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giovedì 12 settembre 2013

DIO senza "D" = io (uno slogan da applausi)

Polemiche roventi a Verona per questo manifesto proposto da UAAR (Unione degli Atei Agnostici Razionalisti). Link: http://www.uaar.it/news/2013/09/10/censura-verona-giunta-vieta-manifesti-uaar/

Dio senza "D" =  io

Trasmettono un messaggio “potenzialmente lesivo nei confronti di qualsiasi religione”. È quello che la giunta a guida leghista del Comune di Verona pensa dei manifesti Uaar. E quindi, nonostante questi fossero già stampati nel rispetto di tutti i regolamenti comunali, ha detto “no” alla loro affissione.
In un comunicato l'UAAR afferma:  Nessuna amministrazione pubblica era sinora arrivata a tanto. I manifesti Uaar sono già stati affissi a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Bari, Ancona, Cagliari e persino nella stessa Verona (a cura di un privato), ma una presa di posizione istituzionale di questo tenore non si era ancora verificata, (...)
E ancora: Il messaggio non esclude affatto l’esistenza di Dio: si limita ad affermare che dieci milioni di italiani vivono — generalmente bene — senza farvi alcun riferimento.
Per informazione, va detto che la campagna è stata ideata dalla creative agency Zowart.
Perché questa campagna? “Viviamo in una società in cui i non credenti sono ritenuti pochi, sono presentati negativamente e sono spesso oggetto di disparità di trattamento”, spiega Raffaele Carcano, segretario Uaar. “Con la nostra campagna vogliamo invece ribadire che in Italia vivono (generalmente bene) circa dieci milioni di non credenti, e che c’è chi si impegna per eliminare le discriminazioni nei loro confronti”.

Polemiche roventi, come sempre succede nel nostro paese per qualunque argomento che veda opinioni opposte. A maggior ragione quando il tema è delicato come credere o non credere in Dio. Si badi bene, in questo caso la parola Dio potrebbe essere tranquillamente scritta in caratteri minuscoli perchè non fa riferimento a nessuna divinità in particolare e dunque a nessuna confessione religiosa. Dio è un termine e un concetto universale, comune a tutte le fedi e a tutte le religioni. Non un nome proprio, anche se  per i cristiani è vero il contrario. Per i fedeli di Santa Romana Chiesa Dio è l'unico riconosciuto e venerato, l'unico degno di fregiarsi di tale nome. Ma senza dimenticarsi della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Pur essendo una religione per eccellenza monoteista, quella cristiano-cattolica postula che Dio sia uno e trino, tre esseri riuniti in uno solo. Non mi addentro in disquisizioni teologiche dottrinali perchè non ne ho adeguata competenza e conoscenza. Ma fin qui ci arriviamo tutti, trattandosi di elementi basilari della nostra cultura e tradizione italiana. Poi ognuno ha o si fa le proprie convinzioni, ma queste conoscenze elementari sono comuni a tutti.
Il fatto è che l'UAAR grida alla censura e protesta vigorosamente promettendo di non desistere e di dare battaglia. Anzi dichiara che si muoverà di conseguenza laddove dovessero esserci discriminazioni nei confronti dei suoi aderenti.


Mi viene spontanea qualche considerazione. Prima di tutto sgombriamo il campo da un facile equivoco che vede sovrapporsi il concetto di religione con quello di dio. Un ateo è colui che non crede in un essere divino e pertanto l'oggetto del non-credere non può essere la religione che -per inciso-è solo un insieme di regole comportamentali che si possono anche non osservare pur essendo o dichiarandosi credenti (di non praticanti è pieno il mondo, anzi sono la stragrande maggioranza di coloro che si professano credenti). Il manifesto dell'UAAR è impeccabile sotto il profilo logico e letterale. E l'amministrazione comunale veronese sbaglia quando si lancia in affermazioni sul merito del suo contenuto. Dio non è sinonimo di cattolicesimo nè di alcuna altra religione. Vale per musulmani e cristiani, per induisti o buddhisti. Quindi lo slogan non prende di mira nessuno in particolare. Senza "D" della parola Dio rimane "io", ovvero l'uomo e non il divino al centro di tutto. Potrà non piacere, potrà sembrare presuntuoso o supponente, ma è uno slogan impeccabile, direi da applausi (per questo motivo poco sopra ho citato l'agenzia creativa che lo ha formulato).
Altra cosa è chiedersi se abbia un senso una campagna pubblicitaria per sostenere l'ateismo, ossia uno stato di non-essere, non-credere, non-partecipare. Insomma una negazione sostenuta in positivo da una pubblicità che per sua natura spinge in senso opposto, cioè a fare o a credere in qualcosa, ossia l'oggetto del messaggio pubblicitario, il prodotto da reclamizzare. Mi sembra una contraddizione in termini. Uno dovrebbe a rigor di logica essere invogliato a fare o credere in qualcosa, non a non-fare o a non-credere. Ma probabilmente la spiegazione è molto banale e utilitaristica: una quota di iscrizione e il sostegno come associati.
Questo, senza voler essere offensivo in alcun modo con nessuno, naturalmente.

martedì 7 maggio 2013

Il tempo

Il Tempo, quello con la T maiuscola, è quello che abbiamo davanti a noi o quello che ci siamo lasciati alle spalle?
Il tempo davanti a noi

Il Tempo, quello con la T maiuscola, è come sabbia in un pugno. Per quanto si tenti di stringerlo forte per trattenere ogni granello, inesorabilmente ci sfugge di mano.

Il tempo che sfugge inesorabile

giovedì 24 gennaio 2013

Sogno o son desto...?

Staminali: uomo perde naso, glielo fanno ricrescere su un braccio












Londra, 24 gen. - Un gruppo di scienziati britannici ha ricostruito in laboratorio un naso nuovo di zecca, grazie alle cellule staminali coltivati sul braccio di un paziente. Una volta pronto, il naso verra' rimosso e trapiantato sul volto dell'uomo. Il paziente di 56 anni, che aveva perso il naso a causa di un tumore, potrebbe essere quindi il primo a beneficiare di una cosi' eccezionale ricerca, coordinata dall'University College di Londra e riportata sui media di tutto il mondo.

Il naso nuovo, oltre ad avere anche l'aspetto di quello vecchio, che era leggermente storto, dovrebbe anche essere funzionale, cioe' dovrebbe restituire al paziente il senso dell'olfatto.
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Ho riletto la notizia almeno un paio di volte prima di capacitarmi di ciò che leggevo. Stentavo a credere ai miei occhi. E non è che adesso ci creda proprio del tutto. Mi sembra una cosa talmente surreale da assomigliare più ad una barzelletta che ad un fatto reale. Ma ve lo immaginate un tizio con un naso sul braccio invece che in faccia in mezzo agli occhi? Sono basito.
E se la prossima volta non si trattasse del naso, ma di qualche altro organo del corpo umano? Lascio a voi, amici, la scelta di quale potrebbe essere...

A margine mi viene in mente una riflessione attribuita a Isaac Asimov (se non sbaglio), secondo cui "se un giorno dovessimo mai entrare in contatto con una forma di vita aliena extraterrestre, per poterci stupire della loro tecnologia più evoluta della nostra, dovremmo fare riferimento alla magia". Ovvero: oltre un certo limite scientifico-tecnologico si sconfina nel magico. E aggiungerei che a questo punto entrerebbe in ballo un bell'argomentare su tutta la tradizione miracolistico-religiosa. Nell'ottica di un naso che ricresce su un braccio, che dire di un cieco che riacquista la vista o di un lebbroso che guarisce...?


martedì 27 novembre 2012

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Antoine Lavoisier
La legge della conservazione della massa è una legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato fondamentale di Antoine Lavoisier, che è il seguente:
« Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma »
Il postulato, come detto,  è una legge fisica, dunque vale per la natura, il mondo che ci circonda, l'ambiente, il globo terracqueo, l'universo, la materia... Tutto, insomma. Per tutto ciò che abbia qualcosa di concreto, di reale e di tangibile? No, non solo. Vale anche per il mondo di internet.
Volete una prova? Eccola.

