sabato 30 giugno 2012

Panem et circenses. E venne il giorno dei SuperMario

Giornata memorabile, quella di giovedi 28 giugno. Un doppio scontro Italia-Germania risoltosi con una doppia vittoria italiana. Nel campo della politica economica europea con lo scudo a protezione di Spagna e Italia e in quello sportivo con la semifinale dei campionati europei di calcio. Francamente credo che agli italiani mediamente abbia dato molta più soddisfazione la vittoria sul campo da gioco piuttosto che quella al tavolo della trattativa europea. Eppure le conseguenze positive per l'Italia e l'Europa stessa non si sono fatte attendere ed anche in maniera travolgente. Ieri le borse sono schizzate in alto con Milano capofila con un salto in positivo stratosferico al 6,6%!! Invece, ammettiamolo, i nostri cuori calciofili battono indiscriminatamente per Balotelli, Cassano & C. E molto italianamente godiamo come maiali per il doppio rospo che ha dovuto ingoiare la cancelliera di ferro tedesca Angela "culona" Merkel.
Panem et circenses dicevano gli antichi romani. Al "panem" ci ha pensato Super Mario Monti a Bruxelles. Quanto al "circenses", per ora siamo approdati trionfalmente alla finale di Kiev, se Super Mario Balotelli (& C.) faranno ciò che sanno fare il momento della gloria arriverà, speriamo, domenica sera. Se tutto andrà per il meglio come speriamo, allora sì ci divertiremo per davvero!

P.S.: la sintesi perfetta del match Spagna-Italia l'ha fatta Crozza in un recente Ballarò parlando della partita di esordio agli europei proprio tra spagnoli e italiani: Falliti contro disastrati... (video). Per fortuna che a metterci una toppa ci ha pensato Super Mario Monti con il suo scudo stellare... alla faccia dell'inflessibilità teutonica della Merkel.

domenica 24 giugno 2012

Film visti. Un bel poliziesco, finalmente


Le paludi della morte
Regia: Ami Canaan Mann
Con: Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan, Jessica Chastain, Chloe Moretz, Stephen Graham


Voto: 3,5 su 5


Mike e Brian sono una coppia di poliziotti texani. Detectives della squadra omicidi. Molto diversi tra loro caratterialmente, quasi opposti. Mike è uno del posto, conosce la sua gente, il suo ambiente e in un certo senso si adegua alla situazione. Brian arriva da fuori, non si sente legato a nessuno e a nessuno deve nulla. Segue il suo istinto prima di tutto. Classicamente sono i due tipici poliziotti americani, quello "cattivo" e violento e quello "buono", calmo e saggio. Succede che si verificano una serie di rapimenti di giovani donne che finiscono in altrettanti omicidi. L'ombra di un serial killer aleggia sulle paludi spopolate e desolate della zona. Terra di nessuno, dove nessuno vuole avventurarsi. Ma anche i paesani locali non sono esattamente raccomandabili. La fauna locale contempla di tutto. In altre parole, l'atmosfera ambigua del film è ottimamente resa sia nell'ambientazione, che nella descrizione dei personaggi, sia principali che di contorno. Un merito che va senz'altro riconosciuto alla regista (sulla quale torneremo dopo). Le indagini portano i due poliziotti a spingersi fuori dalla loro zona di competenza, cosa che scatena un conflitto nella coppia di cops sul portare comunque avanti l'inchiesta o farsi da parte lasciando la mano ai loro colleghi. Forma e sostanza, essere o non essere. Verità e falsità. Dilemmi non da poco.
La faccenda si complica quando ad essere rapita è una simpatica ragazzina del posto (la giovanissima Chloë Moretz), nonostante la giovane età già vittima della vita e delle circostanze (una mamma piuttosto disinvolta nello scegliere le sue compagnie maschili). Brian (quello "buono") non sente ragioni e si butta a capofitto nelle indagini anche se fuori giurisdizione, mentre Mike non ci sta, anche per motivi personali (i colleghi a cui dare una mano nelle indagini sono in realtà la sua ex moglie...). Come vada a finire ovviamente non posso dirlo. Quello che invece si può senz'altro dire è che finalmente ci troviamo di fronte ad un bel film di genere. Un poliziesco solido, ben costruito e appassionante, con una giusta suspence che va salendo sempre più verso il finale, come è giusto che sia. Il tutto senza fare ricorso ad effettacci o artifici spettacolari. Non sangue a litri, non sparatorie folli. Merito della regista figlia d'arte (il padre è Michael Mann), Ami Canaan Mann, qui alla sua seconda regia. Insomma un film non allineato ai moderni canoni hollywoodiani che sfornano film in serie che sembrano (sono) fumetti in versione cinematografica. Una ventata di nuovo, in canoni classici. Una contraddizione? Forse, ma per giudicare consiglio di andare a vederlo. Alla fine del film ne sarete soddisfatti. Il che non è cosa frequente negli ultimi tempi.

 
Javier Bardem
Jeffrey Dean Morgan
Buoni  i due attori protagonisti con l'ex "Avatar" Sam Worthington nei panni del poliziotto "cattivo" e un sorprendente Jeffrey Dean Morgan in quelli del "buono". A proposito, caso mai Javier Bardem (il bravo attore spagnolo lanciato da Bigas Luna prima e Pedro Almodòvar poi) avesse avuto un fratello gemello da cui è stato separato dalla nascita, ebbene è stato ritrovato. E' proprio Jeffrey Dean Morgan, il poliziotto "buono". Due gocce d'acqua.
 

domenica 17 giugno 2012

Lo scandalo delle raccolte fondi pro-terremotati

Il Fatto quotidiano, 16 giugno 2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/16/terremoto-abruzzo-i-soldi-degli-sms-imboscati-dalle-banche/265450/

Terremoto Abruzzo, i soldi degli Sms imboscati dalle banche

I circa cinque milioni di euro donati dagli italiani per "dare una mano" alla ricostruzione dei luoghi colpiti dal sisma del 2009, sono fermi nei forzieri degli istituti di credito. La Etimos, accusata nei giorni scorsi su alcuni blog di aver gestito direttamente il patrimonio, ci ha sì guadagnato e spiega come li ha spesi

