Io uccido, Niente di vero tranne gli occhi, Fuori da un evidente destino, Pochi inutili nascondigli... Grandi successi editoriali, centinaia di migliaia di copie vendute. Un fenomeno come pochi altri. Ma sarà vera gloria?
A parte il primo Io uccido, li ho letti tutti e ogni volta, giunto all'ultima pagina, mi chiedo perchè mi intestardisco e insisto quando so già dall'inizio che il libro non mi darà niente, salvo un po' di suspence. Nulla di più, un vuoto pneumatico. Lo scrivere di Giorgio Faletti è facile e immediato, scorre via veloce, sebbene alla fine non resti niente, spesso è gradevole se solo evitasse quella specie di pubblicità occulta nel citare marchi commerciali collegati ai personaggi (un esempio per intenderci: il tal protagonista indossa un paio di Nike o guida un Mercedes modello xy, non un paio di anonime scarpe sportive o un'auto qualsiasi... probabilmente perchè nella logica di Faletti la marca del prodotto disegna il personaggio). Ma continuo a leggerlo. Deve essere una forma di sadico autolesionismo. Vai a capire...
Io sono Dio non fa eccezione. La trama scorre come sempre su due piani paralleli, seguendo i punti di vista dei protagonisti con una specie di montaggio cinematografico fatto di sequenze rapide trasformate in capitoli. Da un lato l'assassino e dall'altro gli investigatori. O viceversa, a seconda che nella narrazione prendano il sopravvento i buoni o i cattivi. E questo vale anche per gli altri libri.
Lo spunto dell'intreccio poliziesco di Io sono Dio è interessante e intrigante ed è senz'altro il momento migliore del libro, anche se un lettore attento e un po' "sgamato" finisce per scoprirlo troppo presto facendo perdere interesse al finale. Il che non va affatto bene. Ovviamente non dirò nulla di più, anche perchè se leviamo questo, al libro rimane proprio ben poco.
Un consiglio. Non fate come me, questo libro è da leggere sotto l'ombrellone in altro periodo dell'anno, sempre che si prenda per buono il clichè che in spiaggia si debbano leggere preferibilmente cosine leggere leggere...
Riflessioni personali, fatti e notizie, idee, pensieri, sogni, chiacchiere e opinioni. In un' Italia, purtroppo, sempre più alla deriva.
sabato 27 febbraio 2010
giovedì 25 febbraio 2010
Invictus. Il rugby per la pacificazione sociale
Domani 26 febbraio esce Invictus, il film di Clint Eastwood in cui sono narrate alcune delle vicende che portarono il Sudafrica dal regime dell'apartheid a quello del rinnovamento e della pace sociale bianchi-neri. Protagonista, ovviamente, Nelson Mandela interpretato da Morgan Freeman. Uno degli strumenti di questo processo di rinnovamento e di pacificazione sociale furono gli Springboks (la nazionale di rugby sudafricana) e la Coppa del Mondo del 1995 disputatasi proprio in SA.
Il titolo del film prende origine da una poesia che Nelson Mandela recitava in carcere per farsi forza e sopportare il durissimo regime di detenzione (27 anni!) a cui era sottoposto.
Il fatto che sia un film del vecchio Clint sarebbe da solo un valido motivo per andarlo a vedere (personalmente ho visto tutti i suoi film e sono uno meglio dell'altro), ma in questo caso si parla di rugby e dei suoi valori intrinseci come sport di contatto fisico, ma basato sul rispetto dell'avversario. L'interesse raddoppia per chi come me ama sia il rugby che il cinema. Pare che sia molto bello (non l'ho ancora letto) anche il libro da cui è tratto il film: "Ama il tuo nemico" di John Carlin. Dunque un motivo in più per suscitare interesse nel film, la cui ultima parte è interamente dedicata al percorso degli Springboks in Coppa del Mondo 1995 fino alla finale contro gli "dei" del rugby, gli All Blacks neozelandesi. Non dirò chi vinse quella edizione dei mondiali a beneficio di quanti non conoscono o non seguono il rugby.
Le anticipazioni della critica sul film dicono che le riprese con la steadycam mobile delle fasi di gioco sono particolarmente belle, realistiche e coinvolgenti. Da leccarsi i baffi.
Il titolo del film prende origine da una poesia che Nelson Mandela recitava in carcere per farsi forza e sopportare il durissimo regime di detenzione (27 anni!) a cui era sottoposto.
Il fatto che sia un film del vecchio Clint sarebbe da solo un valido motivo per andarlo a vedere (personalmente ho visto tutti i suoi film e sono uno meglio dell'altro), ma in questo caso si parla di rugby e dei suoi valori intrinseci come sport di contatto fisico, ma basato sul rispetto dell'avversario. L'interesse raddoppia per chi come me ama sia il rugby che il cinema. Pare che sia molto bello (non l'ho ancora letto) anche il libro da cui è tratto il film: "Ama il tuo nemico" di John Carlin. Dunque un motivo in più per suscitare interesse nel film, la cui ultima parte è interamente dedicata al percorso degli Springboks in Coppa del Mondo 1995 fino alla finale contro gli "dei" del rugby, gli All Blacks neozelandesi. Non dirò chi vinse quella edizione dei mondiali a beneficio di quanti non conoscono o non seguono il rugby.Le anticipazioni della critica sul film dicono che le riprese con la steadycam mobile delle fasi di gioco sono particolarmente belle, realistiche e coinvolgenti. Da leccarsi i baffi.
Penso di andare a vederlo nel fine settimana e dunque ne riparleremo a breve.
lunedì 22 febbraio 2010
Film visti. Amabili resti
Amabili resti
Regia di Peter Jackson. Con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, Saoirse Ronan.
[Voto: 1,5 su 5]
Melassa informe in salsa new age. Peter Jackson, quello della Trilogia dell'anello, abbandona mostri e nanerottoli eroici per dedicarsi a temi decisamente più complessi che però affronta comunque con gli strumenti della fantasia e della fervida immaginazione. Ne viene fuori un ibrido a metà strada tra il poliziesco sui serial killer e il film drammatico sui grandi temi della vita e della morte, di chi siamo e di dove andiamo. Purtroppo alla fine non è nè carne nè pesce e questo lo sotterra a livello di film palloso e insulso. Belle immagini, bei colori, buoni sentimenti a iosa in un'America di maniera molto middle-class-bianca con le sue casette linde e ordinate e i papà che passano il tempo a giocare con i figli. Tutto molto bello, molto giusto, molto edulcorato. Troppo. E anche tremendamente sdolcinato e soprattutto già visto. Bei personaggi tra i "buoni": mamma, papà, familiari tutti, amici e boy friends; laido e sordido il "cattivo" serial killer. E dove sta la novità o l'idea originale?
E che dire dell'idea di Paradiso e Inferno come meta finale del passaggio nell'aldilà slegati da una logica di fede e religione (in tutto il film non c'è il minimo accenno alla dimesione religiosa dei protagonisti)? Ma per quanto ancora ci verrà propinata 'sta melassa caramellosa della filosofia new age come alternativa laica e buonista a Dio?
Da segnalare tra gli interpreti:
- Susan Sarandon, perfetta nel ruolo di suocera/nonna semi alcolizzata e fuori dagli schemi perbenisti
- Rachel Weisz, brava e bella come al solito nel ruolo di mamma-che-cade-e-risorge
- Stanley Tucci, bieco come pochi altri come serial killer/orco-cattivo
- Mark Wahlberg, del tutto fuori ruolo come papà straziato dal dolore (decisamente meglio in brutali ruoli d'azione)
- Saoirse Ronan, debuttante deliziosa e bravissima nel ruolo della ragazzina vittima dell'orco cattivo.
.
P.S.: Jackson si auto-cita almeno un paio di volte, se non me ne sono sfuggite altre. In una scena all'inizio del film in una libreria del centro commerciale si vede una locandina che fa riferimento a Lo Hobbit (Tolkien...Compagnia dell'anello...); successivamente in una inquadratura fuggevole si vede un avventore di un negozio che legge in piedi un libro o una rivista: giurerei che fosse proprio lui, Jackson in persona con tanto di barba. Mi ricorda qualcosa... che abbia a che fare con il vecchio Alfred...?
Regia di Peter Jackson. Con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, Saoirse Ronan.
[Voto: 1,5 su 5]
Melassa informe in salsa new age. Peter Jackson, quello della Trilogia dell'anello, abbandona mostri e nanerottoli eroici per dedicarsi a temi decisamente più complessi che però affronta comunque con gli strumenti della fantasia e della fervida immaginazione. Ne viene fuori un ibrido a metà strada tra il poliziesco sui serial killer e il film drammatico sui grandi temi della vita e della morte, di chi siamo e di dove andiamo. Purtroppo alla fine non è nè carne nè pesce e questo lo sotterra a livello di film palloso e insulso. Belle immagini, bei colori, buoni sentimenti a iosa in un'America di maniera molto middle-class-bianca con le sue casette linde e ordinate e i papà che passano il tempo a giocare con i figli. Tutto molto bello, molto giusto, molto edulcorato. Troppo. E anche tremendamente sdolcinato e soprattutto già visto. Bei personaggi tra i "buoni": mamma, papà, familiari tutti, amici e boy friends; laido e sordido il "cattivo" serial killer. E dove sta la novità o l'idea originale?
E che dire dell'idea di Paradiso e Inferno come meta finale del passaggio nell'aldilà slegati da una logica di fede e religione (in tutto il film non c'è il minimo accenno alla dimesione religiosa dei protagonisti)? Ma per quanto ancora ci verrà propinata 'sta melassa caramellosa della filosofia new age come alternativa laica e buonista a Dio?
Da segnalare tra gli interpreti:
- Susan Sarandon, perfetta nel ruolo di suocera/nonna semi alcolizzata e fuori dagli schemi perbenisti
- Rachel Weisz, brava e bella come al solito nel ruolo di mamma-che-cade-e-risorge
- Stanley Tucci, bieco come pochi altri come serial killer/orco-cattivo
- Mark Wahlberg, del tutto fuori ruolo come papà straziato dal dolore (decisamente meglio in brutali ruoli d'azione)
- Saoirse Ronan, debuttante deliziosa e bravissima nel ruolo della ragazzina vittima dell'orco cattivo.