Quella che segue è una storiella che circolava in internet una quindicina di anni fa, quando il web era uno strumento di comunicazione poco diffuso, per lo più sconosciuto, sicuramente misterioso. Tanti ne parlavano, pochi ce l'avevano (a disposizione). Sono passati tanti anni, molti di più del loro valore assoluto numerico, è noto che nel mondo informatico una quindicina di anni corrispondano quasi a un'eternità. Eppure ecco che ogni tanto, periodicamente, quasi ciclicamente, la storiellina che segue torna  inesorabile a circolare, quasi fosse rigenerata da una forza occulta della natura. E il bello è che quando viene rispolverata chi la diffonde la propina sempre come fosse una novità assoluta, nuova di zecca e originalissima... Io ci sono incappato proprio oggi per l'ennesima volta. Un tempo viaggiava con le mail, come moderne catene di S.Antonio. Questa volta gira su Facebook. Strumento di comunicazione aggiornato, ma storiella vecchia e rigenerata. Ecco perchè la legge di Lavoisier calza alla perfezione anche nel web, mondo dell'immaterialità.

 Una donna bianca di 50 anni qualcosa si è accomodata al suo posto in aereo e ha visto che il passeggero accanto a lei era un uomo nero.
Visibilmente furiosa, chiamò la hostess.
"Qual è il problema, Signora?" Le chiese la hostess.
"Non lo vedi?" Disse la Signora - "Mi è stato dato un posto accanto ad un uomo nero, non posso sedere affianco a lui! Devi cambiarmi il posto!".
"Per favore, si calmi.." - Disse l'hostess.
"Purtroppo, tutti i posti a sedere sono occupati, ma possiamo verificare se ce ne sono ancora alcuni".
La hostess verifico' e poi ritornò dalla Signora.
"Signora, come vi ho detto, non c'è alcun posto vuoto in questa classe, in economy.
Ma ho parlato con il comandante e mi ha confermato che non ci sono posti vuoti in classe economica. Abbiamo solo posti in prima classe."
E prima che la Signora dicesse qualcosa, la hostess continuò:
"Guarda, è insolito per la nostra azienda consentire ad un passeggero di cambiare la classe economy con la prima classe. Tuttavia, date le circostanze, il comandante pensa che sarebbe uno scandalo far viaggiare un passegero seduto accanto ad una persona sgradevole".
E rivolgendosi al nero, la hostess disse:
"Il che significa, Signore, se lei vuole, può prendere i suoi bagagli, vi abbiamo riservato un posto in prima classe..."
E tutti i passeggeri vicini, scioccati dall'aver visto questo comportamento da parte della Signora, hanno iniziato ad applaudire, alcuni anche in piedi".

giovedì 1 novembre 2012

Amour. Un film che (mi) fa paura


Ho quasi paura di andare a vederlo. Il tema della vecchiaia, della malattia e della fine progressiva di vivere è inquietante (eufemismo...).  I legami con le persone, con gli affetti, con le proprie passioni si sfilacciano e si recidono uno ad uno, lentamente, ma inesorabilmente. E poi è la fine.

Andare o non andare a vederlo? Un conclamato, premiato e bellissimo film d'autore con depressione assicurata all'uscita dal cinema? Rimpiangere di non averlo visto o farsi (probabilmente) del male vedendolo? This is the problem.
No. Francamente di questi tempi ho bisogno di qualcosa di meno cupo. Di depressione ce n'è anche troppa in giro.



Amour è un film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva. Un grande regista e tre icone del cinema francese ei internazionale. Buona fortuna.

giovedì 29 marzo 2012

Le polpe di Gessica

Il suo nome è Gessica o forse Jessica. Chissà. Ma sarebbe indelicato chiederglielo. E' la ragazza che serve al bar dove adesso vado a mangiare un boccone in pausa pranzo. Dieci minuti a piedi dall'ufficio, tra i capannoni industriali, poche anime in giro, non un filo d'ombra. Con l'estate che si avvicina a grandi passi sarà un problema di qui a poco riuscire a non cucinarsi il cervello lungo il tragitto. Non c'è scelta, è l'unico bar della zona. Prendere o lasciare. 
Un bar al femminile. La titolare è Simonetta, una ragazzetta piccola e magretta, caruccia, con lo sguardo scaltro e volitivo. Mai vista fermarsi un attimo, sempre in movimento al banco, alla macchina del caffè o in cucina. E' brava a far da mangiare. Ha fatto l'alberghiero e da settembre ha rilevato il bar, con tante speranze e tanta buona volontà di riuscire. A darle una mano al banco e tra i tavoli c'è lei, la Gessica (o Jessica?). Un tipo completamente diverso da Simonetta. Morbida nell'aspetto, dalle "polpe" morbide e bianche. Curve in abbondanza, qualche taglia di troppo che la relega fuori dagli standard estetici rigidissimi di veline e miss d'ogni tipo. Lungi da me voler essere volgare, allusivo o insolente. Lei è proprio così: morbidosa. Un tipo che farebbe invaghire Federico Fellini. Sembra uscita da uno dei suoi film in bianco e nero, con un decoltè debordante e ammaliante, con i tanti Mastroianni di paese a farle la corte.
Un disegno di Federico Fellini
 Ma qui non siamo in Romagna, siamo nel profondo nord veneto, nell'alta padovana. Dove da un lato della statale ci sono enormi capannoni industriali di piccole e medie imprese che sono l'oro del nord industriale e dall'altro campagne a perdita d'occhio. Industriali e agricoltori. Qui c'è ricchezza ovunque si butti l'occhio. Lo si vede dalle case, vecchi edifici rurali ristrutturati e trasformati in splendide villazze con il trattore nel garage a condividere lo spazio con splendide Mercedes e Bmw da oltre 50-60 mila euro. E ovunque regna e ristagna un forte e caldo sentore di campagna (= concime animale..., letame insomma). E' il fascino della provincia, bellezza!

La Gessica, per quanto svolga un lavoro modesto, ci tiene all'etichetta e alla forma. Indossa sempre magliette t-shirts nere (smagranti) con sapienti e polpose scollature. Niente di che, ma molto compita e compresa nel suo ruolo. Elenca il menù  con meticolosità e chiarezza, taccuino in mano. Offre sempre con discrezione i piatti del giorno a seconda delle direttive del boss in cucina. Usa il dialetto schietto e veloce di queste parti con i paesani, mentre riserva l'italiano di buona maniera per gli altri. Tra questi "altri" ci sono anch'io, che sono il nuovo arrivato in zona. Inoltre arrivo dalla città, non mi esprimo in dialetto, do del "lei" a tutti. Anche a Simonetta e Gessica (o Jessica), sebbene abbiano l'età delle mie figlie e io invece ho i capelli molto molto grigi... E Gessica ricambia, cercando di esprimersi in buon italiano. E' evidente che ha fatto delle discrete scuole, perchè usa bene i congiuntivi e sceglie con cura i termini. Un po' troppo formale e costruita, forse, ma è evidente l'intenzione di mostrarsi molto professionale. Salvo quando le scappa qualche vocabolo dialettale per disattenzione. Allora sono guai. C'è da mettersi a ridere a crepapelle, perchè gli esiti degli scivoloni lessicali sono meglio delle barzellette. Lo dico senza malizia alcuna. E' divertente sentirli, niente di più.

La tabaccaia, di Fellini
Ecco quello di ieri. Avevo ordinato una mezza minerale fresca, perchè ormai la primavera è esplosa e ci sono oltre 20° a ora di pranzo. Non avendone in temperatura da frigo, Gessica si è offerta di darmi del ghiaccio. Il quale però a metà del pasto si era già sciolto. Con molta efficienza e cortesia Gessica se n'è accorta e prontamente mi ha chiesto, indicando il bicchiere vuoto, "Signor Angelo vuole che glielo impienisca ancora"?  Azzeccato l'uso del congiuntivo, ma quel verbo dialettale italianizzato mi ha fatto venire i sudori per gli sforzi di non ridere a crepapelle. In dialetto la frase sarebbe stata così: Sior Angeo voeo che gheo impienissa de novo el bicere? Per i non veneti: impienire = riempire. Al suono di quell' impienisca le polpe della scollatura hanno leggermente tremato scosse da tanta efficienza professionale. E io, sforzandomi di guardarla assolutamente negli occhi: "Grassie Gessica,  ancora un po' di ghiaccio ci vorrebbe proprio", distogliendo signorilmente lo sguardo dalle sue candide polpe che occhieggiavano dalla scollatura. Che diamine.

martedì 14 febbraio 2012

La retorica del pietismo

Ho trovato su facebook un post che ha attirato la mia attenzione. Una foto con un messaggio sinistro e minaccioso nascosto sotto una patina di buonismo. Una specie di minaccia per nulla velata. Lì per lì sono rimasto perplesso perchè c'era qualcosa che mi sfuggiva. Come un senso di disorientamento. Poi ho realizzato.


