ACAB - All Cops Are Bastards
Regia di Stefano Sollima.
Con Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti.
[Voto: 3,5 su 5]
Fino a ieri, per me Acab (o Achab o Ahab nelle varie forme grafiche), è sempre stato solo un personaggio letterario, creato da Hermann Melville nel romanzo Moby Dick. E' il capitano della baleniera Pequod, ha armato la nave e issato la vela unicamente per dare la caccia al mostruoso cetaceo (la balena bianca) che gli ha strappato la gamba e lo ha reso storpio. Un uomo che combatte a modo suo il male. Una guerra personale senza esclusione di colpi. Se vogliamo, anche il film tratto dall'omonimo libro di Carlo Bonini, scrittore e giornalista del quotidiano “la Repubblica”, parla di una lotta senza quartiere contro un nemico che è o potrebbe essere ovunque, fino al punto di diventare un'ossessione e un Moloch devastante. A combattere questa guerra mitologica sono dei poliziotti del reparto Celere e un mondo intero di irregolari, tutta gente border line, composto da delinquenti di ogni tipo e razza. Ma andiamo con ordine.
Che film! Denso di contenuti, di storia e di storie, di personaggi, di situazioni, di drammi. Certamente da non prendere a cuor leggero, tipo filmetto domenicale. Ma ne vale la pena, perchè ci offre un punto di vista delle cose e dei fatti insolito, al quale spesso non badiamo proprio. Quello dei poliziotti.
Lo so che di poliziotti al cinema se ne vedono bizzeffe, di buoni, di cattivi, di onesti, di corrotti, di eroici e di felloni. Ma il fatto è che sono tutti o quasi personaggi americani o genericamente stranieri. Gli sbirri di cui il regista Sollima ci mostra la vita quotidiana sono assolutamente italiani. Non cops, ma sbirri. Poliziotti della Celere, ma potrebbero essere Carabinieri o appartenenti ad altri corpi o ad altre armi. Sono italiani e filtrano il vissuto quotidiano con la testa e il cuore di noi italiani, non degli americani di New York o di Los Angeles di cui francamente abbiamo le tasche piene.
Cobra, Negro e Mazinga sono celerini. Fanno servizio di ordine pubblico. Vivono in strada. Rischiano la pelle ogni giorno. Le prendono e le danno in egual misura. Usano soprannomi perchè creano un rapporto più intimo e più stretto dei nomi di persona. Si considerano "fratelli" perchè l'essere colleghi o amici non è abbastanza. Il legame che li unisce va oltre l'amicizia. Il perchè lo spiega uno di loro, il celerino Cobra, interpretato dal sempre più bravo Pierfrancesco Favino. "Quando si vive in strada per servizio, tra spacciatori e ultras violenti, tra teste rasate e naziskin o black blok, tra delinquenti di ogni tipo e la violenza è il tuo pane quotidiano, quando ti prendi gli sputi addosso senza reagire, perchè un bravo celerino non reagisce ma mantiene la calma, quando sei solo contro tutti, ti rimangono solo i "fratelli", poliziotti come te che vivono e soffrono come te. Non hai nessun altro su cui contare, solo loro, i fratelli". Un atto d'accusa forte e chiaro da parte di chi non si sente tutelato nel suo "sporco" mestiere di poliziotto da strada. Il problema è che questi poliziotti vivono la violenza, sono in grado anche di gestirla e controllarla. Ma finiscono col drogarsi di quella stessa violenza. Se ne inebriano e la vivono come amministrazione di una giustizia privata, assoluta e insindacabile che tiene poco o nulla in conto la legge. Quella con la "L" maiuscola, dello Stato, preferendole quella della strada, vissuta tutti i giorni fianco a fianco con i fratelli. E allora sono botte, prepotenze, vendette personali e tutto diventa una sorta di giustizia sommaria, in cui il giudice e il giustiziere sono un tutt'uno. Sono loro. I fratelli.
La linea di demarcazione fissata dall'uso della violenza, tra abuso e legittimità, è labile e sottile. Spesso finisce per confondersi, diventa evanescente e altrettanto spesso finisce per cancellarsi e scomparire. Ecco che allora la pratica quotidiana della violenza legittima perchè praticata dalle forze dell'ordine in caso di necessità, diventa abusiva e abituale, finendo con la degenerazione incontrollata, perchè i "fratelli" si arrogano il diritto, che alla lunga diventa un dovere, di amministrare la loro giustizia a prescindere da quello dello Stato che la loro divisa rappresenta.
Questa comunanza di vite e di anime diventa un simulacro che finisce per sostituirsi alle loro famiglie, inesistenti o distrutte che siano. Abbandoni, incomprensioni, separazioni sono la loro realtà familiare quotidiana. La vita privata, gli affetti i punti di riferimento tradizionali sono letteralmente un disastro e anche i primi a saltare. Mogli, figli, madri passano in secondo piano, sacrificati per chi o per cosa?. Per i "fratelli" prima di tutto e per la voglia di farsi giustizia da sè.
La vicenda del film è circostanziata da riferimenti storici e di cronaca precisi. L'irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, l'omicidio del poliziotto Raciti a Catania, del tifoso laziale Sandri sono tappe dolorose della storia più recente d'Italia che vedono come protagonisti o vittime i poliziotti. Nel bene e nel male loro ci sono sempre in mezzo. Sono e si sentono dei guerrieri in armi e come tali sono raffigurati in un dipinto all'interno della caserma dove sono di stanza a Roma. Guerrieri che sono pronti a immolarsi, ma non senza aver prima venduto cara la pelle.
L'epilogo del film, se vogliamo, è ancora più amaro, perchè nella sostanza allontana quell'idea di redenzione che ci si aspetta di cogliere prima o poi. Il pregio del film, ma se vogliamo anche il suo limite, è che non giudica i personaggi e la vicenda, ma si limita a metterli in mostra. Come spettatore, più volte durante la visione del film mi sarei aspettato una presa di posizione netta. Invece Sollima sceglie di restare alla finestra e di limitarsi a offrire il tema. Giusto o sbagliato che sia, le conclusioni e i giudizi li lascia a noi.
Ottimi gli interpreti che devono aver fatto un lungo e approfondito lavoro di preparazione per assimilare le tecniche e i movimenti dei veri celerini negli scontri di piazza. Bella e adrenalinica la colonna sonora.
Riflessioni personali, fatti e notizie, idee, pensieri, sogni, chiacchiere e opinioni. In un' Italia, purtroppo, sempre più alla deriva.
domenica 29 gennaio 2012
sabato 28 gennaio 2012
Film visti. La solita mission impossible

Mission impossible IV - Protocollo fantasma
Regia di Brad Bird.
Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Paula Patton, Michael Nyqvist.
[Voto 2 su 5]
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| Paula Patton |
Ormai Ethan Hunt e la serie di Mission impossible sono un doppione in tutto e per tutto di James Bond&007. Anzi, probabilmente non è azzardato ipotizzare un sorpasso in termini di spettacolarità. Anche l'impianto narrativo è molto simile. Si incomincia con l'epilogo di una missione per poi passare a quella nuova che terrà banco per tutto il fil. La bellona a fianco del super agente è sempre di una bellezza mozzafiato; il cattivone di turno ha sempre un'infaticabile propensione a distruggere il mondo; la spericolatezza delle scene d'azione è ben oltre la più fantasiosa verosimiglianza, le strumentazioni avvenieristiche a disposizione dei protagonisti sono stufecacenti e spettacolari. Insomma ormai il copione è ben noto e, diciamolo, piuttosto ripetitivo. Tuttavia per gli amanti del genere rimane sempre un appuntamento da non perdere. Salvo poi essere dimenticato, appena fuori dal cinema.
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| Halle Berry |
Una curiosità: il cattivo di turno che vuole distrugggere il mondo è impersonato dall'attore svedese Michael Nyqvist, visto nei panni di Mickael Blonqvist nella trilogia di Millennium tratta dai romanzi di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne e successivi). Una faccia troppo poco cattiva per essere credibile nelle vesti di aspirante distruttore del mondo. Molto meglio nella parte di giornalista virtuoso.
Detto questo, detto tutto. Buon divertimento.
lunedì 23 gennaio 2012
Libri. Scerbanenco, scrittore d'altri tempi
sabato 14 gennaio 2012
Film visti. George e Karla, la strana coppia di spie
La talpa
Regia: Tomas Alfredson
Con: Gary Oldman, John Hurt, Toby Jones, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong.
[Voto: 2,5 su 5]
Titoli di coda, le luci in sala si accendono, il pubblico defluisce. Mi guardo intorno, guardo mia figlia (che bello andare al cinema con i figli grandi...). Vedo facce impenetrabili, espressioni serie e pensose, nessuno parla, nessuno sorride, tutti o quasi a testa china intenti a recuperare giacconi e cappotti. In genere è immediato e istintivo guardarsi negli occhi e scambiare qualche sguardo di intesa per dirsi se il film è piaciuto, se si è soddisfatti o annoiati. Nessuno si azzarda a fare o dire nulla per paura che scatti la domanda fatidica: "Ma ci hai capito qualcosa"? Perchè il problema è proprio questo: il film nel complesso è ben fatto, ottimamente recitato, con una ricostruzione storica e ambientale accurata. Ma la trama è di un complicato diabolico, intricatissima, non si capisce una beneamata mazza. Già dalle prime scene appare evidente la difficoltà a seguire fatti, personaggi e situazioni. La ricerca di una chiave di lettura e di interpretazione per delineare al più presto la vicenda è vana e naufraga miseramente di fronte ad un tourbillion di facce, di luoghi, di scene che cambiano in rapida sequenza. Sono riuscito ad associare i nomi dei protagonisti, spesso indicati con nomignoli convenzionali oltre che con i loro veri nomi, solo dopo una buona mezz'ora. Oltre a ciò si aggiunga una certa lentezza narrativa e il gioco è fatto. Il risultato è una certa irritazione di fronte al dipanarsi della trama che come spettatore si subisce invece di parteciparvi, con una fastidiosa sensazione di impotenza.
