Oggi si celebra in tutto il mondo il Giorno della Memoria. Proprio il 27 gennaio di 65 anni fa il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato dall'Armata Rossa che premeva da Est verso Berlino. Le forze alleate ebbero modo di rivelare al mondo le atrocità commesse dai nazisti su oltre sei milioni di ebrei in nome della salvaguardia della razza ariana. Una vergogna dell'intera umanità e di quanti all'epoca pur sapendo fecero finta di non sapere e non vedere.
Ancora più vergognoso è che tuttoggi ci sia chi nega l'Olocausto parlando di macchinazione storica e politica. Credo che l'ultimo in ordine di tempo a esprimersi in questi termini sia stato il presidente dell'Iran (quello col nome difficile da ricordare e pronunciare).
Tradizionalmente e storicamente si associa all'idea dello sterminio di ebrei e alla loro persecuzione il Nazismo hitleriano. Purtroppo anche noi italiani ci siamo macchiati di questa infamia. Il regime fascista si rese colpevole di analoga persecuzione, sia pure in forma minore. Ma certo questa minorità del fenomeno non può essere considerata un'esimente. Il principio era scimmiottare gli alleati tedeschi in tutto e per tutto, anche nelle nefandezze, per non essere da meno. Il Capo del Governo e del Partito Fascista Benito Mussolini fece approvare dal parlamento le leggi razziali e il Re Vittorio Emanuele III le promulgò nel 1938. La famiglia regnante Savoia fu dunque complice e correa di quelle persecuzioni.
Sarebbe bene che ce lo ricordassimo tutti e lo insegnassimo ai nostri figli e nipoti, nonostante siano passati 65 anni dalla liberazione di Auscwitz (e ben 72 dalle leggi razziali). La memoria deve essere maestra di insegnamenti e fonte di esperienza per tutti, perchè non si debbano più ripetere tragedie simili.
Anche l'Italia ebbe ilo suo campo di concentramento. La gran parte di ebrei nostri connazionali (e con essi quella che il regime fascista considerava la feccia dell'umanità, zingari, omosessuali e chiunque non fosse omologato ai caratteri ariani) furono spediti in Germania, Austria, Polonia dove si trovavano i principali campi di sterminio. Ma una parte fu concentrata vicino Trieste, nella Risiera di San Sabba. Sempre per non essere di meno dei feroci e spietati alleati germanici.
Italiani, brava gente? Non sempre e di sicuro non con gli ebrei. Non certamente il regime fascista, non certamente chi coprì e avallò questa pagina vergognosa della storia italiana.
Riflessioni personali, fatti e notizie, idee, pensieri, sogni, chiacchiere e opinioni. In un' Italia, purtroppo, sempre più alla deriva.
mercoledì 27 gennaio 2010
Il tempo
Il tempo che passa è come, d'estate, l'aria smossa dalle pale di un ventilatore. A vent'anni se ne vorrebbe di più. A quaranta la si gode e si apprezza così com'è. Dai cinquanta in poi comincia a dare un tremendo fastidio sul collo fino a diventare insopportabile.
Maledizione.
Maledizione.
lunedì 25 gennaio 2010
Film visti. Il quarto tipo
Il quarto tipo
regia di Olatunde Osunsanmi, con Milla Jovovich, Elias Koteas, Will Patton.
[Voto: 2 su 5]
Vi piace la fantascienza? Credete agli Ufo e agli extraterrestri? Credete ai rapimenti da parte degli alieni? Siete tra i fans di Scully e Mulder in X-Files?
Allora Il quarto tipo è il film per voi. Anche se più che un film lo definirei un docu-fiction sul modello di quelli che passano su History Channel o su Quark, nel senso che in buona sostanza tutto ciò che si vede nel film è una trasposizione cinematografica di testimonianze raccolte durante le indagini relative a casi di sospette adduzioni avvenute qualche anno fa in Alaska. Adduzioni o abduzioni non è che un modo diverso e più formale di parlare di sospetti/probabili rapimenti da parte di alieni. Alla documentazione originale dell'inchiesta viene affiancata una drammatizzazione da parte di attori che seguono fedelmente i contenuti della documentazione ufficiale. Dunque molto di più del classico film "ispirato ad una storia vera".
Il risultato finale è un film molto cupo che si svolge in una atmosfera angosciante e tetra. D'altronde difficilmente potrebbe essere diversamente.
Particolarità inquietante. A me è accaduto qualche mese fa di svegliarmi di notte, per due-tre notti consucutive, sempre alla stessa ora: le 3.33. Proprio come nel film. Devo preoccuparmi?
regia di Olatunde Osunsanmi, con Milla Jovovich, Elias Koteas, Will Patton.
[Voto: 2 su 5]
Vi piace la fantascienza? Credete agli Ufo e agli extraterrestri? Credete ai rapimenti da parte degli alieni? Siete tra i fans di Scully e Mulder in X-Files?
Allora Il quarto tipo è il film per voi. Anche se più che un film lo definirei un docu-fiction sul modello di quelli che passano su History Channel o su Quark, nel senso che in buona sostanza tutto ciò che si vede nel film è una trasposizione cinematografica di testimonianze raccolte durante le indagini relative a casi di sospette adduzioni avvenute qualche anno fa in Alaska. Adduzioni o abduzioni non è che un modo diverso e più formale di parlare di sospetti/probabili rapimenti da parte di alieni. Alla documentazione originale dell'inchiesta viene affiancata una drammatizzazione da parte di attori che seguono fedelmente i contenuti della documentazione ufficiale. Dunque molto di più del classico film "ispirato ad una storia vera".
Il risultato finale è un film molto cupo che si svolge in una atmosfera angosciante e tetra. D'altronde difficilmente potrebbe essere diversamente.
Particolarità inquietante. A me è accaduto qualche mese fa di svegliarmi di notte, per due-tre notti consucutive, sempre alla stessa ora: le 3.33. Proprio come nel film. Devo preoccuparmi?
domenica 24 gennaio 2010
Ammaniti, che brutta festa!
Che delusione. Invece che una vera festa sulla scia delle ottime prestazioni precedenti, questo nuovo romanzo di Ammaniti sembra un mezzo funerale tragicomico ammantato di ironia e umorismo forzati e costruiti a tavolino. Anni luce di distanza dai commoventi, emozionanti e coinvolgenti Ti prendo e ti porto via e Come Dio comanda.
Due sono le storie messe in campo: quella di Saverio Moneta, capo di una ridicola setta di satanisti romani "de noantri" e lo scrittore, celebre e di successo, Francesco Ciba. Il primo non possiede nulla e nulla ha da offrire, se non rabbia e risentimento verso il mondo intero. Una vita ufficiale all'ombra dell'azienda di famiglia (della moglie-tiranna) in cui è dirigente per meriti parentali; una seconda vita non-ufficiale e nell'ombra come capo spirituale di tre poveracci adoratori di satana in una dimensione più da bar sport di periferia che di autentica setta. Il secondo personaggio, Ciba lo scrittore, invece ha tutto: successo, ricchezza, donne, importanti frequentazioni, ma è in crisi su tutti i fronti a causa di una letargia della sua vena letteraria che lo condiziona. Entrambi i personaggi sono dunque alla ricerca di una svolta che Ammaniti individua nella festa del titolo. Le due trame convergono così verso il luogo focale del romanzo: Villa Ada (a Roma) che fungerà da sede della mega festa rigorosamente trash organizzata da una specie di mafioso arricchito, che si inventa una sorta di safari pecoreccio da ottavo re di Roma. Lì si decideranno i destini di tutti i protagonisti, nel bene o nel male. Tutta la situazione è condita con punte di acido sarcasmo e pungente ironia nel tentativo di dare una cifra interpretativa ai personaggi e alla vicenda. Ma sarcasmo e ironia sembrano fini a sè stessi e il risultato è deludente e grottesco (per non dire ridicolo quando entrano in scena gli ex-sovietici). I satanisti sono poco più che personaggi da fumetto e la figura dello scrittore maledetto rimane a livello di galleggiamento senza che la sua costruzione come personaggio riesca a scendere in profondità. La parte cruciale del libro, la mega festa, è poi condita da situazioni e personaggi che sembrano tutti usciti da un cinepanettone di serie B. Da un momento all'altro ci si aspetta di veder sbucare fuori Christian De Sica o Massimo Boldi. Il livello è quello. Ammaniti costruisce un castello di cartapesta e poi si limita a giraci intorno senza riuscire a trovare la chiave per scardinarne le porte. Singolare poi che abbia scelto proprio uno scrittore come personaggio principale. Lo costruisce come scrittore di successo, rampante e di grande ambizione, ma complessivamente negativo e per certi versi spregevole. Forse per differenziarsi, lui come Ammaniti, da quella figura di intellettuale modaiolo? Per sottolineare così la sua assenza -per scelta- da salotti e studi televisivi? Comunque sia il rimpianto per i personaggi sanguignamente veri e meritevoli di affetto di Come dio comanda è tanto. Tantissimo.
Due sono le storie messe in campo: quella di Saverio Moneta, capo di una ridicola setta di satanisti romani "de noantri" e lo scrittore, celebre e di successo, Francesco Ciba. Il primo non possiede nulla e nulla ha da offrire, se non rabbia e risentimento verso il mondo intero. Una vita ufficiale all'ombra dell'azienda di famiglia (della moglie-tiranna) in cui è dirigente per meriti parentali; una seconda vita non-ufficiale e nell'ombra come capo spirituale di tre poveracci adoratori di satana in una dimensione più da bar sport di periferia che di autentica setta. Il secondo personaggio, Ciba lo scrittore, invece ha tutto: successo, ricchezza, donne, importanti frequentazioni, ma è in crisi su tutti i fronti a causa di una letargia della sua vena letteraria che lo condiziona. Entrambi i personaggi sono dunque alla ricerca di una svolta che Ammaniti individua nella festa del titolo. Le due trame convergono così verso il luogo focale del romanzo: Villa Ada (a Roma) che fungerà da sede della mega festa rigorosamente trash organizzata da una specie di mafioso arricchito, che si inventa una sorta di safari pecoreccio da ottavo re di Roma. Lì si decideranno i destini di tutti i protagonisti, nel bene o nel male. Tutta la situazione è condita con punte di acido sarcasmo e pungente ironia nel tentativo di dare una cifra interpretativa ai personaggi e alla vicenda. Ma sarcasmo e ironia sembrano fini a sè stessi e il risultato è deludente e grottesco (per non dire ridicolo quando entrano in scena gli ex-sovietici). I satanisti sono poco più che personaggi da fumetto e la figura dello scrittore maledetto rimane a livello di galleggiamento senza che la sua costruzione come personaggio riesca a scendere in profondità. La parte cruciale del libro, la mega festa, è poi condita da situazioni e personaggi che sembrano tutti usciti da un cinepanettone di serie B. Da un momento all'altro ci si aspetta di veder sbucare fuori Christian De Sica o Massimo Boldi. Il livello è quello. Ammaniti costruisce un castello di cartapesta e poi si limita a giraci intorno senza riuscire a trovare la chiave per scardinarne le porte. Singolare poi che abbia scelto proprio uno scrittore come personaggio principale. Lo costruisce come scrittore di successo, rampante e di grande ambizione, ma complessivamente negativo e per certi versi spregevole. Forse per differenziarsi, lui come Ammaniti, da quella figura di intellettuale modaiolo? Per sottolineare così la sua assenza -per scelta- da salotti e studi televisivi? Comunque sia il rimpianto per i personaggi sanguignamente veri e meritevoli di affetto di Come dio comanda è tanto. Tantissimo.
