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sabato 8 dicembre 2012

Il Lohengrin di Wagner alla Scala

Come ogni 7 dicembre, per me è un appuntamento irrinunciabile, specie da quando la prima della Scala viene trasmessa in diretta da Rai 5. L'ho detto già altre volte, è una scelta meritevole e degna del massimo risalto. Quest'anno è stata una vigilia tormentata e innevata per il capolavoro di Wagner. A cominciare dalle polemiche per la scelta dell'opera  in favore del più classico e tradizionale Verdi. Polemiche sciocche a mio avviso. Se c'è qualcosa di universale è propririo la musica in tutte le sue espressioni, opera lirica compresa. Tirar fuori polemiche su Verdi piuttosto che Wagner mi sembra proprio di una futilità assoluta. Ma tant'è di polemiche oggi si vive.
Intanto c'è stato il colpo di scena iniziale. L'influenza tiene lontano dal palcoscenico la soprano titolare del ruolo di Elsa, Anja Harteros, sia la sua "riserva" Ann Petersen, che avrebbe dovuto sostituirla. La nuova protagonista, Annette Dasch, è arrivata in tutta fretta a Milano in piena notte senza poter provare nulla se non frettolosamente e utilizzando addirittura degli abiti di scena non suoi. Tuttavia ha incantato il pubblico della Scala.  Ho fatto il tifo per lei. Ci vogliono palle per affrontare una prima alla Scala senza preavviso e senza prove. Complimenti.

Wagner non mi entusiasma, anzi a dirla tutta, lo trovo noioso e ed eccessivo. Non mi prende, non mi acchiappa. Sicuramente per limiti miei e per la mia incultura musicale, me ne rendo conto. Ma è stato difficile arrivare alla fine delle oltre 5 ore di rappresentazione. Oltretutto anche il libretto ci mette del suo con tutti quei richiami continui alla purezza. Del regno di Brabante, degli uomini nobili e probi, di Elsa, di Lohengrin stesso. Quando sento un tedesco parlare troppo insitentemente di purezza, mi vengono sempre i brividi per la schiena... Tuttavia devo riconoscere che è stato uno spettacolo all'altezza della Scala con gli assi nella manica rappresentati dagli interpreti, dal maestro Baremboin, dal coro. Unico neo, la scelta registica di Claus Guthdi di ambientare la vicenda nell'800. Proprio sbagliata. Come si fa a collocare nel XIX secolo una storia di quasi mille anni prima, fatta di dei, di eroi semidei, di uomini trasformati in cigni, di Graal e compagnia mitica cantante? No, davvero, proprio non ci siamo.
Del resto la mia diffidenza verso Richard Wagner è in buona compagnia:
"Non posso ascoltare molto Wagner. Mi fa venire voglia di invadere la Polonia.".
"Devo acquistare tutti i dischi di Wagner. E anche una motosega".
                                                                                                    Woody Allen
 
 Annette Dasch (soprano) e Jonas Kaufmann (tenore),
 protagonisti di Lohengrin
La parte del leone l'ha fatta la musica di questa opera romantica; quelli che ne capiscono dicono che è la più 'italiana' fra quelle del compositore tedesco, qualunque cosa voglia dire.... Grandi applausi a Barenboim e all'orchestra scaligera, come ho detto, ma anche tanti consensi al formidabile coro della Scala, protagonista al pari dei personaggi in scena. Mi sono commosso al termine dello spettacolo, quando il coro e l'orchestra hanno attaccato con impeto improvviso l'Inno di Mameli che ha entusiasmato l'intera sala con tutti gli spettatori in piedi a cantare. A proposito dell'inno, il protocollo prevede che l'esecuzione sia obbligatoria solo se c'è il presidente della Repubblica o un presidente straniero. Forse per questo motivo, in assenza di Napolitano, l'esecuzione è stata posticipata alla fine. Ed è stato anche più emozionante con gli applausi scroscianti per i cantanti tutti schierati in scena, piuttosto che all'inizio della serata con l'atmosfera ancora fredda e molto formale.
 

giovedì 8 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala (il dissoluto impunito)