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P.S.: Jackson si auto-cita almeno un paio di volte, se non me ne sono sfuggite altre. In una scena all'inizio del film in una libreria del centro commerciale si vede una locandina che fa riferimento a Lo Hobbit (Tolkien...Compagnia dell'anello...); successivamente in una inquadratura fuggevole si vede un avventore di un negozio che legge in piedi un libro o una rivista: giurerei che fosse proprio lui, Jackson in persona con tanto di barba. Mi ricorda qualcosa... che abbia a che fare con il vecchio Alfred...?
mercoledì 17 febbraio 2010
Torna l'avvocato Guerrieri
Gianrico Carofiglio ci ripropone le avventure dell'avvocato Guido Guerrieri. L'ultimo capitolo (per ora) da poco uscito nelle librerie si intitola Le perfezioni provvisorie e giunge dopo Testimone inconsapevole, Ad occhi chiusi e Ragionevoli dubbi. Invece svincolati dal personaggio-Guerrieri: Il passato è terra straniera (da cui è stato tratto un bel film con Elio Germano); Nè qui nè altrove (Una notte a Bari). Tutti letti e tutti piaciuti. Personalmente sono un fans dichiarato di Carofiglio del quale apprezzo moltissimo lo stile di scrittura, asciutto ma non povero di descrizioni e coloriture, fluido ma non superficiale, appassionante ma non inquinato dal solito stile thriller di maniera. L'ambientazione dei suoi romanzi è Bari, che ormai ho imparato a conoscere ed apprezzare, quasi ci fossi stato di persona. Via Sparano, il lungomare, il teatro Petruzzelli, S. Nicola, le varie librerie, la zona di Bari vecchia con i suoi dedali di strade e le facce poco raccomandabili che si incontrano... e poi, ancora, certi locali così affabilmente descritti che verrebbe quasi voglia di andare a scovare, se esistessero davvero (chissà...). Devo dire che la lettura di Carofiglio ha contribuito in maniera rilevante a modificare l'idea preconcetta (ahimè) che avevo di Bari, che ai miei occhi incarnava il classico clichè sommariamente negativo di città levantina, a metà strada tra il suk mediorientale e la tipica stereotipata città del sud d'Italia. Invece l'immagine che ne esce è di una città moderna, pienamente al passo con i tempi (nel bene e nel male), effervescente sotto tutti gli aspetti, ricca di cultura come anche, purtroppo, di corruzione e di malavita. Insomma, Bari come specchio fedele dell'Italia, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Ma il motivo per amare ed apprezzare Gianrico Carofiglio viene principalmente dai suoi personaggi, avvocato Guerrieri in testa. Sobrietà è la parola d'ordine. Ma non superficialità. Sobrietà nella raffigurazione e caratterizzazione sia del protagonista che delle figure di contorno. Carofiglio riesce a penetrare a fondo nei personaggi senza bisogno di colpi di scena eclatanti o situazioni torbide o sanguinolente. La vita e le situazioni che descrive sono realmente credibili e verosimili. Nulla a che fare con la realtà romanzata, spesso surreale e sopra le righe che ci viene spesso propinata. Trattandosi di un avvocato penalista si potrebbe parlare di fatti di gente non-perbene, rubando e storpiando l'espressione a Mauro Bolognini. Ma sono comunque eventi a dimensione umana, che servono da spunto e da pretesto per raccontare di persone e di personaggi mai banali, ma sfaccettati e sezionati per meglio comprendere ciò che sta loro intorno. Non manca un'incursione nelle vicende personali e sentimentali del personaggio-Guerrieri (avvocato con la passione della lettura e del pugilato), ma anche in questo caso gli accenni sono sempre funzionali alla narrazione e alla costruzione dei personaggi e delle vicende. In quanto avvocato penalista, Guerrieri viene a contatto con quelli che sono i temi ricorrenti della vita italiana contemporanea: la droga, la malavita, il razzismo strisciante, il malaffare, il sottobosco di truffatori di mezza tacca che vivono e si sollazzano tra sfarzo grossolano e macchine lussuose. Il che contribuisce in modo significativo a descrivere "da dentro" una bella fetta della nostra società contemporanea. Non dimentichiamoci che Carofiglio, oltre ad essere scrittore è stato magistrato (o forse lo è tuttora?) e dunque conosce perfettamente il mondo border line che descrive nei suoi romanzi.
Da consigliare a quanti amano leggere storie e vicende italiane, non banali e comunque interessanti e avvincenti. Ma soprattutto per apprezzare la non comune capacità di scrivere di Gianrico Carofiglio.
Ma il motivo per amare ed apprezzare Gianrico Carofiglio viene principalmente dai suoi personaggi, avvocato Guerrieri in testa. Sobrietà è la parola d'ordine. Ma non superficialità. Sobrietà nella raffigurazione e caratterizzazione sia del protagonista che delle figure di contorno. Carofiglio riesce a penetrare a fondo nei personaggi senza bisogno di colpi di scena eclatanti o situazioni torbide o sanguinolente. La vita e le situazioni che descrive sono realmente credibili e verosimili. Nulla a che fare con la realtà romanzata, spesso surreale e sopra le righe che ci viene spesso propinata. Trattandosi di un avvocato penalista si potrebbe parlare di fatti di gente non-perbene, rubando e storpiando l'espressione a Mauro Bolognini. Ma sono comunque eventi a dimensione umana, che servono da spunto e da pretesto per raccontare di persone e di personaggi mai banali, ma sfaccettati e sezionati per meglio comprendere ciò che sta loro intorno. Non manca un'incursione nelle vicende personali e sentimentali del personaggio-Guerrieri (avvocato con la passione della lettura e del pugilato), ma anche in questo caso gli accenni sono sempre funzionali alla narrazione e alla costruzione dei personaggi e delle vicende. In quanto avvocato penalista, Guerrieri viene a contatto con quelli che sono i temi ricorrenti della vita italiana contemporanea: la droga, la malavita, il razzismo strisciante, il malaffare, il sottobosco di truffatori di mezza tacca che vivono e si sollazzano tra sfarzo grossolano e macchine lussuose. Il che contribuisce in modo significativo a descrivere "da dentro" una bella fetta della nostra società contemporanea. Non dimentichiamoci che Carofiglio, oltre ad essere scrittore è stato magistrato (o forse lo è tuttora?) e dunque conosce perfettamente il mondo border line che descrive nei suoi romanzi.
Da consigliare a quanti amano leggere storie e vicende italiane, non banali e comunque interessanti e avvincenti. Ma soprattutto per apprezzare la non comune capacità di scrivere di Gianrico Carofiglio.
lunedì 15 febbraio 2010
Ostensione di S. Antonio. Fede o business?
Da oggi fino al 20 febbraio presso la Basilica del Santo qui a Padova si assisterà alla pubblica ostensione delle spoglie di S. Antonio. La città è in subbuglio, con la Protezione civile mobilitata in grande stile. Probabilmente parlo da uomo di poca fede, prevenuto e condizionato dai molti dubbi e dalle poche certezze, ma di fronte ad un evento come questo, che fa il paio con quella di Padre Pio, avvenuta credo l'anno scorso, la prima domanda che mi viene spontanea è "perchè"? Da quale esigenza o bisogno o necessità della Fede nasce la decisione di procedere a un'ostensione? Sia S.Antonio che Padre Pio mi pare godano ottima salute dal punto di vista del carisma e del seguito di fedeli, quindi la scelta di mostrare ciò che rimane dei loro corpi terreni non sembrerebbe mossa dalla volontà di far rifiorire tra i fedeli una devozione in declino. Ma allora, perchè? Come non pensare che una ragione -senz'altro non la principale, ma di certo di grande peso- possa essere la fortissima spinta economica che ne deriva? Le decine o centinaia di migliaia di fedeli e pellegrini provenienti da tutta Italia e dall'estero (si parla di almeno duecentomila persone nell'arco della settimana) porteranno un flusso di denaro enorme in termini di offerte, di acquisti di souvenir, di prebende, di ristorazioni, di soggiorni e pernottamenti. Sono malevolo e aridamente materialista? Mi pare che siano dati inoppugnabili. Ma dal punto di vista della fede, come la mettiamo? Di un santo, ovvero di una figura mistica per eccellenza, si venerano la vita esemplare, gli insegnamenti, le idee propugnate, la condotta morale e l'osservanza delle regole e dei comandamenti. Ma i resti ossei che c'entrano? Qual è il senso di questa ostensione (ma il termine che mi viene di primo acchito sarebbe "esibizione)? In che modo l'ostensione e dunque la venerazione delle ossa di un santo costituiscono un'espressione o un atto di fede?
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giovedì 11 febbraio 2010
Solo me ne vo' per la città...
Cosa vi ispira questo disegno a lato? Sensazioni di disagio? Di freddo, di pioggia, di buio? Di umido e di scarpe fradice? Sì, forse. Anche. In realtà l'immagine raffigura una delle mie passioni non dichiarate. Camminare la sera col buio nella nebbia o con la pioggia. Di giorno mi darebbe fastidio e lo evito in tutti i modi. La sera, no. Succedeva spesso che dopo cena mi infilassi il piumino più caldo, magari corroborato da un bel maglione, berretto "fracà", guanti e via. Adesso non più, almeno non più come una volta. Non ce la farei. Camminare a lungo mi affatica troppo. Ma ogni tanto ci provo ugualmente riducendo il raggio d'azione. Passeggiate senza meta, facendomi guidare dal caso. La situazione più bella e affascinante di tutte è la nebbia. Rende tutto approssimativo, vago, misterioso. Alla sera, per le strade di periferia, non si ode altro rumore se non quello dei propri passi e dei propri pensieri. Il freddo cerca di penetrare nelle ossa e cerca varchi ovunque. Il viso è preso a morsi dal gelo umido della sera, ma tutto il resto è al riparo dei vari strati. E' una cosa ben strana quella sensazione di caldo circoscritto che mi avvolge e mi protegge da quello che c'è fuori. Un guscio avvolgente e accogliente. Il massimo è quando mi accendo un toscano. Le volute di fumo si mescolano al fiato che si condensa. Nuvoloni ovunque che al passaggio lasciano una scia non solo odorosa o che si confondono con la nebbia, quando c'è. Per questo uso i guanti di lana con le mezze dita: mi permettono di tenere il toscano senza doverli sfilare e farli congelare. La mia città è bella di sera. Il centro storico si raggiunge in 20 minuti a piedi con passo regolare, senza strafare. Un intreccio di stradine porticate con i ciotoli al posto dell'asfalto. Lontano dai luminosi e futili negozi grandi-firme. Lì c'è un sacco di gente che fa lo struscio serale.
Non lì bisogna indirizzarsi per gustare il buio e il silenzio della notte. Una delle mete preferite che inevitabilmente finisco col raggiungere è quella del vecchio ghetto ebraico, nel cuore della città. L'atmosfera sembra ferma nel tempo. La zona pedonale limita quasi a zero il traffico e sembra quasi di vivere in un'altra epoca. Le rare auto che passano rotolando sull'acciotolato fanno un rumore decisamente diverso, quasi più accettabile all'orecchio. Palazzetti ultracentenari appoggiati l'uno all'altro senza soluzione di continuità che sembrano sostenersi a vicenda. Finestre illuminate che lasciano intuire attività domestiche, luci, ombre cinesi, musica, i bagliori azzurrini delle tv accese. Il tutto reso impalpabile dalla nebbia o lavato dalla pioggia che pulisce tutto e tutto quasi rinnova a nuova immagine. E i pensieri vagano, si rincorrono, si perdono, ma poi riaffiorano. Spesso forti, altre volte sbiaditi. Dalla nebbia e dal tempo. Solo me ne vo' per la città...Solo me ne vo per la città
passo tra la folla che non sa
che non vede il mio dolore
cercando te, sognando te, che più non ho.
Ogni viso guardo e non sei tu
ogni voce ascolto e non sei tu
Dove sei perduto amore?
Ti rivedrò, ti troverò, ti seguirò.
Io tento invano di dimenticar
il primo amore non si può scordar
è scritto un nome, un nome solo in fondo al cuor
ti ho conosciuto ed ora so che sei l'amor,
il vero amor, il grande amor.
Solo me ne vo per la città
passo tra la folla che non sa
che non vede il mio dolore
cercando te, sognando te, che più non ho.
E'scritto un nome, un nome solo in fondo al cuor
ti ho conosciuto ed ora so che sei l'amor,
il vero amor, il grande amor.
passo tra la folla che non sa
cercando te, sognando te, che più non ho. [S.T.]
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martedì 9 febbraio 2010
Nuovo layout del blog
SORPRESA!
Cari amici, da oggi il blog cambia aspetto e assume questa nuova veste grafica, più colorata e più allegra. Chissà, forse inconsciamente è un auspicio di risveglio e di rinnovamento in sintonia con la primavera che prima o poi deve arrivare... realmente e metaforicamente.
Spero che vi piaccia.