sabato 23 gennaio 2010
Forza, grazia, bellezza. L'atleta perfetta
Ieri sera non avevo voglia di cinema, nè di film in tv. Sul canale satellitare Eurosport mi sono imbattuto nei campionati europei di pattinaggio, che si svolgono a Tallinn capitale dell'Estonia. A me piace il pattinaggio, così come mi piacciono gli sport invernali in genere. Ho praticato lo sci di fondo e da discesa e con lo slittino ero come una bomba di cannone: inarrestabile. Ma il pattinaggio per me resta un mito, non foss'altro perchè mi sarebbe sempre piaciuto imparare a pattinare, ma non ne ho mai avuto l'occasione. Detto fra noi il deterrente principale era che è praticamente impossibile trovare dei pattini della mia misura di piede, ho il 48... Ma tornando all'argomento del post, ieri sera mi sono gustato circa tre ore di pattinaggio di altissimo livello. Singolo femminile e doppio di artistico. Una goduria, sottolineata ed esaltata da bravi atleti e atlete italiani che si sono fatti onore, compresa la famosa Carolina Kostner. Ma sono rimasto letteralmente a bocca aperta, estasiato, assorto e ipnotizzato da una pattinatrice finlandese, Kiira Korpi, che ieri sera era seconda in classifica provvisoria proprio dietro la nostra Kostner. Questa sera la finale.
Lo sport è sempre una mirabile sintesi di forza fisica e abilità tecnica, talento naturale, esercizio, allenamento, sacrificio e volontà di riuscire a raggiungere un obiettivo. La finlandese Kiira Korpi aggiunge a tutto questo anche una rara bellezza che rende la sua prestazione atletica uno spettacolo da godere totalmente. Avete presente la formidabile, brava e bella tennista Maria Sharapova? Ancora di più, ancora meglio, perchè il pattinaggio è uno sport che maggiormente esalta l'armonia dell'esecuzione del gesto tecnico-agonistico essendo strettamente imparentato con la danza. Una armonia tra forza, grazia e bellezza. Kiira Korpi, l'atleta perfetta.
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Per ammirarla all'opera cliccate qui:
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martedì 19 gennaio 2010
Film visti. Avatar
regia di James Cameron, con Sam Worthington, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodriguez, Zoe Soldana.
[Voto: 4 su 5]
Come in tutte le cose bisogna distinguere forma e sostanza. Il super colossal Avatar non fa eccezione, come del resto, a ben vedere, qualsiasi altro film. Forma e sostanza. Spettacolo e contenuto. L'ottimo voto riportato in alto media i due estremi, perchè c'è una bella differenza di valutazione dei due àmbiti.
Cominciamo dalla forma. Avatar è la quinta essenza dello spettacolo e della bellezza delle immagini su uno schermo cinematografico. Prendete il più bel documentario naturalista di National Geografic e moltiplicate per dieci o per cento. Per quanto ne avessi sentito parlare nei vari servizi di presentazione del film, per quanto avessi visto trailers e anticipazioni varie, l'impatto della visione del film supera qualsiasi fantasia o immaginazione. Il film è grandioso nella sua rappresentazione del pianeta Pandora su cui si svolge la vicenda. E' altrettanto immaginifico nella invenzione dei personaggi e dello spunto narrativo. Bella l'idea di creare un avatar cioè un "doppio fisico" dell'umanoide originale su cui innestare una coscienza umana. Affascinante sotto tanti aspetti anche perchè ad esempio, nel film il protagonista, che è paraplegico, di fatto riacquista un corpo perfetto attraverso la sua simbiosi con l'avatar pandoriano. Una mente innestata in un corpo diverso. Non c'è male come volo di fantasia... Magari fosse possibile.
E veniamo alla sostanza. Qui casca l'asino. Sempre che da un film del genere ci si debba aspettare chissà quali contenuti e quale spessore. Comunque diciamo subito che lo sviluppo della trama è quanto di più banale e già visto vi possa essere in ambito cinematografico. Avete presente i film di pellerossa e giubbe blu con John Wayne al comando del Settimo Cavalleggeri? Archi e frecce contro pistole e fucili? Selvaggi seminudi e urlanti contro un esercito regolare e modernamente armato? Ebbene, Avatar nell'intreccio narrativo non è altro che questo: una rivisitazione nell'anno 2154 dell'epopea della frontiera dell'America dei primi '800. Poi naturalmente a ben vedere i selvaggi non erano poi così selvaggi... e i valorosi soldati con le giubbe blu non erano poi così tanto eroici e nobili... anzi il cinema americano ha anche il merito di aver messo a nudo tante verità sulle porcate commesse dai militari ai danni dei pellirosse nativi. Avatar rispecchia in tutto e per tutto quel filone di cinema nato almeno sessant'anni fa e sviluppatosi fino a quasi i giorni nostri. Con qualche aggiustamento del caso, politically correct, of course. Esempio. Le squaw di Pandora non sono dedite esclusivamente a far da mangiare, accudire i mariti/guerrieri o ad allevare bambini, ma sono socialmente equiparate ai loro uomini, sono guerriere anch'esse con pari voce in capitolo nelle decisioni collettive. E di similitudine in similitudine troviamo i fidi mustang (cavalli selvaggi e addomesticati), le divinità della natura, gli spiriti, i luoghi sacri, le tradizioni dei padri, ecc. ecc. Tutto già visto.
Ma chissenefrega? La bellezza e spettacolarità delle immagini fa sì che si possa tranquillamente glissare sulla prevedibilità della trama che non inventa nulla di nuovo. Avatar vale senz'altro la pena di essere visto. Non riesco a immaginare qualcosa che possa essere più bello e spettacolare di questo film, almeno per i prossimi anni...
Un cenno a parte merita la visione 3D. Per me era la prima volta e devo dire che i primi dieci minuti del film li ho passati a sbalordirmi degli effetti tridimensionali. Ero diffidente e prevenuto, lo ammetto, ma devo dire che il risultato è stupefacente. In certi primi piani mi veniva quasi da allungare una mano per toccare l'oggetto che sembrava proprio lì davanti a me invece che sullo schermo a decine di metri di distanza. Incredibile.
Per concludere, una considerazione. I "selvaggi" del popolo Navi venerano una divinità che è tuttuno con la natura meravigliosa e lussureggiante del pianeta. E' una venerazione totale, assoluta. Una fede incrollabile che da loro forza e fiducia. Ma la domanda che mi è venuta in mente è questa. In questa visione della divinità Dio è Natura o Natura è Dio? Ossia, si venera la natura come espressione della creazione di Dio o viceversa la Natura assurge essa stessa a rango di divinità? Per gli alieni di Pandora la risposta è la seconda, Natura è Dio. Ma per noi umani di oggi...?
[Voto: 4 su 5]
Come in tutte le cose bisogna distinguere forma e sostanza. Il super colossal Avatar non fa eccezione, come del resto, a ben vedere, qualsiasi altro film. Forma e sostanza. Spettacolo e contenuto. L'ottimo voto riportato in alto media i due estremi, perchè c'è una bella differenza di valutazione dei due àmbiti.
Cominciamo dalla forma. Avatar è la quinta essenza dello spettacolo e della bellezza delle immagini su uno schermo cinematografico. Prendete il più bel documentario naturalista di National Geografic e moltiplicate per dieci o per cento. Per quanto ne avessi sentito parlare nei vari servizi di presentazione del film, per quanto avessi visto trailers e anticipazioni varie, l'impatto della visione del film supera qualsiasi fantasia o immaginazione. Il film è grandioso nella sua rappresentazione del pianeta Pandora su cui si svolge la vicenda. E' altrettanto immaginifico nella invenzione dei personaggi e dello spunto narrativo. Bella l'idea di creare un avatar cioè un "doppio fisico" dell'umanoide originale su cui innestare una coscienza umana. Affascinante sotto tanti aspetti anche perchè ad esempio, nel film il protagonista, che è paraplegico, di fatto riacquista un corpo perfetto attraverso la sua simbiosi con l'avatar pandoriano. Una mente innestata in un corpo diverso. Non c'è male come volo di fantasia... Magari fosse possibile.
E veniamo alla sostanza. Qui casca l'asino. Sempre che da un film del genere ci si debba aspettare chissà quali contenuti e quale spessore. Comunque diciamo subito che lo sviluppo della trama è quanto di più banale e già visto vi possa essere in ambito cinematografico. Avete presente i film di pellerossa e giubbe blu con John Wayne al comando del Settimo Cavalleggeri? Archi e frecce contro pistole e fucili? Selvaggi seminudi e urlanti contro un esercito regolare e modernamente armato? Ebbene, Avatar nell'intreccio narrativo non è altro che questo: una rivisitazione nell'anno 2154 dell'epopea della frontiera dell'America dei primi '800. Poi naturalmente a ben vedere i selvaggi non erano poi così selvaggi... e i valorosi soldati con le giubbe blu non erano poi così tanto eroici e nobili... anzi il cinema americano ha anche il merito di aver messo a nudo tante verità sulle porcate commesse dai militari ai danni dei pellirosse nativi. Avatar rispecchia in tutto e per tutto quel filone di cinema nato almeno sessant'anni fa e sviluppatosi fino a quasi i giorni nostri. Con qualche aggiustamento del caso, politically correct, of course. Esempio. Le squaw di Pandora non sono dedite esclusivamente a far da mangiare, accudire i mariti/guerrieri o ad allevare bambini, ma sono socialmente equiparate ai loro uomini, sono guerriere anch'esse con pari voce in capitolo nelle decisioni collettive. E di similitudine in similitudine troviamo i fidi mustang (cavalli selvaggi e addomesticati), le divinità della natura, gli spiriti, i luoghi sacri, le tradizioni dei padri, ecc. ecc. Tutto già visto.