Vorrei che la pietà per i cani abbandonati si ritrovasse prepotentemente anche nei confronti degli esseri umani che vivono e muoiono per strada. Pare invece che per gli uomini non si usi lo stesso metro di caritatevole pietà... Quanta gente è morta in Italia e in Europa con l'ondata di freddo di questi giorni? Non ho mica visto post su facebook a questo proposito..... Qualcuno mi spieghi se fa più pena un cane al freddo piuttosto che un barbone per strada. Perchè devo leggere messaggi di questo tipo mentre per tanti esseri umani che muoiono di fame e di freddo, ma anche di caldo o di disagi e di malattie di ogni tipo pare quasi che regni l'indifferenza più assoluta? Esiste una priorità nell'umana pietà e nel senso di carità? Pietà per pietà, randagio per randagio, viene prima un uomo o un cane?

P.S.: naturalmente do per scontato che un padrone che abbandona il suo cane è una carogna. Il punto è un altro e spero di averlo espresso chiaramente senza fraintendimenti. Lo dico da "padrone" di un cane.

lunedì 6 febbraio 2012

Guzzi California 1400 e Aprilia Caponord 1200... per sognare

Sono state presentate in anteprima le nuove proposte del gruppo Piaggio durante la convention di Montecarlo, riservata ai concessionari della casa. Si tratta della nuova endurona stradale marcata Aprilia -la Caponord 1200- e della inedita Moto Guzzi California 1400.
Nuova Aprila Caponord 1200 (bellissima!)
Note tecniche lette qua e là (rivista specializzata "Dueruote"...): L'Aprilia Caponord 1200 – in base alle prime immagini divulgate – sembra sviluppata sulla base tecnica della Dorsoduro 1200 da cui riprende il telaio misto (a traliccio e piastre fuse), le sospensioni e i cerchi da 17". Il look è chiaramente improntato alle sportive di casa, soprattutto per quello che riguarda il frontale. Evidente la principale destinazione stradale di questa on-off e l'attitudine turistica: la sella è molto ampia, le maniglie del passeggero sono integrate nella struttura del portapacchi e nel codino sono visibile gli attacchi per le borse dedicate. Non mancano i paramani e il parabrezza regolabile.
Nuova Guzzi California 1400 (fascinosa...)
L'altra novità è la Moto Guzzi California 1400. Il look è davvero appariscente grazie a scelte coraggiose e dettagli di stile: spiccano i cerchi, la silhouette bassa e lunga, la sella monoposto e il doppio ammortizzatore a gas. Gli indicatori di direzione posteriori sono integrati nel parafango. Il motore è cresciuto di cilindrata anche se il basamento appare parente stretto di quello già esistente.

Considerazioni da appassionato motociclista. Finalmente qualcosa si muove. Finalmente Piaggio tira fuori qualche novità in un panorama italiano ormai asfittico e subalterno a tedeschi e giapponesi. Ma ci voleva tanto? E' da anni che da Aprila ci si aspettava una nuova endurona stradale senxza mai concretizzare niente di niente. OK, sono rivisitazioni di modelli già esistenti, nulla di veramente nuovo sotto il sole, ma almeno arriva un segnale di vita... E' mai possibile che il gruppo Piaggio riesca a produrre solo scooter e ciclomotori per girare in città o sulle tangenziali? E le moto, quelle vere, con la M maiuscola e un'anima fatta per viaggiare e girare il mondo?
Grintosa e imponente la nuova 1400

Ho ancora un sassolino da sfilarmi dalla scarpa. Se si provano a leggere i primi commenti dei lettori delle riviste specializzate balzeranno agli occhi le stroncature a nastro dei due modelli. Le due novità sono ritenute brutte e inguardabili. D'accordo che i gusti son gusti (de gustibus non disputandum est...), ma questi giudizi così lapidari puzzano di "moda" e conformismo lontano un miglio. Anzi direi che odorano di preconcetti e asservimento mentale all'industria estera e tedesca in particolare. Infatti il termine di paragone è la solita BMW. Qualunque cosa che immette sul mercato la casa bavarese è il non plus ultra della bellezza estetica e della perfezione tecnologica. Ma è davvero così?
Maxi Scooter BMW 650 GT (bruttissima!)
Date un'occhiata al nuovo maxi scooter della BMW. Vi sembra bello esteticamente? Elegante, filante, seducente? A me no. Tutt'altro. Linee pesanti, goffe e panciute. Ma siccome è BMW nessuno osa dire nulla e tutti i commenti sono allineati e coperti a glorificare il genio tedesco. Al contrario tutto ciò che è italiano è da buttare. Sarebbe ora di finirla col distruggere per partito preso i prodotti di casa nostra e santificare i tedeschi qualunque cosa facciano.Qui accanto ci sono le foto dei tre veicoli citati. A voi il giudizio estetico. Quello di guida è impossibile perchè sui tratta di anteprime e i tre modelli non sono ancora in commercio.

sabato 17 dicembre 2011

Il razzismo uccide

Martedi 13 dicembre, Firenze.
Una vera e propria caccia al senegalese, cominciata in mattinata al mercato di piazza Dalmazia (alla periferia nord) e terminata nel pomeriggio al mercato di San Lorenzo in pieno centro cittadino. E Firenze piomba nel terrore: in mattinata un uomo di 50 anni, Gianluca Casseri, militante di estrema destra, ha aperto il fuoco al mercato di piazza Dalmazia, su un gruppo di ambulanti senegalesi: due morti e un ferito gravissimo. Poi è andato al mercato di San Lorenzo, nel centro della città, ha ferito due ambulanti, e quando si è accorto di essere accerchiato dalla polizia, piuttosto che farsi prendere ha preferito uccidersi sparandosi con una 357 Magnum nel garage del parcheggio. L'obiettivo premeditato: i senegalesi. Non a caso, non il primo che passa. No, i senegalesi. Immigrati di colore, a volte clandestini, molte altre in regola. Come tanti altri immigrati, buoni e cattivi, onesti e delinquenti. Le due vittime risultano incensurate. Ma con la colpa di essere neri e senegalesi. Sufficiente per diventare bersagli umani del razzismo più violento e criminale. Non quello parolaio, volgare e incivile che tanto spesso si avverte nelle nostre città. Quello alimentato da certe parti politiche fino all'altro giorno presenti nel governo. Razzisti da bar, buoni per urlare slogan contro neri e terroni, vestirsi di verde e fare scena con la faccia incazzata. No. Questo è il razzismo che non parla, ma spara e uccide.

Oggi a Firenze una grande manifestazione contro la violenza razzista, sia quella verbale, volgare e maleducata, che quella sanguinaria che si esprime non a barzellette e luoghi comuni, ma con il piombo corazzato delle Colt 357 Magnum. Sfilano alla manifestazione oltre diecimila persone. Il portavoce della comunità senegalese Pape Diaw dice: «Da oggi niente sarà più come ieri», mentre viene intonato un canto religioso. In prima fila gli amici delle due vittime, Modou Samb e Mor Diop, che reggono le foto dei due senegalesi morti. Su un cartello, oltre la foto di Modou ci sono quelle delleamoglie e della figlia di 13 anni. «Tredici anni senza vedere la sua famiglia - c'è scritto accanto alle immagini - e il suo sogno si è fermato il 13 dicembre». «Non ha nemmeno visto la sua bambina una volta», racconta con le lacrime agli occhi uno degli amici.