-A.V.-
domenica 7 febbraio 2010
Daria Bignardi - Non vi lascerò orfani
Daria Bignardi a me piace, sia come donna che come giornalista. Sa proporsi in modo interessante con quel suo modo sobrio, ma non troppo, di parlare (semplice e diretto, ma non povero), di offrirsi al pubblico (elegante e mai caciarone), di vestire (il tacco giusto, la gonna giusta, la camicetta mai troppo sbottonata); soprattutto sa essere ficcante nelle sue interviste senza diventare invadente e (cosa rara nel giornalismo italiano) senza mai finire in ginocchio col potente di turno, stando alla larga da sviolinate mielose con il personaggio famoso (pensate allo zuccheroso Fabio Fazio...); riesce a sostenere con disinvoltura la scena e la conduzione dei suoi programmi, L'era glaciale (Rai) e prima ancora Le invasioni barbariche (La7). Entrambi tra i migliori talk show in circolazione, a mio modesto avviso. Riesco a perdonarle anche la conduzione delle prime due edizioni del Grande Fratello (era il 2000 se non sbaglio), perchè allora quel tipo di reality show poteva ancora dirsi interessante e con una certa valenza culturale e sociologica. Niente a che vedere con il baraccone falso e sciroccato di oggi. Insomma, avercene di dariebignardi in tv...
In tv, però. Perchè nella veste di scrittrice proprio non ci siamo. Sto leggendo il suo libro Non vi lascerò orfani, uscito di fresco l'anno scorso. Un'autobiografia di famiglia, se mi concedete il termine, essendo incentrato proprio sull'intero albero genealogico dei Bignardi, rami secondari compresi. Il pretesto è la morte della di lei mamma e l'inevitabile bilancio che si è portati a fare in questi frangenti dolorosi. Un riordino dei ricordi di una vita passata insieme che è come riaprire vecchi cassetti della memoria, frugarci dentro e trovare cose perdute e dimenticate. Bello il pretesto, interessante lo spunto, ma deludente il risultato. Questa specie di lessico famigliare è pesantuccio da digerire perchè da l'impressione di non andare molto oltre l'elencazione di nomi, di nonni, di zii, di parenti di ogni tipo, che però restano nomi senza diventare personaggi. E qualche aneddoto non contribuisce in modo significativo a risollevare la situazione. Non sono riuscito ad amare il racconto di Daria se non in maniera superficiale e descrittiva. Salvo soltanto le citazioni ricorrenti dei modi di dire di famiglia, le frasi abituali, riportate tra l'altro anche foneticamente con una traslitterazione dei suoni (esempio: bestia diventa besctia, con la "sc" di sciare). E' bene tener presente che la famiglia Bignardi è radicata tra Bologna e Ferrara e dunque l'accento è quello emiliano-romagnolo. Una specie di dizionario fraseologico che funziona come un vero e proprio fattore distintivo della famiglia. Non so se sia un'invenzione sua, di Daria, ma mi è piaciuta molto. Anche perchè è facile e immediato andare col pensiero dalle pagine del libro ai modi di dire della propria famiglia (quella del lettore) e applicare l'analogia. Una specie di marchio di fabbrica lessicale. Un pensiero molto tenero.
Ma basta a salvare il libro? So di andare controcorrente, perchè invece questa opera prima di Daria Bignardi è stata accolta e giudicata piuttosto bene, sia dalla critica che dal pubblico. Tuttavia trovo il libro troppo esile e anche confuso nel suo dipanarsi tra zii e nonni. Peccato, sarà per un'altra volta, cara Daria. Aspetto fiducioso.
In tv, però. Perchè nella veste di scrittrice proprio non ci siamo. Sto leggendo il suo libro Non vi lascerò orfani, uscito di fresco l'anno scorso. Un'autobiografia di famiglia, se mi concedete il termine, essendo incentrato proprio sull'intero albero genealogico dei Bignardi, rami secondari compresi. Il pretesto è la morte della di lei mamma e l'inevitabile bilancio che si è portati a fare in questi frangenti dolorosi. Un riordino dei ricordi di una vita passata insieme che è come riaprire vecchi cassetti della memoria, frugarci dentro e trovare cose perdute e dimenticate. Bello il pretesto, interessante lo spunto, ma deludente il risultato. Questa specie di lessico famigliare è pesantuccio da digerire perchè da l'impressione di non andare molto oltre l'elencazione di nomi, di nonni, di zii, di parenti di ogni tipo, che però restano nomi senza diventare personaggi. E qualche aneddoto non contribuisce in modo significativo a risollevare la situazione. Non sono riuscito ad amare il racconto di Daria se non in maniera superficiale e descrittiva. Salvo soltanto le citazioni ricorrenti dei modi di dire di famiglia, le frasi abituali, riportate tra l'altro anche foneticamente con una traslitterazione dei suoni (esempio: bestia diventa besctia, con la "sc" di sciare). E' bene tener presente che la famiglia Bignardi è radicata tra Bologna e Ferrara e dunque l'accento è quello emiliano-romagnolo. Una specie di dizionario fraseologico che funziona come un vero e proprio fattore distintivo della famiglia. Non so se sia un'invenzione sua, di Daria, ma mi è piaciuta molto. Anche perchè è facile e immediato andare col pensiero dalle pagine del libro ai modi di dire della propria famiglia (quella del lettore) e applicare l'analogia. Una specie di marchio di fabbrica lessicale. Un pensiero molto tenero.
Ma basta a salvare il libro? So di andare controcorrente, perchè invece questa opera prima di Daria Bignardi è stata accolta e giudicata piuttosto bene, sia dalla critica che dal pubblico. Tuttavia trovo il libro troppo esile e anche confuso nel suo dipanarsi tra zii e nonni. Peccato, sarà per un'altra volta, cara Daria. Aspetto fiducioso.
giovedì 4 febbraio 2010
L'apologia della cocaina e l'ipocrisia
Questo signore nella fotografia a lato si chiama Morgan. Fa il cantante e il conduttore televisivo di un programma musicale della Rai (X Factor). Era in lizza per partecipare al Festival di Sanremo di quest'anno, ma è stato depennato dalla lista per certe sue dichiarazioni sull'uso di cocaina. La cocaina e Sanremo non vanno d'accordo e dunque Morgan il festival se lo guarderà in tv invece di parteciparvi. Ammetto di non conoscere il personaggio e di averlo intravisto qualche volta smanettando con il telecomando. Spero che non conoscere Morgan (e dunque non apprezzarlo nella sua dimensione artistica) non sia una cosa grave .Perchè ne parlo? Qual è il problema? I nodi sono più d'uno: il fatto in sè; le reazioni dell'opinione pubblica e dei media; la conseguente esclusione dal festival.
Andiamo con ordine. Morgan ha dichiarato: "La droga apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. Lo uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene. E Freud la prescriveva. Io la fumo in basi (modalità di assunzione nota come crack, ndr) perché non ho voglia di tirare su l'intonaco dalle narici. Me ne faccio di meno, ma almeno è pura. Ne faccio un uso quotidiano e regolare".
Che Morgan fumi crack sono fatti suoi; che ne faccia aperta apologia in pubblico invece a mio avviso è un fatto molto grave in sè e soprattutto altamente diseducativo verso le fasce più deboli e fragili della popolazione (adolescenti e giovani!) che segue questo tipo di personaggi. "La cocaina fa bene", l'ha detto Morgan, quello della televisione, basta fumarla e non sniffarla"!. E la frittata è fatta. Il messaggio pericoloso, fuorviante e criminale è arrivato a destinazione.
A me che Morgan si fumi di tutto e di più non interessa (se resta un fatto personale), mi interessa invece, e molto, che il suo atteggiamento e la sua scelta di vita non diventino un esempio devastante per altri soggetti in virtù del ruolo indiscutibilmente pubblico che riveste. Tant'è vero che le sue affermazioni non sono state fatte in privato al bar tra compagni di gozzoviglie, ma sulle pagine di un noto mensile e dunque all'attenzione di qualunque lettore e dunque di tutti.
Secondo problema. In seguito alla decisione di escluderlo da Sanremo (da parte della Rai, credo) si sono levati cori di protesta per l'ipocrisia della decisione da parte di personaggi dello spettacolo altrettanto noti, opinionisti, maitre à penser, giornalisti, tuttologi, e compagnia briscola. Naturalmente rilevati e amplificati dai media di ogni tipo. Insomma reagire di fronte alla apologia esplicita della cocaina (o crack) sarebbe un atto ipocrita e dunque, come tale, censurabile. Siamo al ribaltamento dei fatti, della ragionevolezza e del buon senso. Siamo alla follia pura. Sarebbe ora di dire basta a questi malpensanti à la page che tutto tollerano e tutto minimizzano cercando di svicolare sistematicamente dai veri problemi. Sono arcistufo di questa mentalità idiota mascherata di tolleranza e libertà che invece altro non sono che demenza sociale e ideologica, stupidità assoluta. Ognuno è libero di farsi del male come meglio crede (forse ed entro certi limiti), ma non è tollerabile che ne faccia l'apologia ai quattro venti in pubblico. Chi ha parlato di ennesimo cattivo maestro ha pienamente ragione. Ce ne sono già troppi in giro.
mercoledì 27 gennaio 2010
Il giorno della memoria
Oggi si celebra in tutto il mondo il Giorno della Memoria. Proprio il 27 gennaio di 65 anni fa il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dall'Armata Rossa che premeva da Est verso Berlino. Le forze alleate ebbero modo di rivelare al mondo le atrocità commesse dai nazisti su oltre sei milioni di ebrei in nome della salvaguardia della razza ariana. Una vergogna dell'intera umanità e di quanti all'epoca pur sapendo fecero finta di non sapere e non vedere.
Ancora più vergognoso è che tuttoggi ci sia chi nega l'Olocausto parlando di macchinazione storica e politica. Credo che l'ultimo in ordine di tempo a esprimersi in questi termini sia stato il presidente dell'Iran (quello col nome difficile da ricordare e pronunciare).
Tradizionalmente e storicamente si associa all'idea dello sterminio di ebrei e alla loro persecuzione il Nazismo hitleriano. Purtroppo anche noi italiani ci siamo macchiati di questa infamia. Il regime fascista si rese colpevole di analoga persecuzione, sia pure in forma minore. Ma certo questa minorità del fenomeno non può essere considerata un'esimente. Il principio era scimmiottare gli alleati tedeschi in tutto e per tutto, anche nelle nefandezze, per non essere da meno. Il Capo del Governo e del Partito Fascista Benito Mussolini fece approvare dal parlamento le leggi razziali e il Re Vittorio Emanuele III le promulgò nel 1938. La famiglia regnante Savoia fu dunque complice e correa di quelle persecuzioni.
Sarebbe bene che ce lo ricordassimo tutti e lo insegnassimo ai nostri figli e nipoti, nonostante siano passati 65 anni dalla liberazione di Auscwitz (e ben 72 dalle leggi razziali). La memoria deve essere maestra di insegnamenti e fonte di esperienza per tutti, perchè non si debbano più ripetere tragedie simili.
Anche l'Italia ebbe ilo suo campo di concentramento. La gran parte di ebrei nostri connazionali (e con essi quella che il regime fascista considerava la feccia dell'umanità, zingari, omosessuali e chiunque non fosse omologato ai caratteri ariani) furono spediti in Germania, Austria, Polonia dove si trovavano i principali campi di sterminio. Ma una parte fu concentrata vicino Trieste, nella Risiera di San Sabba. Sempre per non essere di meno dei feroci e spietati alleati germanici.
Italiani, brava gente? Non sempre e di sicuro non con gli ebrei. Non certamente il regime fascista, non certamente chi coprì e avallò questa pagina vergognosa della storia italiana.
Ancora più vergognoso è che tuttoggi ci sia chi nega l'Olocausto parlando di macchinazione storica e politica. Credo che l'ultimo in ordine di tempo a esprimersi in questi termini sia stato il presidente dell'Iran (quello col nome difficile da ricordare e pronunciare).
Tradizionalmente e storicamente si associa all'idea dello sterminio di ebrei e alla loro persecuzione il Nazismo hitleriano. Purtroppo anche noi italiani ci siamo macchiati di questa infamia. Il regime fascista si rese colpevole di analoga persecuzione, sia pure in forma minore. Ma certo questa minorità del fenomeno non può essere considerata un'esimente. Il principio era scimmiottare gli alleati tedeschi in tutto e per tutto, anche nelle nefandezze, per non essere da meno. Il Capo del Governo e del Partito Fascista Benito Mussolini fece approvare dal parlamento le leggi razziali e il Re Vittorio Emanuele III le promulgò nel 1938. La famiglia regnante Savoia fu dunque complice e correa di quelle persecuzioni.