Ma chissenefrega? La bellezza e spettacolarità delle immagini fa sì che si possa tranquillamente glissare sulla prevedibilità della trama che non inventa nulla di nuovo. Avatar vale senz'altro la pena di essere visto. Non riesco a immaginare qualcosa che possa essere più bello e spettacolare di questo film, almeno per i prossimi anni...
Un cenno a parte merita la visione 3D. Per me era la prima volta e devo dire che i primi dieci minuti del film li ho passati a sbalordirmi degli effetti tridimensionali. Ero diffidente e prevenuto, lo ammetto, ma devo dire che il risultato è stupefacente. In certi primi piani mi veniva quasi da allungare una mano per toccare l'oggetto che sembrava proprio lì davanti a me invece che sullo schermo a decine di metri di distanza. Incredibile.
Per concludere, una considerazione. I "selvaggi" del popolo Navi venerano una divinità che è tuttuno con la natura meravigliosa e lussureggiante del pianeta. E' una venerazione totale, assoluta. Una fede incrollabile che da loro forza e fiducia. Ma la domanda che mi è venuta in mente è questa. In questa visione della divinità Dio è Natura o Natura è Dio? Ossia, si venera la natura come espressione della creazione di Dio o viceversa la Natura assurge essa stessa a rango di divinità? Per gli alieni di Pandora la risposta è la seconda, Natura è Dio. Ma per noi umani di oggi...?
lunedì 18 gennaio 2010
In morte di un amico
E' mancato improvvisamente il mio amico Fulvio. Un ex rugbysta come me (un Old), ma di una generazione precedente alla mia. Nonostante la forte differenza di età (poteva essere mio padre) ero molto affezionato a lui. O forse era proprio la grande differenza di età che mi portava ad apprezzarlo e a volergli bene. Se ne è andato via all'improvviso dopo che nel pomeriggio di sabato eravamo stati insieme alla partita di rugby del Petrarca, dopo il solito tradizionale terzo tempo, dopo esserci dati appuntamento con gli altri amici per l'indomani, come al solito con il pretesto del nostro amato rugby. Invece nella notte si è sentito male e il suo cuore malandato l'ha tradito. Un caratteraccio intrattabile che spesso scoraggiava gli incauti estranei, una scorza abrasiva e aspra, ma sotto quella scorza una brav'uomo che aveva vissuto intensamente la sua vita, aveva amato intensamente il suo lavoro di dirigente d'azienda e che adesso si godeva gli anni della pensione tra la sua passione dei viaggi e quella del rugby (per non parlare della buona tavola...).Quando l'ho saputo non volevo crederci. Era talmente inverosimile che ho pensato ad uno scherzaccio grossolano scaturito dalla vena goliardica dei nostri compagni di squadra. La mia prima reazione è stata quella di protestare che su queste cose non si scherza e che era proprio uno scherzo del cavolo.... ma le facce degli altri amici mi hanno fatto capire che non si trattava di uno scherzo di cattivo gusto.
Caro Fulvio, hai passato la palla per l'ultima volta. E' la vita, maledizione. Che ti sia lieve la terra.-
http://www.ipetrarchi.it/index.php?s=news_dett&page=1
Film visti. La prima cosa bella
La prima cosa bella
regia di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Dario Ballantini.
[Voto: 3,5 su 5]
Questa è la storia di Anna e dei suoi due figli. E' la storia di una famiglia, dolorosa ma anche bella, triste e tragica ma anche gioiosa. E' la storia di un pezzo di Italia degli ultimi decenni filtrata attraverso le vicende personali dei protagonisti, povera gente sballotatta senza pietà dalle difficoltà della vita. E' anche la storia della riconciliazione di Bruno, figlio maggiore di Anna, che riesce a scrollarsi di dosso una tendenza autodistruttiva connaturata in lui già dall'infanzia. Tutte queste storie si snodano nell'arco di trentotto anni, dal 1971 al 2009, sono raccontate con affetto da Paolo Virzì. Con così tanto affetto che tale affezione viene trasmessa anche allo spettatore in maniera coinvolgente. In circa quarant'anni di onorata carriera di appassionato consumatore di cinema nonchè di aspirante cinefilo, con alle spalle centinaia e centinaia di film visti, devo dire che molto raramente mi era successo di commuovermi come in questo film di Virzì. Buon per me, significa che non ho ancora inspessito troppo la pellaccia dei sentimenti...
E' raro incappare in un film italiano che riesca a raccontare una storia degna di questo nome. Con un inizio e una fine, che sia appassionante, credibile, che risulti reale e veritiera. Senza situazioni esasperate o stereotipi stantii o tesi precostituite da dimostrare. Evviva la freschezza e la genuinità di Paolo Virzì!
Bella la prova complessiva del cast a cominciare da Stefania Sandrelli e di Micaela Ramazzotti che le rifà il verso in maniera quasi esilarante e naif, interpretandola da giovane.Mastandrea a mio avviso diventa sempre più bravo nei ruoli introspettivi e meditabondi. Insolitamente gradevole anche Claudia Pandolfi (la sorella Valeria). Buffo l'accento doverosamente toscano dei protagonisti (la vicenda si svolge a Livorno) ma inquinatoda malcelate inflessioni romanesche che tradiscono l'origine capitolina di gran parte degli attori...
regia di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Dario Ballantini.
[Voto: 3,5 su 5]
Questa è la storia di Anna e dei suoi due figli. E' la storia di una famiglia, dolorosa ma anche bella, triste e tragica ma anche gioiosa. E' la storia di un pezzo di Italia degli ultimi decenni filtrata attraverso le vicende personali dei protagonisti, povera gente sballotatta senza pietà dalle difficoltà della vita. E' anche la storia della riconciliazione di Bruno, figlio maggiore di Anna, che riesce a scrollarsi di dosso una tendenza autodistruttiva connaturata in lui già dall'infanzia. Tutte queste storie si snodano nell'arco di trentotto anni, dal 1971 al 2009, sono raccontate con affetto da Paolo Virzì. Con così tanto affetto che tale affezione viene trasmessa anche allo spettatore in maniera coinvolgente. In circa quarant'anni di onorata carriera di appassionato consumatore di cinema nonchè di aspirante cinefilo, con alle spalle centinaia e centinaia di film visti, devo dire che molto raramente mi era successo di commuovermi come in questo film di Virzì. Buon per me, significa che non ho ancora inspessito troppo la pellaccia dei sentimenti...
E' raro incappare in un film italiano che riesca a raccontare una storia degna di questo nome. Con un inizio e una fine, che sia appassionante, credibile, che risulti reale e veritiera. Senza situazioni esasperate o stereotipi stantii o tesi precostituite da dimostrare. Evviva la freschezza e la genuinità di Paolo Virzì!
Bella la prova complessiva del cast a cominciare da Stefania Sandrelli e di Micaela Ramazzotti che le rifà il verso in maniera quasi esilarante e naif, interpretandola da giovane.Mastandrea a mio avviso diventa sempre più bravo nei ruoli introspettivi e meditabondi. Insolitamente gradevole anche Claudia Pandolfi (la sorella Valeria). Buffo l'accento doverosamente toscano dei protagonisti (la vicenda si svolge a Livorno) ma inquinatoda malcelate inflessioni romanesche che tradiscono l'origine capitolina di gran parte degli attori...
giovedì 14 gennaio 2010
Film visti. Il mondo dei replicanti
Il mondo dei replicanti
Regia di Jonathan Mostow, con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike.
[voto: 1,5 su 5]
Che ciofeca!
Potrei fermarmi qui senza aggiungere altro; il termine "ciofeca" è abbastanza espressivo da solo, ma due parole vale la pena di aggiungerle. Interessante e stimolante lo spunto: l'idea di avere qualcuno che vada a lavorare al posto mio mi affascina e mi appassiona. Pensate che bello fare la bella vita, scegliere di occuparsi solo di quello che ci interessa e lasciare un robot a farsi il mazzo tutto il giorno al posto nostro...! E quando finisce le batterie si mette in carica da solo. Vabbè forse ci costerà un po' in bolletta ma vuoi mettere la libidine?
Tra il ridicolo e il grottesco il robot che figura come alter ego del protagonista Bruce Willis. Pelle perfetta, lineamenti giovanili, non una ruga, non un brufoletto. sempre tirato a lucido, fresco e riposato. Indistruttibile e resistente a tutto. Talmente finto che ricorda in maniera impressionante il nostro presidente del consiglio Berlusconi incipriato con il suo cerone di rappresentanza. Un incrocio tra la Barbie e Cicciobello. Un bijoux!
Regia di Jonathan Mostow, con Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike.
[voto: 1,5 su 5]
Che ciofeca!
Potrei fermarmi qui senza aggiungere altro; il termine "ciofeca" è abbastanza espressivo da solo, ma due parole vale la pena di aggiungerle. Interessante e stimolante lo spunto: l'idea di avere qualcuno che vada a lavorare al posto mio mi affascina e mi appassiona. Pensate che bello fare la bella vita, scegliere di occuparsi solo di quello che ci interessa e lasciare un robot a farsi il mazzo tutto il giorno al posto nostro...! E quando finisce le batterie si mette in carica da solo. Vabbè forse ci costerà un po' in bolletta ma vuoi mettere la libidine?
Tra il ridicolo e il grottesco il robot che figura come alter ego del protagonista Bruce Willis. Pelle perfetta, lineamenti giovanili, non una ruga, non un brufoletto. sempre tirato a lucido, fresco e riposato. Indistruttibile e resistente a tutto. Talmente finto che ricorda in maniera impressionante il nostro presidente del consiglio Berlusconi incipriato con il suo cerone di rappresentanza. Un incrocio tra la Barbie e Cicciobello. Un bijoux!
domenica 10 gennaio 2010
La violenza non è mai accettabile. Ma ne siamo sicuri?
La violenza non è mai accettabile. Ma ne siamo sicuri?
[dal blog di Giovanni Sonego]
Subito dopo l’attentato a colpi di souvenir moltissime persone (soprattutto politici) hanno stigmatizzato l’uso della violenza dichiarando: “La violenza non è accettabile, mai!”
Una levata di scudi e una condanna della violenza su giornali, TV, blog (ad esempio "Berlusconi, la violenza no" di Angelo Volpe),e social media, talmente generalizzata da far passare chi non la vede nello stesso modo per un pericoloso estremista.
In questo periodo mi è capitato di riflettere su questa frase, su questa inaccetabilità della violenza, sempre e comunque e di chiedermi se in questo rifiuto generalizzato ci poteva essere qualche cosa di sbagliato e se, qualche volte, la violenza è accettabile oppure addiriturra il comportamento più giusto.
Mi sono fatto alcuni esempi, ponendomi delle domande.
Per esempio: sarebbe stato giusto uccidere Hitler? Se misuro l’eticità di un’azione in base al numero di morti, beh, nel caso di Hitler ammazzandone uno se ne sarebbero salvati milioni… Forse sarebbe stato un’azione giusta o addirittura meritoria!