Dicevo degli attori. Tutti veramente molto bravi e credibili. Ciascuno con una sua fisionomia ben delineata e individuabile. Bella anche l'atmosfera da piena guerra fredda che riesce a trasmettere l'insicurezza di come niente sia come sembra o potenzialmente tutto sia una minaccia incombente. La spietatezza della guerra di spie si intuisce più che vedersi, salvo un paio di scene alquato truci e sanguinolente. Ma siamo abituati a ben di peggio. Alla fine la caccia alla talpa sovietica infiltrata nei servizi di intelligence britannici si risolve in un duello a distanza che affonda le sue radici nel tempo tra George Smiley/Gary Oldman e Karla, che a dispetto del nome non è una donna, bensì un pericoloso e spietato agente sovietico (non si vede mai in faccia...). MI6 contro KGB, con la Cia americana a fare da sfondo. Storia di altri tempi, si dirà. Ma è proprio così oppure sotto altri nomi e con altri scenari e altri protagonisti questa lotta tra poteri economici e militari si perpetua tuttora in segreto? George e Karla sono i veri protagonisti della vicenda perchè l'inglese mira a scoprire l'identità della talpa infiltrata da Karla e nel corso della storia si scopre che tra i due in passato c'era stato un contatto diretto, sebbene nessuno dei due sapesse chi fosse in realtà l'altro o chi sarebbe diventato nel prosieguo di carriera. Due vecchi nemici che si fronteggiano dagli opposti schieramenti, con sacrificio personale che li coinvolge direttamente in prima persona.
Non dirò nulla, ovviamente, dell'esito della caccia alla talpa. Ci mancherebbe altro che in un film così diabolicamente complicato da seguire si riveli anche il finale... Sarebbe davvero troppo!
Regia: Tomas Alfredson
Con: Gary Oldman, John Hurt, Toby Jones, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong.
[Voto: 2,5 su 5]
Titoli di coda, le luci in sala si accendono, il pubblico defluisce. Mi guardo intorno, guardo mia figlia (che bello andare al cinema con i figli grandi...). Vedo facce impenetrabili, espressioni serie e pensose, nessuno parla, nessuno sorride, tutti o quasi a testa china intenti a recuperare giacconi e cappotti. In genere è immediato e istintivo guardarsi negli occhi e scambiare qualche sguardo di intesa per dirsi se il film è piaciuto, se si è soddisfatti o annoiati. Nessuno si azzarda a fare o dire nulla per paura che scatti la domanda fatidica: "Ma ci hai capito qualcosa"? Perchè il problema è proprio questo: il film nel complesso è ben fatto, ottimamente recitato, con una ricostruzione storica e ambientale accurata. Ma la trama è di un complicato diabolico, intricatissima, non si capisce una beneamata mazza. Già dalle prime scene appare evidente la difficoltà a seguire fatti, personaggi e situazioni. La ricerca di una chiave di lettura e di interpretazione per delineare al più presto la vicenda è vana e naufraga miseramente di fronte ad un tourbillion di facce, di luoghi, di scene che cambiano in rapida sequenza. Sono riuscito ad associare i nomi dei protagonisti, spesso indicati con nomignoli convenzionali oltre che con i loro veri nomi, solo dopo una buona mezz'ora. Oltre a ciò si aggiunga una certa lentezza narrativa e il gioco è fatto. Il risultato è una certa irritazione di fronte al dipanarsi della trama che come spettatore si subisce invece di parteciparvi, con una fastidiosa sensazione di impotenza.
Dicevo degli attori. Tutti veramente molto bravi e credibili. Ciascuno con una sua fisionomia ben delineata e individuabile. Bella anche l'atmosfera da piena guerra fredda che riesce a trasmettere l'insicurezza di come niente sia come sembra o potenzialmente tutto sia una minaccia incombente. La spietatezza della guerra di spie si intuisce più che vedersi, salvo un paio di scene alquato truci e sanguinolente. Ma siamo abituati a ben di peggio. Alla fine la caccia alla talpa sovietica infiltrata nei servizi di intelligence britannici si risolve in un duello a distanza che affonda le sue radici nel tempo tra George Smiley/Gary Oldman e Karla, che a dispetto del nome non è una donna, bensì un pericoloso e spietato agente sovietico (non si vede mai in faccia...). MI6 contro KGB, con la Cia americana a fare da sfondo. Storia di altri tempi, si dirà. Ma è proprio così oppure sotto altri nomi e con altri scenari e altri protagonisti questa lotta tra poteri economici e militari si perpetua tuttora in segreto? George e Karla sono i veri protagonisti della vicenda perchè l'inglese mira a scoprire l'identità della talpa infiltrata da Karla e nel corso della storia si scopre che tra i due in passato c'era stato un contatto diretto, sebbene nessuno dei due sapesse chi fosse in realtà l'altro o chi sarebbe diventato nel prosieguo di carriera. Due vecchi nemici che si fronteggiano dagli opposti schieramenti, con sacrificio personale che li coinvolge direttamente in prima persona.
Non dirò nulla, ovviamente, dell'esito della caccia alla talpa. Ci mancherebbe altro che in un film così diabolicamente complicato da seguire si riveli anche il finale... Sarebbe davvero troppo!
mercoledì 11 gennaio 2012
In moto anche col gelo nel primo week end dell'anno
Chi l'ha detto che con la brutta stagione la moto è destinata a rimanere in garage? Certo, non la si può usare con la stessa facilità e frequenza dei periodi più caldi, ma se la passione non ci molla neanche con la colonnina di mercurio vicina allo zero basta cogliere al volo una bella giornata soleggiata e ...buon divertimento.
Questo lungo fine settimana dell'Epifania appena trascorso è stato per l'appunto contrassegnato da tempo bello, ma freddo. Mi riferisco al Veneto, perchè in altre parti d'Italia è stata tutt'altra cosa. Quale occasione migliore per collaudare "sul campo" l'ultimo acquisto fatto sfruttando il periodo dei saldi? Si tratta di pantaloni da moto, specifici per il periodo invernale, con imbottitura termica per affrontare anche i climi più rigidi e membrana in Gore-tex antipioggia e traspirante. Lo ammetto, non ci stavo più nella pelle dalla voglia di collaudarli, come i bambini che ricevono i regali di Natale e sono impazienti di giocarci subito. Anche noi adulti, per certe cose, non siamo tanto diversi dai bambini...
Finora utilizzavo pantaloni da moto in tessuto rinforzato in kevlar anti caduta, con l'aggiunta di una calzamaglia di pile sottile. Un abbinamento molto caldo, ma che non teneva completamente l'aria e, alla lunga, il freddo. Non adatto quindi ai lunghi percorsi, ma solo al giretto domenicale di piccolo/medio raggio. Il nuovo abbigliamento ha invece brillantemente superato la prova consentendomi una percorrenza ben più impegnativa: Padova-Lignano Sabbiadoro per complessivi 270 km tra andata e ritorno. Una giornata intera, senza avvertire nessuna sgradevole sensazione di freddo. Fatta eccezione per le mani, che nonostante i guanti invernali, hanno sofferto parecchio nonostante il manubrio della Caponord sia dotata di paramani di serie. Ci vorrebbero le manopole riscaldate, ma non sono previste nel catalogo Aprilia e non so se siano disponibili sul mercato degli accessori universali nella versione adattabile alla Caponord.
Partenza alle 9.30 del mattino con temperatura di 2°. Sole splendido e quasi abbagliante. Autostrada fino a Latisana per poi puntare verso est in direzione mare. Un viaggio in solitudine, nessun'altra moto incrociata lungo il tragitto. Cosa insolita, ma più che comprensibile considerata la stagione e la temperatura. Devo proprio essere l'unico pazzoide ad andare in giro con questi freddi... chiedere conferma alle mie mani in versione "ghiacciolo"...
Era da un bel po' che non andavo a Lignano. L'ultima volta fu qualche anno fa in occasione di un torneo di beach rugby. Ma era luglio, altra atmosfera e altra situazione e soprattutto ben altre temperature. Naturalmente l'8 di gennaio questa località marina risulta quasi anestetizzata dalla assoluta quiete e dal silenzio sovrano, una specie di città fantasma. Al contrario, nelle stagioni estive è brulicante di gente fracassona e festosa, mezza ignuda in costume da bagno, con la voglia di divertirsi e, possibilmente, trasgredire. Invece, case chiuse e finestre sbarrate dappertutto. Negozi in disarmo, strade vuote, silenzio impenetrabile ovunque. Un effetto stranissimo. Solo nelle immediate vicinanze del centro storico si vedeva un po' di gente intorno ai pochissimi bar aperti. La spiaggia di Lignano è sterminata. Si perde a vista d'occhio suddivisa nei tre tronconi Sabbiadoro, Riviera e Pineta. Chilometri e chilometri. La cosa bella è che è assolutamente accessibile per chiunque voglia farsi una passeggiata in riva al mare. Non è così dappertutto. A Sottomarina di Chioggia, per esempio, la spiaggia è difficilmente accessibile. Solo qualche varco, per il resto è tutto sbarrato e sotto chiave. E' un'assurdità che per accedere in spiaggia demaniale e quindi pubblica si debba scarpinare a lungo prima di trovare un accesso. I lidi e i ristoranti sono contigui gli uni agli altri e tutti recintati e sbarrati. Con la conseguenza che in spiaggia non si arriva assolutamente se non cercando i varchi, che sono pochi e molto distanti tra loro. A Lignano no, la spiaggia è lì a disposizione di tutti e facilmente raggiungibile. Da tener presente per una passeggiata domenicale. Intanto mi sono goduto il bel sole che mi ha scaldato e rilassato. Termometro a 11-12 gradi, mica male!
Dopo un frugale pasto e un buon sigaro, nel primo pomeriggio si prende la strada di casa. Siamo in inverno, il sole tramonta presto e la temperatura scende rapidamente.