Sarebbe bene che ce lo ricordassimo tutti e lo insegnassimo ai nostri figli e nipoti, nonostante siano passati 65 anni dalla liberazione di Auscwitz (e ben 72 dalle leggi razziali). La memoria deve essere maestra di insegnamenti e fonte di esperienza per tutti, perchè non si debbano più ripetere tragedie simili.
Anche l'Italia ebbe ilo suo campo di concentramento. La gran parte di ebrei nostri connazionali (e con essi quella che il regime fascista considerava la feccia dell'umanità, zingari, omosessuali e chiunque non fosse omologato ai caratteri ariani) furono spediti in Germania, Austria, Polonia dove si trovavano i principali campi di sterminio. Ma una parte fu concentrata vicino Trieste, nella Risiera di San Sabba. Sempre per non essere di meno dei feroci e spietati alleati germanici.
Italiani, brava gente? Non sempre e di sicuro non con gli ebrei. Non certamente il regime fascista, non certamente chi coprì e avallò questa pagina vergognosa della storia italiana.
Il tempo
Il tempo che passa è come, d'estate, l'aria smossa dalle pale di un ventilatore. A vent'anni se ne vorrebbe di più. A quaranta la si gode e si apprezza così com'è. Dai cinquanta in poi comincia a dare un tremendo fastidio sul collo fino a diventare insopportabile.
Maledizione.
Maledizione.
lunedì 25 gennaio 2010
Film visti. Il quarto tipo
Il quarto tipo
regia di Olatunde Osunsanmi, con Milla Jovovich, Elias Koteas, Will Patton.
[Voto: 2 su 5]
Vi piace la fantascienza? Credete agli Ufo e agli extraterrestri? Credete ai rapimenti da parte degli alieni? Siete tra i fans di Scully e Mulder in X-Files?
Allora Il quarto tipo è il film per voi. Anche se più che un film lo definirei un docu-fiction sul modello di quelli che passano su History Channel o su Quark, nel senso che in buona sostanza tutto ciò che si vede nel film è una trasposizione cinematografica di testimonianze raccolte durante le indagini relative a casi di sospette adduzioni avvenute qualche anno fa in Alaska. Adduzioni o abduzioni non è che un modo diverso e più formale di parlare di sospetti/probabili rapimenti da parte di alieni. Alla documentazione originale dell'inchiesta viene affiancata una drammatizzazione da parte di attori che seguono fedelmente i contenuti della documentazione ufficiale. Dunque molto di più del classico film "ispirato ad una storia vera".
Il risultato finale è un film molto cupo che si svolge in una atmosfera angosciante e tetra. D'altronde difficilmente potrebbe essere diversamente.
Particolarità inquietante. A me è accaduto qualche mese fa di svegliarmi di notte, per due-tre notti consucutive, sempre alla stessa ora: le 3.33. Proprio come nel film. Devo preoccuparmi?
regia di Olatunde Osunsanmi, con Milla Jovovich, Elias Koteas, Will Patton.
[Voto: 2 su 5]
Vi piace la fantascienza? Credete agli Ufo e agli extraterrestri? Credete ai rapimenti da parte degli alieni? Siete tra i fans di Scully e Mulder in X-Files?
Allora Il quarto tipo è il film per voi. Anche se più che un film lo definirei un docu-fiction sul modello di quelli che passano su History Channel o su Quark, nel senso che in buona sostanza tutto ciò che si vede nel film è una trasposizione cinematografica di testimonianze raccolte durante le indagini relative a casi di sospette adduzioni avvenute qualche anno fa in Alaska. Adduzioni o abduzioni non è che un modo diverso e più formale di parlare di sospetti/probabili rapimenti da parte di alieni. Alla documentazione originale dell'inchiesta viene affiancata una drammatizzazione da parte di attori che seguono fedelmente i contenuti della documentazione ufficiale. Dunque molto di più del classico film "ispirato ad una storia vera".
Il risultato finale è un film molto cupo che si svolge in una atmosfera angosciante e tetra. D'altronde difficilmente potrebbe essere diversamente.
Particolarità inquietante. A me è accaduto qualche mese fa di svegliarmi di notte, per due-tre notti consucutive, sempre alla stessa ora: le 3.33. Proprio come nel film. Devo preoccuparmi?
domenica 24 gennaio 2010
Ammaniti, che brutta festa!
Che delusione. Invece che una vera festa sulla scia delle ottime prestazioni precedenti, questo nuovo romanzo di Ammaniti sembra un mezzo funerale tragicomico ammantato di ironia e umorismo forzati e costruiti a tavolino. Anni luce di distanza dai commoventi, emozionanti e coinvolgenti Ti prendo e ti porto via e Come Dio comanda.
Due sono le storie messe in campo: quella di Saverio Moneta, capo di una ridicola setta di satanisti romani "de noantri" e lo scrittore, celebre e di successo, Francesco Ciba. Il primo non possiede nulla e nulla ha da offrire, se non rabbia e risentimento verso il mondo intero. Una vita ufficiale all'ombra dell'azienda di famiglia (della moglie-tiranna) in cui è dirigente per meriti parentali; una seconda vita non-ufficiale e nell'ombra come capo spirituale di tre poveracci adoratori di satana in una dimensione più da bar sport di periferia che di autentica setta. Il secondo personaggio, Ciba lo scrittore, invece ha tutto: successo, ricchezza, donne, importanti frequentazioni, ma è in crisi su tutti i fronti a causa di una letargia della sua vena letteraria che lo condiziona. Entrambi i personaggi sono dunque alla ricerca di una svolta che Ammaniti individua nella festa del titolo. Le due trame convergono così verso il luogo focale del romanzo: Villa Ada (a Roma) che fungerà da sede della mega festa rigorosamente trash organizzata da una specie di mafioso arricchito, che si inventa una sorta di safari pecoreccio da ottavo re di Roma. Lì si decideranno i destini di tutti i protagonisti, nel bene o nel male. Tutta la situazione è condita con punte di acido sarcasmo e pungente ironia nel tentativo di dare una cifra interpretativa ai personaggi e alla vicenda. Ma sarcasmo e ironia sembrano fini a sè stessi e il risultato è deludente e grottesco (per non dire ridicolo quando entrano in scena gli ex-sovietici). I satanisti sono poco più che personaggi da fumetto e la figura dello scrittore maledetto rimane a livello di galleggiamento senza che la sua costruzione come personaggio riesca a scendere in profondità. La parte cruciale del libro, la mega festa, è poi condita da situazioni e personaggi che sembrano tutti usciti da un cinepanettone di serie B. Da un momento all'altro ci si aspetta di veder sbucare fuori Christian De Sica o Massimo Boldi. Il livello è quello. Ammaniti costruisce un castello di cartapesta e poi si limita a giraci intorno senza riuscire a trovare la chiave per scardinarne le porte. Singolare poi che abbia scelto proprio uno scrittore come personaggio principale. Lo costruisce come scrittore di successo, rampante e di grande ambizione, ma complessivamente negativo e per certi versi spregevole. Forse per differenziarsi, lui come Ammaniti, da quella figura di intellettuale modaiolo? Per sottolineare così la sua assenza -per scelta- da salotti e studi televisivi? Comunque sia il rimpianto per i personaggi sanguignamente veri e meritevoli di affetto di Come dio comanda è tanto. Tantissimo.
Due sono le storie messe in campo: quella di Saverio Moneta, capo di una ridicola setta di satanisti romani "de noantri" e lo scrittore, celebre e di successo, Francesco Ciba. Il primo non possiede nulla e nulla ha da offrire, se non rabbia e risentimento verso il mondo intero. Una vita ufficiale all'ombra dell'azienda di famiglia (della moglie-tiranna) in cui è dirigente per meriti parentali; una seconda vita non-ufficiale e nell'ombra come capo spirituale di tre poveracci adoratori di satana in una dimensione più da bar sport di periferia che di autentica setta. Il secondo personaggio, Ciba lo scrittore, invece ha tutto: successo, ricchezza, donne, importanti frequentazioni, ma è in crisi su tutti i fronti a causa di una letargia della sua vena letteraria che lo condiziona. Entrambi i personaggi sono dunque alla ricerca di una svolta che Ammaniti individua nella festa del titolo. Le due trame convergono così verso il luogo focale del romanzo: Villa Ada (a Roma) che fungerà da sede della mega festa rigorosamente trash organizzata da una specie di mafioso arricchito, che si inventa una sorta di safari pecoreccio da ottavo re di Roma. Lì si decideranno i destini di tutti i protagonisti, nel bene o nel male. Tutta la situazione è condita con punte di acido sarcasmo e pungente ironia nel tentativo di dare una cifra interpretativa ai personaggi e alla vicenda. Ma sarcasmo e ironia sembrano fini a sè stessi e il risultato è deludente e grottesco (per non dire ridicolo quando entrano in scena gli ex-sovietici). I satanisti sono poco più che personaggi da fumetto e la figura dello scrittore maledetto rimane a livello di galleggiamento senza che la sua costruzione come personaggio riesca a scendere in profondità. La parte cruciale del libro, la mega festa, è poi condita da situazioni e personaggi che sembrano tutti usciti da un cinepanettone di serie B. Da un momento all'altro ci si aspetta di veder sbucare fuori Christian De Sica o Massimo Boldi. Il livello è quello. Ammaniti costruisce un castello di cartapesta e poi si limita a giraci intorno senza riuscire a trovare la chiave per scardinarne le porte. Singolare poi che abbia scelto proprio uno scrittore come personaggio principale. Lo costruisce come scrittore di successo, rampante e di grande ambizione, ma complessivamente negativo e per certi versi spregevole. Forse per differenziarsi, lui come Ammaniti, da quella figura di intellettuale modaiolo? Per sottolineare così la sua assenza -per scelta- da salotti e studi televisivi? Comunque sia il rimpianto per i personaggi sanguignamente veri e meritevoli di affetto di Come dio comanda è tanto. Tantissimo.
sabato 23 gennaio 2010
Forza, grazia, bellezza. L'atleta perfetta
Ieri sera non avevo voglia di cinema, nè di film in tv. Sul canale satellitare Eurosport mi sono imbattuto nei campionati europei di pattinaggio, che si svolgono a Tallinn capitale dell'Estonia. A me piace il pattinaggio, così come mi piacciono gli sport invernali in genere. Ho praticato lo sci di fondo e da discesa e con lo slittino ero come una bomba di cannone: inarrestabile. Ma il pattinaggio per me resta un mito, non foss'altro perchè mi sarebbe sempre piaciuto imparare a pattinare, ma non ne ho mai avuto l'occasione. Detto fra noi il deterrente principale era che è praticamente impossibile trovare dei pattini della mia misura di piede, ho il 48... Ma tornando all'argomento del post, ieri sera mi sono gustato circa tre ore di pattinaggio di altissimo livello. Singolo femminile e doppio di artistico. Una goduria, sottolineata ed esaltata da bravi atleti e atlete italiani che si sono fatti onore, compresa la famosa Carolina Kostner. Ma sono rimasto letteralmente a bocca aperta, estasiato, assorto e ipnotizzato da una pattinatrice finlandese, Kiira Korpi, che ieri sera era seconda in classifica provvisoria proprio dietro la nostra Kostner. Questa sera la finale.