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Gira e rigira sono finiti alle banche i 5 milioni di euro arrivati via sms dopo il terremoto dell’Aquila sotto forma di donazione. E la loro gestione è stata quella prevista da qualsiasi rapporto bancario: non è bastata la condizione di “terremotato” per ricevere un prestito con cui rimettere in piedi casa o riprendere un’attività commerciale distrutta dal sisma. Per ottenerlo occorreva – occorre ancora oggi – soddisfare anche criteri di “solvibilità”, come ogni prestito. Criteri che, se giudicati abbastanza solidi, hanno consentito l’accesso al credito, da restituire con annessi interessi. I presunti insolvibili sono rimasti solo terremotati. Anche se quei soldi erano stati donati a loro. Il metodo Bertolaso comprendeva anche questo. È accaduto in Abruzzo, appunto, all’indomani del sisma del 2009. Mentre Silvio Berlusconi prometteva casette e “new town”, l’ex numero uno della Protezione civile aveva già deciso che i soldi arrivati attraverso i messaggini dal cellulare non sarebbero stati destinati a chi aveva subito danni, ma a un consorzio finanziario di Padova, l’Etimos, che avrebbe poi usato i fondi per garantire le banche qualora i terremotati avessero chiesto piccoli prestiti. E così è stato. Le donazioni sono confluite in un fondo di garanzia bloccato per 9 anni. Un fondo che dalla Protezione civile, due mesi fa, è stato trasferito alla ragioneria dello Stato. La quale, a sua volta, lo girerà alla Regione Abruzzo. E di quei 5 milioni i terremotati non hanno visto neanche uno spicciolo. Qualcuno ha ottenuto prestiti grazie a quel fondo utilizzato come garanzia, ma ha pagato fior di interessi e continuerà a pagarne. Altri il credito se lo sono visto rifiutare.
L’emergenza
Bertolaso
, allora, aveva pieni poteri. Come capo della Protezione civile, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma soprattutto nella veste di uomo di fiducia del premier Silvio Berlusconi. I primi soldi che Bertolaso si trovò a gestire furono proprio i quasi 5 milioni donati dagli italiani con un semplice messaggio del cellulare. Ma lui, “moderno” nella sua concezione di Protezione civile, decise che i milioni arrivati da tutta la penisola sarebbero stati destinati al post emergenza e alle banche, non all’emergenza. Questo aspetto non venne specificato al momento della raccolta, ma Bertolaso avevailpoteredidecidere a prescindere. Spedì poi un suo emissario alla Etimos di Padova, consorzio finanziario specializzato nel microcredito, che raccoglie al suo interno, attraverso una fondazione, molti soggetti di tutti i colori, da Caritas a Unipol.
I numeri Quello che è successo in questi 3 anni è molto trasparente, al contrario della richiesta di donazione via sms che non precisò a nessuno dove sarebbero finiti i soldi. Nemmeno a un ente, la Regione Abruzzo che, paradossalmente, domani potrebbe usare quei soldi per elicotteri o auto blu. La Etimos, accusata nei giorni scorsi su alcuni blog di aver gestito direttamente il patrimonio, ci ha sì guadagnato, ma non fatica ad ammettere come sono stati usati i soldi: dei 5 milioni di fondi pubblici messi a disposizione del progetto dal dipartimento della Protezione civile, 470 mila euro sono stati destinati alle spese di start-up e di gestione del progetto, per un periodo di almeno 9 anni; 4 milioni e 530 mila euro invece la cifra utilizzata come fondo patrimoniale e progressivamente impiegata a garanzia dell’erogazione dei finanziamenti da parte degli istituti di credito aderenti. Intanto sono state 606 le domande di credito ricevute (206 famiglie, 385 imprese, 15 cooperative). Di queste 246 sono state respinte (85 famiglie, 158 imprese, 3 cooperative) mentre 251 sono i crediti erogati da gennaio 2011 a oggi per un totale di 5.126.500 euro (famiglie 89/551mila euro, imprese 153/4 milioni 233mila e 500 euro, cooperative 9/342mila euro). Infine 99 domande sono in valutazione (68 famiglie, 28 imprese, 3 coop).
Gli aiuti e le banche Al termine dell’operazione quello che è successo è semplice: i soldi che le persone hanno donato sono serviti a poco o a niente. Non sono stati un aiuto per l’emergenza, ma – per decisione di Bertolaso – la fase cosiddetta della post emergenza. Che vuol dire aiuti sì, ma pagati a caro prezzo. Le persone si sono rivolte alle banche (consigliate da Etimos, ovviamente) e qui hanno contrattato il credito. Ma chi con il terremoto è rimasto senza un introito di quei soldi non ha visto un centesimo. Non è stato in grado neppure di prendere il prestito perché giudicato persona a rischio, non in grado di restituire il danaro.
Che fine han fatto gli sms? I terremotati sono stati praticamente esclusi. Se qualcosa hanno avuto lo hanno restituito con un tasso d’interesse inferiore rispetto agli altri, ma pur sempre pagando gli interessi. Chi ha guadagnato sono le banche, sicuramente, e la Regione Abruzzo che, al termine dei 9 anni stabiliti, si troverà nelle casse 5 milioni di euro in più. Vincolati? Questo non lo sappiamo. Ne disporrà come meglio crede, sono soldi che entreranno nel bilancio.
La posizione di Etimos Fino a oggi, scoperto il metodo Bertolaso, il consorzio finanziario Etimos si è preso le accuse. Ma il presidente dell’azienda padovana al Fatto Quotidiano spiega che il loro è stato un lavoro pulito e trasparente. “Se qualcuno ha mancato nell’informazione”, dice il presidente Marco Santori, “è stata la Protezione civile che doveva precisare che i soldi erano destinati al post emergenza e non all’aiuto diretto. Noi abbiamo fatto con serietà e il risultato è quello che ci era stato chiesto”.
Da il Fatto Quotidiano del 16 giugno 2012

Libri. Jo Nesbo e i fantasmi del nazismo




Il pettirosso
di Jo Nesbo


Il Pettirosso è il primo dei libri di Jo Nesbo pubblicati in Italia dal 2000 al quale ne sono seguiti altri nel corso degli anni fino all'ultimo, Il Leopardo, uscito pochi giorni fa. Un grande successo editoriale internazionale del tutto meritato, a giudicare da questo Il pettirosso, che è un libro ben scritto, ben strutturato, con un intreccio noir di prim'ordine. Il protagonosta principale è il detective Harry Hole, un omone grande e grosso con il vizio del bere. Un vizio che lo ferisce profondamente, che gli fa del male fisicamente e mentalmente. Ma non gli impedisce, nei periodi di sobrietà, di essere un poliziotto investigativo di prim'ordine.
La vicenda si svolge nella capitale norvegese, Oslo, ma parte da lontano negli anni della Seconda guerra mondiale, quando la Germania di Hitler invase la Norvegia. Il re fuggì a Londra abbandonando il suo popolo; una parte della popolazione simpatizzante hitleriana e del nazionalsocialismo abbracciò gli invasori come salvatori della patria dai russi bolscevichi e addirittura si formarono reggimenti di volontari norvegesi che indossarono le divise del Terzo Reich passando dall'altra parte. Già, ... "l'altra parte". Qui sta il nocciolo del problema che genera tutta la vicenda. Patrioti o traditori? Vincitori o vinti? Temi ricorrenti quando c'è di mezzo una guerra e schieramenti opposti, tanto più se le divisioni si verificano in seno alla stessa nazione. Succede che Hitler perde la guerra e i volontari norvegesi passati tra le fila naziste, una volta tornati in patria, vengono giudicati e processati come traditori.  Passano gli anni, decine, arriviamo ai giorni nostri, ma c'è ancora qualcuno che cova un rancore sordo per essere stato considerato un traditore agli occhi del mondo e della storia. Al contrario quei reduci si ritengono dei veri eroi patrioti e continuano a fomentare odio raziale ea  diffondere il verbo neonazista. Da qui una serie di omicidi sui quali è chiamato a indagare il commissario Harry Hole. Non aggiungo altro perchè il libro merita una lettura attenta e va gustato per lo stile narrativo di Jo Nesbo, molto asciutto, molto aderente ai fatti, ma non per questo meno attento ai personaggi, sia principali che secondari.

Nel leggere questo noir inevitabilmente il ricordo è andato alla strage compiuta nei mesi scorsi (luglio 2011) in Norvegia da Anders Behring Breivik, un fanatico neonazista che ha ucciso a sangue freddo una novantina di persone, quasi tutti adolescenti, giustificando il suo folle gesto con discorsi sulla purezza della razza, sulla contaminazione degli stranieri immigrati, sul primato della religione cristiana su tutte le altre religioni, sulla lotta contro l'espansione musulmana e altre farneticanti allucinazioni. Il libro precede di una decina di anni i tragici fatti di Oslo del 2011 il che sta a indicare l'aderenza del racconto alla realtà storica e sociale norvegese. Elemento che aggiunge indubbio valore al libro.
La vicenda si conclude lasciando aperti alcuni interrogativi irrisolti. Giocoforza ritenere che nei romanzi successivi i nodi verranno al pettine e i conti saranno tutti regolati. Benissimo. Un altro libro di Jo Nesbo è già pronto da leggere sul comodino...
Buona lettura.

mercoledì 13 giugno 2012

Cassano, i "froci" e il gioco delle parti...

Insomma, con tutti i guai dell'Italia che ci assillano quotidianamente (o forse proprio per questo...), i giornali e le loro pagine web riportano oggi in primissimo piano con grande risalto il "caso Cassano". Sì sì, proprio così, il "caso Cassano" tra virgolette. Succede che in una conferenza stampa in Polonia, dove si disputano i campionati europei di calcio, il giocatore sia stato interrogato da un giornalista sulle dichiarazioni di Cecchi Paone (giornalista noto più per il suo coming out che per le dote professionali) che aveva dichiarato di aver avuto una relazione con un calciatore e-per buona misura-  che in nazionale vi erano alcuni casi di atleti segretamente gay e metrosexuals. In un mondo sfacciatamente perbenista e formalista come il calcio (ma lo sport in genere, salvo rari casi, non fa eccezione) la "rivelazione" era decisamente destabilizzante e dunque troppo ghiotta per non essere affrontata e analizzata in una pubblica conferenza stampa. Il guaio è che la domanda è stata posta ad uno come Nicola Cassano che notoriamente non passa per un gentleman, nè tanto meno per un fine diplomatico. Anzi diciamola tutta senza girarci intorno: Cassano è noto per essere una specie di beota ignorante e illetterato che ha sì, un ottimo tocco di palla, ma scarsissimo appeal intellettuale.
I giornalisti ci si buttano a capofitto e gli riportano la frase di Cecchi Paone, secondo il quale in nazionale ci sarebbero «due gay, un bisessuale e tre metrosexual». Cassano abbocca all'amo e dice quello che non doveva dire ma che tutti i presenti speravano dicesse: «Se penso quello che dico è la fine... ma credo che di froci non ce ne sono e comunque sono problemi loro». Il tutto stuprando platealmente congiuntivi e analisi logica e grammaticale.
Apriti cielo!
Ci mancava giusto l’uscita omofoba. E pensare che l'allenatore della nazionale, Prandelli, nella prefazione al libro di Cecchi Paone aveva invitato i calciatori a fare coraggiosamente coming out, scagliandosi contro i «tabù sull’omosessualità nel calcio». Parole, parole, parole.