Alla prossima gita su due ruote...
Questo lungo fine settimana dell'Epifania appena trascorso è stato per l'appunto contrassegnato da tempo bello, ma freddo. Mi riferisco al Veneto, perchè in altre parti d'Italia è stata tutt'altra cosa. Quale occasione migliore per collaudare "sul campo" l'ultimo acquisto fatto sfruttando il periodo dei saldi? Si tratta di pantaloni da moto, specifici per il periodo invernale, con imbottitura termica per affrontare anche i climi più rigidi e membrana in Gore-tex antipioggia e traspirante. Lo ammetto, non ci stavo più nella pelle dalla voglia di collaudarli, come i bambini che ricevono i regali di Natale e sono impazienti di giocarci subito. Anche noi adulti, per certe cose, non siamo tanto diversi dai bambini...
Finora utilizzavo pantaloni da moto in tessuto rinforzato in kevlar anti caduta, con l'aggiunta di una calzamaglia di pile sottile. Un abbinamento molto caldo, ma che non teneva completamente l'aria e, alla lunga, il freddo. Non adatto quindi ai lunghi percorsi, ma solo al giretto domenicale di piccolo/medio raggio. Il nuovo abbigliamento ha invece brillantemente superato la prova consentendomi una percorrenza ben più impegnativa: Padova-Lignano Sabbiadoro per complessivi 270 km tra andata e ritorno. Una giornata intera, senza avvertire nessuna sgradevole sensazione di freddo. Fatta eccezione per le mani, che nonostante i guanti invernali, hanno sofferto parecchio nonostante il manubrio della Caponord sia dotata di paramani di serie. Ci vorrebbero le manopole riscaldate, ma non sono previste nel catalogo Aprilia e non so se siano disponibili sul mercato degli accessori universali nella versione adattabile alla Caponord.
Partenza alle 9.30 del mattino con temperatura di 2°. Sole splendido e quasi abbagliante. Autostrada fino a Latisana per poi puntare verso est in direzione mare. Un viaggio in solitudine, nessun'altra moto incrociata lungo il tragitto. Cosa insolita, ma più che comprensibile considerata la stagione e la temperatura. Devo proprio essere l'unico pazzoide ad andare in giro con questi freddi... chiedere conferma alle mie mani in versione "ghiacciolo"...
Era da un bel po' che non andavo a Lignano. L'ultima volta fu qualche anno fa in occasione di un torneo di beach rugby. Ma era luglio, altra atmosfera e altra situazione e soprattutto ben altre temperature. Naturalmente l'8 di gennaio questa località marina risulta quasi anestetizzata dalla assoluta quiete e dal silenzio sovrano, una specie di città fantasma. Al contrario, nelle stagioni estive è brulicante di gente fracassona e festosa, mezza ignuda in costume da bagno, con la voglia di divertirsi e, possibilmente, trasgredire. Invece, case chiuse e finestre sbarrate dappertutto. Negozi in disarmo, strade vuote, silenzio impenetrabile ovunque. Un effetto stranissimo. Solo nelle immediate vicinanze del centro storico si vedeva un po' di gente intorno ai pochissimi bar aperti. La spiaggia di Lignano è sterminata. Si perde a vista d'occhio suddivisa nei tre tronconi Sabbiadoro, Riviera e Pineta. Chilometri e chilometri. La cosa bella è che è assolutamente accessibile per chiunque voglia farsi una passeggiata in riva al mare. Non è così dappertutto. Dopo un frugale pasto e un buon sigaro, nel primo pomeriggio si prende la strada di casa. Siamo in inverno, il sole tramonta presto e la temperatura scende rapidamente.
Alla prossima gita su due ruote...
venerdì 6 gennaio 2012
Film visti. J. Edgar Hoover, il potere sono io
J. Edgar
Regia: Clint Eastwood
Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney
[Voto: 4 su 5]
Premetto che l'esercizio di scrittura di questo post sarà quello di non indulgere nell'uso dei superlativi. Perchè con un film come J. Edgar, con un regista come Clint Eastwood e con un attore come Leo Di Caprio è veramente molto facile e naturale usare aggettivi sparati al massimo grado.
Un cenno sul personaggio principale del film, perchè sono sicuro che non sia una figura generalmente nota, almeno qui in Italia.
J. Edgar Hoover è stato l'uomo più potente degli Stati Uniti d'America per quasi mezzo secolo. A capo dell' FBI per circa 48 anni fino alla data della sua morte nel 1972, non si è fermato davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. Con lui e sotto la sua guida l'FBI è nata e si è sviluppata fino a diventare ciò che conosciamo noi, uno strumento investigativo al servizio del governo USA. Un mito per scrittori e sceneggiatori che, basandosi sulle indagini del Bureau, hanno costruito migliaia e migliaia di libri, film, telefilm, piéce teatrali. Un'istituzione che è diventata nell'immaginario collettivo degli americani e non solo degli americani, il simbolo per eccellenza di massima sofisticazione tecnologica investigativa. Le polizie di tutto il mondo si sono ispirate al modello FBI, pensate semplicemente ai nostrani ROS dei Carabinieri che quando devono essere presentati o catalogati sono sempre definiti "la versione italiana dell'FBI americana". Restando in carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, Hoover ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie, spesso infrangendo le regole per proteggere i cittadini americani. Il suo fantasma preferito da perseguire e combattere erano i comunisti. Un uomo, Hoover, che sarebbe piaciuto a Berlusconi sotto questo aspetto, con la differenza che egli aveva a che fare con i veri comunisti nel periodo della formazione dell'impero sovietico e della guerra fredda, mentre il nostrano Berlusca i comunisti li utilizza come espediente elettoral-propagandistico, quando ormai del comunismo in Italia e (quasi) nel mondo non vi è praticamente più traccia. I metodi di J. Edgar Hoover erano allo stesso tempo spietati ed eroici e la sua più grande ambizione era quella di essere ammirato a livello globale. Hoover è stato un uomo che dava grande valore ai segreti - soprattutto a quelli degli altri - e non ha mai avuto paura ad usare le informazioni in suo possesso per esercitare la sua autorità sui leader più importanti della nazione. Con intercettazioni di vario tipo (un dossier segreto non mancava per nessuno...) aveva praticamente in pugno chi deteneva il potere politico negli Usa, senza eccezioni di sorta, dai Kennedy a Martin Luther King, dai capi del Ku Klux Clan alle mogli con inclinazioni omosessuali dei politici di rilievo. Consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le opportunità, ha usato entrambe per ottenere un’influenza senza precedenti e per costruirsi una reputazione che era formidabile e intoccabile.
Il film di Eastwood presenta il personaggio con assoluta credibilità e fedeltà, fino quasi ad essere spietato nel dipingerlo con tutti i suoi difetti. Edgar era un vanesio con manie di protagonismo. Succube della mamma con cui ha sempre convissuto fino alla sua morte. Omosessuale tollerante con se stesso, ma intransigente e spietato con gli altri, che era pronto a ricattare in nome della ragion di stato e della sicurezza nazionale. Il film ce lo racconta su un doppio binario attraverso gli avvenimenti inseriti in un libro di memorie che Edgar detta ad un suo collaboratore e i flash back con una splendida fotografia quasi in bianco e nero che proietta lo spettatore dentro gli avvenimenti narrati. Questo continuo salto dal presente al passato vede Di Caprio impersonare il protagonista da quando era un giovane appena ventenne fino alla sua morte. Una magistrale prova d'attore che lascia incantati, con un contorno di altri interpreti di assoluto valore, a cominciare da Naomi Watts nel ruolo della fedele e devota segretaria personale, fino a Judy Dench nel ruolo della mamma dominatrice (..."preferisco un figlio morto che un figlio gay" dice rivolgendosi a Edgar).
Clint Eastwood ci restituisce un Edgar dominatore del suo tempo, despota spietato e incoerente, indulgente con se stesso, ma inflessibile e terrile nei confronti degli altri che giudica potenziali nemici del suo paese. Non si ferma di fronte a niente e a nessuno, cercando sempre e comunque di mettersi in mostra e di apparire come strenuo difensore della legalità. Esemplare e significativa la situazione immaginata da Clint in cui Edgar si affaccia al suo balcone per vedere il passaggio dei cortei presidenziali. Una specie di cerimoniale, una sorta di imprimatur, che si ripete varie volte con diversi presidenti. Un simbolo di come il vero potere molto spesso non sia quello dei politici, ma di chi sta alle loro spalle. I presidenti passano, J. Edgar Hoover resta...
Uno splendido film da vedere assolutamente.
Regia: Clint Eastwood
Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney
[Voto: 4 su 5]
Premetto che l'esercizio di scrittura di questo post sarà quello di non indulgere nell'uso dei superlativi. Perchè con un film come J. Edgar, con un regista come Clint Eastwood e con un attore come Leo Di Caprio è veramente molto facile e naturale usare aggettivi sparati al massimo grado.
Un cenno sul personaggio principale del film, perchè sono sicuro che non sia una figura generalmente nota, almeno qui in Italia.