Lo sport è sempre una mirabile sintesi di forza fisica e abilità tecnica, talento naturale, esercizio, allenamento, sacrificio e volontà di riuscire a raggiungere un obiettivo. La finlandese Kiira Korpi aggiunge a tutto questo anche una rara bellezza che rende la sua prestazione atletica uno spettacolo da godere totalmente. Avete presente la formidabile, brava e bella tennista Maria Sharapova? Ancora di più, ancora meglio, perchè il pattinaggio è uno sport che maggiormente esalta l'armonia dell'esecuzione del gesto tecnico-agonistico essendo strettamente imparentato con la danza. Una armonia tra forza, grazia e bellezza. Kiira Korpi, l'atleta perfetta.
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Per ammirarla all'opera cliccate qui:
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martedì 19 gennaio 2010
Film visti. Avatar
regia di James Cameron, con Sam Worthington, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodriguez, Zoe Soldana.
[Voto: 4 su 5]
Come in tutte le cose bisogna distinguere forma e sostanza. Il super colossal Avatar non fa eccezione, come del resto, a ben vedere, qualsiasi altro film. Forma e sostanza. Spettacolo e contenuto. L'ottimo voto riportato in alto media i due estremi, perchè c'è una bella differenza di valutazione dei due àmbiti.
Cominciamo dalla forma. Avatar è la quinta essenza dello spettacolo e della bellezza delle immagini su uno schermo cinematografico. Prendete il più bel documentario naturalista di National Geografic e moltiplicate per dieci o per cento. Per quanto ne avessi sentito parlare nei vari servizi di presentazione del film, per quanto avessi visto trailers e anticipazioni varie, l'impatto della visione del film supera qualsiasi fantasia o immaginazione. Il film è grandioso nella sua rappresentazione del pianeta Pandora su cui si svolge la vicenda. E' altrettanto immaginifico nella invenzione dei personaggi e dello spunto narrativo. Bella l'idea di creare un avatar cioè un "doppio fisico" dell'umanoide originale su cui innestare una coscienza umana. Affascinante sotto tanti aspetti anche perchè ad esempio, nel film il protagonista, che è paraplegico, di fatto riacquista un corpo perfetto attraverso la sua simbiosi con l'avatar pandoriano. Una mente innestata in un corpo diverso. Non c'è male come volo di fantasia... Magari fosse possibile.
E veniamo alla sostanza. Qui casca l'asino. Sempre che da un film del genere ci si debba aspettare chissà quali contenuti e quale spessore. Comunque diciamo subito che lo sviluppo della trama è quanto di più banale e già visto vi possa essere in ambito cinematografico. Avete presente i film di pellerossa e giubbe blu con John Wayne al comando del Settimo Cavalleggeri? Archi e frecce contro pistole e fucili? Selvaggi seminudi e urlanti contro un esercito regolare e modernamente armato? Ebbene, Avatar nell'intreccio narrativo non è altro che questo: una rivisitazione nell'anno 2154 dell'epopea della frontiera dell'America dei primi '800. Poi naturalmente a ben vedere i selvaggi non erano poi così selvaggi... e i valorosi soldati con le giubbe blu non erano poi così tanto eroici e nobili... anzi il cinema americano ha anche il merito di aver messo a nudo tante verità sulle porcate commesse dai militari ai danni dei pellirosse nativi. Avatar rispecchia in tutto e per tutto quel filone di cinema nato almeno sessant'anni fa e sviluppatosi fino a quasi i giorni nostri. Con qualche aggiustamento del caso, politically correct, of course. Esempio. Le squaw di Pandora non sono dedite esclusivamente a far da mangiare, accudire i mariti/guerrieri o ad allevare bambini, ma sono socialmente equiparate ai loro uomini, sono guerriere anch'esse con pari voce in capitolo nelle decisioni collettive. E di similitudine in similitudine troviamo i fidi mustang (cavalli selvaggi e addomesticati), le divinità della natura, gli spiriti, i luoghi sacri, le tradizioni dei padri, ecc. ecc. Tutto già visto.
Ma chissenefrega? La bellezza e spettacolarità delle immagini fa sì che si possa tranquillamente glissare sulla prevedibilità della trama che non inventa nulla di nuovo. Avatar vale senz'altro la pena di essere visto. Non riesco a immaginare qualcosa che possa essere più bello e spettacolare di questo film, almeno per i prossimi anni...
Un cenno a parte merita la visione 3D. Per me era la prima volta e devo dire che i primi dieci minuti del film li ho passati a sbalordirmi degli effetti tridimensionali. Ero diffidente e prevenuto, lo ammetto, ma devo dire che il risultato è stupefacente. In certi primi piani mi veniva quasi da allungare una mano per toccare l'oggetto che sembrava proprio lì davanti a me invece che sullo schermo a decine di metri di distanza. Incredibile.
Per concludere, una considerazione. I "selvaggi" del popolo Navi venerano una divinità che è tuttuno con la natura meravigliosa e lussureggiante del pianeta. E' una venerazione totale, assoluta. Una fede incrollabile che da loro forza e fiducia. Ma la domanda che mi è venuta in mente è questa. In questa visione della divinità Dio è Natura o Natura è Dio? Ossia, si venera la natura come espressione della creazione di Dio o viceversa la Natura assurge essa stessa a rango di divinità? Per gli alieni di Pandora la risposta è la seconda, Natura è Dio. Ma per noi umani di oggi...?
[Voto: 4 su 5]
Come in tutte le cose bisogna distinguere forma e sostanza. Il super colossal Avatar non fa eccezione, come del resto, a ben vedere, qualsiasi altro film. Forma e sostanza. Spettacolo e contenuto. L'ottimo voto riportato in alto media i due estremi, perchè c'è una bella differenza di valutazione dei due àmbiti.
Cominciamo dalla forma. Avatar è la quinta essenza dello spettacolo e della bellezza delle immagini su uno schermo cinematografico. Prendete il più bel documentario naturalista di National Geografic e moltiplicate per dieci o per cento. Per quanto ne avessi sentito parlare nei vari servizi di presentazione del film, per quanto avessi visto trailers e anticipazioni varie, l'impatto della visione del film supera qualsiasi fantasia o immaginazione. Il film è grandioso nella sua rappresentazione del pianeta Pandora su cui si svolge la vicenda. E' altrettanto immaginifico nella invenzione dei personaggi e dello spunto narrativo. Bella l'idea di creare un avatar cioè un "doppio fisico" dell'umanoide originale su cui innestare una coscienza umana. Affascinante sotto tanti aspetti anche perchè ad esempio, nel film il protagonista, che è paraplegico, di fatto riacquista un corpo perfetto attraverso la sua simbiosi con l'avatar pandoriano. Una mente innestata in un corpo diverso. Non c'è male come volo di fantasia... Magari fosse possibile.
E veniamo alla sostanza. Qui casca l'asino. Sempre che da un film del genere ci si debba aspettare chissà quali contenuti e quale spessore. Comunque diciamo subito che lo sviluppo della trama è quanto di più banale e già visto vi possa essere in ambito cinematografico. Avete presente i film di pellerossa e giubbe blu con John Wayne al comando del Settimo Cavalleggeri? Archi e frecce contro pistole e fucili? Selvaggi seminudi e urlanti contro un esercito regolare e modernamente armato? Ebbene, Avatar nell'intreccio narrativo non è altro che questo: una rivisitazione nell'anno 2154 dell'epopea della frontiera dell'America dei primi '800. Poi naturalmente a ben vedere i selvaggi non erano poi così selvaggi... e i valorosi soldati con le giubbe blu non erano poi così tanto eroici e nobili... anzi il cinema americano ha anche il merito di aver messo a nudo tante verità sulle porcate commesse dai militari ai danni dei pellirosse nativi. Avatar rispecchia in tutto e per tutto quel filone di cinema nato almeno sessant'anni fa e sviluppatosi fino a quasi i giorni nostri. Con qualche aggiustamento del caso, politically correct, of course. Esempio. Le squaw di Pandora non sono dedite esclusivamente a far da mangiare, accudire i mariti/guerrieri o ad allevare bambini, ma sono socialmente equiparate ai loro uomini, sono guerriere anch'esse con pari voce in capitolo nelle decisioni collettive. E di similitudine in similitudine troviamo i fidi mustang (cavalli selvaggi e addomesticati), le divinità della natura, gli spiriti, i luoghi sacri, le tradizioni dei padri, ecc. ecc. Tutto già visto.
Ma chissenefrega? La bellezza e spettacolarità delle immagini fa sì che si possa tranquillamente glissare sulla prevedibilità della trama che non inventa nulla di nuovo. Avatar vale senz'altro la pena di essere visto. Non riesco a immaginare qualcosa che possa essere più bello e spettacolare di questo film, almeno per i prossimi anni...
Un cenno a parte merita la visione 3D. Per me era la prima volta e devo dire che i primi dieci minuti del film li ho passati a sbalordirmi degli effetti tridimensionali. Ero diffidente e prevenuto, lo ammetto, ma devo dire che il risultato è stupefacente. In certi primi piani mi veniva quasi da allungare una mano per toccare l'oggetto che sembrava proprio lì davanti a me invece che sullo schermo a decine di metri di distanza. Incredibile.
Per concludere, una considerazione. I "selvaggi" del popolo Navi venerano una divinità che è tuttuno con la natura meravigliosa e lussureggiante del pianeta. E' una venerazione totale, assoluta. Una fede incrollabile che da loro forza e fiducia. Ma la domanda che mi è venuta in mente è questa. In questa visione della divinità Dio è Natura o Natura è Dio? Ossia, si venera la natura come espressione della creazione di Dio o viceversa la Natura assurge essa stessa a rango di divinità? Per gli alieni di Pandora la risposta è la seconda, Natura è Dio. Ma per noi umani di oggi...?
lunedì 18 gennaio 2010
In morte di un amico
E' mancato improvvisamente il mio amico Fulvio. Un ex rugbysta come me (un Old), ma di una generazione precedente alla mia. Nonostante la forte differenza di età (poteva essere mio padre) ero molto affezionato a lui. O forse era proprio la grande differenza di età che mi portava ad apprezzarlo e a volergli bene. Se ne è andato via all'improvviso dopo che nel pomeriggio di sabato eravamo stati insieme alla partita di rugby del Petrarca, dopo il solito tradizionale terzo tempo, dopo esserci dati appuntamento con gli altri amici per l'indomani, come al solito con il pretesto del nostro amato rugby. Invece nella notte si è sentito male e il suo cuore malandato l'ha tradito. Un caratteraccio intrattabile che spesso scoraggiava gli incauti estranei, una scorza abrasiva e aspra, ma sotto quella scorza una brav'uomo che aveva vissuto intensamente la sua vita, aveva amato intensamente il suo lavoro di dirigente d'azienda e che adesso si godeva gli anni della pensione tra la sua passione dei viaggi e quella del rugby (per non parlare della buona tavola...).Quando l'ho saputo non volevo crederci. Era talmente inverosimile che ho pensato ad uno scherzaccio grossolano scaturito dalla vena goliardica dei nostri compagni di squadra. La mia prima reazione è stata quella di protestare che su queste cose non si scherza e che era proprio uno scherzo del cavolo.... ma le facce degli altri amici mi hanno fatto capire che non si trattava di uno scherzo di cattivo gusto.
Caro Fulvio, hai passato la palla per l'ultima volta. E' la vita, maledizione. Che ti sia lieve la terra.-
http://www.ipetrarchi.it/index.php?s=news_dett&page=1
Film visti. La prima cosa bella
La prima cosa bella
regia di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Dario Ballantini.
[Voto: 3,5 su 5]
Questa è la storia di Anna e dei suoi due figli. E' la storia di una famiglia, dolorosa ma anche bella, triste e tragica ma anche gioiosa. E' la storia di un pezzo di Italia degli ultimi decenni filtrata attraverso le vicende personali dei protagonisti, povera gente sballotatta senza pietà dalle difficoltà della vita. E' anche la storia della riconciliazione di Bruno, figlio maggiore di Anna, che riesce a scrollarsi di dosso una tendenza autodistruttiva connaturata in lui già dall'infanzia. Tutte queste storie si snodano nell'arco di trentotto anni, dal 1971 al 2009, sono raccontate con affetto da Paolo Virzì. Con così tanto affetto che tale affezione viene trasmessa anche allo spettatore in maniera coinvolgente. In circa quarant'anni di onorata carriera di appassionato consumatore di cinema nonchè di aspirante cinefilo, con alle spalle centinaia e centinaia di film visti, devo dire che molto raramente mi era successo di commuovermi come in questo film di Virzì. Buon per me, significa che non ho ancora inspessito troppo la pellaccia dei sentimenti...