Premesso che personalmente non ho la più pallida idea di chi sia un metrosexual*(tendenzialmente escluderei che abbia maliziosamente qualcosa a che fare con un'unità di misura), la risposta di Cassano è stata perfettamente in linea con il suo personaggio e la sua dimensione culturale. Intendendo per culturale non una accezione negativa o spregiativa, ma semplicemente che ognuno da, fa o dice ciò di cui è portatore. Nulla di più. Da un tipo come Cassano cosa ci si poteva dunque aspettare? Cosa doveva dire per non urtare la suscettibilità di chi sembra non stare che ad aspettare col ditino puntato di farsi urtare nella propria suscettibilità? Ha usato termini e concetti popolari per dire in due parole ciò che il comunicato ufficiale della federazione calcio ci ha tenuto a precisare (ovvero tradurre) poco dopo:
Testualmente la parafrasi federale delle parole di Cassano: "Ho solo detto che è un problema che non mi riguarda e non mi permetto di esprimere giudizi sulle scelte di altri, che vanno tutte rispettate".
Ma adesso sì, siamo tutti felici e contenti. Le battagliere minoranze gay sono soddisfatte e si sentono tutelate e rispettate nel loro diritto alla omosessualità. Il temibile Cassano ora non è più un pericolo per loro. L'Italia può continuare a occuparsi degli altri problemucci che la assillano. Amen.

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* Glossario
  1. La metrosessualità è, nel linguaggio giornalistico, il termine che viene usato per indicare una specifica condizione psicologica in rapporto alla propria identità sessuale. Si riferisce alla parola inglese metrosexual: si tratta di un incrocio linguistico tra le parole metro ed "eterosessuale". La parola metrosexual è utilizzata per indicare una nuova generazione di uomini, eterosessuali e non, tendenzialmente metropolitani (metro-), consumatori di cosmetica avanzata, curatissimi nell'aspetto (tra i vezzi più diffusi: l'ossessione per il fitness, l'abbronzatura a raggi UVA, la depilazione parziale o totale del corpo). Gli interessati sono appassionati di shopping e tendenzialmente salutisti.
  2. Froci. Una delle tesi sull'antica provenienza del termine “frocio” sarebbe la derivazione da fronscè: pronunzia volutamente scorretta di “fronsè” = fransé = francese. Ma non è l'unica tesi. Durante il tragico sacco di Roma del 1527, i Lanzichenecchi, milizia mercenaria al soldo dell’imperatore germanico, pare abbiano stuprato migliaia di uomini e donne senza distinzione. Per questo motivo i romani, terrorizzati, li chiamarono “feroci”: da qui, “froci”.

domenica 10 giugno 2012

Film. Storia di un femminicidio e altri delitti

LOVE&SECRETS
Regia: Andrew Jarecki
Cast: Ryan Gosling, Kirsten Dunst, Jeffrey Dean Morgan, Frank Langella

[Voto: 2 su 5]


Premessa 1: Il film è di due anni fa. Uscito negli Usa con un altro titolo (sensato): "All good things", che riprende un dettaglio della vicenda, il nome del negozio di prodotti naturali aperto dai due protagonisti. In Italia viene presentato come Love & Secrets; che diamine c'entri e che senso abbia sostituire l'originale con un altro titolo in lingua straniera, è un mistero solo italiano.
Premessa 2: il film è basato su una storia vera (che si dipana dagli anni 70 in poi in diverse località degli Usa). Diffidare sempre di questa postilla che solitamente si legge nei trailers o nelle presentazioni dei film. Per esperienza di frequentazione di sale cinematografiche ormai ultra decennale raramente ho trovato dei bei film con tale postilla. Che in realtà suona quasi come un avvertimento. "Te l'avevo detto... e adesso non lamentarti". Già, perchè l'eccessiva fedeltà ai fatti originali spesso taglia le gambe alla vena inventiva e artistica degli autori. Altrimenti la dicitura corretta sarebbe "liberamente ispirato ad un fatto di cronaca".

Il film merita un voto piuttosto basso a causa della seconda parte, ovvero quella più legata ai fatti originali. E' la parte di ricostruzione delle indagini relativa alla scomparsa in modo misterioso e irriolta di Kathie Marks, moglie di un rampollo di una ricca e potente famiglia di proprietari immobiliari newyorkesi. La parte decisamente più bella, elegante e narrata in modo raffinato è la prima, quella dell'innamoramento fra David Marks e Kathie. Ryan Goslin è ormai uno degli attori emergenti più apprezzati e affermati (il film è uscito ora in Italia proprio in virtù del crescente successo di Ryan), Kirsten Dunst è veramente brava e affascinante con quel suo modo molto elegante e intrigante di interpretare la giovane e disarmata ragazza di modeste origini che entra nella vita del giovane rampollo benestante. Altra bella interpretazione è quella di Frank Langella, nel ruolo del padre-padrone della famiglia di ricchi e senza scrupoli affaristi immobiliari. David è un figlio discretamente ribelle, che non ama la sua famiglia e il dio denaro a cui è consacrata. Ama starsene fuori dagli affari e lontano dalla ingombrante famiglia. E' di lui che si innamora, ricambiato sinceramente, la bella Kathie di modeste origini che ambisce a studiare per diventare medico. I due aprono un negozio di prodotti naturali (da qui il titolo originale del film) e conducono una vita semplice e senza pretese lontano dalla metropoli. Un amore che durerà fino a quando il vecchio Marks non costringerà suo figlio a rientrare nei ranghi familiari. E' allora che David comincia a dare segni di squilibrio mentale. Uno squilibrio che si manifesta nell'atteggiamento di chiusura totale nei confronti di Kathie che vorrebbe avere un figlio, al punto di costringerla ad abortire. A quel punto l'amore finisce e la parte bella del film anche.
Il resto è abbruttito da una voce fuori campo che rende la narrazione simile ad un documentario di tipo processuale. Un vero peccato, decisamente.

mercoledì 6 giugno 2012

Libri. Un Guccini per over 50

Dizionario delle cose perdute
di Francesco Guccini

La copertina del libro dice tutto già alla prima occhiata. E' la riproduzione del pacchetto di sigarette delle Nazionali. Roba di un altro mondo e di un'altra vita per ultracinquantenni. Non so nemmeno se siano ancora in commercio quelle sigarette. Ma questo lavoro di Guccini punta tutto sulla memoria e sui ricordi di piccole e grandi cose dei giorni andati, della sua giovinezza (Guccini ha superato i 70 anni d'età) e di un'Italia che non esiste quasi più. Il Dizionario è strutturato per capitoli nei quali vengono trattati singoli temi con riferimenti al passato filtrati attraverso la memoria dell'autore. Dai calzoni corti che gli adolescenti di una volta portavano tutto l'anno, estate e inverno, per continuare con il chewin gum introdotto in Italia dagli americani durante la seconda guerra mondiale, alla Fiat Topilino, al cinema o alle sigarette che si compravano sfuse. Una rivisitazione precisa e circostanziata fortunatamente fatta senza scadere nella retorica malinconica del "com'era bello quando eravamo giovani". Un'opera di filtraggio molto acuta e lucida senza indulgenze retoriche. Temo che chi abbia meno di cinquant'anni abbia poco interesse per questo libro, mancando il termine di raffronto storico. Perchè il meccanismo peculiare che rende piacevole questo Dizionario delle cose perdute sta anche nel confronto tra i ricordi di Guccini e quelli personali del lettore. Ognuno di noi ha una visione personale delle cose e dei fatti e naturalmente è giocoforza arrivare al confronto. Personalmente sposo al 100% tutto il capitolo dedicato al cinema. Quante verità, quanti ricordi di quelle sale di periferia della domenica pomeriggio a vedere film e respirare gratis nicotina. Per non parlare delle sale parrocchiali con un biglietto pagato poche lire ricevuto al sabato come premio per essere andato alla lezione di catechismo in parrocchia. Ricordi di un cinema dei tempi andati che ogni tanto è giusto rispolverare perchè non vadano persi definitivamente in qualche moderna multisala ipertecnologica.