J. Edgar Hoover è stato l'uomo più potente degli Stati Uniti d'America per quasi mezzo secolo. A capo dell' FBI per circa 48 anni fino alla data della sua morte nel 1972, non si è fermato davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. Con lui e sotto la sua guida l'FBI è nata e si è sviluppata fino a diventare ciò che conosciamo noi, uno strumento investigativo al servizio del governo USA. Un mito per scrittori e sceneggiatori che, basandosi sulle indagini del Bureau, hanno costruito migliaia e migliaia di libri, film, telefilm, piéce teatrali. Un'istituzione che è diventata nell'immaginario collettivo degli americani e non solo degli americani, il simbolo per eccellenza di massima sofisticazione tecnologica investigativa. Le polizie di tutto il mondo si sono ispirate al modello FBI, pensate semplicemente ai nostrani ROS dei Carabinieri che quando devono essere presentati o catalogati sono sempre definiti "la versione italiana dell'FBI americana". Restando in carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, Hoover ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie, spesso infrangendo le regole per proteggere i cittadini americani. Il suo fantasma preferito da perseguire e combattere erano i comunisti. Un uomo, Hoover, che sarebbe piaciuto a Berlusconi sotto questo aspetto, con la differenza che egli aveva a che fare con i veri comunisti nel periodo della formazione dell'impero sovietico e della guerra fredda, mentre il nostrano Berlusca i comunisti li utilizza come espediente elettoral-propagandistico, quando ormai del comunismo in Italia e (quasi) nel mondo non vi è praticamente più traccia. I metodi di J. Edgar Hoover erano allo stesso tempo spietati ed eroici e la sua più grande ambizione era quella di essere ammirato a livello globale. Hoover è stato un uomo che dava grande valore ai segreti - soprattutto a quelli degli altri - e non ha mai avuto paura ad usare le informazioni in suo possesso per esercitare la sua autorità sui leader più importanti della nazione. Con intercettazioni di vario tipo (un dossier segreto non mancava per nessuno...) aveva praticamente in pugno chi deteneva il potere politico negli Usa, senza eccezioni di sorta, dai Kennedy a Martin Luther King, dai capi del Ku Klux Clan alle mogli con inclinazioni omosessuali dei politici di rilievo. Consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le opportunità, ha usato entrambe per ottenere un’influenza senza precedenti e per costruirsi una reputazione che era formidabile e intoccabile.
Il film di Eastwood presenta il personaggio con assoluta credibilità e fedeltà, fino quasi ad essere spietato nel dipingerlo con tutti i suoi difetti. Edgar era un vanesio con manie di protagonismo. Succube della mamma con cui ha sempre convissuto fino alla sua morte. Omosessuale tollerante con se stesso, ma intransigente e spietato con gli altri, che era pronto a ricattare in nome della ragion di stato e della sicurezza nazionale. Il film ce lo racconta su un doppio binario attraverso gli avvenimenti inseriti in un libro di memorie che Edgar detta ad un suo collaboratore e i flash back con una splendida fotografia quasi in bianco e nero che proietta lo spettatore dentro gli avvenimenti narrati. Questo continuo salto dal presente al passato vede Di Caprio impersonare il protagonista da quando era un giovane appena ventenne fino alla sua morte. Una magistrale prova d'attore che lascia incantati, con un contorno di altri interpreti di assoluto valore, a cominciare da Naomi Watts nel ruolo della fedele e devota segretaria personale, fino a Judy Dench nel ruolo della mamma dominatrice (..."preferisco un figlio morto che un figlio gay" dice rivolgendosi a Edgar).
Clint Eastwood ci restituisce un Edgar dominatore del suo tempo, despota spietato e incoerente, indulgente con se stesso, ma inflessibile e terrile nei confronti degli altri che giudica potenziali nemici del suo paese. Non si ferma di fronte a niente e a nessuno, cercando sempre e comunque di mettersi in mostra e di apparire come strenuo difensore della legalità. Esemplare e significativa la situazione immaginata da Clint in cui Edgar si affaccia al suo balcone per vedere il passaggio dei cortei presidenziali. Una specie di cerimoniale, una sorta di imprimatur, che si ripete varie volte con diversi presidenti. Un simbolo di come il vero potere molto spesso non sia quello dei politici, ma di chi sta alle loro spalle. I presidenti passano, J. Edgar Hoover resta...
Uno splendido film da vedere assolutamente.
martedì 3 gennaio 2012
Libri. Il silenzio dell'onda
Il silenzio dell'onda
di Gianrico Carofiglio
Sono un fan di Gianrico Carofiglio e questo forse mi porta ad amare aprioristicamente i suoi libri (tutti letti, tranne uno alquanto anomalo, La manomissione delle parole). Questo suo ultimo romanzo non appartiene al filone noir dell'avvocato Guerrieri (pubblicazione riservata a Sellerio) che rimane la punta di diamante della sua produzione letteraria. In un certo senso lo si può per questo considerare un romanzo minore? Un "di cui" che consente all'autore di uscire dal seminato costruito intorno al suo personaggio abituale? La critica ha accolto tiepidamente questo suo ultimo lavoro, forse un po' troppo duramente e severamente, a mio avviso. Perchè Il silenzio dell'onda è un bel romanzo che narra di un uomo che ha alle sue spalle una vita vissuta pericolosamente e che gli ha lasciato addosso dei segni devastanti per la sua psiche. Tant'è che arriva ad un passo dal suicidio e costretto a ricorrere al sostegno di uno psichiatra. La storia di Roberto (il nome del protagonista) si svela al lettore attraverso le sedute dallo psicoterapeuta, nel corso delle quali un po' alla volta riesce a tirar fuori quanto di brutto ha dovuto affrontare nella sua attività di carabiniere infiltrato nella malavita organizzata. Brutto mestiere, dove la menzogna e la finzione sono regole di vita fino al tradimento finale che porta tutti "i cattivi" in galera. Già, perchè le indagini sotto copertura sono vissute da Roberto come dei tradimenti nei confronti delle persone cui aveva carpito la fiducia, sia pure trattandosi di criminali della peggior specie. Ma il fatto di vivere con loro, di comportarsi come loro e di conquistarsi giorno dopo giorno la loro fiducia fino a d essere considerato da tutti un amico, fa sì che la conclusione delle indagini, invece di essere vissute come il coronamento del suo lavoro di intelligence assicurando alla giustizia i malviventi (e non si tratta di ladri di polli...), divengano dei veri e propri sconvolgimenti della sua vita, soprattutto interiore. L'assistenza dello psichiatra, forse una delle figure meno riuscite del libro, porta comunque a far esplodere il bubbone e Roberto si libera di ciò che si portava dentro e che gli rode l'anima. Manco a dirlo, la chiave di volta è una storia di innamoramento che finisce per inquinare il suo comportamento da sbirro. Unire il lavoro ai sentimenti diventa fatale per il suo equilibrio psichico.
Insomma, in buona sintesi, è la storia di una crisi interiore grave e da cui è difficile affrancarsi. Il lettore è portato a immedesimarsi in Roberto, perchè in fin dei conti ciascuno di noi nella propria esistenza ha attraversato momenti di crisi, forse anche forti e distruttivi. Per questo motivo il racconto di Roberto lo sbirro infiltrato finisce per essere introiettata, sia pure fatte le debite proporzioni.
Il silenzio dell'onda è un libro che parla del bene e del male, di amore e di dolore, di gioia e di colpa…La ricerca disperata di un perdono… è il cerchio della vita, di storie di padri e di figli che si cercano soprattutto quando non ci sono più e la cui assenza diventa insopportabile.
La vena noir di Carofiglio si rivela nella storia parallela di un bambino appena dodicenne che inizialmente non si capisce che ruolo abbia esattamente nell'economia del racconto. Fino a quando tutto appare chiaro e la vicenda vira rapidamente verso un epilogo molto meno psicologico e molto più d'azione. E' la catarsi di Roberto che, messo davanti alla concretezza di una situazione reale e drammatica, ritrova il suo spirito di sbirro che pure lo aveva affossato portandolo alla crisi in cui sguazzava da troppo tempo, ma che alla fine lo aiuta a venirne fuori.
Per Roberto, appassionato surfista negli anni della fanciullezza sulle orme del padre scomparso, l'onda del titolo diventa immagine simbolica. Perchè un conto è aspettare che la grande onda arrivi tentando di stare a galla e sopravvivere, altro conto è afferrare la tavola da surf, issarvisi sopra e cavalcarla. Per domarla, come i casi della vita.
Ho trovato la lettura del libro molto coinvolgente in un crescendo che mi ha portato a fare le tre di notte per finirlo. Non mi succede spesso. Per i miei parametri è un ottimo segnale.
di Gianrico Carofiglio
Sono un fan di Gianrico Carofiglio e questo forse mi porta ad amare aprioristicamente i suoi libri (tutti letti, tranne uno alquanto anomalo, La manomissione delle parole). Questo suo ultimo romanzo non appartiene al filone noir dell'avvocato Guerrieri (pubblicazione riservata a Sellerio) che rimane la punta di diamante della sua produzione letteraria. In un certo senso lo si può per questo considerare un romanzo minore? Un "di cui" che consente all'autore di uscire dal seminato costruito intorno al suo personaggio abituale? La critica ha accolto tiepidamente questo suo ultimo lavoro, forse un po' troppo duramente e severamente, a mio avviso. Perchè Il silenzio dell'onda è un bel romanzo che narra di un uomo che ha alle sue spalle una vita vissuta pericolosamente e che gli ha lasciato addosso dei segni devastanti per la sua psiche. Tant'è che arriva ad un passo dal suicidio e costretto a ricorrere al sostegno di uno psichiatra. La storia di Roberto (il nome del protagonista) si svela al lettore attraverso le sedute dallo psicoterapeuta, nel corso delle quali un po' alla volta riesce a tirar fuori quanto di brutto ha dovuto affrontare nella sua attività di carabiniere infiltrato nella malavita organizzata. Brutto mestiere, dove la menzogna e la finzione sono regole di vita fino al tradimento finale che porta tutti "i cattivi" in galera. Già, perchè le indagini sotto copertura sono vissute da Roberto come dei tradimenti nei confronti delle persone cui aveva carpito la fiducia, sia pure trattandosi di criminali della peggior specie. Ma il fatto di vivere con loro, di comportarsi come loro e di conquistarsi giorno dopo giorno la loro fiducia fino a d essere considerato da tutti un amico, fa sì che la conclusione delle indagini, invece di essere vissute come il coronamento del suo lavoro di intelligence assicurando alla giustizia i malviventi (e non si tratta di ladri di polli...), divengano dei veri e propri sconvolgimenti della sua vita, soprattutto interiore. L'assistenza dello psichiatra, forse una delle figure meno riuscite del libro, porta comunque a far esplodere il bubbone e Roberto si libera di ciò che si portava dentro e che gli rode l'anima. Manco a dirlo, la chiave di volta è una storia di innamoramento che finisce per inquinare il suo comportamento da sbirro. Unire il lavoro ai sentimenti diventa fatale per il suo equilibrio psichico.