Non una parola di solidarietà dal centro sociale di estrema destra a cui faceva capo l'omicida, Casa Pound:  «Noi non chiederemo scusa» - Il centro sociale che si ispira dichiaratamente al fascismo prende le distanze dall'omicida definendolo un folle che non aveva reali legamo con Casa Pound Italia. Dal Corriere della Sera:  «Il nostro stile politico ci ripulirà da una macchia che ci ha sporcati ingiustamente e per cui non abbiamo nessuna colpa nè sentiamo di dover chiedere scusa a nessuno». In un certo qual senso le vittime sembrerebbero loro, "sporcati" dal folle gesto razzista. Per le vittime neppure un pensiero. Non occorre aggiungere altro.
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mercoledì 30 novembre 2011

Cosa c'è di più bello del sole d'inverno ...in moto

Ok, siamo in novembre, quindi tecnicamente è ancora autunno. Ma il sole di questi giorni è bellissimo. La temperatura esterna si aggira tra 0° e 7-8° nelle ore più calde. Approfitto appena posso per mettermi tranquillo faccia al sole a farmi scaldare dai raggi tiepidi e carezzevoli. In pausa pranzo al lavoro mi ritaglio sempre dieci minuti inn un angolo soleggiato prima di reintarre in ufficio. Mi rigenera, mi appaga e mi riconcilia con me stesso. Inutile dire che approfitto anche per fumare un mezzo toscano.
Domenica mi sono svegliato piuttosto presto, come d'abitudine. Il mio orologio biologico non accetta il fatto che nel fine settimana potrebbe rilassarsi e lascisrmi dormire un po' più del solito. E pensare che una volta mi facevo di quelle tirate di sonno da 8-10 ore continue e anche di più. Adesso invece è raro se supero le sei ore. Invecchiare significa anche questo? Non mi piace affatto.
Dicevo di domenica. Do un'occhiata fuori dalla finestra. Un sole splendido. Il termometro segna zero gradi. Faccio le mie cose. Leggo un po', porto giù Jack a fare la sua passeggiatina del mattino. Si fanno le 8.30. Temperatura quasi 2 gradi. Va meglio. Decido al volo, senza pensarci troppo, sennò va a finire cha cambio idea. Mi vesto di tutto punto "da moto": calzamaglia e maglietta della pelle termiche in tessuto tecnico (chissà che vuol dire). Un bel pile, pantaloni da moto con rinforzi e protezioni anticadute; giacca da moto invernale con imbottitura. Casco, guanti, scarponcini alti in caviglia e via. Peccato non avere gli stivali da moto. Ma non riesco a trovare la mia misura. Mai trovato un 48 in tanti anni. Scarpe da basket a caviglia alta a volontà, ma stivale da moto niente da fare. Ma non ci sono motociclisti con il piede misura 48? Sono l'unico?

Non c'è in giro anima viva. Men che meno motociclisti. Ma sono tutti ancora sotto le coperte a dormire o in pasticceria a sbafare cappuccini e brioches? Esco dalla città e prendo la direzione del mare, verso Chioggia. Da lì imbocco la Romea e proseguo in direzione sud verso il Delta del Po. Ci sono stato anche questa estate, ma faceva un caldo torrido. Almeno trenta gradi in più di oggi. Da un estremo all'altro.
La giacca da moto tiene benissimo il freddo e l'aria. Un paio di gradi in moto sono piuttosto pesantucci da sopportare se l'abbigliamento non è adeguato. Per fortuna non è così e il freddo rimane all'esterno. Anche la carenatura della mia Aprilia Caponord fa il suo dovere e mi ripara in modo eccezionale. Unici punti dove patisco il freddo, i piedi e le mani. Ma è solo per i primi 20 minuti, poi in qualche modo il freddo passa (o sono le mani che si adeguano e reagiscono al freddo?) e tutto procede più che bene, pur trattandosi di temperature proibitive.
Arrivo sul Delta. Il panorama si apre a 360°, l'aria e tersa e trasparente. I colori sono sgargianti. Arrivo sulla spiaggia di Boccasette. Il mare è piatto come l'olio. Non un'increspatura, non un'onda. La temperatura è salita. Siamo a 7-8 gradi almeno. Al sole si sta benissimo. Più ci rimango immobile, più lasensazione di tepore cresce. Il termometro della moto segna effettivamente 8 gradi, ma la sensazione è che siano di più. Mi tolgo la giacca imbottita, il pile è più che sufficiente. Mi trovo un punto comodo per sedermi sulla sabbia, tra le capanne vuote e sprangate di un bar ristorante chiuso per la stagione invernale. Silenzio assoluto. Pace e tranquillità che sembrano quasi palpabili, da poter toccare con mano. Non si sente il rumore del mare, non essendoci onde che si frangono sulla spiaggia. Il vento soffia leggero o quasi inesistente. Neanche i gabbiani sembrano osare di rompere il silenzio e la tranquillità del posto. Fantastico.
Una piacevolezza simile l'ho trovata solo in montagna, nel silenzio delle valli e delle vette imbiancate. Ma è molto più consueto che tanto silenzio regni in montagna. Al mare lo sciabordio dell'acqua sulla riva è quasi inevitabile e fa da sottofondo costante e ineliminabile. Non oggi, non qui a Boccasette. Qui oggi c'è solo silenzio e pace assoluta. Fantastico.

Si fa ora di pranzo. Comincio ad avere fame. Prendo la statale Romea a ritroso e arrivo a Chioggia. Conosco un posticino dove fanno certe mozzarelle in carrozza da far resuscitare un morto. Parcheggio la moto in centro. Sono quasi le 14, i ciosoti sono tutti a pranzo. Il bar rosticceria è semideserto. Mi siedo ad un tavolino all'aperto. In pieno sole, si sta benissimo. C'è anche il fungo a gas che dovrebbe servire a scaldare gli avventori che si siedono all'aperto. Ma non ce n'è bisogno. Ordino due mozzarelle in carrozza calde, appena uscite dalla friggitrice e un bicchiere di cabernet. Roba da far resuscitare i morti... ovvero i motociclisti che viaggiano anche col freddo novembrino. Roba da matti, a ben pensarci. Ma si sa che i motociclisti sono un po' matti.
E poi, cosa c'è di più bello del sole d'inverno ...in moto?

mercoledì 16 novembre 2011

"El gateo dea Morena, poareto!"

Ieri pomeriggio, verso l'imbrunire. All'orizzonte sul profilo frastagliato dei Colli Euganei splendevano i riflessi rossastri del sole al tramonto. Un'atmosfera magica. Colori accesissimi e intensi da rimpiangere di non avere con sè la macchina fotografica. Come se non bastasse, a rendere la prospettiva ancora più accattivante, una leggera bruma che sfumava i contorni dando al tutto un effetto flou naturale. Impalpabile, morbido e soffice. Uno di quegli spettacoli della natura che ti mettono in pace col mondo.

Procedo su una provinciale di campagna poco trafficata quando in mezzo alla strada scorgo una macchia scura. Quasi uno straccio buttato là. Magari, chissà, una sciarpa o dei guanti sfuggiti a qualcuno di passaggio. Mi avvicino sempre di più e mi accorgo che non si tratta di una vecchia sciarpa, ma di un gatto. Lo evito e mi fermo a lato. Mi avvicino, è un piccolo gattino a prima vista di pochi mesi. E' riverso sull'asfalto, appoggiato su un fianco. Le zampe di dietro immobili e inerti, mentre con quelle anteriori cerca di spostarsi da lì portandosi dietro un fardello che immagino dolorosissimo. Evidentemente deve essere stato travolto da una macchina o da un altro mezzo. Che non lo ha schiacciato e ucciso sul colpo, ma lo ha preso di striscio, magari cercando di evitarlo, probabilmente fratturandogli il bacino.
Deve essere successo da pochissimo. Nell'arco di questi pochi minuti il micino ha raggiunto il ciglio della strada, sull'erba verso il fosso. Proprio lì accanto c'è una casa di contadini, con il cortile, gli attrezzi agricoli, il trattore. Entro per vedere se c'è qualcuno. Magari il micino è loro, magari gli possono dare aiuto. Magari nelle vicinanze c'è un veterinario. In campagna è facile che i contadini abbiano frequenti rapporti con un veterinario. Vuoi che non ce ne sia uno nei paraggi?
Vado dentro, suono al campanello, aspetto che esca qualcuno. Dopo qualche istante si affaccia sull'uscio una signora piuttosto anziana, capelli bianchi. Faccia rubizza e incartapecorita di chi ha passato una vita al sole e all'aria aperta tutto il giorno. Spiego perchè sono lì, dico che c'è un gattino sulla strada che ha bisogno di cure. "Ah madona, el gateo de a me nevoda!" dice la vecchietta. Il gattino di mia nipote... Si fa indicare dov'è il micino, anche se il miagolio si sente da lontano nella semioscurità indicando la direzione da prendere. Nel frattempo sta calando una nebbia pesante e fredda. Densa e scura, da tagliare con il coltello. E' la prima nebbia della stagione e contrasta in maniera assurda con lo splendore del tramonto di pochi minuti prima. Lo stesso contrasto stridente del miagolio disperato del micino col silenzio assoluto e quasi pauroso della campagna. "El gateo dea Morena, poareto!", dice subito la nonna (il gattino di Morena, poverino). Morena dev'essere la nipotina.
Rientriamo in casa per prendere qualcosa per trasportare il gattino senza fargli troppo male tenendolo il più immobile possibile. Cerca e ricerca, la nonnina tira fuori un vassoio da caffè. Quelli belli di peltro che si usano per servire le tazzine di caffè o di the agli ospiti di riguardo. Lo useremo come una barella. Nel frattempo telefona a qualcuno e capisco che si tratta di un veterinario. Sarà quello che fa nascere i vitelli in stalla, andrà bene anche per un gattino. Torniamo fuori. Il silenzio è totale. Non si sente più il micino miagolare. Un silenzio che sa di morte. Ci avviciniamo al ciglio della strada. Lui è ancora lì, sull'erba, immerso nella nebbia. Ma non si muove più. Non si lamenta più. E' immobile del tutto adagiato su un fianco, ha finito di soffrire. Povero micino. Pochi mesi, neanche ha fatto in tempo a vedere cosa ci fosse oltre il fosso al di là della strada, che odori strani, che mondo misterioso..., che la sua vita era già finita. La vecchietta piange, non so se per il gattino oper come ci resterà male la sua nipotina Morena. Io saluto e me ne vado, non voglio mettermi a tirar su col naso anch'io....