Libri. C'è Larsson e Larsson...

Tempesta solare
di Åsa Larsson

Asa Larsson è una scrittrice scandinava che gode di grande successo con milioni di libri venduti. Nel retro di copertina si legge che "Tempesta solare ha tenuto sveglio Stieg Larsson una notte intera. Non riusciva a smettere di leggere". Secondo me il grande Stieg avrà avuto un forte mal di pancia per non riuscire a prendere sonno, non certo per le qualità del libro. Che infatti è una delusione totale. Moscio, senza nerbo, senza suspence per il 90% del racconto. I personaggi sono di un grigiore deprimente, dal primo all'ultimo. La storia, che pure aveva uno spunto iniziale interessante lasciando intravvedere sviluppi notevoli, va avanti stancamente e senza colpi di scena fino alle ultime pagine.
In breve. Un pastore (nel senso di carica religiosa) viene trovato morto e mutilato nella sua chiesa. Le indagini non portano da nessuna parte se non a cercare il colpevole all'interno del nucleo familiare. Viene incriminata la sorella che chiede aiuto ad un'amica d'infanzia, l'avvocatessa Rebecka Martinsson. Si scoopre che il mondo pervbenista e buonista che ruota intorno al gruppo religioso nasconde invece una realtà ben diversa e naturalmente ben nascosta sotto un'apparenza di facciata tutta preghiere e buoni sentimenti. Pare essere arrivati ad un punto morto, quando invece.... macchè. Magari ci fosse una svolta ad un certo punto nel racconto. Invece tutto procede stancamente fino in fondo. Anche l'epilogo sembra messo lì per concludere in qualche modo il libro. Una vera ciofeca. Eppure Asa Larsson è accreditata di milioni di libri venduti in tutto il mondo. Mi sa che qualcuno la confonde con il grande omonimo Stieg, quello di Millenium. Tutt'altra classe.

domenica 3 giugno 2012

Film visti. Messicani brutta gente (?)

Viaggio in paradiso
Regia di Adrian Grunberg. Con Mel Gibson

[voto: 2,5 su 5]


Messicani, brutta gente. Criminali delinquenti della peggior specie. Brutti, sporchi e cattivi. Chiunque della civile e ricca America entri in contatto con loro ne viene infettato e corrotto nell'anima e nell'aspetto, siano essi poliziotti di frontiera o attaché al consolato statunitense. Feccia latina.

Sono forse impazzito? No, per niente. Questo è il quadro del Messico e dei messicani che emerge dal film Viaggio in paradiso, con Mel Gibson. Una storiaccia con decine e decine di morti ammazzati, ma dal taglio brillante e a tratti ironico, che racconta di un rapinatore che viene inseguito e acciuffato dai poliziotti americani e messicani sul confine tra i due stati. I tutori dell'ordine si contendono il rapinatore e soprattutto il bottino della rapina (circa 2 milioni di dollari) con l'evidente intenzione di intascarselo. La spuntano i messicani e Mel Gibson finisce a sperimentare personalmente le delizie del sistema carcerario messicano. Da qui si dipana una brutale storia di vendette incrociate presentate come se fosse un videogioco, perchè la rapina non è stata perpretata ai danni di una banca, bensì di un malavitoso yankee in combutta con criminali messicani. La parte romantica della storia, che ben si addice ai languidi occhi azzurri dell'ormai rugoso Mel Gibson (gli anni passano per tutti...), ha a che fare con un bambino allevato dal boss malavitoso messicano come fonte di approvvigionamento di un fegato nuovo e funzionante da trapiantare al posto del suo, malato e da buttare. Il rude rapinatore yankee si intenerisce di fronte al triste destino del piccolo, ma soprattutto è tentato dalla mamma del piccolo, sfiorita sì, dagli anni e dalla vita da prostituta, ma pur sempre una apprezzabile possibilità per ricominciare daccapo e rifarsi una vita. Ma non dopo aver sistemato un po' di conti in sospeso a pistolettate e bombe a mano...

Il film offre un quadro del Messico e dei messicani a dir poco raccapricciante e insultante al punto che se fossi un messicano sento che mi incazzerei di brutto. La solita spocchia degli americani che si sentono numerose spanne al di sopra di tutti gli altri popoli e nazioni e osservano tutti dall'alto in basso. Un po' come viene quasi sempre dipinta l'Italia nei film americani. Provate a ricordare il trattamento riservato al nostro paese in un film di discreto successo della scorsa stagione, "Mangia, prega, ama" con la fatalona-bocca-larga Julia Roberts che arriva nel nostro paese e trova alloggio in un appartamento del centro di Roma senza riscaldamento e senza acqua calda in un immobile semi diroccato.... Salvo poi rimpinzarsi di ogni ben di dio nelle trattorie di Trastevere fino a scoppiare.

Tornando al film di oggi, non è possibile definirlo un brutto film, anche se non supera la soglia della sufficienza risicata. Mel Gibson gioca a fare il gigione impersonando il ruolo del rapinatore belloccio che la sa lunga e non ci sta a farsi fregare da nessuno. Un po' troppo lezioso e costruito per essere credibile fino in fondo. Dell'ambientazione oltraggiosa abbiamo già detto. E non c'è molto altro da aggiungere, salvo una chicca, soprendente nel contesto del film, in cui Mel fa il verso a Clint Eastwood facendosi passare per lui al telefono al fine di ottenere un appuntamento con un facoltoso imprenditore malavitoso. Non so come sia nella versione originale, ma quella doppiata nelle sale italiane è abbastanza credibile pur con una voce afona che, a memoria, non mi pare sia quella abituale del grande Clint.

venerdì 1 giugno 2012

Lettera di una donna aquilana alle terremotate emiliane

Come si vive un terremoto? Come si risponde alla terra che, tremando, ha sconvolto paesaggio, città. Vite? E come si vivono i momenti dopo, quando resta la paura e intanto si deve convivere con le rabbie, i dolori e il futuro? Le donne di L’Aquila lo sanno. Da tre anni lo sanno e ci fanno i conti. Quella Terra continuano a viverla. Nonostante tutto. Nonostante si sia TerreMutate, con le incertezze del cambiamento e con le forze della Terra a cui si resta comunque legate. E la capacità di resistere.  Ecco la lettera di una aquilana alle terremotate emiliane.

Ciao donne emiliane, la terra trema, le certezze crollano insieme ai muri, ai capannoni, insieme agli uomini, alle donne, con loro crollano i ricordi, gli amori, i progetti.
Vorresti gridare ma non hai voce e poi se gridi i muri rimangono crollati, le persone sotto le macerie, i sogni frantumati. Eppure lo vorresti un abbraccio che ti dica ci sono qui per aiutarti…
Eppure vorresti ritrovare anche quella forza che sempre ti ha tirato fuori dalle situazioni più difficili, quella forza che ogni volta pensavi di non avere.
Un terremoto si sa può accadere, se ne parla e le scosse che hanno accompagnato quella più devestante ce ne hanno fatto sentire l’odore.
Che odore ha un terremoto… L’odore della terra, quella terra amata, lavorata, faticata, sudata, l’odore della solitudine all’improvviso, di quella solitudine che improvvisamente ti fa sentire il vuoto intorno. L’odore della morte e della vita si mescolano insieme e l’odore potente della rabbia. Rabbia per chi non c’e’ l’ha fatta. I morti di una famiglia sono i morti di tutti. Si piange insieme, si è sconvolti insieme… Ci si arrabbia insieme…
Intanto sul quello che provi e che conosci solo tu ci scrivono fiumi di parole, fiumi di dibattiti, e tu dici: “Quante parole vuote, queste cose le “sente” chi le prova”. Promesse che non saranno mantenute e lo sai… Lo sai perché questo non è il primo terremoto della tua vita. Che ne sanno cosa hai lasciato sotto le macerie. Abbandoni, dolori, rifiuti, ma anche amori travolgenti, viaggi, tutto quello da cui ti sei rialzata e che conosci anche tu.
Già… ognuno sa quanti terremoti hanno devastato la propria vita… Ognuno lo sa…
In fondo, donne emiliane, che importa se a conoscere queste verità interiori siete solo voi, siamo solo noi donne. Alla fine lo sappiamo che ci rialzeremo e scrollandoci la polvere ed asciugandoci le lacrime con il braccio, andremo di nuovo avanti. E voi donne emiliane, lo farete come lo abbiamo fatto noi. E continuiamo a farlo, donne forti le donne emiliane, coraggiose, tenaci… Altri si riempiono di parole la bocca e voi farete, agirete, superete… Come in fondo una donna vera fa sempre. Sempre.
So che non mollerete, voi avete aiutato noi, noi aiuteremo voi, ed impareremo da voi. E molti impareranno da voi come ci si rialza da un terremoto, da lutti atroci che non ci sarebbero dovuti essere.
Ma quanti lutti una donna sopporta nella vita e mai si veste di nero, ma mette il suo vestito di sempre quello di una guerriera della vita. Ciao donne emiliane. Coraggio. Vi voglio bene una ad una.