Insomma, in buona sintesi, è la storia di una crisi interiore grave e da cui è difficile affrancarsi. Il lettore è portato a immedesimarsi in Roberto, perchè in fin dei conti ciascuno di noi nella propria esistenza ha attraversato momenti di crisi, forse anche forti e distruttivi. Per questo motivo il racconto di Roberto lo sbirro infiltrato finisce per essere introiettata, sia pure fatte le debite proporzioni.
Il silenzio dell'onda è un libro che parla del bene e del male, di amore e di dolore, di gioia e di colpa…La ricerca disperata di un perdono… è il cerchio della vita, di storie di padri e di figli che si cercano soprattutto quando non ci sono più e la cui assenza diventa insopportabile.
La vena noir di Carofiglio si rivela nella storia parallela di un bambino appena dodicenne che inizialmente non si capisce che ruolo abbia esattamente nell'economia del racconto. Fino a quando tutto appare chiaro e la vicenda vira rapidamente verso un epilogo molto meno psicologico e molto più d'azione. E' la catarsi di Roberto che, messo davanti alla concretezza di una situazione reale e drammatica, ritrova il suo spirito di sbirro che pure lo aveva affossato portandolo alla crisi in cui sguazzava da troppo tempo, ma che alla fine lo aiuta a venirne fuori.
Per Roberto, appassionato surfista negli anni della fanciullezza sulle orme del padre scomparso, l'onda del titolo diventa immagine simbolica. Perchè un conto è aspettare che la grande onda arrivi tentando di stare a galla e sopravvivere, altro conto è afferrare la tavola da surf, issarvisi sopra e cavalcarla. Per domarla, come i casi della vita.
Ho trovato la lettura del libro molto coinvolgente in un crescendo che mi ha portato a fare le tre di notte per finirlo. Non mi succede spesso. Per i miei parametri è un ottimo segnale.
martedì 27 dicembre 2011
Libri. Da regalare a chi vi sta antipatico
La mappa del destino
di Glenn Cooper
Glenn Cooper è uno che ci marcia. Alla grande. Negli Usa deve esistere un proverbio molto simile al nostrano "il ferro va battuto finchè è caldo". Infatti dopo il successo del primo libro continua a sfornarne a getto continuo, con rapidità impressionante. Purtroppo questo prolifico autore deve essersi montato la testa parallelamente al depauperamento della vena letteraria ed ha imboccato un piano inclinato che lo porta molto lontano dalla sua opera d'esordio La biblioteca dei morti, che non era niente male nel suo genere (fantasy). La mappa del destino, invece, è assolutamente da evitare. Parla di monaci medievali che trovano casualmente il segreto della longevità, scoperto trentamila anni prima da uomini preistorici. Un segreto che si perpetua fino ai giorni nostri con risvolti criminali che portano a bagni di sangue pazzeschi. Fatta eccezione per l'esilissima trama noir, per il resto siamo a zero.
Insomma un guazzabuglio incredibile che si snoda in varie epoche storiche, giusto per incasinare il tutto il più possibile. Girare alla larga o da regalare a chi vi sta antipatico.
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Livello di guardia
di Natalino Balasso
Il livello di guardia del titolo è quello delle acque del Po nel suo ultimo tratto prima di scaricarsi nel Mar Adriatico. Siamo in Polesine, tra le province di Rovigo e Ferrara. Terra di nebbie eterne e di lotte altrettanto eterne con il fiume. A lottare sono le popolazioni del posto che difendono il loro territorio e le loro case, in definitiva le loro vite, dalla furia del fiume quando il livello sale a dismisura e si riversa ovunque travolgendo gli argini. Territori di una bellezza desolata, ma struggente. Gli amici di questo blog hanno letto brevi resoconti di viaggio sul Delta del Po e sul Polesine in più occasioni essendo una delle mete nei miei giri in moto con la bella stagione.
Natalino Balasso è un attore comico che ha raggiunto la notorietà grazie al programma televisivo Zelig. E' un cabarettista che fonda il suo successo sul personaggio dialettale, molto ruspante e altrettanto ignorante. "Sana ignoranza", si dice in questi casi. Giochi di parole, storpiature dialettali, doppi sensi, saggezza popolare spicciola e chi più ne ha più ne metta. Un successo meritato il suo, che lo ha portato anche a calcare i palcoscenici teatrali anche per cose più serie e importanti del cabaret. Balasso si è cimentato anche al cinema e in alcune fiction televisive. Non gli manca certo l'intraprendenza e la voglia di mettersi in gioco, puntando sempre sul suo essere un personaggio sanguigno, popolare e dialettale. Infatti il denominatore comune delle sue performance artistiche è proprio l'uso del dialetto e la sua forza espressiva superiore e immediata rispetto alla lingua italiana.
Non ha esitato a cimentarsi anche con la scrittura. Questo "Livello di guardia è il suo secondo romanzo. Un romanzo che lui stesso autodefinisce "umido", giocando proprio sui doppi sensi da bravo cabarettista. In realtà questo libro è un ibrido, un incrocio tra il genere umoristico e quello poliziesco, non senza qualche incursione nell'introspezione social-sociologica. Insomma, un po' troppo, a dirla proprio tutta. Un piccolo libretto, nei contenuti e nelle dimensioni, in cui è abbozzato di tutto e di più, finendo per non assumere nulla di preciso e di compiuto. Il paesino polesano dove si svolge il racconto è un coacervo di personaggi, per lo più macchiette di maniera e dunque prevedibili e poco o nulla originali, che sono sul limite (pericoloso) tra il suscitare il sorriso o la riflessione più seriosa. Troppi e troppo eterogenei questi personaggi che si disseminano lungo il percorso di una trama anche piuttosto confusa e poco incisiva. Insomma anche in questo caso -come nel precedente- un libro, tutto sommato, da evitare. Sia pure con ben altre motivazioni.
Un suggerimento.Da non regalare ad amici veneti, lo troverebbero troppo banale e scontato a causa dell'uso del dialetto alquanto grossolano.
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di Glenn Cooper
Glenn Cooper è uno che ci marcia. Alla grande. Negli Usa deve esistere un proverbio molto simile al nostrano "il ferro va battuto finchè è caldo". Infatti dopo il successo del primo libro continua a sfornarne a getto continuo, con rapidità impressionante. Purtroppo questo prolifico autore deve essersi montato la testa parallelamente al depauperamento della vena letteraria ed ha imboccato un piano inclinato che lo porta molto lontano dalla sua opera d'esordio La biblioteca dei morti, che non era niente male nel suo genere (fantasy). La mappa del destino, invece, è assolutamente da evitare. Parla di monaci medievali che trovano casualmente il segreto della longevità, scoperto trentamila anni prima da uomini preistorici. Un segreto che si perpetua fino ai giorni nostri con risvolti criminali che portano a bagni di sangue pazzeschi. Fatta eccezione per l'esilissima trama noir, per il resto siamo a zero.
Insomma un guazzabuglio incredibile che si snoda in varie epoche storiche, giusto per incasinare il tutto il più possibile. Girare alla larga o da regalare a chi vi sta antipatico.
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Livello di guardia
di Natalino Balasso
Il livello di guardia del titolo è quello delle acque del Po nel suo ultimo tratto prima di scaricarsi nel Mar Adriatico. Siamo in Polesine, tra le province di Rovigo e Ferrara. Terra di nebbie eterne e di lotte altrettanto eterne con il fiume. A lottare sono le popolazioni del posto che difendono il loro territorio e le loro case, in definitiva le loro vite, dalla furia del fiume quando il livello sale a dismisura e si riversa ovunque travolgendo gli argini. Territori di una bellezza desolata, ma struggente. Gli amici di questo blog hanno letto brevi resoconti di viaggio sul Delta del Po e sul Polesine in più occasioni essendo una delle mete nei miei giri in moto con la bella stagione.
Natalino Balasso è un attore comico che ha raggiunto la notorietà grazie al programma televisivo Zelig. E' un cabarettista che fonda il suo successo sul personaggio dialettale, molto ruspante e altrettanto ignorante. "Sana ignoranza", si dice in questi casi. Giochi di parole, storpiature dialettali, doppi sensi, saggezza popolare spicciola e chi più ne ha più ne metta. Un successo meritato il suo, che lo ha portato anche a calcare i palcoscenici teatrali anche per cose più serie e importanti del cabaret. Balasso si è cimentato anche al cinema e in alcune fiction televisive. Non gli manca certo l'intraprendenza e la voglia di mettersi in gioco, puntando sempre sul suo essere un personaggio sanguigno, popolare e dialettale. Infatti il denominatore comune delle sue performance artistiche è proprio l'uso del dialetto e la sua forza espressiva superiore e immediata rispetto alla lingua italiana.
Non ha esitato a cimentarsi anche con la scrittura. Questo "Livello di guardia è il suo secondo romanzo. Un romanzo che lui stesso autodefinisce "umido", giocando proprio sui doppi sensi da bravo cabarettista. In realtà questo libro è un ibrido, un incrocio tra il genere umoristico e quello poliziesco, non senza qualche incursione nell'introspezione social-sociologica. Insomma, un po' troppo, a dirla proprio tutta. Un piccolo libretto, nei contenuti e nelle dimensioni, in cui è abbozzato di tutto e di più, finendo per non assumere nulla di preciso e di compiuto. Il paesino polesano dove si svolge il racconto è un coacervo di personaggi, per lo più macchiette di maniera e dunque prevedibili e poco o nulla originali, che sono sul limite (pericoloso) tra il suscitare il sorriso o la riflessione più seriosa. Troppi e troppo eterogenei questi personaggi che si disseminano lungo il percorso di una trama anche piuttosto confusa e poco incisiva. Insomma anche in questo caso -come nel precedente- un libro, tutto sommato, da evitare. Sia pure con ben altre motivazioni.
