giovedì 8 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala (il dissoluto impunito)

Leporello e Don Giovanni
Sant'Ambrogio 2011, la prima alla Scala. Undici minuti di applausi per il Don Giovanni, che con la direzione di Barenboim e la regia del canadese Carsen, ha inaugurato la stagione scaligera. Presenti anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il premier Monti e i ministri Cancellieri, Ornaghi e Passera. Applausi per il neo premier nel foyer. Il commento di Napolitano: è stata un’opera bellissima. Il loggione promuove il Don Giovanni a pieni voti, qualche critica per Baremboim e Carsen.
Fortunatamente anche quest'anno Rai5 ha trasmesso l'evento in diretta permettendone la divulgazione ad una grande quantità di appassionati e di neofiti. Sempre poco rispetto a quanto sarebbe opportuno trasmettere in tema di musica "colta" e di spettacolo classico.
 La prima sorpresa è stata di vedere insieme Napolitano e Monti. Quando mai si è visto Berlusconi alla Scala? L'ultimo presidente del consiglio a presenziare alla prima fu Prodi. Berlusconi coltiva ben altri interessi... Vedere insieme le due cariche dello stato è un'immagine di forte simbolismo che fa bene al cuore e all'anima. Ce n'è un gran bisogno in questo momento in Italia.

Napolitano e Monti insieme alla Scala
E in tema di simbolismi il Don Giovanni ne ha da vendere. La figura del libertino impenitente e dissoluto che alla fine viene punito per il suo scellerato stile di vita è quanto di più attuale ci possa essere oggi nel nostro paese. Il titolo originale dell'opera di Mozart su libretto dell'italiano Da Ponte era "Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni". Se fosse un'opera letteraria contemporanea porterebbe tra i titoli di coda la dicitura "ogni riferimento a fatti o personaggi reali è da ritenersi casuale". Chi vuole intendere intenda...

Le cronache ci dicono che il foyer (giudizio "di pancia") ha apprezzato e applaudito la messa in scena e l'orchestrazione, ma le stesse cronache riferiscono che dall'alto del loggione da qualche raffinato intenditore qualche contestazione è arrivata al maestro Baremboim. L'accusa sarebbe di eccessiva lentezza nella interpretazione della partitura musicale. Non ho competenze in merito, ma di certo è difficile accontentare tutti, specie chi sta lì col ditino puntato alla ricerca della nota stonata. Il mio giudizio da spettatore assolutamente "di pancia e di cuore" è certamente positivo anche se la messa in scena del canadese Carson non sfiora la magnificenza della Carmen del 2009 ad opera di Emma Dante. Tuttavia l'uso della scenografia come parte integrante del racconto è senza dubbio d'effetto ed efficace. Molto bella, al limite della genialità, la trovata del regista di inserire un enorme specchio sul fondo palcoscenico che riflette l'immagine della platea e del contorno dei vari ordini di palchi. Il pubblico guarda sè stesso riflesso sul fondale del palcoscenico. Un gioco delle parti, come a dire che Don Giovanni, il dissoluto impuntito e impenitente, siamo (anche) noi. Ognuno è libero di leggervi qualsivoglia messaggio subliminale riferito alla realtà di questi anni. Anche la scelta di far muovere gli interpreti al di fuori del perimetro del palcoscenico è senza dubbio contro corrente in ambiente lirico, solitamente molto poco incline alle innovazioni. In particolare di grande effetto è stata l'idea di piazzare il "Commendatore" al momento del suo monito finale proprio sul palco delle autorità (tra Napolitano e Monti).
La locandina praghese del 1787
Certo, per i puristi del melodramma lirico si tratta forse di innovazioni poco digeribili, ma l'interpretazione del regista Carson è parsa convincente e riuscita e per certi versi provocatoria. E gli applausi finali lo dimostrano.

Esiste una disputa (molto dotta) sul finale dell'opera. In particolare sulla scena 20 in cui tutti i personaggi si trovano sul palco per commentare la fine di Don Giovanni. Il libretto recita la morale  conclusiva con tre versi "Questo è il fin di chi fa mal:/E de' perfidi la morte/Alla vita è sempre ugual". L'opera fu scritta da Mozart nel 1787 e debuttò prima a Praga e poi a Vienna. La differenza tra le due versioni starebbe proprio nel finale della scena 20. La versione viennese ne sarebbe stata priva (fermandosi quindi alla 19), perchè ritenuta poco in linea con la mentalità della capitale dell'Impero.
Questione di lana caprina? Per i dotti filologi mozartiani pare proprio di no, visto che a distanza di oltre due secoli ancora se ne parla...

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