto in tasca ed esco. Poi mi fermo in un bar delle Piazze per uno spritz. Faccio per pagare e mi trovo in tasca due biglietti da 10 euro. Strano. Faccio un po' di mente locale e ricostruisco che il tabaccaio mi ha dato 10 euro in più di resto. Due biglietti da dieci invece che uno soltanto. Lì per lì me ne compiaccio, una specie di piccolo regalo inaspettato. Ma poi penso che non sarebbe giusto tenerseli. Mi tornano in mente gli anni di quando lavoravo in cassa e a fine giornata anche la differenza di cinque o diecimila lire nella contabilità (era ancora l'epoca delle vecchie lire) dovevano essere ripianate e questo mi dava un fastidio terribile. Il più delle volte degli errori nei resti non ci si accorge e non c'è malafede, salvo quando non si tratta di pagamenti più importanti per i quali il cliente non sia arrivato con i conti già fatti e il denaro già contato. Significa che sa quanto deve pagare e che resto gli spetta. Ma in tutti gli altri casi di pagamenti più banali e frettolosi, non c'è mai o quasi malafede. Epperò chi ci rimette i soldi, alla fine, è il cassiere. In questo caso, il tabaccaio. No, non sarebbe giusto, dal momento che me ne sono accorto. Faccio dietrofront e ritorno in tabaccheria. Entro e dico al titolare che si deve essere sbagliato nel darmi il resto. Questi fa una faccia sorpresa e infastidita. Evidentemente pensa d'istinto che sia io a reclamare qualcosa. Invece gli spiego che l'errore è a suo danno e gli restituisco i 10 euro.
Mi guarda ancora più sorpreso e fondamentalmente incredulo. Mi dice: E' raro trovare persone oneste come lei. Vorrei quasi spiegargli che anni addietro lavoravo in cassa ed ho una certa esperienza in materia. Ma lascio stare.
Mi limito semplicemente a dire che era mio dovere. E allora per riconoscenza il tabaccaio, con un inquietante paio di baffi dall'aspetto infido, mi da un bacio. Ohibò. Stavolta ad essere sorpreso sono io. Ma allora è questa è proprio la giornata dei baci.
Per fortuna che questo era un bacio perugina. Meglio Margherita...!!