Un suggerimento.Da non regalare ad amici veneti, lo troverebbero troppo banale e scontato a causa dell'uso del dialetto alquanto grossolano.
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sabato 17 dicembre 2011
Il razzismo uccide
Martedi 13 dicembre, Firenze. Una vera e propria caccia al senegalese, cominciata in mattinata al mercato di piazza Dalmazia (alla periferia nord) e terminata nel pomeriggio al mercato di San Lorenzo in pieno centro cittadino. E Firenze piomba nel terrore: in mattinata un uomo di 50 anni, Gianluca Casseri, militante di estrema destra, ha aperto il fuoco al mercato di piazza Dalmazia, su un gruppo di ambulanti senegalesi: due morti e un ferito gravissimo. Poi è andato al mercato di San Lorenzo, nel centro della città, ha ferito due ambulanti, e quando si è accorto di essere accerchiato dalla polizia, piuttosto che farsi prendere ha preferito uccidersi sparandosi con una 357 Magnum nel garage del parcheggio. L'obiettivo premeditato: i senegalesi. Non a caso, non il primo che passa. No, i senegalesi. Immigrati di colore, a volte clandestini, molte altre in regola. Come tanti altri immigrati, buoni e cattivi, onesti e delinquenti. Le due vittime risultano incensurate. Ma con la colpa di essere neri e senegalesi. Sufficiente per diventare bersagli umani del razzismo più violento e criminale. Non quello parolaio, volgare e incivile che tanto spesso si avverte nelle nostre città. Quello alimentato da certe parti politiche fino all'altro giorno presenti nel governo. Razzisti da bar, buoni per urlare slogan contro neri e terroni, vestirsi di verde e fare scena con la faccia incazzata. No. Questo è il razzismo che non parla, ma spara e uccide.
Oggi a Firenze una grande manifestazione contro la violenza razzista, sia quella verbale, volgare e maleducata, che quella sanguinaria che si esprime non a barzellette e luoghi comuni, ma con il piombo corazzato delle Colt 357 Magnum. Sfilano alla manifestazione oltre diecimila persone. Il portavoce della comunità senegalese Pape Diaw dice: «Da oggi niente sarà più come ieri», mentre viene intonato un canto religioso. In prima fila gli amici delle due vittime, Modou Samb e Mor Diop, che reggono le foto dei due senegalesi morti. Su un cartello, oltre la foto di Modou ci sono quelle delleamoglie e della figlia di 13 anni. «Tredici anni senza vedere la sua famiglia - c'è scritto accanto alle immagini - e il suo sogno si è fermato il 13 dicembre». «Non ha nemmeno visto la sua bambina una volta», racconta con le lacrime agli occhi uno degli amici.
Non una parola di solidarietà dal centro sociale di estrema destra a cui faceva capo l'omicida, Casa Pound: «Noi non chiederemo scusa» - Il centro sociale che si ispira dichiaratamente al fascismo prende le distanze dall'omicida definendolo un folle che non aveva reali legamo con Casa Pound Italia. Dal Corriere della Sera: «Il nostro stile politico ci ripulirà da una macchia che ci ha sporcati ingiustamente e per cui non abbiamo nessuna colpa nè sentiamo di dover chiedere scusa a nessuno». In un certo qual senso le vittime sembrerebbero loro, "sporcati" dal folle gesto razzista. Per le vittime neppure un pensiero. Non occorre aggiungere altro..
giovedì 15 dicembre 2011
Emozioni (il rugby in immagini, ma non solo)
Venerdì 16 dicembre, in tema di rugby, è in uscita un libro fotografico d'eccezione. Si intitola "Emozioni" (in campo, fuori campo… ovunque) e già il titolo fa capire come non si tratti di semplici immagini di azioni di gioco, ma molto di più. L’autore, anzi l’autrice, è Elena Barbini. Un nome che nel campo della fotografia sportiva specializzata non ha bisogno di presentazioni.
Il rugby è uno di quegli sport che come pochi altri suscita forti emozioni in chi lo pratica, ma anche in chi si limita a guardarlo fuori dal campo. Difficile rimanere insensibili di fronte al rugby. Facilissimo innamorarsene per sempre. Per tanti motivi, per i valori e la cultura sportiva di cui è portatore e per la tradizione che ne ha segnato la sua storia centenaria. Ma anche perché è uno sport di sacrificio, di contatto anche aspro, pur sempre nei limiti del rispetto nei confronti dell’avversario. Ma non è certo questo il momento e il luogo di ribadire concetti che sono ben noti a noi malati di rugby.
Elena accompagna la presentazione del suo libro con poche semplici parole che ben evidenziano lo spirito con cui lo ha realizzato: “Mi piacerebbe che questa mia pubblicazione suscitasse ai rugbisti, ai tifosi, ai giocatori, ma anche ai semplici spettatori quelle “EMOZIONI” che vivo continuamente in ogni “scatto” del mio lavoro e che trasmettesse la bellezza di questo mondo anche a coloro che ne sono esclusi”.
Volendo chiosare le riflessioni di Elena si può ben dire che le sue foto sono la trasposizione in immagini di stati d’animo, di sentimenti, di sensazioni. Così come la poesia è la sublimazione della semplice e spesso arida forma scritta.
Il libro è composto da 180 pagine con foto a colori e in bianconero (formato 20x30): si suddivide in capitoli in base alle diverse situazioni emotive (le vittorie e le sconfitte, il sudore e le lacrime, l’attesa del confronto dentro e fuori dal campo, la vita dura dei rugbysti). E’ già disponibile on line sul sito ufficiale di Elena (http://www.elenabarbini.com/) e lo sarà anche al Centro Geremia del Petrarca Rugby (Guizza, Padova). Nelle prossime settimane Elena presenterà il suo lavoro presso le principali club house rugbystiche del Veneto.
Il prezzo di vendita per precisa scelta dell’autrice (praticamente “simbolico”) è di soli 20 euro.
domenica 11 dicembre 2011
Film visti. Midnight in Paris (con i saluti dell'Ente per il Turismo francese...)
Midnight in Paris
Regia: Woody Allen
Con: Owen Wilson, Carla Bruni, Adrien Brody, Marion Cotillard, Kathy Bates, Léa Seydoux.
Voto: 3 su 5
Leggo le recensioni di Midnight in Paris su vari giornali. Voti altissimi, giudizi eccellenti, entusiasmo alle stelle. Mah... Possibile che all'improvviso, dopo anni di aurea mediocrità, il vecchio Woody sia tornato ai suoi antichi splendori? Me lo immagino sempre più impantanato tra un numero imprecisato di figli e qualche moglie troppo giovane per lui. Che abbia davvero ritrovato il bandolo della matassa e rinverdito la sua vena di grande "cinematografaro"? Il dubbio mi assilla, mi rode, mi attanaglia. Fidarsi delle recensioni o fare come al solito: ignorarle? Ma alla fine decido, vado.
Sabato pomeriggio. Sala semivuota, non è un buon segnale. In genere il passaparola del pubblico funziona meglio delle recensioni dei critici, troppo pensosi e intellettuali. Non che mi aspettassi la sala piena, ma neanche solo una misera decina di persone.
La vicenda narra di uno sceneggiatore hollywoodiano di successo che, ad un certo punto della sua vita e della sua carriera, decide di prendersi un anno sabbatico e cimentarsi con la scrittura vera, un romanzo tutto suo. Con la sua fidanzata di buona e ricca famiglia va fare un viaggio in Europa, vecchia e tradizionale meta degli americani in viaggio per turismo. La scelta è Parigi, la meravigliosa, straordinaria, intellettuale Parigi. Colà, tra una passeggiata sul lungo Senna e un pomeriggio di shopping, incontrano una coppia di amici. Lui è a Parigi per una conferenza alla Sorbona, è il tipico so-tutto-io, massimo esperto e gran conoscitore di ogni cosa dello scibile umano. Insomma un saccente rompiballe. Le due ragazze, grandi amiche, organizzano immediatamente seratine frizzanti tra grandi ristoranti e super discoteche. Ma il nostro protagonista/aspirante/scrittore è stufo di chiasso e confusione e inoltre non sopporta il sapientone so-tutto-io. Decide di non aggregarsi all'allegra compagnia e di preferisce solitarie, quanto rilassanti, passeggiate notturne per le strade di Parigi. Preferibilmente sotto la pioggia. Un diluvio di luoghi comuni. Un trionfo di banalità in carta patinata. Cartoline illustrate da spedire agli amici, se già non preferite la foto scattata col telefonino e spedita per mms in tempo reale. Giusto per fare invidia a chi è a casa a lavorare. Avete mai provato a girare per Parigi sotto la pioggia? Ve lo dico io che l'ho provata, fidatevi: l'acqua piovana di Parigi è una vera schifezza, umida e fastidiosa, nè più e nè meno come la pioggia italica nostrana.
L'ho fatta un po' lunga, più di quanto servisse, per introdurre bene l'antefatto. Finora è tutto di una banalità disarmante. Un grande spot pubblicitario di Parigi che potrebbe senz'altro essere stato commissionato dall'Ente per il Turismo parigino. Il protagonista, il biondo e belloccio Owen Wilson, una fotocopia ossigenata del vecchio Woody, si agita e balbetta imitando il maestro, ma riesce solo ad innervosirmi. La fidanzata, biondiccia e belloccia anche lei, è altrettanto agitata e ansiosa. I personaggi di contorno non meritano particolari menzioni. La comparsata di Carla Bruni è pleonastica e del tutto ininfluente. Andiamo bene. Comincio a guardare l'orologio. Brutto segno, indice di scadente qualità del film.