Sonia Etere

Fonte: http://27esimaora.corriere.it/articolo/lettera-di-unaquilanaalle-terremotate-emiliane/

giovedì 31 maggio 2012

La parata del 2 giugno


Pare adesso che le sorti dell'Italia, ma soprattutto degli sventurati terremotati dell'Emilia, siano legati alla parata del 2 giugno prossimo, Festa della Repubblica. Nel nostro paese si deve sempre portare tutto all'esasperazione. Massimalizzare è la parola d'ordine. E tutto questo viene ulteriormente ripreso e amplificato dal web, come se non bastassero i media tradizionali e le chiacchiere da bar.

Il tema del giorno è la rinuncia alla parata militare per risparmiare quei fondi (alcuni milioni di euro) destinandoli invece alla ricostruzione. In linea teorica il discorso non farebbe una grinza, se non fosse per un piccolo ma non insignificante particolare. A questo punto, siamo alla fine di maggio e il 2 giugno è questione di ore, i soldi per l'organizzazione della parata sono praticamente già tutti spesi da tempo. Solo un ingenuo può pensare che annullare la sfilata militare all'ultimo momento possa servire a risparmiare 10 milioni di euro. La macchina organizzativa, quella che a tutti gli effetti spende i spoldi assegnati allo scopo, è in movimento da mesi, non da giorni. Troppo tardi fermarla adesso. Il Presidente Napolitano ha detto che la parata quest'anno sarà effettuata sobriamente e in forma ridotta. Basta, fine delle polemiche. Tutto il resto è paranoia populista.

Sì, perchè insistere su questa faccenda a mio avviso è solo becero populismo buono per tutte le stagioni, che non risolve nulla se non alimentare polemiche e tensioni che invece abbondano a dismisura. E di altri litigi e battibecchi, di insulti e minacce, proprio non se ne sentiva bisogno.

Guardiamo oltre invece. Perchè non puntare a stringere decisamente e significativamente i cordoni della borsa dei fondi pubblici destinati a foraggiare i partiti e destinare all'Emilia le prossime rate di denaro dei cittadini italiani, emiliani compresi? Ci sono davanti alcuni mesi per decidere di farlo. Si fa ancora in tempo a salvare quei denari dalle fauci affamate e senza fondo dei nostri politicanti. E non si parla di alcuni milioni di euro, bensì di decine e decine se non centinaia di milioni che sarebbero certamente meglio spesi nella ricostruzione dei paesi terremotati che, non dimentichiamolo, sono uno dei centri motori più importanti e trainanti dell'intera economia italiana...
E allora cosa aspettiamo cittadini? Che diventi troppo tardi anche per questa iniziativa?

martedì 29 maggio 2012

Film visti. Men in black anni '60

Men in black III
Regia di Barry Sonnenfeld. Con Will Smith, Tommy Lee Jones, Josh Brolin.

[Voto: 2 su 5]

Mib III, ovvero Men in black parte terza. Anche se questa puntata assomiglia più ad un prequel, cioè ad un antefatto, piuttosto che ad un sequel, ossia un seguito della vicenda dei cacciatori d'alieni vestiti di nero. Com'è come non è, l'arcigno agente K (Tommy Lee Jones) viene fatto fuori da un alieno cattivo cattivo che, per accopparlo "senza se e senza ma", torna addirittura indietro nel tempo. Il giovane e scanzonato agente J (Will Smith), scopre l'inghippo e si precipita nel passato anche lui per salvare il collega-amico.  La vicenda si sposta quindi nel luglio del 1969, nei giorni in cui la Nasa invia sulla Luna la prima missione umana di Neil Armstrong. Ovviamente ciò che la storia ufficiale non dice è che la Terra e il genere umano, proprio nel momento in cui si accingevano a conquistare la Luna, furono salvati dalla distruzione ad opera di una razza aliena (quelli cattivi cattivi...) proprio dall'intervento degli uomini in nero, già segretamente operativi all'epoca. In questo viaggio a ritroso nel tempo e nella memoria negli anni '60 scopriamo alcuni retroscena personali dell'agente J e dell'agente K che sicuramente torneranno buoni per futuri MIB IV o MIB V....
La verve dei protagonisti è quella di sempre, le battute e le situazioni comiche strappano risate come nei precedenti espisodi della saga dei Men in black. Anche gli alieni segretamente insediati sulla Terra e integrati agli umani continuano ad essere bizzarri e pittoreschi come da tradizione. Insomma tutto bene per gli amanti della serie e del genere fanta-comico. Tuttavia, rimane un certo sentore di dejà vu, di già visto, che permane su tutto il film. In effetti è difficile inventarsi qualcosa di nuovo arrivati alla terza puntata, tant'è che per dare una ventata di fresco alla vicenda gli sceneggiatori si sono inventati addirittura il viaggio nel tempo. Rimane comunque un film leggero e godibile per chi vuole distrarsi senza troppo alambiccarsi il cervello, perfetto per una altrimenti noiosa domenica pomeriggio.

martedì 22 maggio 2012

Strage di Brindisi. Caccia al mostro

Siamo in piena caccia al mostro di Brindisi. E purtroppo brancolando (quasi) nel buio. E' vero che esisterebbe il filmato dell'attentatore nel momento in cui schiaccia il pulsante del congegno esplosivo, ma è anche vero che gli inquirenti non sembrano avere comunque nulla di concreto in mano. Non solo. Ci sarebbe anche una divergenza di vedute tra i magistrati che seguono l'inchiesta.
Di sicuro è un uomo bianco, di circa 50-55 anni, con giacca scura, pantaloni chiari e scarpe da ginnastica. Sarebbe questo il profilo dell'autore dell'attentato davanti. Come lui appena qualche milione di individui simili tra cui cercare... Nel video, secondo quanto si legge sui giornali, si vedono le fasi precedenti all'attentato: dal momento in cui l'uomo aziona il telecomando a quando si allontana. Dalle quelle immagini offuscate però il volto del killer non sarebbe riconoscibile. Ma chissà perchè e per come, gli inquirenti hanno anche stabilito che non sarebbe straniero.
Insomma il mostro c'è, ha un aspetto e una fisionomia definiti, ma non si sa chi sia. Mi piacerebbe aggiungere "ancora". Infatti quello che più mi spaventa allo stato attuale è la reazione dell'opinione pubblica. Ieri al momento del rilascio delle due persone interrogate in Questura, una folla inferocita ha assalito la volante della polizia con calci e pugni nel tentativo di linciare i presunti colpevoli. Che invece venivano riaccompagnati a casa perchè non accusati di nulla. C'è voglia di farsi giustizia da soli, senza andare troppo per il sottile. Perfino uno come Fiorello è sceso in campo parlando apertamente di pena di morte. E chissà quanti italiani la pensano allo stesso modo.

Il mio timore è duplice. Primo: che come spesso accade in Italia le indagini si arenino senza portare a nulla, rimanendo formalmente aperte per decenni a carico di ignoti. Gli esempi di precedenti del genere in materia sarebbero decine e decine.
Secondo: che venga tirato fuori dal cilindro il mostro, magari solo con prove indiziarie, ma sufficienti per placare la voglia di forca che c'è in Italia oggi. Insomma un nome e una faccia da dare in pasto ai giornali. Ci ricordiamo il famigerato Unabomber, indagato e processato per decenni e poi riconosciuto non colpevole, con tanto di prove adulterate ad arte pur di incastare un colpevole? Per non parlare del delitto Cesaroni con un colpevole condannato 20-30 anni dopo e subito dopo assolto in cassazione per insussistenza di prove credibili. Risultato: due delitti senza colpevoli.
http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_22/scambiato-per-assassino-in%20questura-un-incubo_aad3aa9a-a400-11e1-80d8-8b8b2210c662.shtml
Domanda: il nostro sistema di indagini sarà (è) in grado di affrontare presto e bene questo orrendo delitto o finirà tutto nel dimenticatoio o negli inquietanti meandri dei tribunali?

sabato 19 maggio 2012

BARBARI ASSASSINI

Una bomba a scuola con l'obbiettivo di uccidere dei ragazzi.
Qualunque sia il fine, mafia o terrorismo, sono solo barbari assassini.