Addio, piccolo gateo dea Morena, poareto.
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giovedì 10 novembre 2011

11/11/11

Scaramantici, superstiziosi, cabalistici, appassionati di numerologia o semplici curiosi, tutti coloro che vedono significati reconditi o simboli misteriosi da decifrare nei numeri, domani dovranno stare sul chi va là. La data di domani sarà di quelle incredibilmente particolari per le quali si potrà dire "io c'ero", per il semplice fatto che si tratta di una concatenazione di numeri tutti uguali: 11/11/11- E non basta. Per i più attenti e sofisticati osservatori assumerà un significato altrettanto particolare il momento della giornata coincidente con le ore 11, 11 minuti e 11 secondi dell'11/11/11. Una vera e propria orgia di numeri "1" e di "11".
E allora come la mettiamo? C'è o no un significato recondito dietro questa incredibile sfilza di "uni"?
Intanto diciamo che l'"uno" è un numero primo, anzi il primo dei numeri primi, ovvero divisibile solo per 1 (e dai...) e per se stesso. Il che in matematica è un dato tutt'altro che banale e oggettivamente rilevante. In simbologia e numerologia il tris di 11 viene abbinato al diavolo, chissà perchè. Ma secondo altre teorie l'11, venendo subito dopo il dieci, cifra tonda e positiva per eccellenza, indica anche rinascita. Come dire che dopo il 10, considerato una specie di punto di arrivo, il massimo dei voti, l'eccellenza per antonomasia, con l'11 si fa punto a capo e si ricomincia a salire, a contare, ad andare a avanti.
Mi ricordo quando andavo a scuola in prima elementare, la mia maestra, ma prima ancora mia mamma, con lo stesso metodo intuitivo, mi insegnavano a contare da 1 a 10. Dopodichè si passava all'11 anche con un tono di voce e una mimica diversi, segno proprio che questo benedetto 11 ha proprio qualcosa di particolare. Se sia anche misterioso o ancestrale o addirittura diabolico non saprei proprio, anzi... Ma, come diceva Benedetto Croce, "vale sempre la pena ricordare che tali congetture non esistono, ma è bene tenerne conto". Chiaro, no?

Per inciso, è in uscita anche un film. Genere horror, naturalmente. E la data della prima ovviamente è 11/11/11.....!!!

lunedì 12 settembre 2011

Che ti sia lieve la terra... amico Toni

Non ce la faceva più ad andare avanti così. Questa notte Toni l'ha fatta finita e si è buttato dal terrazzo di casa. Toni non era più lui da quasi un anno e mezzo. Faceva dentro e fuori dalle cliniche psichiatriche per tentare di recuperare il suo equilibrio mentale che non c'era più. Un uomo alla deriva, l'ombra dell'uomo brillante e pieno di verve irrefrenabile di un tempo e che tutti abbiamo conosciuto.  Toni se ne è andato in una frazione di secondo, il tempo di precipitare dal terrazzo di casa. Se ne è andato volando, lui che ha sempre avuto un fisico pesante e corpulento che lo teneva attaccato a terra. Una stazza pesante e massiccia che aveva da sempre il vezzo di minimizzare dichiarando sempre qualche chilo in meno del suo peso o vestendosi in maniera eccentrica. Era un rugbysta, un pilone.

sabato 11 giugno 2011

Trent'anni fa, Alfredino nel pozzo

Mercoledi, 10 giugno 1981. Sono passati trent'anni, ma i ricordi sono ancora fortissimi. La vicenda è quella di "Alfredino nel pozzo" o la tragedia di Vermicino. Alfredino Rampi era una bimbo di 6 anni che una sera tornando a casa per cena precipita in un pozzo artesiano in costruzione. Una zona di campagna, un budello di 80 metri che entra nelle viscere della terra in cerca d'acqua per l'irrigazione dei campi. Non c'era protezione, non una copertura sulla bocca del pozzo. Ci sarà cascato dentro per errore oppure forse si sarà sporto troppo, spinto dalla curiosità che può avere un bambino per una cosa misteriosa come un buco senza fondo che entra nella terra. A suo tempo mi sembra di ricordare che che qualcuno fece anche l'ipotesi che qualcuno ce lo avesse spinto dentro volontariamente. Si parlò di vendette nei confronti dei genitori, ma nei miei ricordi nessuno prese troppo sul serio questi ricami di fantasia. Invece tutti si appassionarono alla vicenda di Alfredino nel pozzo. Vermicino, la località del Lazio dove accadde la tragedia, diventò famosa all'improvviso. Era sulla bocca di tutti, tutti ne parlavano. Tutta l'Italia per la prima mvolta seguiva in diretta televisiva un evento tragico che si dipanava ed evolveva sotto gli occhi di tutti. Non era mai accaduto nulla del genere nella storia della televisione italiana. Se non ricordo male la diretta durò ininterrottamente per giorni e notti, con una semplice telecamera fissa, con un commentatore che riportava ciò che accadeva intorno a lui. Nulla più. Nulla a che vedere con lo spettacolo dei giorni nostri in cui i luoghi del dolore dove sono accaduti fatti criminali vengono setacciati palmo a palmo e ripresi in ogni anfratto e angolazione. Dove una miriade di persone che nulla o quasi c'entrano con le vicende vengono interpellate, intervistate e chiamate a dare giudizi e pareri spesso fasulli. E' la "gente" che viene chiamata in ballo, la "gente" che fa audience, che diventa in qualche modo protagonista perchè ci sono ore e ore di servizi televisivi da riempire e qualcosa bisogna pur trasmettere e mandare in onda. A Vermicino no. Una telecamera, un commentatore sgomento quanto tutti gli altri presenti, con il compito -quasi una missione- di rappresentare la propria impotenza a tutta l'Italia di fronte alla tragedia di un bimbo in fondo al pozzo, semi soffocato nel fango. E una voce riportata da un microfono calato nel budello che gridava "Mamma"! Agghiacciante.
Uno dei soccorritori che furono calati nel pozzo