Ma, proprio quando sento che sta per arrivare l'abbiocco da noia, ecco la genialata che cambia le carte in tavola. Lo sceneggiatore/aspirante/scrittore finisce, per qualche strano motivo non precisato, proiettato indietro nel tempo. A ritroso fino agli anni '20, agli anni della grandeur artistica di Parigi. Incredibile ma vero, gli sfilano davanti, tra una festa e l'altra, personaggi come Hemingway, Scott Fitzgerald, Picasso, Gauguin, Cezanne, Toulouse Lautrec, Dalì (un Adrien Brody strepitoso), Bunuel e tutto il milieu culturale del tempo e prima ancora, a ritroso fino alla Belle Epoque. Non manca neanche un degno rappresentante del mondo musicale, tale Cole Porter, ancora sconosciuto alle masse. Tutti lì, a sorseggiare cognac o bere champagne, tra un tavolino in una brasserie e una festa sciccosa ed elegante. Tutti disponibili, giovani e di belle speranze. Nessun altezzoso atteggiamento da star, pardon, étoiles... Per forza, non sono ancora nè celebri, nè famosi. Un dipinto impressionista quando l'Impressionismo nessuno sapeva cosa fosse? Solo 500 franchi. Roba da annusare l'affare e comprarne una mezza dozzina in attesa di rivenderli a decine di milioni ciascuno...
Naturalmente il nostro scrittorucolo in trasferta da Hollywood, di fronte a mostri sacri come Scott Fitzgerald o Hemingway, va in sollucchero e vive tutto come un trionfo estatico. E come altro si potrebbe vivere una situazione del genere? Peccato che il transfert temporale funzioni solo di notte, dopo il dodicesimo rintocco e invece durante il giorno si ritrovi a fare i conti con lo zuccheroso mondo di giovani americani in vacanza a Parigi. Tutti troppo volgari, troppo dediti al meschino shopping, alle meschine feste e alle meschine discoteche. Quanta volgarità nel 2010, quanta rozzezza d'animo, quanta superficialità. Insomma per farla breve, il biondo alter ego del vecchio Woody si innamora, negli anni '20, di una modella di Picasso, una vezzosa Marion Cotillard, che nel frattempo amoreggia con quell'impenitente di Hemingway. Lo scrittorucolo vorrebbe non uscire più da quel bozzolo temporale e non lasciare più Parigi, non fare più ritorno a Hollywood, non vedere più quella lagna della fidanzata e il suo insopportabile amico sapientone. Ancher se a ben vedere, il sapientone ne dice effettivamente una di giusta quando sentenzia che l'amore per le cose antiche nasconde un'intrinseca incapacità di vivere bene il tempo presente. Una dotta analisi snocciolata con non chalance durante una visita ai giardini di Versailles con il gruppo di amici americani. Un po' il succo di tutto il film. A inseguire spasmodicamente il passato il vero rischio è di perdere di vista il presente, cioè la realtà.
Non vi dico come va a finire il film, naturalmente. La parte decisamente migliore è quella con la presenza dei grandi artisti del passato, tutti magnificamente impersonati da grandi attori da gustarsi uno a uno. Il film diventa scoppiettante e inarrestabile in un magistrale gioco tra presente e passato, tra reale e irreale. Degno del buon vecchio Woody, come non si vedeva da troppo tempo. Buona visione, nonostante tutto (gli nuoce la parte introduttiva e il caramelloso atteggiamento verso Parigi) il film lo merita, anche se sinceramente non ne parlerei in termini del tutto entusiastici, come invece si legge sui giornali.
Mais oui... Parigi, è pur sempre Parigi..., parola di Woody Allen (e dell'Ente per il Turismo parigino....).
Regia: Woody Allen
Con: Owen Wilson, Carla Bruni, Adrien Brody, Marion Cotillard, Kathy Bates, Léa Seydoux.
Voto: 3 su 5
Leggo le recensioni di Midnight in Paris su vari giornali. Voti altissimi, giudizi eccellenti, entusiasmo alle stelle. Mah... Possibile che all'improvviso, dopo anni di aurea mediocrità, il vecchio Woody sia tornato ai suoi antichi splendori? Me lo immagino sempre più impantanato tra un numero imprecisato di figli e qualche moglie troppo giovane per lui. Che abbia davvero ritrovato il bandolo della matassa e rinverdito la sua vena di grande "cinematografaro"? Il dubbio mi assilla, mi rode, mi attanaglia. Fidarsi delle recensioni o fare come al solito: ignorarle? Ma alla fine decido, vado.
Sabato pomeriggio. Sala semivuota, non è un buon segnale. In genere il passaparola del pubblico funziona meglio delle recensioni dei critici, troppo pensosi e intellettuali. Non che mi aspettassi la sala piena, ma neanche solo una misera decina di persone.
La vicenda narra di uno sceneggiatore hollywoodiano di successo che, ad un certo punto della sua vita e della sua carriera, decide di prendersi un anno sabbatico e cimentarsi con la scrittura vera, un romanzo tutto suo. Con la sua fidanzata di buona e ricca famiglia va fare un viaggio in Europa, vecchia e tradizionale meta degli americani in viaggio per turismo. La scelta è Parigi, la meravigliosa, straordinaria, intellettuale Parigi. Colà, tra una passeggiata sul lungo Senna e un pomeriggio di shopping, incontrano una coppia di amici. Lui è a Parigi per una conferenza alla Sorbona, è il tipico so-tutto-io, massimo esperto e gran conoscitore di ogni cosa dello scibile umano. Insomma un saccente rompiballe. Le due ragazze, grandi amiche, organizzano immediatamente seratine frizzanti tra grandi ristoranti e super discoteche. Ma il nostro protagonista/aspirante/scrittore è stufo di chiasso e confusione e inoltre non sopporta il sapientone so-tutto-io. Decide di non aggregarsi all'allegra compagnia e di preferisce solitarie, quanto rilassanti, passeggiate notturne per le strade di Parigi. Preferibilmente sotto la pioggia. Un diluvio di luoghi comuni. Un trionfo di banalità in carta patinata. Cartoline illustrate da spedire agli amici, se già non preferite la foto scattata col telefonino e spedita per mms in tempo reale. Giusto per fare invidia a chi è a casa a lavorare. Avete mai provato a girare per Parigi sotto la pioggia? Ve lo dico io che l'ho provata, fidatevi: l'acqua piovana di Parigi è una vera schifezza, umida e fastidiosa, nè più e nè meno come la pioggia italica nostrana.
L'ho fatta un po' lunga, più di quanto servisse, per introdurre bene l'antefatto. Finora è tutto di una banalità disarmante. Un grande spot pubblicitario di Parigi che potrebbe senz'altro essere stato commissionato dall'Ente per il Turismo parigino. Il protagonista, il biondo e belloccio Owen Wilson, una fotocopia ossigenata del vecchio Woody, si agita e balbetta imitando il maestro, ma riesce solo ad innervosirmi. La fidanzata, biondiccia e belloccia anche lei, è altrettanto agitata e ansiosa. I personaggi di contorno non meritano particolari menzioni. La comparsata di Carla Bruni è pleonastica e del tutto ininfluente. Andiamo bene. Comincio a guardare l'orologio. Brutto segno, indice di scadente qualità del film.Ma, proprio quando sento che sta per arrivare l'abbiocco da noia, ecco la genialata che cambia le carte in tavola. Lo sceneggiatore/aspirante/scrittore finisce, per qualche strano motivo non precisato, proiettato indietro nel tempo. A ritroso fino agli anni '20, agli anni della grandeur artistica di Parigi. Incredibile ma vero, gli sfilano davanti, tra una festa e l'altra, personaggi come Hemingway, Scott Fitzgerald, Picasso, Gauguin, Cezanne, Toulouse Lautrec, Dalì (un Adrien Brody strepitoso), Bunuel e tutto il milieu culturale del tempo e prima ancora, a ritroso fino alla Belle Epoque. Non manca neanche un degno rappresentante del mondo musicale, tale Cole Porter, ancora sconosciuto alle masse. Tutti lì, a sorseggiare cognac o bere champagne, tra un tavolino in una brasserie e una festa sciccosa ed elegante. Tutti disponibili, giovani e di belle speranze. Nessun altezzoso atteggiamento da star, pardon, étoiles... Per forza, non sono ancora nè celebri, nè famosi. Un dipinto impressionista quando l'Impressionismo nessuno sapeva cosa fosse? Solo 500 franchi. Roba da annusare l'affare e comprarne una mezza dozzina in attesa di rivenderli a decine di milioni ciascuno...
Naturalmente il nostro scrittorucolo in trasferta da Hollywood, di fronte a mostri sacri come Scott Fitzgerald o Hemingway, va in sollucchero e vive tutto come un trionfo estatico. E come altro si potrebbe vivere una situazione del genere? Peccato che il transfert temporale funzioni solo di notte, dopo il dodicesimo rintocco e invece durante il giorno si ritrovi a fare i conti con lo zuccheroso mondo di giovani americani in vacanza a Parigi. Tutti troppo volgari, troppo dediti al meschino shopping, alle meschine feste e alle meschine discoteche. Quanta volgarità nel 2010, quanta rozzezza d'animo, quanta superficialità. Insomma per farla breve, il biondo alter ego del vecchio Woody si innamora, negli anni '20, di una modella di Picasso, una vezzosa Marion Cotillard, che nel frattempo amoreggia con quell'impenitente di Hemingway. Lo scrittorucolo vorrebbe non uscire più da quel bozzolo temporale e non lasciare più Parigi, non fare più ritorno a Hollywood, non vedere più quella lagna della fidanzata e il suo insopportabile amico sapientone. Ancher se a ben vedere, il sapientone ne dice effettivamente una di giusta quando sentenzia che l'amore per le cose antiche nasconde un'intrinseca incapacità di vivere bene il tempo presente. Una dotta analisi snocciolata con non chalance durante una visita ai giardini di Versailles con il gruppo di amici americani. Un po' il succo di tutto il film. A inseguire spasmodicamente il passato il vero rischio è di perdere di vista il presente, cioè la realtà.