La vita...


...la morte

Film visti. Hunger games, il trionfo del reality show

Hunger games
Regia di Gary Ross.
Con  Jennifer Lawrence, Elizabeth Banks, Woody Harrelson, Lenny Kravitz, Stanley Tucci.

[Voto 1,5 su 5]




Belloccia la giovane protagonista, di livello i coprotagonisti (Stanley Tucci soprattutto), debole la storia. Direi quasi al limite dell'insulsaggine. Eppure la stampa specilizzata presenta Hunger games come caso cinematografico dell'anno e campione d'incassi negli States. Sarà, ma a me è sembrato un guazzabuglio di basso livello che va a pescare a piene mani nel genere fantasy con un trionfo di reality show elevato a filosofia di vita.
In una ipotetica civiltà futura la forbice tra chi ha tutto e chi non ha niente è arrivata a livelli estremi. Lusso sfrenato, comodità, tenore di vita portato agli estremi eccessi da un lato; povertà, fame e miseria dall'altro. Ad assorbire e filtrare scontenti e tensioni sociali arriva una volta all'anno un reality show che mette di fronte le tribù (regioni, province...) in una lotta all'ultimo sangue dove la regola principale è che non ci sono regole. A vincere e ad assicurarsi ricchezza, fama e successo, sarà chi sopravviverà dopo aver fatto fuori tutti gli altri contendenti. Protagonisti del reality all'ultimo sangue sono giovani adolescenti sorteggiati in una lotteria nazionale nelle varie tribù. Insomma, per farsi un'idea: un diabolico e perverso mix di Isola dei famosi & Grande Fratello. Al posto delle nominations settimanali abbiamo ammazzamenti di ogni tipo, alleanze e tradimenti, cambio di regole in corso d'opera per pilotare i comportamenti dei concorrenti.
Il film è tutto qui: non merita credibilità chi vi vede presuntuose metafore sulla civiltà contemporanea o spunti di riflessione per le giovani leve che affollano le sale. Solo fuffa e marketing. Molto semplicemente Hunger games è un film furbetto che fa leva su un genere televisivo di successo in cui i protagonisti veri spesso si scannerebbero fra di loro pur di vincere il programma. Nell'ipotesi filmica invece si scannano tra loro per davvero. Ecco spiegato il successo sia in America che in Europa.
Ce n'era proprio bisogno?


venerdì 11 maggio 2012

Quella volta che...

9 maggio 1978
La morte di Aldo Moro
Non ricordo che giorno fosse quel 9 maggio. Di sicuro era un giorno infrasettimanale, perchè avevo lezione all'università. Mi sembra che fosse Diritto penale, e non ricordo nemmeno il nome dell'esimio professore che teneva la lezione. Che sia l'ingiuria del tempo che passa lento ma inesorabile a provocare questi vuoti di memoria? Sono passati 34 anni da quel giorno di maggio quando fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, mica pochi. Ma l'emozione di quei fatti tragici, quella no, non l'ho dimenticata.

Quei pochi brandelli di memoria rimasti mi riportano alla mente immagini di impermeabili e di ombrelli, per cui doveva essere una brutta giornata dal punto di vista meteo. Era primo pomeriggio, la lezione stava per cominciare e la bella e austera aula ad anfiteatro con i banchi in legno che scricchiolavano ad ogni minimo movimento si andava pian piano riempiendo. In attesa che passasse il solito quarto d'ora accademico ed arrivasse il professore, mi si avvicinò un altro studente con cui ogni tanto scambiavo qualche parola. Un tizio di Mestre con i baffetti e un'aria allampanata che gli davano molti più anni di quelli reali. Eravamo poco più che ventenni (erano gli anni dei jeans a zampa d'elefante...), ma qualcuno si vestiva e si atteggiava come un quarantenne o peggio. Come se questo invecchiamento precoce nei modi e nell'aspetto potesse contribuire a dare più credibilità e affidabilità ad uno studente di giurisprudenza. Ma la facoltà di Padova era famosa e apprezzata anche per quel manto di seriosità che copriva tutto e tutti. Ho già avuto modo di raccontare delle terrificanti percentuali di bocciatura del prof. Burdese (Diritto romano). Bocciature a nastro e immagine stereotipata di vecchiume erano la norma per Giurisprudenza a Padova. E se ne vantavano fieramente.

Il baffetto di Mestre viaggiava sempre in coppia con un'altra studentessa-amica (morosa?). Erano francobollati l'uno con l'altra. Era piuttosto carina, ma vestita anche lei come una quarantenne di rango, in tailleur o gonna a pieghe blù scuro e golfino di cachemire. Come la giacca e cravatta per i maschietti: divisa standard per giurisprudenza in quegli anni. Forse è per questo che non mi sono laureato. Non era il mio ambiente. Tuttavia in un posto che pullulava di neofascistelli e figli di papà, anche l'amicizia di due personaggi così democristianamente caratterizzati era apprezzabile. Per lo meno non avevano sempre quell'aria truce da "marines de noantri" degli stupidi ragazzotti con le teste rasate e gli anfibi militari ai piedi.
Il cadavere di Moro nella Renault rossa
"Lo hanno trovato" mi disse il baffetto di Mestre. Non serviva aggiungere chi o cosa. Era chiaro che si parlava di Moro. Non si parlava di altro in quei giorni. Tutti si aspettavano una fine tragica. Ma quando tutto si concluse nel peggiore dei modi, il fatto che l'epilogo fosse nell'aria non evitò lo sgomento per la notizia. In qualche modo tutti si aspettavano che finisse male, ma la concretezza di quelle immagini televisive del corpo di Moro nel bagagliaio della Renault trasformavano un'ipotesi nella peggiore realtà a cui comunque noi, gente comune, non eravamo preparati.
Arrivò il professore. Anche lui sapeva. Chiese un minuto di silenzio a tutti i presenti prima di cominciare la lezione. Tutti in piedi, con vera emozione nei cuori. Aldo Moro, la Democrazia cristiana, la maggioranza di centro sinistra dell'epoca potevano anche non piacere, si potevano anche avere idee politiche diverse, ma di fronte alla fine tragica di un uomo non si potevano fare distinguo o riserve mentali.E nessuno ne fece in quell'aula.

Fuori dalla facoltà, Padova continuava ad essere un campo di battaglia, nonostante la fine di Moro. Anzi, proprio la sua uccisione alimento altre furiose polemiche a livello politico e parallelamente avveleno ancora di più il clima di tensione di quegli anni di piombo. C'era chi considerava i brigatisti alla stregua di delinquenti o terroristi. Chi invece parlava di "compagni che sbagliano". Chi li fiancheggiava apertamente. In quegli anni in Italia si è visto di tutto e di più. Io li ho vissuti tutti quegli anni e ricordo benissimo la malsana curiosità con cui al mattino si compravano i giornali per leggere un vero e proprio bollettino di guerra con morti e feriti, battaglie a colpi di molotov e pestaggi. Internet non esisteva ancora. L'informazione viaggiava attraverso i telegiornali Rai o la radio. Che era comunque Rai, cioè di stato e ufficiale. Emanazione delle segreterie di partito che se la lottizzavano già allora a suon di veline (non quelle di Canale 5...).
Ecco perchè nacque la cosiddetta informazione alternativa, fatta da giornali spesso getiti da cooperative e da reti di radio locali. Un'alternativa all'informazione standardizzata e pilotata. Ma anche l'informazione cosiddetta "libera" in realtà rispondeva a logiche tuttaltro che reali e oggettive. Le manipolazioni e le forzature nella lettura dei fatti cambiavano semplicemente sponda politica e linguaggio, ma lo spirito aberrante di condizionamento era più o meno lo stesso. Brutti tempi quegli "anni di fuoco". Si lottava, si sparava e si uccideva in nome della democrazia e della libertà. Ma la prima vera vittima di quel bagno di sangue era proprio lei, la democrazia.

sabato 5 maggio 2012

Piccola storia ignobile (di provincia)