Leporello e Don Giovanni
Sant'Ambrogio 2011, la prima alla Scala. Undici minuti di applausi per il Don Giovanni, che con la direzione di Barenboim e la regia del canadese Carsen, ha inaugurato la stagione scaligera. Presenti anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il premier Monti e i ministri Cancellieri, Ornaghi e Passera. Applausi per il neo premier nel foyer. Il commento di Napolitano: è stata un’opera bellissima. Il loggione promuove il Don Giovanni a pieni voti, qualche critica per Baremboim e Carsen.
Fortunatamente anche quest'anno Rai5 ha trasmesso l'evento in diretta permettendone la divulgazione ad una grande quantità di appassionati e di neofiti. Sempre poco rispetto a quanto sarebbe opportuno trasmettere in tema di musica "colta" e di spettacolo classico.
 La prima sorpresa è stata di vedere insieme Napolitano e Monti. Quando mai si è visto Berlusconi alla Scala? L'ultimo presidente del consiglio a presenziare alla prima fu Prodi. Berlusconi coltiva ben altri interessi... Vedere insieme le due cariche dello stato è un'immagine di forte simbolismo che fa bene al cuore e all'anima. Ce n'è un gran bisogno in questo momento in Italia.

Napolitano e Monti insieme alla Scala
E in tema di simbolismi il Don Giovanni ne ha da vendere. La figura del libertino impenitente e dissoluto che alla fine viene punito per il suo scellerato stile di vita è quanto di più attuale ci possa essere oggi nel nostro paese. Il titolo originale dell'opera di Mozart su libretto dell'italiano Da Ponte era "Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni". Se fosse un'opera letteraria contemporanea porterebbe tra i titoli di coda la dicitura "ogni riferimento a fatti o personaggi reali è da ritenersi casuale". Chi vuole intendere intenda...

Le cronache ci dicono che il foyer (giudizio "di pancia") ha apprezzato e applaudito la messa in scena e l'orchestrazione, ma le stesse cronache riferiscono che dall'alto del loggione da qualche raffinato intenditore qualche contestazione è arrivata al maestro Baremboim. L'accusa sarebbe di eccessiva lentezza nella interpretazione della partitura musicale. Non ho competenze in merito, ma di certo è difficile accontentare tutti, specie chi sta lì col ditino puntato alla ricerca della nota stonata. Il mio giudizio da spettatore assolutamente "di pancia e di cuore" è certamente positivo anche se la messa in scena del canadese Carson non sfiora la magnificenza della Carmen del 2009 ad opera di Emma Dante. Tuttavia l'uso della scenografia come parte integrante del racconto è senza dubbio d'effetto ed efficace. Molto bella, al limite della genialità, la trovata del regista di inserire un enorme specchio sul fondo palcoscenico che riflette l'immagine della platea e del contorno dei vari ordini di palchi. Il pubblico guarda sè stesso riflesso sul fondale del palcoscenico. Un gioco delle parti, come a dire che Don Giovanni, il dissoluto impuntito e impenitente, siamo (anche) noi. Ognuno è libero di leggervi qualsivoglia messaggio subliminale riferito alla realtà di questi anni. Anche la scelta di far muovere gli interpreti al di fuori del perimetro del palcoscenico è senza dubbio contro corrente in ambiente lirico, solitamente molto poco incline alle innovazioni. In particolare di grande effetto è stata l'idea di piazzare il "Commendatore" al momento del suo monito finale proprio sul palco delle autorità (tra Napolitano e Monti).
La locandina praghese del 1787
Certo, per i puristi del melodramma lirico si tratta forse di innovazioni poco digeribili, ma l'interpretazione del regista Carson è parsa convincente e riuscita e per certi versi provocatoria. E gli applausi finali lo dimostrano.

Esiste una disputa (molto dotta) sul finale dell'opera. In particolare sulla scena 20 in cui tutti i personaggi si trovano sul palco per commentare la fine di Don Giovanni. Il libretto recita la morale  conclusiva con tre versi "Questo è il fin di chi fa mal:/E de' perfidi la morte/Alla vita è sempre ugual". L'opera fu scritta da Mozart nel 1787 e debuttò prima a Praga e poi a Vienna. La differenza tra le due versioni starebbe proprio nel finale della scena 20. La versione viennese ne sarebbe stata priva (fermandosi quindi alla 19), perchè ritenuta poco in linea con la mentalità della capitale dell'Impero.
Questione di lana caprina? Per i dotti filologi mozartiani pare proprio di no, visto che a distanza di oltre due secoli ancora se ne parla...