Era un giugno parecchio caldo. Mi ricordo che buona parte della diretta tv la seguii da casa della mia morosa (che poi sarebbe diventata mia moglie), spesso insieme ai miei futuri suoceri. Incollati davanti allo schermo, incapaci di staccarcene se non per qualche minuto. Alfredino era lì a soffrire nel pozzo e nessuno se la sentiva di abbandonarlo spegnendo la tv. Sembrava a tutti che fosse un tradimento, pensare ad altro. Divenne una specie di psicosi di massa per gli italiani. Tutta la zona di Vermicino divenne meta di curiosi ma soprattutto di volenterosi cittadini che volevano dare una mano in tutti i modi possibili, anche a costo di scavare con le mani. Qualcuno -più di uno- di corporatura minuta si fecero avanti e si dissero pronti a farsi calare nel pozzo per tentare di acciuffare Alfredino e tirarlo su. Così fu fatto. Per due o tre volte (vado a memoria) questi eroi sconosciuti il cui unico talento era di avere un corpo minuto e magro tentarono l'impossibile e per due o tre volte qualcuno di essi riuscì effettivamente ad afferrare Alfredino. Se non ricordo male quello che maggiormente " rischiò" di riuscire a portarlo in salvo era uno speleologo dilettante, quindi avvezzo agli spazi ristretti e sotterranei. Ma inutilmente, perchè il fango faceva scivolar via la presa e Alfredino scendeva ogni volta sempre più giù nel pozzo. Nessuna sceneggiatura di un diabolico film horror avrebbe saputo architettare situazione peggiore di quella -tragicamente vera-  messa in scena dal destino.
Arrivò sul posto anche il Presidente Pertini, un uomo molto amato dagli italiani per la sua cristallina onestà morale e intellettuale e per il suo carattere schietto e diretto. Insieme a lui intorno a quel pozzo maledetto c'erano tutti gli italiani. Cerca di confortare il papà e la mamma, attraverso un microfono parla addirittura ad Alfredino. Era un grand'uomo Pertini.  Ma sul bordo del pozzo c'era instancabile anche la mamma di Alfredino che non lo lasciò mai solo un istante, e c'era anche Nando, un vigile del fuoco che tra i primi accorse sul luogo per i primi soccorsi. Tutti cercavano di rincuorare Alfredino che chiedeva da bere e da mangiare. Gli scappava anche la pipì e non sapeva come fare per trattenersi e non farsela addosso. Povero piccino. Ricordo un particolare a proposito della mamma di Alfredino. Qualche imbecille la accusò di insensibilità perchè non si disperava abbastanza. I soliti dementi che devono giudicare le reazioni emotive degli altri secondo clichè predeterminati. La stessa categoria di imbecilli probabilmente che hanno criticato ai giorni nostri i genitori della povera Yara Gambirasio per l'atteggiamento "troppo" dignitoso e riservato tenuto durante e dopo la scomparsa e la morte della loro figliola. Ma, si sa, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.
Il Presidente Pertini a Vermicino
Intanto, verificato che i tentativi di raggiungere Alfredino calandosi direttamente con delle funi erano inutili, si scavava un pozzo parallelo per raggiungere la stessa profondità, scavare in orizzontale per arrivare all'altezza di dove si trovava il bambino. Ma ci sono difficoltà con le trivelle che incontravano strati di roccia difficili da penetrare. E' una corsa contro il tempo. Insomma il destino sembra accanirsi contro Alfredino, che continua inesorabilmente a scivolare più giù. In tanti tentano ancora di calarsi nel pozzo, ma il fango in cui è incastrato il piccolo impedisce qualunque movimento. Poco dopo l'alba del 13 giugno Alfredino muore. La sua agonia nel pozzo è finita, dopo due giorni e due notti tremende.

Sono passati trent'anni e forse i miei ricordi saranno confusi e, chissà, nella ricostruzione di quei momenti posso aver sovrapposto fatti e persone. Ma l'emozione e il senso di frustrazione di quei momenti sono  e saranno indelebili.
Povero Alfredino nel pozzo, che brutta fine.

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Per saperne (molto) di più, la precisa e puntuale ricostruzione fatta dal Corriere della sera:

domenica 5 giugno 2011

Libri. Quelle mani da pianista...

Pianoforte vendesi
di Andrea Vitali


 
Personaggi e interpreti:
- Bellano, piccolo paese sulle rive del lago di Como;
- il Pianista, un poco di buono così soprannomionato per le sue doti di ladro svelto di mani;
- il pianoforte, frutto non apprezzato di un'eredità, posto in vendita al miglior offerente;
- la vecchina ultra ottantenne, zitella per scelta consacrata alla musica;
- il maresciallo dei Carabinieri della locale stazione e il suo brigadiere;
- il calzolaio che ogni anno, tutti gli anni, la notte della Befana si ubriaca;
- la trippa, nobile quanto popolare piatto povero della cucina tradizionale che riempie lo stomaco e ritempra lo spirito nelle fredde giornate invernali.
 
Ecco ci sono tutti. In una notte magica, quella dell'Epifania, in cui tutto il paese fa festa ed è percorso da brividi insoliti che evocano morti che si alzano dalle tombe per parlare con i vivi, Vitali inserisce la vicenda di un abile mariuolo che spera di fare bottino nella confusione della festa. Invece finisce con l'imbattersi con un insolito cartello che offre la vendita di un pianoforte. Da quel momento in poi nulla sarà più come sembra.
Grande Andrea Vitali. Un vero maestro nel raccontare storie di gente qualsiasi e quasi insignificanti, luoghi e ambientazioni marginali e banali trasformandole in storie di persone e di luoghi unici al mondo. Personaggi e luoghi vivificati dal racconto che assumono personalità e sembianze nuove e originali, ma mai banali anche nella loro normalità.
Pianoforte vendesi è un piccolo gioiello (nemmeno un centinaio di pagine) da leggersi tutto d'un fiato. Con passione.

P.S.: Certe volte non siamo noi a scegliere i libri da leggere, ma sono loro a scegliere noi. Ho acquistato questo libro di Vitali per caso ad una sagra di quartiere. Una di quelle feste di parrocchia dove si va per mangiare gnocchi e carne alla brace con gli amici o i vicini di casa. Non diverse dalle feste dell'Unità, sempre più rare al giorno d'oggi. C'è lo stand della pesca di beneficienza dove, se va bene, ci si riempie di cianfrusagli inutili, l'orchestrina di liscio e il dj discotecaro che a giorni alterni invitano alle danze i parrocchiani, anziani e giovani. Nella mia parrocchia oltre a offrire tradizionalmente ogni anno degli ottimi gnocchi che sembrano fatti in casa, c'è anche lo stand riservato agli "intellettuali" dove si vendoni libri usati. Sono centinaia e centinaia, tutti allineati su bancarelle traballanti e suddivisi tra narrativa italiana, straniera, saggistica, cucina, fiabe, turismo e viaggi. A dominare su tutto un incredibile tanfo di umido. Ma in quale cantina umida saranno mai conservati quei libri da un anno all'altro? A sovrintendere e gestire lo stand è stato chiamato uno dei parrocchiani di fiducia del Parroco. E' un ex vigile urbano in pensione che si dedica stoicamente alle necessità della parrocchia. Sono capitato nello stand del libro per caso, dopo il doveroso omaggio agli gnocchi, gironzolando per la sagra gustandomi il mio toscano del dopo cena. Un passaggio quasi dovuto sulle bancarelle, a curiosare tra le tremende zaffate di odor di muffa e di umido. Mi sarebbe piaciuto trovare una copia del Moby Dick di Melville; mi è venuta voglia di rileggerlo e vedere che sensazioni mi avrebbe suscitato adesso, a cinquant'anni suonati, la storia della balena bianca e del capitano Achab dopo aver letto il libro da ragazzo. Invece mi trovo davanti questo libricino smilzo di Andrea Vitali. Spiccava per l'aspetto, nuovo quasi intonso, a dispetto della vetustà dell'offerta che lo circondava. Tutti libri vecchi di anni o decenni. Che ci fa qui, mi sono chiesto. Possibile che nessuno prima di me lo abbia addocchiato? Lo prendo al volo, senza pensarci. Continuo il giro, trovo un Camilleri che non avevo letto e unn Erri De Luca che mi incuriosiva. Passo alla cassa, dal vigile in pensione. Scambio due parole di circostanza sulla festa parrocchiale e sul tempo capriccioso e alla fine mi fa il prezzo. Sì, mi fa il prezzo. Non fa la somma dei prezzi dei libri, chessò il 50% del costo di copertina. No, li guarda e li riguarda, li gira e li rigira, li soppesa e poi spara: "4 euro per tutti e tre". Non credo alle mie orecchie. Gli chiedo conferma: 4 euro per tutti e tre? Ho capito bene? Lui mi guarda interrogativo, mi sembra quasi di indovinare i suoi pensieri "sono troppi 4 euro"? Muffa e odore di chiuso compresi nel prezzo, naturalmente. Prendo il portafoglio e quasi sentendomi in colpa per il prezzaccio gli allungo un biglietto da 5 euro. Lui apre il cassettino della cassa improvvisata cercando il resto. Faccio il signore, con un cenno della mano rifiuto il resto. Tenga pure, per le necessità della parrocchia...

domenica 22 maggio 2011

Morire "perchè non ci si ferma mai"




La madre della bambina, all'ottavo mese di gravidanza, ha rotto il silenzio in un'atmosfera da stato d'assedio con i giornalisti e le troupe televisive che affollavano l'ospedale di Ancona. Per dire - in un'intervista - che quello che è successo a Lucio Petrizzi, il padre di Elena, "può capitare ad ognuno di noi, perché non ci si ferma mai".