La provincia è la mia, Padova. Ci sono nato e ci vivo da sempre. La storia è quella di un litigio tra vicini finito a carte bollate in tribunale. I vicini duellanti sono il parroco Don Francesco e la dirimpettaia del campetto dell'oratorio (la signora Silvia, commercialista) dove i bambini giocano a calcio nel pomeriggio. Motivo del contendere, il disturbo arrecato alla vicina dal vociare dei ragazzini.  Il parroco è stato denunciato dalla vicina e condannato in primo grado dal giudice civile a mettere a norma il campetto in cemento del suo oratorio con un fondo d'erba sintetica e pannelli fonoassorbenti: in totale, 45 mila euro di lavori più 15 mila di spese legali. In realtà la denuncia di mancata messa a norma è solo un pretesto procedurale che mira a ben altro obiettivo. La chiusura e la fine dei giochi, non in senso metaforico. Una bella botta: «Se il giudizio d'appello, a giugno, si concluderà come il primo grado non ci resta che chiudere tutto e negare per sempre questo spazio ai giovani», confessa candidamente don Francesco, 46 anni, patavino doc.
Il parroco don Francesco
La signora Silvia ha le finestre praticamente affacciate sul campetto e, nonostante una siepe e la rete di protezione alta tre metri, lamenta di non riuscire più a dormire nè a lavorare («Il rumore che fanno i bambini supera di 19 decibel la soglia consentita mentre per legge potrebbe al massimo sforare di 3...», protesta la donna). Per capirci sul livello di distrurbo che possono arrecare quei 19 decibel fuorilegge, il tubo di scappamento di una moto è all'incirca di 90 decibel. Fate voi.  Insomma, la commercialista dirimpettaia è esasperata e da 8 anni conduce la sua battaglia in completa solitudine. Nel quartiere, infatti, ha tutti contro: a cominciare dagli altri parrocchiani che come lei hanno le case intorno all'oratorio. Loro non si lamentano. Dal 2006 il parroco don Francesco, per venire incontro alle proteste della vicina, ha limitato l'uso del campo a solo tre ore al giorno. Ma non c'è stato niente da fare. La controversia è andata avanti a suon di denunce. Le più svariate e pretestuose. Il parroco è stato denunciato per atti di terrorismo e detenzione di sostanze esplosive. Beh, volete sapere la verità? Si trattava della notte di Capodanno. E le sostanze che la signora denunciava ritenendole pericolosamente esplosive erano i petardi lanciati dai ragazzi.... E' sufficientemente chiaro il quadro della situazione?
Stanti le ingenti spese imposte dalla sentenza il campetto verrà chiuso. La signora dr.ssa Silvia C. avrà vinto la sua personale battaglia contro il parroco. Ma sarà una vittoria di Pirro. Si sarà mai chiesta (non credo...) la signora commercialista che "non può più vivere in casa sua per il chiasso infernale dei bambini" dove andranno a passare i pomeriggi quei ragazzini così insopportabili? Probabilmente per strada o in qualche sala giochi o davanti alla tv a casa loro a rimbambirsi di cartoni animati e play station. Ma la signora in compenso potrà dormire a piacimento (al pomeriggo??. Qualunque cosa, chissenefrega cosa, pur di non lasciare i ragazzini all'aria aperta a divertirsi tirando quattro calci al pallone in patronato.

Cara signora Silvia invece di adoperarci per levare i ragazzini dai pericoli della strada o dal rimbambimento televisivo ce li mandiamo apposta per non sentire i loro disdicevoli schiamazzi per tre ore al pomeriggio e solo se c'è bel tempo. Poi ci lamentiamo se crescono col mito nefando del Grande Fratello.
Bene, brava, complimenti!

venerdì 4 maggio 2012

Libri. Ildefonso Falcones, non tutte le cattedrali riescono col buco!

La cattedrale del mare
di Ildefonso Falcones


Lo dico subito senza girarci intorno. La cosa migliore del libro è il pomposo nome dell'autore del libro stesso, tanto da sembrare uno pseudonimo coniato ad arte. Difficile, dopo aver letto anche solo qualche pagina di questa storia non andare con la mente a rincorrere l'epica vicenda de I pilastri della terra di Ken Follet.  Con il risultato che tra i due romanzi non c'è lotta. Vince I Pilastri per ko alla prima ripresa. Il perchè è semplice: manca il pathos, la capacità di coinvolgere il lettore e farlo sentire parte del racconto. Manca l'affetto per i protagonisti che rimangono sempre figure abbozzate sulla carta senza mai acquisire una corporeità individuale che spinge il lettore ad amarli e prenderne le parti.
Santa Maria del Mar - Facciata
La cattedrale eretta sulla carta mattone dopo mattone da Ken Follet  è in grado di spingere qualche lettore a cercare la mitica Kingsbridge sulla carta geografica della Gran Bretagna. Non trovandola ovviamente, è una creazione della fantasia di Follet. Onestamente dubito che Santa Maria del Mar (esiste veramente: http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Maria_del_Mar ) possa guadagnare molti visitatori in più per merito di Ildefonso Falcones. Manca il magico quid che fa la differenza e distingue un grande libro (e un grande scrittore) da un mediocre e scontato romanzo di un autore di mediocre talento.
Un test sempre valido. Man mano che ci si avvicina alla fine di un libro e le pagine ancora da leggere diminuiscono, vi sentite addosso un certo disagio che da un lato vi spinge a rallentare la lettura per non terminare troppo presto e dall'altro vi stimola ad accelerare per vedere al più presto come va a finire...? Ecco, applicate il test a Ildefonso e a Ken e mi saprete dire la differenza...

Tuttavia, il libro ha avuto un buon successo di pubblico. Evidentemente a molti è piaciuto. Mi viene il dubbio però che non abbiano mai letto il vecchio Ken...

lunedì 30 aprile 2012

FEMMINICIDIO. Uomini che uccidono le donne.

Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dalla civiltà.

E' uno slogan per lanciare la campagna di civiltà contro gli omicidi che vedono come vittime le donne. Come tutti gli slogan pescano a piene mani nella retorica, ma partono da fatti e situazioni precisi e individuabili. Parlo di retorica perchè non esiste nessun paese che "consenta" la morte delle donne, Men che meno l'Italia. L'omicidio è perseguito ovunque nel mondo. Ma uno slogan non va mai troppo per ilo sottile.
 Le statistiche dicono che dall'inizio dell'anno sono ben 54, 48 le donne uccise dal convivente. Non so se siano cifre attendibili o se addirittura stimate per difetto. Il fatto è che non passa giorno in cui non si legge di donne uccise da uomini a cui sono molto legate pda vincoli di parentela o di amicizia. Sono mogli, fidanzate, amiche, nipoti, semplici conoscenti i cui assassini hanno tolto loro la vita con disumana ferocia. Uomini che uccidono le donne. Non (solo) donne qualsiasi o sconosciute, ma donne a cui sono legati in modo particolare. Per qualche motivo scatta qualcosa che li convince di poter disporre delle loro vite, dei loro destini. Dove affonda il convincimento di poter assassinare quelle donne? Una supposta superiorità, una presunzione di dominio su di loro? Un'atavica voglia di dominio e di diritto di vita e di morte?
Con questi presupposti nasce la campagna di civiltà che vuole sensibilizzare l'opinione pubblica anche coniando un termine nuovo, il femminicidio. In contrapposizione con l'omicidio genericamente inteso.
Ecco il testo dell'appello:

Mai più complici

Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro,
dall’inizio di
questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si
chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto
il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le
storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a
ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di
raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti
marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le
parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le
cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con
l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste
violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media
cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le
parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di
chi le uccide perché incapace accettare la loro libertà.

E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio,
chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi
con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine
a quest’orrore.

 
Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di
Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte
delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà.

Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la
violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo,
sceglie di assecondarla.


Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini,
Lorella Zanardo-Il Corpo delle Donne


Articoli e interventi sull'argomento:
http://www.repubblica.it/cronaca/2012/04/29/news/da_saviano_alla_camusso_boom_di_adesioni_all_appello_di_se_non_ora_quando_fermiamo_il_massacro_delle_donne-34131575/?ref=fbpr

http://27esimaora.corriere.it/articolo/un-clic-sullappello-anti-violenzama-sappiamo-che-non-bastera/

http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-femminicidio-si-puo-fermare/
.

venerdì 27 aprile 2012

Rugby. Cialtroni allo stadio

Il rugby è uno sport di princìpi e di valori. Fra questi il più importante è senza dubbio il rispetto per l'avversario. L'avversario si affronta e si cerca di batterlo sempre e comunque, ma non deve mai venir meno il rispetto nei suoi confronti.
Purtroppo un certo pubblico di una certa cittadina veneta che è uno dei centri rugbystici storicamente più importanti d'Italia non sa nemmeno cosa significhi la parola "RISPETTO". E le conseguenze sono striscioni di questo tipo.
Cialtroneria anche sui campi da rugby

lunedì 23 aprile 2012

Film visti. Macelleria Diaz

DIAZ
Regia di Daniele Vicari.
Con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou.