Oppure, secondo esempio. Una buona parte delle persone conviene che la legittima difesa sia giusta. In questo caso un’ipotetica vittima di una uno stupro se si ribella ribellarsi può – anche legalmente – uccidere l’assalitore.
Un terzo esempio: immaginiamo un campo di prigionia, tipo Abu Ghraib. Se uno dei prigionieri, oggetto delle odiose vessazioni, si fosse ribellato e fosse riuscito a ferire o ad uccidere un proprio aguzzino avreste considerata ingiusta o inappropriata la violenza?
Quarto esempio: quello che sta succedendo in questi giorni a Rosarno. Alcuni immigrati sfruttati si sono stufati di essere oggetto di violenza da parte dei locali. Avrebbero potuto rivolgersi alle forze dell’ordine, allo Stato, ma la loro condizione di clandestini li avrebbe costretti a pagare un prezzo troppo alto: l’espulsione. E allora si sono ribellati in modo violento.
E’ interessante osservare come – in questo caso – la condanna della violenza non sia stata così unanime. Ad esempio, alcuni miei amici blogger hanno avuto una valutazione tollerante della violenza praticata “dagli schiavi”. (Vedi Rosarno, Italia di Angelo Volpe e Dalla parte dei più deboli, di Orso Marsicano).
L’unico elemento comune nei casi che ho riportato come esempi di “violenza accettata” è il forte squilibrio dei rapporti di forza, con un elemento forte che vessa e sottomette un elemento più debole, enormente più debole. Hitler era più potente dei suoi attentatori; le guardie carcerarie di Abu Ghraib sottomettevano completamente i loro prigionieri; chi tenta un stupro è fisicamente più forte della vittima; e gli italiani che si sono divertiti a vessare ed aggredire gli immigrati a Rosarno, erano in una posizione di privilegio.
Sembra quasi che la violenza praticata dal più debole nei confronti del più forte sia più tollerabile delle violenza in altre situazioni. In certi casi viene percepita addirittura come giusta.
Non sono arrivato ad una conclusione, ma ormai mi sono convinto che non è vero che l’uso della violenza non sia mai giustificato. Ci sono dei casi in cui la violenza è giustificata e giusta.
E’ possibile definire una regola generale, una casistica che permette di considerara le violenza una soluzione accettabile? Non lo so, ma avendo già trovato quattro casi che aprono la strada a parecchi dubbi credo possano esser i molti i casi forse sarebbe il caso di rivedere l’affermazione “La violenza non è mai accettabile”. [Giovanni Sonego]
Do volentieri spazio a questa riflessione del mio amico Giovanni pubblicata sul suo blog.
E’ vero, la materia del discutere è stimolante e problematica. Ho scritto “la violenza non è mai accettabile”. Ne sono fermamente convinto e lo confermo come principio, come valore etico e morale, come scelta di vita. Ma ci sono delle limitazioni alla valenza assoluta dell’affermazione che mi vengono suggerite dal buon senso. Non condivido la scelta della violenza come atto volontario e deliberato, ma la ammetto se si tratta di una scelta obbligata e senza alternativa valida e praticabile. Insomma io personalmente non userei mai la violenza come atto di mia volontà, ma se dovessi farlo per difendermi allora non avrei esitazioni. Non voglio banalizzare il discorso, ma vorrei portare l’esempio del rugby. Esperienza per quanto mi riguarda altamente formativa nelle cose spicciole come in quelle importanti. Uno sport che molti, non conoscendolo a fondo, ma solo superficialmente, considerano uno sport violento. Per la mia esperienza di ex giocatore posso dire che in parecchi anni di gioco non ho mai usato la violenza contro un avversario su mia iniziativa per intimorirlo, sopraffarlo o fargli del male. E posso assicurare che fisicamente me lo sarei potuto permettere senza grosse difficoltà. Invece quando era il mio avversario a tentare di usare il gioco violento e intimidatorio nei miei confronti, in mancanza di una tutela da parte dell’arbitro, ho risposto colpo su colpo fino a che il mio contendente non si è piegato “a più miti consigli”. In altre parole l’uso della forza o della violenza in presenza di determinate condizioni può essere legittimo e giustificato. Mi viene in mente una reminescenza dei tempi di scuola. Terza legge di Newton (o III principio della dinamica): ad ogni azione fa seguito una reazione uguale e contraria. Ecco, questo sintetizza bene ciò che penso dell’uso della forza e della violenza.
[dal blog di Giovanni Sonego]
Subito dopo l’attentato a colpi di souvenir moltissime persone (soprattutto politici) hanno stigmatizzato l’uso della violenza dichiarando: “La violenza non è accettabile, mai!”
Una levata di scudi e una condanna della violenza su giornali, TV, blog (ad esempio "Berlusconi, la violenza no" di Angelo Volpe),e social media, talmente generalizzata da far passare chi non la vede nello stesso modo per un pericoloso estremista.
In questo periodo mi è capitato di riflettere su questa frase, su questa inaccetabilità della violenza, sempre e comunque e di chiedermi se in questo rifiuto generalizzato ci poteva essere qualche cosa di sbagliato e se, qualche volte, la violenza è accettabile oppure addiriturra il comportamento più giusto.
Mi sono fatto alcuni esempi, ponendomi delle domande.
Per esempio: sarebbe stato giusto uccidere Hitler? Se misuro l’eticità di un’azione in base al numero di morti, beh, nel caso di Hitler ammazzandone uno se ne sarebbero salvati milioni… Forse sarebbe stato un’azione giusta o addirittura meritoria!
Oppure, secondo esempio. Una buona parte delle persone conviene che la legittima difesa sia giusta. In questo caso un’ipotetica vittima di una uno stupro se si ribella ribellarsi può – anche legalmente – uccidere l’assalitore.
Un terzo esempio: immaginiamo un campo di prigionia, tipo Abu Ghraib. Se uno dei prigionieri, oggetto delle odiose vessazioni, si fosse ribellato e fosse riuscito a ferire o ad uccidere un proprio aguzzino avreste considerata ingiusta o inappropriata la violenza?
Quarto esempio: quello che sta succedendo in questi giorni a Rosarno. Alcuni immigrati sfruttati si sono stufati di essere oggetto di violenza da parte dei locali. Avrebbero potuto rivolgersi alle forze dell’ordine, allo Stato, ma la loro condizione di clandestini li avrebbe costretti a pagare un prezzo troppo alto: l’espulsione. E allora si sono ribellati in modo violento.
E’ interessante osservare come – in questo caso – la condanna della violenza non sia stata così unanime. Ad esempio, alcuni miei amici blogger hanno avuto una valutazione tollerante della violenza praticata “dagli schiavi”. (Vedi Rosarno, Italia di Angelo Volpe e Dalla parte dei più deboli, di Orso Marsicano).
L’unico elemento comune nei casi che ho riportato come esempi di “violenza accettata” è il forte squilibrio dei rapporti di forza, con un elemento forte che vessa e sottomette un elemento più debole, enormente più debole. Hitler era più potente dei suoi attentatori; le guardie carcerarie di Abu Ghraib sottomettevano completamente i loro prigionieri; chi tenta un stupro è fisicamente più forte della vittima; e gli italiani che si sono divertiti a vessare ed aggredire gli immigrati a Rosarno, erano in una posizione di privilegio.
Sembra quasi che la violenza praticata dal più debole nei confronti del più forte sia più tollerabile delle violenza in altre situazioni. In certi casi viene percepita addirittura come giusta.
Non sono arrivato ad una conclusione, ma ormai mi sono convinto che non è vero che l’uso della violenza non sia mai giustificato. Ci sono dei casi in cui la violenza è giustificata e giusta.
E’ possibile definire una regola generale, una casistica che permette di considerara le violenza una soluzione accettabile? Non lo so, ma avendo già trovato quattro casi che aprono la strada a parecchi dubbi credo possano esser i molti i casi forse sarebbe il caso di rivedere l’affermazione “La violenza non è mai accettabile”. [Giovanni Sonego]
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E’ vero, la materia del discutere è stimolante e problematica. Ho scritto “la violenza non è mai accettabile”. Ne sono fermamente convinto e lo confermo come principio, come valore etico e morale, come scelta di vita. Ma ci sono delle limitazioni alla valenza assoluta dell’affermazione che mi vengono suggerite dal buon senso. Non condivido la scelta della violenza come atto volontario e deliberato, ma la ammetto se si tratta di una scelta obbligata e senza alternativa valida e praticabile. Insomma io personalmente non userei mai la violenza come atto di mia volontà, ma se dovessi farlo per difendermi allora non avrei esitazioni. Non voglio banalizzare il discorso, ma vorrei portare l’esempio del rugby. Esperienza per quanto mi riguarda altamente formativa nelle cose spicciole come in quelle importanti. Uno sport che molti, non conoscendolo a fondo, ma solo superficialmente, considerano uno sport violento. Per la mia esperienza di ex giocatore posso dire che in parecchi anni di gioco non ho mai usato la violenza contro un avversario su mia iniziativa per intimorirlo, sopraffarlo o fargli del male. E posso assicurare che fisicamente me lo sarei potuto permettere senza grosse difficoltà. Invece quando era il mio avversario a tentare di usare il gioco violento e intimidatorio nei miei confronti, in mancanza di una tutela da parte dell’arbitro, ho risposto colpo su colpo fino a che il mio contendente non si è piegato “a più miti consigli”. In altre parole l’uso della forza o della violenza in presenza di determinate condizioni può essere legittimo e giustificato. Mi viene in mente una reminescenza dei tempi di scuola. Terza legge di Newton (o III principio della dinamica): ad ogni azione fa seguito una reazione uguale e contraria. Ecco, questo sintetizza bene ciò che penso dell’uso della forza e della violenza.
sabato 9 gennaio 2010
Rosarno, Italia.