Con tutto il rispetto per il dolore dei genitori della piccola Elena, tutta questa vicenda mi sembra mostruosamente agghiacciante. A cominciare dal semplice fatto in sè: la morte di una bimba, non per un incidente, non per una malattia. Per dimenticanza. Ma tutto diventa ancor più difficile da accettare leggendo le pseudo giustificazioni della mamma. Ma è vero che dimenticarsi la propria figlioletta di 22 mesi in macchina per un'intera mattinata può capitare a ognuno di noi? E' vero che può succedere perchè non ci si ferma mai? Ho il sospetto di sì, che la mamma di Elena abbia in fondo ragione, nonostante di primo acchito, istintivamente, si possa avere la sensazione che sia solo una scusa per giustificare qualcosa di mostruoso come è dimenticare la figlia in auto fino alla morte.

Il padre di Elena è un apprezzato chirurgo veterinario di Teramo. Quella mattina doveva portare la piccola all'asilo e poi recarsi al lavoro. La dimenticanza, il vuoto di attenzione e concentrazione, il buco nero della memoria, comincia già allora. Perchè la prima cosa dimenticata è quella di fermarsi all'asilo. Dopodichè ecco la seconda dimenticanza: la figlia in auto al parcheggio. Il padre di Elena quella mattina aveva evidentemente (per quel che è dato intuire) solo una cosa in testa: il lavoro. Nella scala di priorità della sua giornata, dei suoi impegni, dei suoi interessi, dele sue passioni Elena e l'asilo erano solo incidenti di percorso. Delle parentesi da intercalare all'impegno lavorativo. Lucio Petrizzi, il padre di Elena, è un uomo di successo, insegna veterinaria all'università, è quel che si dice un uomo "arrivato" in quella scala indefinita che differenzia le persone insignificanti da quelle che contano. Un uomo che "non si ferma mai", come lo definisce argutamente la sua compagna e mamma di Elena. Peccato che questa volta non si sia dimenticato semplicemente di comprare il latte tornando a casa o chiamare l'idraulico per il rubinetto che perde. Si è dimenticato di sua figlia. Che è rimasta chiusa in auto al parcheggio, sotto il sole, fino a soffocare per mancanza di aria. Coma, edema cerebrale, compromissione renale, morte.

Se avesse ragione la mamma di Elena a dire che può succedere "perché non ci si ferma mai" allora bisognerebbe che tutti prendessimo atto di quanto è successo a Teramo e la piantassimo una volta per tutte di inseguire falsi dei quale il successo, il lavoro, l'affermazione sociale. Sarebbe ora che dessimo una svolta alla nostra vita perchè almeno quella persa da Elena per dimenticanza di suo padre possa servire a a qualcosa o a qualcuno.
Ne conosco parecchie di persone che vivono in maniera caotica e febbrile, quasi fossero stati morsi da una tarantola. Io per primo.
Una volta, anni fa, anch'io vivevo in questo modo. Senza mai fermarmi, di corsa, in maniera febbrile. Appuntamenti ovunque, impegni di lavoro, rendicontazioni, programmazioni, istruzione di collaboratori. Tutto il giorno dedicato al dio-lavoro. E' come una specie di vortice tumultuoso e maledetto che, se ti afferra, ti risucchia sempre più. E farsi risucchiare è anche maledettamente gratificante, perchè ti sembra di essere nel giusto, di fare bene, ma non ti permette di porti la classica domanda: perchè. Perchè sacrificare interessi, affetti, passioni in nome del lavoro? Io mi sono trovato in quel periodo a non avere più nè tempo nè voglia di leggere un libro, di andare al cinema a vedere un buon film, di coltivare la mia vecchia passione per la fotografia. Per non parlare di cose ben più importanti come seguire da vicino la propria famiglia invece di esserne solo marginalmente sfiorato. Il dio-lavoro è un moloch dalle mille forme e dai mille tentacoli, ognuno dei quali ti porta via qualcosa. E raramente si riesce a rendersene conto. Perchè per farlo bisognerebbe fermarsi un po' e mettersi a pensare e riflettere. Troppo lusso.
Ne conosco parecchie di persone che sono avviluppate dai tentacoli del moloch. Li riconosco tra certi miei amici e nell'ambiente di lavoro. Rampanti, ambiziosi, votati alla carriera e al successo. Per un encomio del capo o un avanzamento di carriera venderebbero l'anbima al diavolo.
Io, per fortuna, posso coniugare i verbi al passato prossimo nel ripercorrere situazioni simili. Ci sono passato e ne sono fuori. Non per merito mio, per mia scelta o per mio ravvedimento. Ci ha pensato la mia salute a tirarmi fuori dal vortice. Ad un certo punto ho mollato tutto, senza possibilità di scegliere. O così ...o così. Difficile continuare a sbattersi per il lavoro prigioniero per mesi e mesi di un letto d'ospedale. A posteriori, nonostante tutto quello che ho passato sotto il punto di vista salute, devo quasi essere riconoscente a quello che mi ha riservato il destino. Si dice che "non tutto il male viene per nuocere".
Chissà che la disgraziata morte per dimenticanza della piccola Elena non possa insegnare qualcosa a qualcuno. Perchè "può capitare ad ognuno di noi, perché non ci si ferma mai".

sabato 14 maggio 2011

La vera "Poderosa"

Un mio amico (ciao Ennio) mi ha detto, pensando di rivelarmi chissachè, che mi sono appropriato indebitamente di un termine già associato indelebilmente ad un mezzo di trasporto a due ruote. E che mezzo di trasporto...! La "Poderosa", con le virgolette e la maiuscola, il nome affettuoso con cui chiamo la mia Aprilia Caponord.
La vera Poderosa: Norton 500 del 1939
E' ben vero, lo davo per sottinteso in verità. Si tratta di un omaggio, di una citazione, di un segno di rispetto alla vera Poderosa, la moto Norton 500 del 1939, utilizzata da Ernesto Guevara (non ancora detto "el Che") e dal suo amico Alberto Granado per compiere il viaggio-avventura alla scoperta dell'America latina nel lontano 1952. Un'epopea che a solo pensarci fa venire i brividi e la voglia di poartire. Viaggio di cui peraltro c'è una splendida testimonianza nel bel film di qualche anno fa "I diari della motocicletta" tratto dal libro scritto dallo stesso Granado, intitolato With Che Through Latin America.


Date a Cesare quel che è di Cesare! Figuriamoci se mai mi potrebbe venire in mente di appropriarmi di qualcosa che è stata del Che...