[Voto: 3 su 5]



“Don’t clean up this blood”. Non pulire questo sangue... Il sangue è quello lasciato sui muri della scuola Diaz dalle vittime del pestaggio furibondo avvenuto durante l'irruzione della Polizia nel corso del G8 di Genova del 2001. Una triste e vergognosa pagina di storia dell'Italia contemporanea. In pieno berlusconismo, per intenderci.
Il film è angosciante e lascia addosso allo spettatore una sensazione di disagio e di rabbia. Non serve ad ammorbidire l'impatto emotivo la conoscenza dei fatti di allora, ampiamente descritti con dovizia di particolari dai media di tutto il mondo. Le immagini di repertorio originale, di taglio documentaristico, sommate a quelle girate dal regista Vicari, hanno un impatto terribile che non può non lasciare indifferenti, comunque la si pensi in proposito. Già, perchè le angolazioni dalle quali osservare e valutare quanto successe a Genova possono portare a conclusioni anche diametralmente opposte e in questa nostra Italia che è portata visceralmente a dividersi tra pro o contro, ciò non dovrebbe affatto meravigliare chicchessia. Ma, comunque la si pensi, la gravità dei fatti di Genova rimane intatta nella sua gravità oggettiva.
Il film si muove tra la rappresentazione dei fatti secondo il punto di vista dei diversi protagonisti, poliziotti e manifestanti. Un escamotage non nuovo e decisamente meglio realizzato e riuscito in altre occasioni (Prospettive di un delitto, di Pete Travis, 2008, uno degli esempi migliori). Per cui l'irruzione nella scuola Diaz viene mostrata più volte e con diverse soggettive. Ma anche dettagli apparentemente minori seguono la stessa strategia rappresentativa, con il risultato di far apprezzare allo spettatore come anche particolari in apparenza di secondo piano abbiano sempre un loro perchè. Un esempio su tutti, il ripetuto passaggio di una macchina della polizia sotto la scuola poche ore prima della tragica irruzione. Cosa ci fa qui? si chiedono i ragazzi del social forum. La risposta, purtroppo, sarebbe arrivata di lì a poco.

Il film nelle intenzioni del regista non pretende di dare soluzioni o risposte, quanto piuttosto di mettere sul piatto dei fatti e di porre delle domande. Per esempio sul perchè e su come si possa arrivare a tanta ferocia da parte delle istituzioni e degli uomini che ne fanno parte. Sul come sia possibile che alti funzionari della polizia si sentano in diritto di gestire situazioni così delicate con una spregiudicatezza cinica e spietata che da i brividi. Di come uomini e donne normali (siano essi black blok o poliziotti) lascino esplodere una spinta sadica e violenta, evidentemente sopita e repressa, ma pronta a scatenarsi bestialmente. Tutti elementi che portano lo spettatore allo stato di angoscia  di cui sopra.

lunedì 16 aprile 2012

Il vecchietto incazzato... (sbraito, ergo sum)

Domenica mattina, presto. Pioviggina, la giornata non promette  nulla di buono, per essere primavera inoltrata. Sono circa le 7, per strada non c'è un'anima viva. Porto giù Jack, il mio cane, per la solita doverosa passeggiatina. Anche lui come gli umani ha le sue necessità fisiologiche da espletare.
Ecco che, dopo una curva a gomito, mentre mi dirigo verso un campetto particolarmente gradito a Jack, incrocio un signore parecchio anziano, magro come la fame e curvo sotto il peso degli anni. Mai visto nè conosciuto. Quando giunge alla mia altezza gli faccio un cenno di saluto. Per consuetudine non scritta a volte si usa, per gentilezza e per rispetto alla differenza di età. Come non aspettasse altro, mi dice tutto d'un fiato in dialetto stretto: con queo ch'i ga' speso par 'l carteo i gavaria poduto rifar el marsapie! Ma i xe' tuti ladri, i se gavara' ciavà anca quei schei! (Con quello che hanno speso per il cartello avrebbero potuto rifare il marciapiedi! Ma sono tutti ladri, si saranno fregati anche quei soldi!). El ga rason, sior. Porta pasiensa (Ha ragione, porti pazienza), gli rispondo al volo pur non capendo che volesse dire. Passo avanti, ma dopo la curva a gomito è tutto chiaro. C'è un cartello fissato al palo del divieto di sosta che recita "Attenzione, marciapiede dissestato". Poco più avanti per una ventina di metri il fondo è effettivamente sconnesso e ci si potrebbe inciampare, specie al buio.

Ma guarda un po', ...el veceto. Il vecchietto stava chiaramente esercitando la sua voglia irrefrenabile di essere incazzato verso le istituzioni. In questo caso il Comune. Peccato che l'obiezione fosse proprio infelice. Il cartello di semplice cartone plasticato sarà costato forse un euro o anche meno. La rimessa in sesto del tratto di marciapiede, come niente può costare anche 1-2000 euro e quindi si tratta di una spesa da pianificare in qualche modo. Per cui l'equivalenza invocata rabbiosamente "spesa del cartello=lavori di ripristino=ladri" proprio non stava in piedi. Anche perchè fino all'altro ieri il cartello non c'era.  Ma l'evidenza e il buon senso non bastavano comunque ad evitare le invettive di ladrocinio a carico dell'amministrazione comunale. Già, perchè ormai in Italia l'esasperazione dei cittadini, della gente comune, è arrivata ad un punto tale che qualunque occasione o pretesto va bene per incazzarsi e dare dei ladri a chi amministra la cosa pubblica. Anche a sproposito. Anche quando quel cartello stava ad evidenziare senz'altro attenzione e non sottovalutazione del problema. O che magari i lavori di sistemazione del marciapiedi erano programmati e imminenti. No. L'occasione era comunque da cogliere per esternare la propria incazzatura con qualcuno. Anche se quel qualcuno non era il presunto responsabile, ma un perfetto sconosciuto come il sottoscritto.
Sbraito, ergo sum (Cartesio mi perdoni per l'irriverente citazione). O tempora o mores, a che punto siamo arrivati in Italia.

lunedì 2 aprile 2012

Libri. La modista che se la faceva con la guardia, il maresciallo, il giornalista, il ladro...

La modista
di Andrea Vitali



Secondo dopoguerra, a Bellano sulla costa orientale del lago di Como. La bella e florida modista Anna Montani è in cerca dell'occasione per cambiare vita approfittando di quel gran bailamme che è l'Italia di quel periodo di morte e di rinascita, di rovina e di ricostruzione. Un essere-non essere-divenire per costruire una vita nuova e migliore. Un marito disperso in Russia che attende solo di essere ufficialmente dichiarato morto e tanta voglia di tornare a vivere e godersi la vita il più possibile. A girare intorno all'invitante fiore da cogliere ci sono tante api, tutte attratte dalle perfette curve della modista. Ce n'è per tutti i gusti e Andrea Vitali da buon apicoltore le passa in rassegna senza risparmiarsi. Da Firmato Bicicli, la guardia notturna, al maresciallo dei Carabinieri Accadi, dal benestante giornalista del paese Pochezza, al poco di buono e ricettatore Gargassa. Di contorno un'altra folta schiera di personaggi bellanesi, ognuno con una sua storia da esplorare. Una vicenda che si potrebbe definire a sfondo erotico, pur senza mai entrare in dettagli di letto. Per certi versi, per le atmosfere sensuali, per i personaggi spesso guidati dai propri ormoni,  ricorda un po' il Piero Chiara de La stanza del vescovo.
Questo invece è Andrea Vitali. Verrebbe da dire il "solito" Andrea Vitali, se non fosse che questa volta forse c'è troppa carne al fuoco e la storia della modista piacente e disponibile diventa contorta perdendo di linearità procedendo a zig zag tra un episodio e l'altro. Troppe storie da raccontare finiscono col ridurre l'impatto emozionale e narrativo fresco e frizzante a cui Vitali ci ha abituati. Il che porta questo romanzo a collocarsi un gradino sotto gli standard cui ci ha abituato il Vitali.
Ma, avercene...