Cosa sta succedendo a Rosarno? Rivolta di massa, manifestazioni di protesta, scontri per strada, agguati, gambizzazioni, tutta la gamma della violenza di piazza è sciorinata senza risparmio. E' l'effetto-spumante, il tappo della bottiglia che esplode sulla spinta dei gas accumulati e poi fa il botto. Questo sta succedendo a Rosarno. Scontri fra polizia, extracomunitari e cittadini; tutto nato quando gli immigrati sono scesi per le strade esasperati, dopo che due di loro erano stati feriti. La comunità extracomunitaria a Rosarno e nella zona reggina sono bassa manovalanza da sfruttare con il sistema del caporalato gestito dalla malavita, dalla 'ndrangheta, dalla mafia. Dodici ore di lavoro nei campi a 25 euro al giorno, di cui 5 vanno al "caporale". Finchè i neri immigrati hanno subito in silenzio, a Rosarno andava tutto bene, al punto che la gente del posto si è vantata davanti alle telecamere dei tg di essere ben disposta verso di loro e di averli trattati bene. Salvo il particolare delle condizioni subumane in cui vivono e di un paio di fucilate contro due di loro, cosa che hanno avuto il cattivo gusto di non gradire scendendo per le strade. Scene di guerriglia urbana, polizia in assetto antisommossa per cercare di fronteggiare i manifestanti infuriati, auto distrutte, vetrine dei negozi infrante. L'aggressione ai due extracomunitari ha fatto esplodere la rabbia delle centinaia di immigrati che vivono in zona e la reazione dei cittadini di Rosarno che adesso li vogliono cacciare via. Il bilancio degli scontri è pesante: 38 feriti (ad oggi), di cui due gravissimi in coma. Bilancio pesante come il clima che si respira. Tutti contro tutti: gli immigrati protestano per le condizioni disumane in cui vivono e lo sfruttamento che subiscono con il caporalato; lo Stato italiano contro gli immigrati disperati che sono scesi per le strade a manifestare; i cittadini di Rosarno contro gli immigrati a cui rinfacciano la disponibilità con cui sono stati accolti; la polizia contro sia gli immigrati che quella parte di cittadini che hanno imbracciato le armi e i bastoni e hanno aggredito gli immigrati. Il caos totale, un girone dantesco. Il ministro degli interni Maroni, da bravo politico, non si è fatto sfuggire l'occasione per addossare le colpe di tutto alla sinistra, colpevole di avere un atteggiamento troppo morbido verso gli immigrati. L'unica cosa giusta che mi sento di sottoscrivere in pieno è che i reati commessi saranno perseguiti e non saranno lasciati impuniti. C'è da sperare che il ministro si riferisse indistintamente a tutti i reati, anche quelli di chi sfrutta e schiavizza il lavoro altrui. Il dubbio è legittimo, si sa che andare a toccare gli interessi della 'ndrangheta è sempre molto rischioso, anche politicamente. Non mi pare di aver letto una sola parola pronunciata da Maroni sulle condizioni reali ed oggettive in cui vivono gli immigrati e sul fatto che siano sfruttati come schiavi per il lavoro nei campi. La reazione ha sempre all'origine un'azione uguale e contraria. Ma questo pare essere ignorato dai politici di governo. Una riduzione e costrizione in schiavitù modello anni 2000. Perchè il ministro Roberto Maroni pare non avere dubbi: dietro la guerriglia urbana degli immigrati per protestare per il ferimento dei loro connazionali c'è il "lassisimo" delle politiche immigratorie dei precedenti governi di sinistra. Ovvero il solito scaricabarile: autoassoluzione totale invece di ammettere che quanto è successo è comunque la si voglia vedere una vergogna per Rosarno, per la Calabria, per lo Stato italiano, per i politici italiani (di qualunque schieramento), per tutti. Un'autoassoluzione invece di ammettere che lo Stato non è in grado di imporre e garantire il rispetto della legge a cominciare dalla regolarità dei rapporti di lavoro. Lo Stato si è fatto vedere solo con la presenza della polizia per le strade e solo nel momento in cui gli immigrati sono scesi per le strade per disperazione ed esasperazione. Invece di controllare, verificare, regolare il reclutamento dei lavoratori, invece di garantire un giusto contratto di lavoro agli immigrati, invece di impedire abusi e soprusi, invece di impedire lo sfruttamento e la schiavitù. Forse gli immigrati avrebbero ricevuto più attenzione e visibilità se si fossero rivolti al Gabibbo. Uno straccio di telecamera sarebbe arrivata a Rosarno per documentare su Striscia la notizia le condizioni di quei poveretti. Adesso a cose fatte, a situazione compromessa e destabilizzata, adesso che ci sono due immigrati in coma e in pericolo di vita, si combattono gli schiavi e non gli schiavisti.
Questa è la situazione a Rosarno, Italia, paese membro del G8, dell'Onu e cofondatore dell'Unione europea. Un paese che nell' A.D. 2010 si autodefinisce paese leader tra le nazioni del mondo civile e globalizzato.
giovedì 7 gennaio 2010
La "sua" casalinga di Voghera in lutto
Beniamino Placido ci ha lasciato e con noi la "sua" casalinga di Voghera che lo piangerà inconsolabile.
Intellettuale e professore universiatario; critico televisivo e cinematografico fine, elegante, ma non per questo meno tagliente e graffiante. Scrittore, giornalista e perfino attore una tantum per Nanni Moretti.
Per me è stato un modello di riferimento, sia sotto il punto di vista linguistico che di contenuti. Leggere un suo articolo, uno qualsiasi, era come partecipare ad una lezione di giornalismo. In quegli anni la lettura quotidiana di Repubblica cominciava sempre dalla sua rubrica televisiva “A parer mio” prima ancora che dal fondo di Scalfari.
Aveva il dono dello scrivere come pochi altri abbia mai avuto occasione di leggere e apprezzare. Ineguagliabile quella sua prosa personalissima e inconfondibile. Rapida, scattante, mai banale, ironica, approfondita ma non prolissa e sempre in grado di andare a fondo dei concetti. Un talento unico. Era un vero piacere leggerlo. Pace a lui e condoglianze sentite alla casalinga di Voghera, sua creatura letteraria.
Intellettuale e professore universiatario; critico televisivo e cinematografico fine, elegante, ma non per questo meno tagliente e graffiante. Scrittore, giornalista e perfino attore una tantum per Nanni Moretti.
Per me è stato un modello di riferimento, sia sotto il punto di vista linguistico che di contenuti. Leggere un suo articolo, uno qualsiasi, era come partecipare ad una lezione di giornalismo. In quegli anni la lettura quotidiana di Repubblica cominciava sempre dalla sua rubrica televisiva “A parer mio” prima ancora che dal fondo di Scalfari.
Aveva il dono dello scrivere come pochi altri abbia mai avuto occasione di leggere e apprezzare. Ineguagliabile quella sua prosa personalissima e inconfondibile. Rapida, scattante, mai banale, ironica, approfondita ma non prolissa e sempre in grado di andare a fondo dei concetti. Un talento unico. Era un vero piacere leggerlo. Pace a lui e condoglianze sentite alla casalinga di Voghera, sua creatura letteraria.
La Cina è vicina
Libri: Il cinese di Henning Mankell - Marsilio Editori
La Cina è vicina, anche nei libri. Che il colosso asiatico abbia acquistato un ruolo di primaria importanza, sia in campo economico che finanziario oltre a quello storico in campo politico, è un fatto acclarato. E anche la narrativa di largo consumo se ne è accorta. Un esempio di questo interessamente viene da questo notevole e piacevole romanzo, un po' thriller e un po' no, di Henning Mankell. Di Mankell mi sono già occupato parlando di scrittori svedesi insieme al fenomeno Stig Larsson e del suo Millennieum. http://volpe56.blogspot.com/search/label/Henning%20Mankell%3B%20Sjowall%20e%20WahlooMankell si muove sempre in ambito poliziesco (di gran successo il commissario Kurt Wallander protagonista di molti suoi romanzi), sia pure senza le esasperazioni tipiche del settore e questo è uno dei motivi per i quali lo apprezzo e lo leggo volentieri. Lo spunto è semplice: una strage feroce e assurda sconvolge il piccolo villaggio di Hesjövallen, nel nord della Svezia. Il giudice Birgitta Roslin non crede al gesto di uno squilibrato e, in nome del legame di parentela che la unisce ad alcune delle vittime, decide di occuparsi del caso, sia pure in veste non ufficiale. Da qui il dipanarsi di una vicenda che porta il lettore in altri luoghi e in altre epoche. La Cina per l'appunto, con approfonditi excursus storici molto piacevoli e interessanti nella metà dell'800, ma anche con una finestra sull'America pionieristica di quel periodo. Un respiro amplissimo dunque, che costituisce a mio avviso il pregio maggiore del libro. Manning spazia nel tempo e nei luoghi con grande disinvoltura e padronanza, dalla Svezia alla Cina, dal Nord America all'Inghilterra. Non disdegna analisi storico-politiche sulla Cina di Mao e sui riflessi che quei fenomeni hanno avuto sulla formazione di una cultura europea in materia. Il filo conduttore di natura poliziesca diventa alla fine il pretesto per raccontare una storia che avrà un epilogo in verità piuttosto deludente sotto il profilo del thrilling. Ed è questo il punto debole del libro, perchè con un inizio di grande effetto (l'inspiegabile strage nel paesino svedese) sarebbe stato lecito aspettarsi uno sviluppo all'altezza. Invece il libro "migra" sull'aspetto storico e politico per confezionare l'antefatto che porta alla strage, ma poi si perde senza concludere l'aspetto poliziesco in maniera adeguata. Resta comunque ul libro interessante che si fa leggere con piacere nonostante le quasi 600 pagine.
Film visti. Il riccio
regia di Mona Achache, con Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa.
[Voto: 3.5 su 5]
Dopo il grande successo del libro (vedi il commento su questo blog: http://volpe56.blogspot.com/search/label/eleganza%20del%20riccio) arriva il film. E' uno dei rarissimi casi in cui il film è forse migliore del libro (già di ottimo livello, sia pure non esente da qualche pecca). Infatti la narrazione è asciutta, senza compiacimenti saccenti ed esageratamente eruditi, snella e dotata di un elegante umorismo nella presentazione dei personaggi. Simpaticissima la ragazzina, che nel film diventa anche abilissima nel disegno. Il personaggio di Renée, la portiera (o portinaia?) è anch'esso ben calibrato.
Vi confido un segreto. Nel leggere il libro mi sono raffigurato il suo personaggio con le sembianze di Rosy Bindi...
Balotelli, da vittima a colpevole?
Pare che il caso del giorno su tutti i giornali, i tg e compagnia cantante sia lo sfogo di Balotelli, calciatore italiano di colore che puntualmente si becca caterve di insulti razzisti negli stadi di calcio di tutta Italia. Ieri ha reagito dicendo che il pubblico veronese razzista che lo insulta gli fa schifo. Sarebbe più giusto dire che ha "osato" reagire agli insulti...Balotelli ha ragione da vendere, sarebbe ora di smetterla e di prendere seri e duri provvedimenti. Invece finirà come già si intuisce, nel calcio toccare i tifosi è sempre tabù. Finirà come sempre in una bolla di sapone e l'unico ad essere punito, direttamente o indirettamente, sarà proprio Balotelli. E' già alla gogna. Il sindaco di Verona (Lega...) ha rincarato la dose definendolo immaturo e presuntuoso. Per aver detto ciò che andava detto: razzisti fate schifo!
giovedì 31 dicembre 2009
Che bufala!