E' raro incappare in un film italiano che riesca a raccontare una storia degna di questo nome. Con un inizio e una fine, che sia appassionante, credibile, che risulti reale e veritiera. Senza situazioni esasperate o stereotipi stantii o tesi precostituite da dimostrare. Evviva la freschezza e la genuinità di Paolo Virzì!
Bella la prova complessiva del cast a cominciare da Stefania Sandrelli e di Micaela Ramazzotti che le rifà il verso in maniera quasi esilarante e naif, interpretandola da giovane.Mastandrea a mio avviso diventa sempre più bravo nei ruoli introspettivi e meditabondi. Insolitamente gradevole anche Claudia Pandolfi (la sorella Valeria). Buffo l'accento doverosamente toscano dei protagonisti (la vicenda si svolge a Livorno) ma inquinatoda malcelate inflessioni romanesche che tradiscono l'origine capitolina di gran parte degli attori...
regia di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Dario Ballantini.
[Voto: 3,5 su 5]
Questa è la storia di Anna e dei suoi due figli. E' la storia di una famiglia, dolorosa ma anche bella, triste e tragica ma anche gioiosa. E' la storia di un pezzo di Italia degli ultimi decenni filtrata attraverso le vicende personali dei protagonisti, povera gente sballotatta senza pietà dalle difficoltà della vita. E' anche la storia della riconciliazione di Bruno, figlio maggiore di Anna, che riesce a scrollarsi di dosso una tendenza autodistruttiva connaturata in lui già dall'infanzia. Tutte queste storie si snodano nell'arco di trentotto anni, dal 1971 al 2009, sono raccontate con affetto da Paolo Virzì. Con così tanto affetto che tale affezione viene trasmessa anche allo spettatore in maniera coinvolgente. In circa quarant'anni di onorata carriera di appassionato consumatore di cinema nonchè di aspirante cinefilo, con alle spalle centinaia e centinaia di film visti, devo dire che molto raramente mi era successo di commuovermi come in questo film di Virzì. Buon per me, significa che non ho ancora inspessito troppo la pellaccia dei sentimenti...
E' raro incappare in un film italiano che riesca a raccontare una storia degna di questo nome. Con un inizio e una fine, che sia appassionante, credibile, che risulti reale e veritiera. Senza situazioni esasperate o stereotipi stantii o tesi precostituite da dimostrare. Evviva la freschezza e la genuinità di Paolo Virzì!
Bella la prova complessiva del cast a cominciare da Stefania Sandrelli e di Micaela Ramazzotti che le rifà il verso in maniera quasi esilarante e naif, interpretandola da giovane.Mastandrea a mio avviso diventa sempre più bravo nei ruoli introspettivi e meditabondi. Insolitamente gradevole anche Claudia Pandolfi (la sorella Valeria). Buffo l'accento doverosamente toscano dei protagonisti (la vicenda si svolge a Livorno) ma inquinatoda malcelate inflessioni romanesche che tradiscono l'origine capitolina di gran parte degli attori...
giovedì 14 gennaio 2010
Film visti. Il mondo dei replicanti
Il mondo dei replicanti
Regia di Jonathan Mostow, con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike.
[voto: 1,5 su 5]
Che ciofeca!
Potrei fermarmi qui senza aggiungere altro; il termine "ciofeca" è abbastanza espressivo da solo, ma due parole vale la pena di aggiungerle. Interessante e stimolante lo spunto: l'idea di avere qualcuno che vada a lavorare al posto mio mi affascina e mi appassiona. Pensate che bello fare la bella vita, scegliere di occuparsi solo di quello che ci interessa e lasciare un robot a farsi il mazzo tutto il giorno al posto nostro...! E quando finisce le batterie si mette in carica da solo. Vabbè forse ci costerà un po' in bolletta ma vuoi mettere la libidine?
Tra il ridicolo e il grottesco il robot che figura come alter ego del protagonista Bruce Willis. Pelle perfetta, lineamenti giovanili, non una ruga, non un brufoletto. sempre tirato a lucido, fresco e riposato. Indistruttibile e resistente a tutto. Talmente finto che ricorda in maniera impressionante il nostro presidente del consiglio Berlusconi incipriato con il suo cerone di rappresentanza. Un incrocio tra la Barbie e Cicciobello. Un bijoux!
Regia di Jonathan Mostow, con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike.
[voto: 1,5 su 5]
Che ciofeca!
Potrei fermarmi qui senza aggiungere altro; il termine "ciofeca" è abbastanza espressivo da solo, ma due parole vale la pena di aggiungerle. Interessante e stimolante lo spunto: l'idea di avere qualcuno che vada a lavorare al posto mio mi affascina e mi appassiona. Pensate che bello fare la bella vita, scegliere di occuparsi solo di quello che ci interessa e lasciare un robot a farsi il mazzo tutto il giorno al posto nostro...! E quando finisce le batterie si mette in carica da solo. Vabbè forse ci costerà un po' in bolletta ma vuoi mettere la libidine?
Tra il ridicolo e il grottesco il robot che figura come alter ego del protagonista Bruce Willis. Pelle perfetta, lineamenti giovanili, non una ruga, non un brufoletto. sempre tirato a lucido, fresco e riposato. Indistruttibile e resistente a tutto. Talmente finto che ricorda in maniera impressionante il nostro presidente del consiglio Berlusconi incipriato con il suo cerone di rappresentanza. Un incrocio tra la Barbie e Cicciobello. Un bijoux!
domenica 10 gennaio 2010
La violenza non è mai accettabile. Ma ne siamo sicuri?
La violenza non è mai accettabile. Ma ne siamo sicuri?
[dal blog di Giovanni Sonego]
Subito dopo l’attentato a colpi di souvenir moltissime persone (soprattutto politici) hanno stigmatizzato l’uso della violenza dichiarando: “La violenza non è accettabile, mai!”
Una levata di scudi e una condanna della violenza su giornali, TV, blog (ad esempio "Berlusconi, la violenza no" di Angelo Volpe),e social media, talmente generalizzata da far passare chi non la vede nello stesso modo per un pericoloso estremista.
In questo periodo mi è capitato di riflettere su questa frase, su questa inaccetabilità della violenza, sempre e comunque e di chiedermi se in questo rifiuto generalizzato ci poteva essere qualche cosa di sbagliato e se, qualche volte, la violenza è accettabile oppure addiriturra il comportamento più giusto.
Mi sono fatto alcuni esempi, ponendomi delle domande.
Per esempio: sarebbe stato giusto uccidere Hitler? Se misuro l’eticità di un’azione in base al numero di morti, beh, nel caso di Hitler ammazzandone uno se ne sarebbero salvati milioni… Forse sarebbe stato un’azione giusta o addirittura meritoria!
Oppure, secondo esempio. Una buona parte delle persone conviene che la legittima difesa sia giusta. In questo caso un’ipotetica vittima di una uno stupro se si ribella ribellarsi può – anche legalmente – uccidere l’assalitore.
Un terzo esempio: immaginiamo un campo di prigionia, tipo Abu Ghraib. Se uno dei prigionieri, oggetto delle odiose vessazioni, si fosse ribellato e fosse riuscito a ferire o ad uccidere un proprio aguzzino avreste considerata ingiusta o inappropriata la violenza?
Quarto esempio: quello che sta succedendo in questi giorni a Rosarno. Alcuni immigrati sfruttati si sono stufati di essere oggetto di violenza da parte dei locali. Avrebbero potuto rivolgersi alle forze dell’ordine, allo Stato, ma la loro condizione di clandestini li avrebbe costretti a pagare un prezzo troppo alto: l’espulsione. E allora si sono ribellati in modo violento.
E’ interessante osservare come – in questo caso – la condanna della violenza non sia stata così unanime. Ad esempio, alcuni miei amici blogger hanno avuto una valutazione tollerante della violenza praticata “dagli schiavi”. (Vedi Rosarno, Italia di Angelo Volpe e Dalla parte dei più deboli, di Orso Marsicano).
L’unico elemento comune nei casi che ho riportato come esempi di “violenza accettata” è il forte squilibrio dei rapporti di forza, con un elemento forte che vessa e sottomette un elemento più debole, enormente più debole. Hitler era più potente dei suoi attentatori; le guardie carcerarie di Abu Ghraib sottomettevano completamente i loro prigionieri; chi tenta un stupro è fisicamente più forte della vittima; e gli italiani che si sono divertiti a vessare ed aggredire gli immigrati a Rosarno, erano in una posizione di privilegio.
Sembra quasi che la violenza praticata dal più debole nei confronti del più forte sia più tollerabile delle violenza in altre situazioni. In certi casi viene percepita addirittura come giusta.
Non sono arrivato ad una conclusione, ma ormai mi sono convinto che non è vero che l’uso della violenza non sia mai giustificato. Ci sono dei casi in cui la violenza è giustificata e giusta.
E’ possibile definire una regola generale, una casistica che permette di considerara le violenza una soluzione accettabile? Non lo so, ma avendo già trovato quattro casi che aprono la strada a parecchi dubbi credo possano esser i molti i casi forse sarebbe il caso di rivedere l’affermazione “La violenza non è mai accettabile”. [Giovanni Sonego]
Do volentieri spazio a questa riflessione del mio amico Giovanni pubblicata sul suo blog.
E’ vero, la materia del discutere è stimolante e problematica. Ho scritto “la violenza non è mai accettabile”. Ne sono fermamente convinto e lo confermo come principio, come valore etico e morale, come scelta di vita. Ma ci sono delle limitazioni alla valenza assoluta dell’affermazione che mi vengono suggerite dal buon senso. Non condivido la scelta della violenza come atto volontario e deliberato, ma la ammetto se si tratta di una scelta obbligata e senza alternativa valida e praticabile. Insomma io personalmente non userei mai la violenza come atto di mia volontà, ma se dovessi farlo per difendermi allora non avrei esitazioni. Non voglio banalizzare il discorso, ma vorrei portare l’esempio del rugby. Esperienza per quanto mi riguarda altamente formativa nelle cose spicciole come in quelle importanti. Uno sport che molti, non conoscendolo a fondo, ma solo superficialmente, considerano uno sport violento. Per la mia esperienza di ex giocatore posso dire che in parecchi anni di gioco non ho mai usato la violenza contro un avversario su mia iniziativa per intimorirlo, sopraffarlo o fargli del male. E posso assicurare che fisicamente me lo sarei potuto permettere senza grosse difficoltà. Invece quando era il mio avversario a tentare di usare il gioco violento e intimidatorio nei miei confronti, in mancanza di una tutela da parte dell’arbitro, ho risposto colpo su colpo fino a che il mio contendente non si è piegato “a più miti consigli”. In altre parole l’uso della forza o della violenza in presenza di determinate condizioni può essere legittimo e giustificato. Mi viene in mente una reminescenza dei tempi di scuola. Terza legge di Newton (o III principio della dinamica): ad ogni azione fa seguito una reazione uguale e contraria. Ecco, questo sintetizza bene ciò che penso dell’uso della forza e della violenza.
[dal blog di Giovanni Sonego]
Subito dopo l’attentato a colpi di souvenir moltissime persone (soprattutto politici) hanno stigmatizzato l’uso della violenza dichiarando: “La violenza non è accettabile, mai!”