venerdì 4 febbraio 2011

Alberto Burdese

Il professor Alberto Burdese era ordinario di Istituzioni di diritto romano presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Padova; è scomparso ieri all'età di 84 anni. Come ogni essere umano, alla fine anche lui se n'è andato. Pace all'anima sua.  E' stato bravo ad arrivare alla venerabile età di 84 anni, perchè con tutte le maledizioni che i suoi studenti gli hanno indirizzato in decenni di carriera professorale, l'irreparabile sarebbe potuto accadere molto ma molto prima. Ne parlo perchè il prof. Burdese è una di quelle persone che lasciano un segno indelebile di sè nell'animo e nella memoria degli studenti. Come la professoressa di matematica delle medie o quella di latino del liceo. Come gli esami di maturità. Insomma uno che se ci finisci sotto le grinfie come studente, te lo ricordi tutta la vita. Io sono tra questi. La mia (breve) carriera universitaria è passata sotto le forche caudine dell'esame di Diritto romano (e Storia del Diritto romano), la sua materia. E' un esame che a quei tempi (ora non so) si sosteneva nel primo anno, con lo spirito elevato verso nuovi e nobili traguardi, verso sfide nuove per lo studente appena maturato al liceo e quindi dotato di grande entusiasmo. E quello era il primo grande errore. Perchè da studentelli pivellini inesperti, andare subito a sbattere contro un esame e, peggio ancora, contro un professore del genere, era come affrontare un muro e pensare di buttarlo giù a mani nude. Infatti le percentuali degli studenti che su quel m uro ci restavano spiaccicati come moscerini erano impressionanti. Cifre intorno al 97-98%. Conti facili da fare, perchè negli appelli con un centinaio di iscritti erano solo 2 o 3 quelli che riuscivano a passare. Una strage sempre annunciata e sempre realizzata ad ogni sessione d'esami. E come se non bastasse, i modi erano dei peggiori, strafottenti e arroganti. Sono così passati nella leggenda i libretti lanciati dalle finestre o fatti volare per aria, le battute pesanti, i commenti sarcastici ai danni degli studenti colpevoli di non saper rispondere alle domande del professore. Erano gli anni di Giurisprudenza di Padova che aveva la fama di essere la migliore facoltà d'Italia. Erano, nel mio caso, quelli dal 1975 in poi. Dove per alzare la fama e la considerazione della facoltà veniva individuata nella percentuale dei promossi agli appelli uno dei criteri maggiormente qualificanti. E allora per avere brillanti carriere universitarie bisognava essere dei geni o avere le giuste conoscenze. Tutti gli altri, carne da macello.  Come se non bastasse, l'ambiente in cui affondava le sue radici la facoltà era prevalentemente quello di destra, dove i più moderati ed "aperti" erano quelli (!) delle correnti democristiane più arcigne e conservatrici. D'altra parte erano gli anni del 6 politico e del 18 garantito. Erano gli anni di Scienze Politiche a Padova e di Sociologia a Trento, che furono terreno di crescita della Sinistra extraparlamentare, di Lotta continua, di Autonomia operaia e infine anche del partito armato. Logico che la roccaforte della destra, Giurisprudenza, dovesse in tutti i modi distinguersi dalla massa del movimento studentesco. Ma sono altri discorsi che ci porterebbero lontano dal nostro professor Burdese.

Per capire il clima che si viveva durante quegli esami-strage voglio citare un aneddoto che in quegli anni circolava sulle bocche di tutti. Un'avvenente studentessa decise di giocarsi altre carte oltre a quella della preparazione precisa e dettagliata della materia. Quindi si presentò all'esame con una minigonna mozzafiato e una camicetta generosamente sbottonata. Durante l'esame chiese disinvoltamente di poter fumare (in quegli anni non c'erano le restrizioni al fumo come oggi) e così portò a termine la sua interrogazione. Che sfortunatamente per lei non fu ritenuta sufficiente. Nel comunicarle la bocciatura, l'esimio prof. Burdese ebbe a dire, con voce impostata e faccia opportunamente contrita: "Signorina, nel congedarmi da lei e invitarla a tornare al prossimo appello avendo ben studiato il mio libro di testo, la saluto come Enea salutò la sua città in fiamme, salpando a bordo di una imbarcazione: Addio Troia fumante!!".

Giusto per notizia, l'esame con il professor Burdese io lo passai con successo al primo colpo, feci parte di quel misero 2-3% di promossi in quella sessione. 
Col senno di poi potrei dire che a qualcosa il prof Burdese e il suo esame però sono serviti. A non darsi per sconfitti ancor prima della battaglia.

martedì 4 gennaio 2011

Natascia

A vederla, a Natascia le si darebbero una trentina d'anni. E' piccolina di statura, proporzionata, carnagione scura, capelli neri e ricci. Nervosi, difficili da tenere a freno. Uno pensa a Natascia e si immagina una eterea nordica altissima, biondissima, occhi azzurri, carnagione chiarissima.  Invece no, è tutto il contrario. Mai lasciarsi guidare dagli sterotipi. Natascia è una donna sui generis, perchè a dispetto del nome che evoca steppe siberiane è in realtà cubana. Ma non è una di quelle cubane da copertina patinata, gambe lunghe e sinuose, con il sedere modellato al tornio altissimo da terra e seni protesi a sfidare la legge di gravità. Nulla di tutto ciò, è invece "normalmente normale", come tante altre donne mediterranee. Natascia però una caratteristica veramente singolare ce l'ha. La lascia chiaramente intuire il suo nome. E' figlia di quella miscellanea curiosa e forse irripetibile nata dall'influenza dell'ex Unione sovietica sui paesi satelliti del blocco comunista. Cuba, Fidel Castro, le basi missilistiche russe, la crisi con gli Usa negli anni 60 in piena Guerra fredda, John Kennedy, il blocco navale, la Baia dei porci. Natascia è figlia di quell'epoca ormai archiviata nei libri di storia, cubana sì, ma anche russo-sovietica, ispanica dalla pelle color cioccolato, ma con un nome di origine baltiche a suggellare quell'epoca storica.
Natascia fa la cameriera in uno dei bar vicino al mio ufficio, dove vado in pausa pranzo, per un panino, un toast o un primo veloce. Chissà perchè si dice "primo veloce", forse che esistono anche i primi lenti o quelli solo accelerati, oltre a quelli che fanno venire il bruciore di stomaco al terzo boccone e quelli che si lasciano mangiare senza problemi...? Mah.
Natascia dimostra una trentina d'anni, ma in realtà ne ha parecchi di più, quasi quarantacinque. Ma non glieli darebbe nessuno. Frutto della mescolanza genetica cubano-sovietica? Comunque sia, quando le si chiede l'età nel caso che si entri in amicizia, tutti rimangono a bocca aperta. Poi si scopre che ha anche una figlia grandicella, che parla correntemente quattro o cinque lingue, che ha girato il mondo fermandosi qualche anno qui e qualche altro là. Che adesso medita di trasferirsi in Spagna, dove non è mai stata stabilmente, ma solo fuggevolmente in viaggio. Unica remora: fare almeno terminare a sua figlia le scuole medie in Italia dove le ha cominciate. Natascia non finisce mai di sorprendere.
Qualche settimana fa, al finire dell'estate, è tornata a Cuba, come suole fare periodicamente, per ritrovare vecchi amici e i parenti. Principalmente la sua anziana mamma. Radici difficili da dimenticare, giustamente, nonostante la lontananza e la vocazione giramondo ormai pluridecennale. Prima che partisse ho azzardato timidamente una richiesta, dando per scontato che fosse pleonastica. Che mi portasse da Cuba dei sigari locali (niente roba tipo Montecristo o Cohiba, che ormai si trovano dappertutto), a patto che fossero fatti a mano artigianalmente da e per la gente del posto. E già che c'era, per completare la richiesta, anche una bottiglia di rhum, anch'essa del tipo altrettanto artigianale. Pagando il dovuto, si intende. Nell'epoca della globalizzazione dei mercati niente di più facile trovare rhum cubano nei supermercati. Ma, si sa, la produzione locale è tutta un'altra cosa. Non certo roba da turisti.
Ho osato troppo? Non avrei dovuto fare richieste così invadenti alla gentile Natascia? Forse. Ho accantonato l'idea, nella convinzione di essermi allargato troppo. Figuriamoci se si mette a fare la spesa a Cuba per i conoscenti italiani. Per giunta semi sconosciuti e sfacciati, come nel mio caso. Ma il bello doveva ancora arrivare. Dopo un paio di mesi scarsi di assenza, quando il periodo di ricongiungimento affettivo al suo paese era giunto al termine, Natascia è ritornata puntualmente a lavorare al bar e a servire piadine, insalate o primi veloci. Come prima, come al solito, per sbarcare il lunario. Salvo, qualche giorno dopo, presentarsi al tavolo con un involto in carta di giornale e un sorriso stampato in faccia. "Questo è per te", dice appoggiando il malloppo sul tavolo. Scarto l'involucro e appare uan bottiglia di rhum. Marca sconosciuta, scritte rigorosamente in spagnolo, produzione marcatamente artigianale. Non roba per turisti. Incredibile, Natascia si era ricordata della mia richiesta invadente e anche un po' maleducata di chi si approfitta di un po' di confidenza in pausa pranzo. Ed ecco il rhum arrivato sul tavolino del bar dopo un viaggio di parecchie migliaia di chilometri. "Non ti ho preso i sigari che volevi, perchè quelli che ho trovato non mi convincevano", dice quasi scusandosi. Ho preteso di pagare il costo della bottiglia come da accordi presi, per non approfittare di tanta cortesia. Pensa un po': sette dollari americani.
Natascia, simpatica piccoletta sovietico-cubana col nome che viene dal freddo, sei grande!
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