Quotidiano la Repubblica, 30 dicembre. Titolo: Quel ragazzo senza braccia sul treno dell'indifferenza. E' la vicenda di un portatore di handicap costretto a scendere dal treno su cui viaggiava perchè sprovvisto di biglietto. I controllori e la polizia ferroviaria lo obbligano a scendere per fare il biglietto di fronte agli altri passeggeri che, indifferenti, non fanno nulla per risolvere la situazione (ad esempio una colletta per il denaro necessario al pagamento della multa). Il lacrimevole racconto è scritto in maniera coinvolgente e suscita lo sdegno dei lettori e diventa un caso che vede al centro della tempesta le ferrovie, la Polfer e i passeggeri insensibili.Senonchè arriva in giornata la smentita da parte delle ferrovie che asserisce che il g
iovane handicappato non è mai stato fatto scendere dal treno e che un controllore è andato a fare il biglietto per lui alla prima fermata utile. Insomma una bufala. Alla versione delle ferrovie viene in soccorso anche la testimonianza di un passeggero che a Radio24 in diretta nel corso della trasmissione La zanzara afferma la stessa cosa: il ragazzo non è stato fatto scendere dal treno. A dare un'ulteriore spallata all'articolo arriva una nota della Polizia che afferma che il disabile ha proseguito il viaggio sullo stesso treno perchè il personale delle ferrovie si è adoperato con buon senso per trovare una soluzione alla mancanza del Biglietto. Cade dunque il castello accusatorio fornito dall'articolo. Insomma una colossale clamorosa bufala. E aggiungerei vergognosa. Perchè non si può pubblicare un pezzo del
genere con il chiaro intento di andare a toccare le corde più scoperte della sensibilità e dell'indignazione dei lettori, facendo passare per mostri di indifferenza e menefreghismo tutti i protagonisti di questa storia, senza prima fare delle verifiche opportune per accertare la veridicità del racconto. Repubblica ha clamorosamente toppato e mi dispiace non poco, essendo io un lettore del giornale fin dai tempi della sua uscita oltre trent'anni fa. Una brutta macchia nella professionalità di Repubblica. Al momento sul sito del giornale non si legge alcuna marcia indietro sulla vicenda. Repubblica si limita a riportare le dichiarazioni delle Ferrovie e della Polizia. Di scuse nei confronti dei lettori e dei presunti protagonisti additati al pubblico ludibrio nemmeno l'ombra.
iovane handicappato non è mai stato fatto scendere dal treno e che un controllore è andato a fare il biglietto per lui alla prima fermata utile. Insomma una bufala. Alla versione delle ferrovie viene in soccorso anche la testimonianza di un passeggero che a Radio24 in diretta nel corso della trasmissione La zanzara afferma la stessa cosa: il ragazzo non è stato fatto scendere dal treno. A dare un'ulteriore spallata all'articolo arriva una nota della Polizia che afferma che il disabile ha proseguito il viaggio sullo stesso treno perchè il personale delle ferrovie si è adoperato con buon senso per trovare una soluzione alla mancanza del Biglietto. Cade dunque il castello accusatorio fornito dall'articolo. Insomma una colossale clamorosa bufala. E aggiungerei vergognosa. Perchè non si può pubblicare un pezzo del
genere con il chiaro intento di andare a toccare le corde più scoperte della sensibilità e dell'indignazione dei lettori, facendo passare per mostri di indifferenza e menefreghismo tutti i protagonisti di questa storia, senza prima fare delle verifiche opportune per accertare la veridicità del racconto. Repubblica ha clamorosamente toppato e mi dispiace non poco, essendo io un lettore del giornale fin dai tempi della sua uscita oltre trent'anni fa. Una brutta macchia nella professionalità di Repubblica. Al momento sul sito del giornale non si legge alcuna marcia indietro sulla vicenda. Repubblica si limita a riportare le dichiarazioni delle Ferrovie e della Polizia. Di scuse nei confronti dei lettori e dei presunti protagonisti additati al pubblico ludibrio nemmeno l'ombra. martedì 29 dicembre 2009
Film visti. Brothers
Brothersregia di Jim Sheridan, con con Jake Gyllenhaal, Natalie Portman, Tobey Maguire.
Come accennato ottimi gli attori, con un Maguire superlativo (Pleasantville, Spider man...), un Gyllenhaal lanciato a diventare un mito (Brokeback Mountain) e una Natalie Portman struggentemente bella e brava (Star Wars, Closer, Darjeeling...). Per inciso, la piccola dolce Natalie ne ha fatta di strada dalla sua prima apparizione con una pianta in mano in Leon di Luc Besson...

Voto: 4 (su 5)
Gran bel film, ben scritto, ben girato e ben interpretato. Emozionante e coinvolgente, come poche altre volte in questa stagione cinematografica 2009/2010, finora mediamente piuttosto povera di qualità.
Un film di persone, di storie e di drammi su cui aleggia la guerra in Afghanistan, quella non dichiarata formalmente, ma reale e concreta, che miete vittime a tutti i livelli, nel senso di salme rimpatriate e di caduti in battaglia, ma anche di soldati reduci mentalmente segnati e schizzati. Come, appunto, in Brothers. Prigionia e torture non mancano nel film, ma senza eccedere, direi che sono esibite quel che serve, quasi con pudore. Quel che serve per descrivere in maniera eccellente e asciutta, senza indulgenze e compiacimenti verso effettacci sanguinolenti, le situazioni e i drammi che si consumano in quelle latitudini. Formalmente la storia è incentrata sulla vicenda di due fratelli dalle caratteristiche e personalità diametralmente opposte, aizzati nella loro diversità anche dall'ambigua figura paterna che fa di tutto per alimentare i confronti tra i due figli. Uno (Maguire) è il marines patriota tutto d'un pezzo, patria-dio-famiglia, non necessariamente in questo ordine. L'altro è lo sbandato di famiglia, il figlio spostato "venuto male", la pecora nera da emarginare e che sembra fare di tutto per riuscirci molto bene. Il tutto sullo sfondo di un'America bianca e di buoni principi, che gioca con i figli e racconta loro le favole della buonanotte e in cui i rapinatori dopo aver scontato la pena vanno a scusarsi con le loro vittime. L'America perbenista è anche questo.
Come accennato ottimi gli attori, con un Maguire superlativo (Pleasantville, Spider man...), un Gyllenhaal lanciato a diventare un mito (Brokeback Mountain) e una Natalie Portman struggentemente bella e brava (Star Wars, Closer, Darjeeling...). Per inciso, la piccola dolce Natalie ne ha fatta di strada dalla sua prima apparizione con una pianta in mano in Leon di Luc Besson...Non dirò nulla della trama perchè va gustata con calma e non voglio togliere il piacere di esserne coinvolti a chi lo andrà a vedere. Jim Sheridan, l'irlandese tagliente e capace di suscitare forti emozioni, torna alla grande dopo alcuni anni di oscuramento con film non sempre azzeccati. A mio avviso con Brothers siamo ai livelli di eccellenza di Nel nome del padre, Il mio piede sinistro e anche The Boxer. Un ritorno che non può fare che piacere.
lunedì 28 dicembre 2009
"Angeli e demoni", eroi e vigliacchi nel soccorso pubblico
Sui giornali di oggi due notizie antitetiche ma riguardanti lo stesso settore, il pubblico soccorso. I protagonisti: i piloti dell'elisoccorso sanitario del 118 e i soccorritori del Soccorso alpino. Non generalizzo, ma mi baso su episodi specifici offerti tristemente dalla cronaca.Primo episodio (gli eroi). Trentino, Val di Fassa. Una squadra di soccorritori del Soccorso alpino di Trento era alla ricerca di due amici friulani dispersi sulle Dolomiti (e poi trovati senza vita sotto una valanga) nell'Alta Valle di Fassa, in Val Lasties, tra i passi Pordoi e Gardena, nel gruppo del Sella, oltre i 2.000 metri di quota. I quattro soccorritori volontari sono anch'essi rimasti vittime di una valanga durante la ricerca.
Secondo episodio (i vigliacchi). Sicilia, ospedale di Gela. Una bimba di 5 mesi è morta la vigilia di Natale dopo avere atteso per ore l'arrivo dell'elisoccorso del 118 che che doveva trasportarla "d'urgenza" all'ospedale di Palermo. Era in coma ed è morta sulla barella dell'ambulanza parcheggiata nell'hangar in attesa di un elicottero che per lei poteva significare la vita, ma che è stato il suo strumento di morte. Causa del ritardo? Incredibile a dirsi, ma da quanto risulta, i piloti dei due elicotteri disponibili invece di precipitarsi sul posto e fare il loro dovere hanno passato il tempo a litigare su chi dovesse andare al soccorso. "Tocca a te, no a te. Vai tu, non tu" ...e la piccola bimba è morta dopo tre ore di inutile attesa.
Eroi gli uni e vigliacchi infingardi gli altri. Due casi, due storie simili; diversi i protagonisti, diversi gli esiti delle due vicende. In un caso il rimpallo dell'iniziativa tra due soccorritori ha portato alla morte della piccola paziente da soccorrere; nell'altro lo spirito di sacrificio e di abnegazione dei soccorritori è stata la loro condanna a morte. Diversi gli ambiti e le circostanze, basti pensare a quanto faticoso e rischioso sia andare in montagna ad oltre 2000 metri di quota a portare aiuto a chi ne ha bisogno e quanto invece sia tutto sommato facile e tranquillo guidare un elicottero da un ospedale ad un altro in condizioni di calma atmosferica come nel caso specifico. Eppure i soccorritori maggiormente esposti ai rischi non hanno esitato un attimo a prepararsi e partire, mentre gli altri si sono rimpallati l'onere del prestare soccorso litigando via radio.Inutile chiedersi perchè. Evidentemente le circostanze e gli uomini fanno come sempre la differenza. E non bisogna neppure criminalizzare genericamente una categoria benemerita come gli operatori dell'elisoccorso. E' la natura umana che divide gli uomini e li può rendere eroi o vigliacchi.
Se almeno ci fosse una giustizia che possa rimettere le cose a posto... Invece chi è morto eroicamente lascia una famiglia e dei parenti a piangere, mentre chi si è comportato vigliaccamente, al massimo -ma proprio "al massimo!"- si beccherà forse una incriminazione per omicidio colposo e con attenuanti varie se la caverà forse solo con una tiratina d'orecchi.
Angeli e demoni. Eroi e vigliacchi. Così va il mondo, anche nel pubblico soccorso.