Una levata di scudi e una condanna della violenza su giornali, TV, blog (ad esempio "Berlusconi, la violenza no" di Angelo Volpe),e social media, talmente generalizzata da far passare chi non la vede nello stesso modo per un pericoloso estremista.
In questo periodo mi è capitato di riflettere su questa frase, su questa inaccetabilità della violenza, sempre e comunque e di chiedermi se in questo rifiuto generalizzato ci poteva essere qualche cosa di sbagliato e se, qualche volte, la violenza è accettabile oppure addiriturra il comportamento più giusto.
Mi sono fatto alcuni esempi, ponendomi delle domande.
Per esempio: sarebbe stato giusto uccidere Hitler? Se misuro l’eticità di un’azione in base al numero di morti, beh, nel caso di Hitler ammazzandone uno se ne sarebbero salvati milioni… Forse sarebbe stato un’azione giusta o addirittura meritoria!
Oppure, secondo esempio. Una buona parte delle persone conviene che la legittima difesa sia giusta. In questo caso un’ipotetica vittima di una uno stupro se si ribella ribellarsi può – anche legalmente – uccidere l’assalitore.
Un terzo esempio: immaginiamo un campo di prigionia, tipo Abu Ghraib. Se uno dei prigionieri, oggetto delle odiose vessazioni, si fosse ribellato e fosse riuscito a ferire o ad uccidere un proprio aguzzino avreste considerata ingiusta o inappropriata la violenza?
Quarto esempio: quello che sta succedendo in questi giorni a Rosarno. Alcuni immigrati sfruttati si sono stufati di essere oggetto di violenza da parte dei locali. Avrebbero potuto rivolgersi alle forze dell’ordine, allo Stato, ma la loro condizione di clandestini li avrebbe costretti a pagare un prezzo troppo alto: l’espulsione. E allora si sono ribellati in modo violento.
E’ interessante osservare come – in questo caso – la condanna della violenza non sia stata così unanime. Ad esempio, alcuni miei amici blogger hanno avuto una valutazione tollerante della violenza praticata “dagli schiavi”. (Vedi Rosarno, Italia di Angelo Volpe e Dalla parte dei più deboli, di Orso Marsicano).
L’unico elemento comune nei casi che ho riportato come esempi di “violenza accettata” è il forte squilibrio dei rapporti di forza, con un elemento forte che vessa e sottomette un elemento più debole, enormente più debole. Hitler era più potente dei suoi attentatori; le guardie carcerarie di Abu Ghraib sottomettevano completamente i loro prigionieri; chi tenta un stupro è fisicamente più forte della vittima; e gli italiani che si sono divertiti a vessare ed aggredire gli immigrati a Rosarno, erano in una posizione di privilegio.
Sembra quasi che la violenza praticata dal più debole nei confronti del più forte sia più tollerabile delle violenza in altre situazioni. In certi casi viene percepita addirittura come giusta.
Non sono arrivato ad una conclusione, ma ormai mi sono convinto che non è vero che l’uso della violenza non sia mai giustificato. Ci sono dei casi in cui la violenza è giustificata e giusta.
E’ possibile definire una regola generale, una casistica che permette di considerara le violenza una soluzione accettabile? Non lo so, ma avendo già trovato quattro casi che aprono la strada a parecchi dubbi credo possano esser i molti i casi forse sarebbe il caso di rivedere l’affermazione “La violenza non è mai accettabile”. [Giovanni Sonego]
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E’ vero, la materia del discutere è stimolante e problematica. Ho scritto “la violenza non è mai accettabile”. Ne sono fermamente convinto e lo confermo come principio, come valore etico e morale, come scelta di vita. Ma ci sono delle limitazioni alla valenza assoluta dell’affermazione che mi vengono suggerite dal buon senso. Non condivido la scelta della violenza come atto volontario e deliberato, ma la ammetto se si tratta di una scelta obbligata e senza alternativa valida e praticabile. Insomma io personalmente non userei mai la violenza come atto di mia volontà, ma se dovessi farlo per difendermi allora non avrei esitazioni. Non voglio banalizzare il discorso, ma vorrei portare l’esempio del rugby. Esperienza per quanto mi riguarda altamente formativa nelle cose spicciole come in quelle importanti. Uno sport che molti, non conoscendolo a fondo, ma solo superficialmente, considerano uno sport violento. Per la mia esperienza di ex giocatore posso dire che in parecchi anni di gioco non ho mai usato la violenza contro un avversario su mia iniziativa per intimorirlo, sopraffarlo o fargli del male. E posso assicurare che fisicamente me lo sarei potuto permettere senza grosse difficoltà. Invece quando era il mio avversario a tentare di usare il gioco violento e intimidatorio nei miei confronti, in mancanza di una tutela da parte dell’arbitro, ho risposto colpo su colpo fino a che il mio contendente non si è piegato “a più miti consigli”. In altre parole l’uso della forza o della violenza in presenza di determinate condizioni può essere legittimo e giustificato. Mi viene in mente una reminescenza dei tempi di scuola. Terza legge di Newton (o III principio della dinamica): ad ogni azione fa seguito una reazione uguale e contraria. Ecco, questo sintetizza bene ciò che penso dell’uso della forza e della violenza.
sabato 9 gennaio 2010
Rosarno, Italia.
Cosa sta succedendo a Rosarno? Rivolta di massa, manifestazioni di protesta, scontri per strada, agguati, gambizzazioni, tutta la gamma della violenza di piazza è sciorinata senza risparmio. E' l'effetto-spumante, il tappo della bottiglia che esplode sulla spinta dei gas accumulati e poi fa il botto. Questo sta succedendo a Rosarno. Scontri fra polizia, extracomunitari e cittadini; tutto nato quando gli immigrati sono scesi per le strade esasperati, dopo che due di loro erano stati feriti. La comunità extracomunitaria a Rosarno e nella zona reggina sono bassa manovalanza da sfruttare con il sistema del caporalato gestito dalla malavita, dalla 'ndrangheta, dalla mafia. Dodici ore di lavoro nei campi a 25 euro al giorno, di cui 5 vanno al "caporale". Finchè i neri immigrati hanno subito in silenzio, a Rosarno andava tutto bene, al punto che la gente del posto si è vantata davanti alle telecamere dei tg di essere ben disposta verso di loro e di averli trattati bene. Salvo il particolare delle condizioni subumane in cui vivono e di un paio di fucilate contro due di loro, cosa che hanno avuto il cattivo gusto di non gradire scendendo per le strade. Scene di guerriglia urbana, polizia in assetto antisommossa per cercare di fronteggiare i manifestanti infuriati, auto distrutte, vetrine dei negozi infrante. L'aggressione ai due extracomunitari ha fatto esplodere la rabbia delle centinaia di immigrati che vivono in zona e la reazione dei cittadini di Rosarno che adesso li vogliono cacciare via. Il bilancio degli scontri è pesante: 38 feriti (ad oggi), di cui due gravissimi in coma. Bilancio pesante come il clima che si respira. Tutti contro tutti: gli immigrati protestano per le condizioni disumane in cui vivono e lo sfruttamento che subiscono con il caporalato; lo Stato italiano contro gli immigrati disperati che sono scesi per le strade a manifestare; i cittadini di Rosarno contro gli immigrati a cui rinfacciano la disponibilità con cui sono stati accolti; la polizia contro sia gli immigrati che quella parte di cittadini che hanno imbracciato le armi e i bastoni e hanno aggredito gli immigrati. Il caos totale, un girone dantesco. Il ministro degli interni Maroni, da bravo politico, non si è fatto sfuggire l'occasione per addossare le colpe di tutto alla sinistra, colpevole di avere un atteggiamento troppo morbido verso gli immigrati. L'unica cosa giusta che mi sento di sottoscrivere in pieno è che i reati commessi saranno perseguiti e non saranno lasciati impuniti. C'è da sperare che il ministro si riferisse indistintamente a tutti i reati, anche quelli di chi sfrutta e schiavizza il lavoro altrui. Il dubbio è legittimo, si sa che andare a toccare gli interessi della 'ndrangheta è sempre molto rischioso, anche politicamente. Non mi pare di aver letto una sola parola pronunciata da Maroni sulle condizioni reali ed oggettive in cui vivono gli immigrati e sul fatto che siano sfruttati come schiavi per il lavoro nei campi. La reazione ha sempre all'origine un'azione uguale e contraria. Ma questo pare essere ignorato dai politici di governo. Una riduzione e costrizione in schiavitù modello anni 2000. Perchè il ministro Roberto Maroni pare non avere dubbi: dietro la guerriglia urbana degli immigrati per protestare per il ferimento dei loro connazionali c'è il "lassisimo" delle politiche immigratorie dei precedenti governi di sinistra. Ovvero il solito scaricabarile: autoassoluzione totale invece di ammettere che quanto è successo è comunque la si voglia vedere una vergogna per Rosarno, per la Calabria, per lo Stato italiano, per i politici italiani (di qualunque schieramento), per tutti. Un'autoassoluzione invece di ammettere che lo Stato non è in grado di imporre e garantire il rispetto della legge a cominciare dalla regolarità dei rapporti di lavoro. Lo Stato si è fatto vedere solo con la presenza della polizia per le strade e solo nel momento in cui gli immigrati sono scesi per le strade per disperazione ed esasperazione. Invece di controllare, verificare, regolare il reclutamento dei lavoratori, invece di garantire un giusto contratto di lavoro agli immigrati, invece di impedire abusi e soprusi, invece di impedire lo sfruttamento e la schiavitù. Forse gli immigrati avrebbero ricevuto più attenzione e visibilità se si fossero rivolti al Gabibbo. Uno straccio di telecamera sarebbe arrivata a Rosarno per documentare su Striscia la notizia le condizioni di quei poveretti. Adesso a cose fatte, a situazione compromessa e destabilizzata, adesso che ci sono due immigrati in coma e in pericolo di vita, si combattono gli schiavi e non gli schiavisti.
Questa è la situazione a Rosarno, Italia, paese membro del G8, dell'Onu e cofondatore dell'Unione europea. Un paese che nell' A.D. 2010 si autodefinisce paese leader tra le nazioni del mondo civile e globalizzato.
giovedì 7 gennaio 2010
La "sua" casalinga di Voghera in lutto
Beniamino Placido ci ha lasciato e con noi la "sua" casalinga di Voghera che lo piangerà inconsolabile.
Intellettuale e professore universiatario; critico televisivo e cinematografico fine, elegante, ma non per questo meno tagliente e graffiante. Scrittore, giornalista e perfino attore una tantum per Nanni Moretti.
Per me è stato un modello di riferimento, sia sotto il punto di vista linguistico che di contenuti. Leggere un suo articolo, uno qualsiasi, era come partecipare ad una lezione di giornalismo. In quegli anni la lettura quotidiana di Repubblica cominciava sempre dalla sua rubrica televisiva “A parer mio” prima ancora che dal fondo di Scalfari.
Aveva il dono dello scrivere come pochi altri abbia mai avuto occasione di leggere e apprezzare. Ineguagliabile quella sua prosa personalissima e inconfondibile. Rapida, scattante, mai banale, ironica, approfondita ma non prolissa e sempre in grado di andare a fondo dei concetti. Un talento unico. Era un vero piacere leggerlo. Pace a lui e condoglianze sentite alla casalinga di Voghera, sua creatura letteraria.
Intellettuale e professore universiatario; critico televisivo e cinematografico fine, elegante, ma non per questo meno tagliente e graffiante. Scrittore, giornalista e perfino attore una tantum per Nanni Moretti.
Per me è stato un modello di riferimento, sia sotto il punto di vista linguistico che di contenuti. Leggere un suo articolo, uno qualsiasi, era come partecipare ad una lezione di giornalismo. In quegli anni la lettura quotidiana di Repubblica cominciava sempre dalla sua rubrica televisiva “A parer mio” prima ancora che dal fondo di Scalfari.