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venerdì 25 dicembre 2009
Aggressioni. Questione di stile
Il destino, il caso, la fatalità, le coincidenze o chissà che altro ci hanno riservato una fine d'anno 2009 all'insegna dell'aggressione al "potente & famoso". Dopo Berlusconi è toccato a Papa Ratzinger esserne oggetto e bersaglio. In entrambi i casi si è trattato di aggressori segnati dalla malattia mentale; psicopatici o psicolabili, comunque squlibrati conclamati. E' successo a Milano nelle vicinanze del Duomo in ambiente aperto; è successo in San Pietro, all'interno della Basilica, poco prima della Messa di mezzanotte di Natale. In entrambi i casi con ampia documentazione televisiva e sotto gli occhi di centinaia di persone che potranno dire "io c'ero!". 
Potenti & famosi. Potenza politica ed economica, ma non solo. Per il Papa è fin troppo evidente che sia una figura che supera i limiti del carisma politico per entrare nella sfera morale e religiosa. Per i cattolici rappresenta Gesù Cristo in terra in quanto guida spirituale e sostanziale della Chiesa oltre che Capo dello Stato della Città del Vaticano che, detto per inciso, è l'unico esempio di monarchia elettiva al mondo. Per Berlusconi l'ambito è naturalmente più ristretto ma poi non così tanto, vista la propensione apertamente dichiarata del soggetto a considerarsi parecchi gradini superiore ai suoi simili e la vera e propria venerazione di cui è oggetto da parte dei suoi fans. Una venerazione alla soglia del fanatismo che esorbita la sfera puramente politica.
Lungi da me voler fare paragoni irriverenti e fuoriluogo, vorrei però soffermarmi su una semplice questione di forma e di stile, ma non per questo meno sostanziale. In seguito all'aggressione di Berlusconi, le "truppe cammellate" del centro destra (politici e giornalisti in primis, ma anche presentatori tv, opinionisti e tutto l'universo mediaset al completo) non hanno atteso più di qualche minuto per scatenare un'offensiva mediatica accusando apertamente gli avversari del centro sinistra di essere i mandanti politici, morali e virtuali dell'aggressione dello squilibrato Tartaglia. La stampa "a libro paga" (Fede, Feltri...) non ha esitato a reclamare a gran voce una incriminazione per tentato omicidio premeditato a carico del folle autore dell'aggressione.
Tartaglia è stato inquadrato come uno strumento manovrato da una mano politica targata centro sinistra, ovvero i famosi comunistacci anti-berlusconi. I vari Capezzone, Bondi e Cicchitto hanno lanciato e alimentato una campagna politica e mediatica che ha elevato il padre-padrone Berlusconi a rango di vittima immolata e di martire. Berlusconi stesso, ancora incerottato in ospedale, ci ha dato dentro con dichiarazioni in odore di santità battezzando al volo la nascita del cosiddetto "partito dell'amore", dispensando a piene mani buoni propositi e pii pensieri di amore che vince sul male. Insomma un carrozzone di nani e ballerine come pochi altri è stato mai dato di vedere.Sul fronte di Papa Ratzinger reazioni del tutto opposte. Anzi, nessuna reazione. Grande à plomb e massima dignità e austerità.
E' vero che la faccia insanguinata di Berlusconi aveva un impatto emotivo decisamente diverso e più drammatico del ruzzolone del Papa (ma qualcuno lo vada a spiegare al cardinale ultraottantenne che ci ha rimesso un femore...), è vero che il lancio di un oggetto in piena faccia è altra cosa di uno spintone, ma nella sostanza delle cose si tratta comunque in entrambi i casi di un'aggressione da parte di un folle, con conseguenze potenzialmente letali anche in considerazione dell'età delle vittime. Ebbene, il capo spirituale e non solo spirituale della Chiesa (come detto è pur sempre un Capo di Stato) ha scelto di dare un basso profilo al fatto criminoso, minimizzando l'accaduto e addirittura non facendone minimamente cenno in prima persona. La prima reazione a caldo del Papa pare sia stata una frase del tipo "beh, non è poi successo nulla di grave". Nessuna campagna mediatica, nessuna dichiarazione di vittimismo o di martirio, nessuna invettiva contro mandanti reali o virtuali.Altra classe, altro stile, altro spessore e levatura morale. E scusate se è poco.
mercoledì 23 dicembre 2009
Nevica, governo ladro!
Giornali, radio e televisioni non parlano d'altro. Siamo in inverno e in inverno, per definizione, nevica e fa freddo. Dov'è l'eccezionalità dell'evento? Forse nell'intensità della nevicata? Nella persistenza del freddo? Ma non prendiamoci in giro. La verità è un'altra, anzi due.
La prima. Bisogna dare di che parlare e pensare agli italiani. Perchè parlare e pensare al freddo distoglie le menti da altri argomenti ben più "scottanti" (non male come ossimoro). In questa ottica di disorientamento sistematico e programmato dell'opinione pubblica rientra il solito bombardamento di servizi televisivi sullo shopping di Natale e di quanto bello e gratificante sia partecipare all'orgia dello scambio di regali. C'è sempre in agguato il solito giornalista (preferibilmente con rassicurante accento romanesco) che ci dice che con soli 180 euro potremo avere un porta telefonino cellulare di Swarowsky... o che 50 milioni di italiani banchetteranno smodatamente spendendo in un sol colpo miliardi di euro in caviale e champagne. Alla faccia di chi non arriva alla fine del mese. Altro che Swarowsky e caviale.
La seconda. Possibile che 3-4 giorni di neve mettano in ginocchio l'Italia? Che il sistema autostradale rischi la paralisi e che le ferrovie non siano in grado di fronteggiare le nevicate invernali? Evidentemente è il sistema-Italia che ha chiari limiti di affidabilità e funzionalità. I 20-30 cm. di neve non hanno fatto altro che mettere in evidenza questi limiti altrimenti sopiti dalle temperature miti tipicamente italiane.
Per contro trovo insopportabile che ci sia sempre il solito furbone che non trova di meglio che fare paragoni con la Finlandia (!) dove i treni marciano sempre e comunque, anche con 30° sotto zero. Peccato che la Finlandia sia collocata qualche migliaio di km più a nord verso il circolo polare artico.... Che minchia di paragoni sono? Che piova o nevichi, la colpa è sempre del governo-ladro o esiste un margine di accettazione dell'evento naturale?E' anche vero che ognuno ci mette del suo, nel senso deleterio del termine. Professionalità ed efficienza sembrano essere concetti misteriosi in casa Ferrovie dello Stato o Trenitalia, comunque le si voglia chiamare. Incomincia l'amministratore delegato Moretti che dall'alto della sua autorevolezza (chissà che stipendio ha...)consiglia i viaggiatori di munirsi di panini e coperte se vogliono testardamente sfidare il destino e usare i treni in questo periodo. Un esempio di comunicazione demenziale nei confronti dell'opinione pubblica e della clientela, non c'è che dire. Per finire cito un fatto riportato da un viaggiatore intervistato a Milano. Un treno pendolari arriva in stazione con le porte bloccate dal freddo. I passeggeri riescono comunque a scendere e il treno rimane lì in attesa di ripartire. Nessuno del personale di quel treno appena arrivato si preoccupa di avvisare chi di dovere del problema delle porte. Dopo mezzora quello stesso convoglio deve ripartire per la tratta inversa. Monta in servizio il nuovo personale subentrante e solo allora si accorge del problema delle porta bloccate. Viene chiamata la squadra di supporto (mezzora di attesa) che a martellate sblocca le porte con i conseguenti danni che sono facili immaginare (una banale bomboletta di spray deghiacciante è pura fantascienza alle ferrovie). Morale della favola: un guasto che si poteva affronatre e risolvere immediatamente è stato vergognosamente trascurato, il treno è partito con 40 minuti di ritardo e con le porte danneggiate dalle martellate, dunque finirà in officina per le riparazioni. E tutto per la mancanza di una banalissima bomboletta di spray invernale del costo di un paio di euro.
Beh, bisogna ammettere che a volte i passeggeri hanno ragione ad inferocirsi...
martedì 22 dicembre 2009
Gareth Thomas, outing nel rugby
"Sono gay!" Una dichiarazione che suona come un urlo piuttosto che un sussurro. E' quello di Gareth Thomas rugbysta gallese di fama internazionale, una stella di prima grandezza sia in patria che all'estero. Anche qui in Italia è molto conosciuto e apprezzato, sia pure solo dal pubblico di nicchia che segue e apprezza il rugby estero.La notizia è di quelle bomba, per tanti motivi. L'outing da parte di un personaggio noto e affermato è di per sè una notizia da prima pagina, che poi sia un rugbysta gli assegna ancora più risalto per quell'aura di machismo duro e puro che aleggia su questo splendido sport. Macho o non macho, il mondo del rugby ha reagito come meglio non si potrebbe. I suoi compagni di squadra e di nazionale (Galles) hanno reagito alla notizia con un semplice "perchè non l'hai detto prima?". Il tutto con molta serenità.
Naturalmente c'è sempre chi deve cercare spunti di polemica. C'è chi ha criticato la scelta di Thomas come una forma di esibizionismo e in altre parole di "marciarci sopra" parecchio. Se Gareth Thomas ha scelto di fare outing avrà avuto i suoi motivi. Sono comprensibili i dubbi di chi si chiede se di fondo non ci sia una spinta di esibizionismo della propria diversità e molto probabilmente in tanti altri casi simili i dubbi sono più che fondati. Ma bisogna osservare che solitamente l'outing fa coppia con la ricerca di notorietà da parte di chi noto e famoso non è. In quel caso la manifestazione pubblica delle proprie tendenze sessuali può servire (serve!) ad aprire molte strade. Ma per quanto riguarda Gareth Thomas è già una stella del rugby mondiale, è già un uomo e uno sportivo di successo. Se è arcinoto qui in Italia figuriamoci che livello di notorietà e di popolarità potrà avere in patria, in Gran Bretagna come nel suo Galles, dove il rugby gode di platee enormemente più vaste.

Evidentemente le spinte motivazionali che hanno portato Gareth all'outing sono altre, molto personali e ben distanti dall'esibizionismo di cui viene più o meno velatamente, tacciato. Forse, prima di lanciare accuse gratuite, bisognerebbe chiedersi cosa significhi vivere nascondendo le proprie inclinazioni, i propri sentimenti, le proprie caratteristiche personali. Una vita passata a mimetizzarsi non è augurabile a nessuno. E prima o poi arriva il momento in cui non se ne può più ed esplode l'esigenza di levarsi la maschera e mostrare la propria vera faccia. Soprattutto perchè non c'è nulla da nascondere, non c'è nulla di cui vergognarsi. Mettersi a nudo per rinascere e ricominciare daccapo. Per trasparenza, per non avere una doppia faccia, per amore di verità. Può bastare?
Forza Gareth, questa è una delle mete più belle che hai segnato in carriera.
venerdì 18 dicembre 2009
Garlasco, Stasi innocente
Chiara Poggi fu colpita a pochi passi dalla porta d’ingresso, poi trascinata lungo le scale che conducono in cantina. Sul pavimento della villetta di due piani restano le tracce delle mani insanguinate della vittima, colpita più volte con un’arma sconosciuta. Un’aggressione feroce: l’assassino infierisce fino a sfondarle il cranio. Nulla manca nell’abitazione e non ci sono tracce di estranei. Chiara indossa un pigiama estivo, è lei probabilmente ad aver aperto la porta a chi le toglie la vita. Nessun ombra nella sua vita, pochi amici e la storia d’amore di quattro anni con Alberto Stasi. È lui che scopre il corpo senza vita della fidanzata e su di lui puntano, da subito, le indagini. Da subito si scatena il tam tam mediatico, da Porta a Porta del solito Vespa, fino all'ultimo rotocalco in edicola. Complice la calura estiva e la scarsità di notizie tipica del periodo, il delitto di Garlasco da potenzialmente insignificante fatto di cronaca di provincia come ce ne sono tanti, assurge al ruolo di "delitto dell'estate" scatenando la morbosa curiosità di tutti. Qualcosa di simile, nel meccanismo di attenzione e diffusione dell'interesse su un fatto di cronaca altrimenti trascurato a livello nazionale, è successo per il delitto di Perugia, quello che ha visto la recente condanna della giovane americana Amanda Knox (con l'altro imputato Raffaele Sollecito) giungendo addirittura all'interessamento del segretario di stato Usa Hillary Clinton. Ovvero alla diplomazia internazionale. Incredibile. Personalmente mi sono fatto un'idea su colpevoli e innocenti in queste due vicende processuali. Un'idea molto epidermica, non conoscendo altro, e neppure troppo a fondo, che quello che si è letto sui giornali. Per me La Knox e Sollecito sono colpevoli, mentre Stasi è innocente. Ripeto: è solo un'impressione istintiva, nulla di più.
Oltre all'onore delle luci della ribalta mediatica (se tale si può definire), c'è un altro elemento che lega i due fatti di cronaca. In entrambi i casi è stato determinante l'apporto delle indagini scientifiche condotte dagli investigatori. La domanda da porsi è questa. Che livello di affidabilità hanno questo tipo di indagini? Direi senz'altro un livello altissimo, visto lo sviluppo del settore investigativo-scientifico anche alla luce dei moderni strumenti scientifici. Aggiungerei però, al tempo stesso bassissimo, addirittura deleterio e controproducente, se le indagini vengono condotte in maniera approssimativa e raffazzonata. Domanda: come e con che competenze giudicare? Lasciamo perdere per principio paragoni asssurdi con serie televisive o film polizieschi (in giro si è letto anche questo...) e cerchiamo di usare il buon senso. Mi spiego: è sufficiente vedere le immagini di qualche servizio dei vari telegiornali o qualche foto tratta dai quotidiani per notare -vedi ad esempio la foto qui accanto- come accanto a personale investigativo in tenuta asettica (tuta bianca, calzari-soprascarpe, guanti, mascherina e chissà che altro ancora), sulla scena del delitto vi è sempre la compresenza di una massa di persone -poliziotti, carabinieri, medici, infermieri, curiosi, giornalisti, magistrati...- che evidentemente sporcano o alterano l'ambiente che dovrebbe essere oggetto di indagini accuratissime.
Che senso ha bardarsi con tuta, calzari e mascherina quando si è circondati da persone vestite normalmente che toccano e calpestano di tutto? Come si fa ad avere fiducia in un siffatto tipo di indagini? Le sofisticate attrezzature scientifiche e le tecnologie applicate al settore investigativo che senso hanno se poi mezzo mondo passa e inquina la scena del delitto?
Che senso ha bardarsi con tuta, calzari e mascherina quando si è circondati da persone vestite normalmente che toccano e calpestano di tutto? Come si fa ad avere fiducia in un siffatto tipo di indagini? Le sofisticate attrezzature scientifiche e le tecnologie applicate al settore investigativo che senso hanno se poi mezzo mondo passa e inquina la scena del delitto?Ed è proprio quanto è emerso in entrambi i processi, con prove e perizie spesso diametralmente opposte anche probabilmente proprio perchè basate su indagini svolte in questo modo in apparenza poco comprensibile. E' solo la mia impressione da profano o c'è del vero nelle considerazioni?
Risultato: a Perugia due condanne e a Garlasco una assoluzione. Per il momento, poi in appello ri ricomincerà daccapo. Sentenze giuste? Sentenze sbagliate? Difficile dirlo in generale, come per qualunque sentenza. Bisogna però accettarle perchè così deve essere. Ma il dubbio rimane: come sono state svolte le indagini? Quella tal prova determinante per la condanna o per l'assoluzione è credibile e genuina oppure è stata inquinata da un estraneo qualsiasi presente indebitamente sulla scena del delitto?
Un processo penale è spesso un gioco a carte coperte che dipende dalle circostanze e dall'abilità dei giocatori (avvocati, inquirenti, giudici). Se poi le carte sono inaffidabili per imperizia e approssimazione, come la mettiamo? Dio ce ne scampi e liberi...
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giovedì 17 dicembre 2009
Berlusconi torna a casa!
Non è un improperio nè un invito insolente, bensì è quanto è successo oggi a Milano. Berlusconi ha fatto finalmente ritorno a casa, nella sua villazza di Arcore. Nel lasciare l'ospedale, vistosamente incerottato, ha dichiarato: "Se cambiano i toni, il mio dolore non sarà stato inutile". E' decisamente in odore di santità... Prendersi il duomo di Milano in faccia gli deve aver trasmesso per contatto una certa vocazione al martirio. Ma per l'unto del Signore, questo è quasi scontato.Una battuta divertente sentita ieri su non so quale radio a proposito della prolungata permanenza in ospedale. "Berlusconi è così difficile che si dimetta da qualcosa, che non vuole dimettersi neanche dall'ospedale..."! Mica male, no?
Vabbè, meglio sorriderci sopra, dopo tanto veleno sparso a piene mani in questi giorni (e chissà quanto altro ne vedremo ancora).
Sono stufo di parlare di politica, il clima attuale è pesantissimo e non si intravede nessuna luce in fondo al tunnel. Basta risse verbali, basta litigi tra politici, basta scambi di accuse reciproche. Per un pò stacco la spina e per depurare la mente mi dedico ad altri argomenti.
lunedì 14 dicembre 2009
Film visti. A serious man
A serious manregia di Joel ed Ethan Coen; con Simon Helberg, Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Adam Arkin, George Wyner, Katherine Borowitz[voto 1,5 su 5]
Un film spiazzante, in certi momenti addirittura irritante, inconcludente. Ne è passato di tempo da Barton Fink, Fargo, Il grande Lebowsky... Personalmente i Cohen di dieci anni fa mi piacevano, mi appassionavano e mi entusiasmavano. Gli ultimi Cohen (Non è paese per vecchi, Burn after reading) francamente li trovo insopportabili e pretenziosi. La mia impressione è che abbiano perso freschezza e spontaneità, alla ricerca di personaggi troppo costruiti e troppo emblematici. Tutto questo eccesso di "troppo", va a discapito della storia raccontata che diventa stiracchiata e farraginosa.
Ambientato nel 1967, racconta una vicenda interamente circoscritta agli ambienti ebrei di Minneapolis nel cuore dell'america bianca e rigidamente tradizionalista. Gli anni sessanta come li abbiamo conosciuti e apprezzati al cinema sono parecchio distanti, salvo qualche accenno musicale qua e là. Niente rock&roll, niente B-52, niente sballo del sabato sera, niente Vietnam, niente figli-dei-fiori. Giusto una canna di straforo, per gradire. I fratelli Cohen si concentrano invece su un opaco professore universitario e la sua opaca famiglia. Personaggi di basso profilo, che sembrano sguazzare nella loro opacità. Anche una relazione extraconiugale, solitamente dirompente in qualsiasi menage familiare, è vissuta con grigiore. Nemmeno una reazione, un segnale di vitalità, una sana e sacrosanta incazzatura. E su tutto regna e ristagna una pletora di rabbini vuoti e insulsi che prestano la propria opera in bilico tra il ruolo religioso e quello di psichiatri di famiglia, salvo non riuscire a dare alcun aiuto reale. Da che pianeta arrivano questi personaggi? La cosa più inquietante è che da qualche parte tipi così esistono o sono esistiti realmente...
Irritante anche il doppiaggio del protagonista principale. Il doppiatore sembra un incrocio/imitazione di Oreste Lionello/Woody Allen, occhiali compresi...
Il film è questo. Mi dispiace, ma non ci siamo proprio.
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sabato 12 dicembre 2009
Italiani, brava gente.... (ma razzisti)
Italiani, brava gente. Un detto popolare, un luogo comune che nasce, credo, dal titolo di un film degli anni '50-'60. O forse è il contrario, è il film che copia un detto popolare. Comunque sia, il luogo comune deve essere rimandato al mittente e archiviato come desueto e non più veritiero, purtroppo. La realtà dei fatti, quella che possiamo verificare in prima persona tutti i giorni, che leggiamo sui giornali o vediamo nei Tg, è ben diversa. Sempre che il punto di vista non sia quello di un razzista, palese o latente. In tal caso la smentita, seccata e sdegnata è certa: in Italia non c'è razzismo!
Ecco un articolo eloquentissimo sull'argomento, pubblicato di spalla oggi in prima pagina su Repubblica. Se fossi un insegnante, lo leggerei in classe ai miei alunni. Bisogna che i giovani sappiano e si rendano conto in che paese vivono e, se non sono ancora stati plagiati e imbarbariti dagli adulti, forse si possono ancora salvare dal razzismo strisciante che serpeggia nel nostro paese.
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LA REPUBBLICA
12 dicembre 2009
Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli
di Pap Khouma
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/nero-italiano/nero-italiano.html
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Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009? Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. "Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?". "Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...". L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene. In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere. Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?". Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi". Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato. Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...". Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti. Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!". Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro. Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.
[Per saperne di più sull'autore: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/chisiamo/khouma.html]
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Ecco un articolo eloquentissimo sull'argomento, pubblicato di spalla oggi in prima pagina su Repubblica. Se fossi un insegnante, lo leggerei in classe ai miei alunni. Bisogna che i giovani sappiano e si rendano conto in che paese vivono e, se non sono ancora stati plagiati e imbarbariti dagli adulti, forse si possono ancora salvare dal razzismo strisciante che serpeggia nel nostro paese.
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LA REPUBBLICA
12 dicembre 2009
Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli
di Pap Khouma
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/immigrati-13/nero-italiano/nero-italiano.html
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Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009? Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. "Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?". "Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...". L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene. In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere. Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?". Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi". Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato. Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...". Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti. Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!". Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro. Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.
[Per saperne di più sull'autore: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/chisiamo/khouma.html]
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