Aveva il dono dello scrivere come pochi altri abbia mai avuto occasione di leggere e apprezzare. Ineguagliabile quella sua prosa personalissima e inconfondibile. Rapida, scattante, mai banale, ironica, approfondita ma non prolissa e sempre in grado di andare a fondo dei concetti. Un talento unico. Era un vero piacere leggerlo. Pace a lui e condoglianze sentite alla casalinga di Voghera, sua creatura letteraria.
La Cina è vicina
Libri: Il cinese di Henning Mankell - Marsilio Editori
La Cina è vicina, anche nei libri. Che il colosso asiatico abbia acquistato un ruolo di primaria importanza, sia in campo economico che finanziario oltre a quello storico in campo politico, è un fatto acclarato. E anche la narrativa di largo consumo se ne è accorta. Un esempio di questo interessamente viene da questo notevole e piacevole romanzo, un po' thriller e un po' no, di Henning Mankell. Di Mankell mi sono già occupato parlando di scrittori svedesi insieme al fenomeno Stig Larsson e del suo Millennieum. http://volpe56.blogspot.com/search/label/Henning%20Mankell%3B%20Sjowall%20e%20WahlooMankell si muove sempre in ambito poliziesco (di gran successo il commissario Kurt Wallander protagonista di molti suoi romanzi), sia pure senza le esasperazioni tipiche del settore e questo è uno dei motivi per i quali lo apprezzo e lo leggo volentieri. Lo spunto è semplice: una strage feroce e assurda sconvolge il piccolo villaggio di Hesjövallen, nel nord della Svezia. Il giudice Birgitta Roslin non crede al gesto di uno squilibrato e, in nome del legame di parentela che la unisce ad alcune delle vittime, decide di occuparsi del caso, sia pure in veste non ufficiale. Da qui il dipanarsi di una vicenda che porta il lettore in altri luoghi e in altre epoche. La Cina per l'appunto, con approfonditi excursus storici molto piacevoli e interessanti nella metà dell'800, ma anche con una finestra sull'America pionieristica di quel periodo. Un respiro amplissimo dunque, che costituisce a mio avviso il pregio maggiore del libro. Manning spazia nel tempo e nei luoghi con grande disinvoltura e padronanza, dalla Svezia alla Cina, dal Nord America all'Inghilterra. Non disdegna analisi storico-politiche sulla Cina di Mao e sui riflessi che quei fenomeni hanno avuto sulla formazione di una cultura europea in materia. Il filo conduttore di natura poliziesca diventa alla fine il pretesto per raccontare una storia che avrà un epilogo in verità piuttosto deludente sotto il profilo del thrilling. Ed è questo il punto debole del libro, perchè con un inizio di grande effetto (l'inspiegabile strage nel paesino svedese) sarebbe stato lecito aspettarsi uno sviluppo all'altezza. Invece il libro "migra" sull'aspetto storico e politico per confezionare l'antefatto che porta alla strage, ma poi si perde senza concludere l'aspetto poliziesco in maniera adeguata. Resta comunque ul libro interessante che si fa leggere con piacere nonostante le quasi 600 pagine.
Film visti. Il riccio
regia di Mona Achache, con Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa.
[Voto: 3.5 su 5]
Dopo il grande successo del libro (vedi il commento su questo blog: http://volpe56.blogspot.com/search/label/eleganza%20del%20riccio) arriva il film. E' uno dei rarissimi casi in cui il film è forse migliore del libro (già di ottimo livello, sia pure non esente da qualche pecca). Infatti la narrazione è asciutta, senza compiacimenti saccenti ed esageratamente eruditi, snella e dotata di un elegante umorismo nella presentazione dei personaggi. Simpaticissima la ragazzina, che nel film diventa anche abilissima nel disegno. Il personaggio di Renée, la portiera (o portinaia?) è anch'esso ben calibrato.
Vi confido un segreto. Nel leggere il libro mi sono raffigurato il suo personaggio con le sembianze di Rosy Bindi...
Balotelli, da vittima a colpevole?
Pare che il caso del giorno su tutti i giornali, i tg e compagnia cantante sia lo sfogo di Balotelli, calciatore italiano di colore che puntualmente si becca caterve di insulti razzisti negli stadi di calcio di tutta Italia. Ieri ha reagito dicendo che il pubblico veronese razzista che lo insulta gli fa schifo. Sarebbe più giusto dire che ha "osato" reagire agli insulti...Balotelli ha ragione da vendere, sarebbe ora di smetterla e di prendere seri e duri provvedimenti. Invece finirà come già si intuisce, nel calcio toccare i tifosi è sempre tabù. Finirà come sempre in una bolla di sapone e l'unico ad essere punito, direttamente o indirettamente, sarà proprio Balotelli. E' già alla gogna. Il sindaco di Verona (Lega...) ha rincarato la dose definendolo immaturo e presuntuoso. Per aver detto ciò che andava detto: razzisti fate schifo!
giovedì 31 dicembre 2009
Che bufala!
Quotidiano la Repubblica, 30 dicembre. Titolo: Quel ragazzo senza braccia sul treno dell'indifferenza. E' la vicenda di un portatore di handicap costretto a scendere dal treno su cui viaggiava perchè sprovvisto di biglietto. I controllori e la polizia ferroviaria lo obbligano a scendere per fare il biglietto di fronte agli altri passeggeri che, indifferenti, non fanno nulla per risolvere la situazione (ad esempio una colletta per il denaro necessario al pagamento della multa). Il lacrimevole racconto è scritto in maniera coinvolgente e suscita lo sdegno dei lettori e diventa un caso che vede al centro della tempesta le ferrovie, la Polfer e i passeggeri insensibili.Senonchè arriva in giornata la smentita da parte delle ferrovie che asserisce che il g
iovane handicappato non è mai stato fatto scendere dal treno e che un controllore è andato a fare il biglietto per lui alla prima fermata utile. Insomma una bufala. Alla versione delle ferrovie viene in soccorso anche la testimonianza di un passeggero che a Radio24 in diretta nel corso della trasmissione La zanzara afferma la stessa cosa: il ragazzo non è stato fatto scendere dal treno. A dare un'ulteriore spallata all'articolo arriva una nota della Polizia che afferma che il disabile ha proseguito il viaggio sullo stesso treno perchè il personale delle ferrovie si è adoperato con buon senso per trovare una soluzione alla mancanza del Biglietto. Cade dunque il castello accusatorio fornito dall'articolo. Insomma una colossale clamorosa bufala. E aggiungerei vergognosa. Perchè non si può pubblicare un pezzo del
genere con il chiaro intento di andare a toccare le corde più scoperte della sensibilità e dell'indignazione dei lettori, facendo passare per mostri di indifferenza e menefreghismo tutti i protagonisti di questa storia, senza prima fare delle verifiche opportune per accertare la veridicità del racconto. Repubblica ha clamorosamente toppato e mi dispiace non poco, essendo io un lettore del giornale fin dai tempi della sua uscita oltre trent'anni fa. Una brutta macchia nella professionalità di Repubblica. Al momento sul sito del giornale non si legge alcuna marcia indietro sulla vicenda. Repubblica si limita a riportare le dichiarazioni delle Ferrovie e della Polizia. Di scuse nei confronti dei lettori e dei presunti protagonisti additati al pubblico ludibrio nemmeno l'ombra.
iovane handicappato non è mai stato fatto scendere dal treno e che un controllore è andato a fare il biglietto per lui alla prima fermata utile. Insomma una bufala. Alla versione delle ferrovie viene in soccorso anche la testimonianza di un passeggero che a Radio24 in diretta nel corso della trasmissione La zanzara afferma la stessa cosa: il ragazzo non è stato fatto scendere dal treno. A dare un'ulteriore spallata all'articolo arriva una nota della Polizia che afferma che il disabile ha proseguito il viaggio sullo stesso treno perchè il personale delle ferrovie si è adoperato con buon senso per trovare una soluzione alla mancanza del Biglietto. Cade dunque il castello accusatorio fornito dall'articolo. Insomma una colossale clamorosa bufala. E aggiungerei vergognosa. Perchè non si può pubblicare un pezzo del
genere con il chiaro intento di andare a toccare le corde più scoperte della sensibilità e dell'indignazione dei lettori, facendo passare per mostri di indifferenza e menefreghismo tutti i protagonisti di questa storia, senza prima fare delle verifiche opportune per accertare la veridicità del racconto. Repubblica ha clamorosamente toppato e mi dispiace non poco, essendo io un lettore del giornale fin dai tempi della sua uscita oltre trent'anni fa. Una brutta macchia nella professionalità di Repubblica. Al momento sul sito del giornale non si legge alcuna marcia indietro sulla vicenda. Repubblica si limita a riportare le dichiarazioni delle Ferrovie e della Polizia. Di scuse nei confronti dei lettori e dei presunti protagonisti additati al pubblico ludibrio nemmeno l'ombra. martedì 29 dicembre 2009
Film visti. Brothers
Brothersregia di Jim Sheridan, con con Jake Gyllenhaal, Natalie Portman, Tobey Maguire.
Come accennato ottimi gli attori, con un Maguire superlativo (Pleasantville, Spider man...), un Gyllenhaal lanciato a diventare un mito (Brokeback Mountain) e una Natalie Portman struggentemente bella e brava (Star Wars, Closer, Darjeeling...). Per inciso, la piccola dolce Natalie ne ha fatta di strada dalla sua prima apparizione con una pianta in mano in Leon di Luc Besson...

Voto: 4 (su 5)
Gran bel film, ben scritto, ben girato e ben interpretato. Emozionante e coinvolgente, come poche altre volte in questa stagione cinematografica 2009/2010, finora mediamente piuttosto povera di qualità.
Un film di persone, di storie e di drammi su cui aleggia la guerra in Afghanistan, quella non dichiarata formalmente, ma reale e concreta, che miete vittime a tutti i livelli, nel senso di salme rimpatriate e di caduti in battaglia, ma anche di soldati reduci mentalmente segnati e schizzati. Come, appunto, in Brothers. Prigionia e torture non mancano nel film, ma senza eccedere, direi che sono esibite quel che serve, quasi con pudore. Quel che serve per descrivere in maniera eccellente e asciutta, senza indulgenze e compiacimenti verso effettacci sanguinolenti, le situazioni e i drammi che si consumano in quelle latitudini. Formalmente la storia è incentrata sulla vicenda di due fratelli dalle caratteristiche e personalità diametralmente opposte, aizzati nella loro diversità anche dall'ambigua figura paterna che fa di tutto per alimentare i confronti tra i due figli. Uno (Maguire) è il marines patriota tutto d'un pezzo, patria-dio-famiglia, non necessariamente in questo ordine. L'altro è lo sbandato di famiglia, il figlio spostato "venuto male", la pecora nera da emarginare e che sembra fare di tutto per riuscirci molto bene. Il tutto sullo sfondo di un'America bianca e di buoni principi, che gioca con i figli e racconta loro le favole della buonanotte e in cui i rapinatori dopo aver scontato la pena vanno a scusarsi con le loro vittime. L'America perbenista è anche questo.
Come accennato ottimi gli attori, con un Maguire superlativo (Pleasantville, Spider man...), un Gyllenhaal lanciato a diventare un mito (Brokeback Mountain) e una Natalie Portman struggentemente bella e brava (Star Wars, Closer, Darjeeling...). Per inciso, la piccola dolce Natalie ne ha fatta di strada dalla sua prima apparizione con una pianta in mano in Leon di Luc Besson...Non dirò nulla della trama perchè va gustata con calma e non voglio togliere il piacere di esserne coinvolti a chi lo andrà a vedere. Jim Sheridan, l'irlandese tagliente e capace di suscitare forti emozioni, torna alla grande dopo alcuni anni di oscuramento con film non sempre azzeccati. A mio avviso con Brothers siamo ai livelli di eccellenza di Nel nome del padre, Il mio piede sinistro e anche The Boxer. Un ritorno che non può fare che piacere.
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