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| Foto di scena sul lungo-Senna |
Mais oui... Parigi, è pur sempre Parigi..., parola di Woody Allen (e dell'Ente per il Turismo parigino....).
giovedì 8 dicembre 2011
Don Giovanni alla Scala (il dissoluto impunito)
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| Leporello e Don Giovanni |
Fortunatamente anche quest'anno Rai5 ha trasmesso l'evento in diretta permettendone la divulgazione ad una grande quantità di appassionati e di neofiti. Sempre poco rispetto a quanto sarebbe opportuno trasmettere in tema di musica "colta" e di spettacolo classico.
La prima sorpresa è stata di vedere insieme Napolitano e Monti. Quando mai si è visto Berlusconi alla Scala? L'ultimo presidente del consiglio a presenziare alla prima fu Prodi. Berlusconi coltiva ben altri interessi... Vedere insieme le due cariche dello stato è un'immagine di forte simbolismo che fa bene al cuore e all'anima. Ce n'è un gran bisogno in questo momento in Italia.
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| Napolitano e Monti insieme alla Scala |
Le cronache ci dicono che il foyer (giudizio "di pancia") ha apprezzato e applaudito la messa in scena e l'orchestrazione, ma le stesse cronache riferiscono che dall'alto del loggione da qualche raffinato intenditore qualche contestazione è arrivata al maestro Baremboim. L'accusa sarebbe di eccessiva lentezza nella interpretazione della partitura musicale. Non ho competenze in merito, ma di certo è difficile accontentare tutti, specie chi sta lì col ditino puntato alla ricerca della nota stonata. Il mio giudizio da spettatore assolutamente "di pancia e di cuore" è certamente positivo anche se la messa in scena del canadese Carson non sfiora la magnificenza della Carmen del 2009 ad opera di Emma Dante. Tuttavia l'uso della scenografia come parte integrante del racconto è senza dubbio d'effetto ed efficace. Molto bella, al limite della genialità, la trovata del regista di inserire un enorme specchio sul fondo palcoscenico che riflette l'immagine della platea e del contorno dei vari ordini di palchi. Il pubblico guarda sè stesso riflesso sul fondale del palcoscenico. Un gioco delle parti, come a dire che Don Giovanni, il dissoluto impuntito e impenitente, siamo (anche) noi. Ognuno è libero di leggervi qualsivoglia messaggio subliminale riferito alla realtà di questi anni. Anche la scelta di far muovere gli interpreti al di fuori del perimetro del palcoscenico è senza dubbio contro corrente in ambiente lirico, solitamente molto poco incline alle innovazioni. In particolare di grande effetto è stata l'idea di piazzare il "Commendatore" al momento del suo monito finale proprio sul palco delle autorità (tra Napolitano e Monti).
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| La locandina praghese del 1787 |
Esiste una disputa (molto dotta) sul finale dell'opera. In particolare sulla scena 20 in cui tutti i personaggi si trovano sul palco per commentare la fine di Don Giovanni. Il libretto recita la morale conclusiva con tre versi "Questo è il fin di chi fa mal:/E de' perfidi la morte/Alla vita è sempre ugual". L'opera fu scritta da Mozart nel 1787 e debuttò prima a Praga e poi a Vienna. La differenza tra le due versioni starebbe proprio nel finale della scena 20. La versione viennese ne sarebbe stata priva (fermandosi quindi alla 19), perchè ritenuta poco in linea con la mentalità della capitale dell'Impero.
Questione di lana caprina? Per i dotti filologi mozartiani pare proprio di no, visto che a distanza di oltre due secoli ancora se ne parla...
giovedì 1 dicembre 2011
Libri. Alex, storia tragica di una donna
Alex
di Pierre Lemaitre
Nomen omen, dicevano i latini. Ovvero "di nome e di fatto". L'autore di questo splendido libro è Pierre Lemaitre, il cui cognome tradotto in italiano significa: "il maestro". Maestro di nome e di fatto. Per me è una scoperta in quanto si tratta di un autore finora sconosciuto. Invece leggo che in Francia gode di un indiscusso successo, già prima della pubblicazione di Alex.
Alex è un nome di donna, una giovane donna di bell'aspetto, consapevole della sua bellezza che usa spesso in maniera alquanto spregiudicata. Succede che una certa sera venga brutalmente rapita da uno sconosciuto che la picchia selvaggiamente e la rinchiude in una gabbia di legno sospesa nel vuoto in un edificio abbandonato infestato dai topi. La lascia lì da sola, a morire di fame e di sete, a fare da esca per quegli schifosi roditori affamati e feroci. E' evidentemente mosso da una voglia di vendetta incontenibile. Ma perchè? Qual è il legame tra vittima e carnefice? Sono solo le prime domande che sorgono all'avvio del libro. In seguito altri dubbi e altri interrogativi si porranno e a tutti Lemaitre darà risposta. Un libro vulcanico che non finisce mai di stupire.
A indagare sul caso di rapimento è chiamato Camille Verhoeven, un abile poliziotto (comandante, nel gergo francese) con una storia personale tormentata e dall'aspetto fisico molto particolare. E' poco più di un nano (avete presente il senatore Brunetta...?); durante la gravidanza sua mamma fumava in maniera smodata e il feto, alla nascita, ne subisce le conseguenze con un ritardo di sviluppo fisico. Un rapporto tra madre e figlio che il comandante Camille si porta dietro per tutta la vita e che Lemaitre pone tra gli elementi cardine del libro aggiungendoli alla trama strettamente poliziesca. Posto il rapimento di Alex come punto di inzio del racconto, Lemaitre sviluppa l'intera vicenda del libro che definire appassionante nei suoi sviluppi è decisamente limitativo.
Il libro è strutturato su due piani narrativi. Uno è quello dal punto di vista di Alex, la vittima; l'altro è quello del comandante Camille Verhoeven. Un'ulteriore suddivisione in tre parti il racconto. Al termine della prima la vicenda giunge ad un punto che sembrerebbe conclusivo e definitivo, ma di fronte ad altre duecento pagine viene da chiedersi cosa debba succedere ancora. E infatti il racconto riparte con nuovi colpi di scena e un crescendo di suspence. Stesso discorso al termine della seconda parte. Stesso interrogativo per il prosieguo della vicenda e subito nuovamente altre situazioni che "acchiappano" fortissimamente il lettore.
Diavolo di un Lemaitre! Riesce a dare nuova energia ad ogni pagina e suscitare interesse ad ogni capitolo. Veramente un maestro (nomen omen...) di scrittura e di inventiva.
Non posso assolutamente aggiungere una parola di più sulla vicenda per non svelare nulla. Non sarebbe giusto nei confronti di chi leggerà il libro. Posso solo suggerire di fidarvi di me. Alex vi terrà col fiato sospeso fino all'ultima pagina, anzi fino all'ultima riga. Invece posso dirvi che il libro non è solo un racconto poliziesco ma riesce a scavare in profondità nei personaggi, descritti in maniera mirabile e approfondita, pur senza mai essere pedante o noioso. Tutta la tragica storia personale di Alex e della sua famiglia sono portanti nell'economia del libro. Alex comincia con l'essere una storia prettamente poliziesca, ma finisce con divenire un'introspezione spietata di personaggi e situazioni sconvolgenti. La famiglia da guscio protettivo e accogliente si trasforma in un inferno distruttivo. Una cosa non cambia dall'inizio alla fine del libro: il destino di Alex, sulla cui vita tutti sembrano esercitarsi in ogni sorta di tragico sadismo senza limiti.
Datemi retta, un gran libro scritto da un vero maestro.
P.S.: attenzione nel capitolo finale all'ultimo scambio di battute tra il comandante Verhoeven e il suo collaboratore...!
di Pierre Lemaitre
Nomen omen, dicevano i latini. Ovvero "di nome e di fatto". L'autore di questo splendido libro è Pierre Lemaitre, il cui cognome tradotto in italiano significa: "il maestro". Maestro di nome e di fatto. Per me è una scoperta in quanto si tratta di un autore finora sconosciuto. Invece leggo che in Francia gode di un indiscusso successo, già prima della pubblicazione di Alex.
Alex è un nome di donna, una giovane donna di bell'aspetto, consapevole della sua bellezza che usa spesso in maniera alquanto spregiudicata. Succede che una certa sera venga brutalmente rapita da uno sconosciuto che la picchia selvaggiamente e la rinchiude in una gabbia di legno sospesa nel vuoto in un edificio abbandonato infestato dai topi. La lascia lì da sola, a morire di fame e di sete, a fare da esca per quegli schifosi roditori affamati e feroci. E' evidentemente mosso da una voglia di vendetta incontenibile. Ma perchè? Qual è il legame tra vittima e carnefice? Sono solo le prime domande che sorgono all'avvio del libro. In seguito altri dubbi e altri interrogativi si porranno e a tutti Lemaitre darà risposta. Un libro vulcanico che non finisce mai di stupire.
A indagare sul caso di rapimento è chiamato Camille Verhoeven, un abile poliziotto (comandante, nel gergo francese) con una storia personale tormentata e dall'aspetto fisico molto particolare. E' poco più di un nano (avete presente il senatore Brunetta...?); durante la gravidanza sua mamma fumava in maniera smodata e il feto, alla nascita, ne subisce le conseguenze con un ritardo di sviluppo fisico. Un rapporto tra madre e figlio che il comandante Camille si porta dietro per tutta la vita e che Lemaitre pone tra gli elementi cardine del libro aggiungendoli alla trama strettamente poliziesca. Posto il rapimento di Alex come punto di inzio del racconto, Lemaitre sviluppa l'intera vicenda del libro che definire appassionante nei suoi sviluppi è decisamente limitativo.
Il libro è strutturato su due piani narrativi. Uno è quello dal punto di vista di Alex, la vittima; l'altro è quello del comandante Camille Verhoeven. Un'ulteriore suddivisione in tre parti il racconto. Al termine della prima la vicenda giunge ad un punto che sembrerebbe conclusivo e definitivo, ma di fronte ad altre duecento pagine viene da chiedersi cosa debba succedere ancora. E infatti il racconto riparte con nuovi colpi di scena e un crescendo di suspence. Stesso discorso al termine della seconda parte. Stesso interrogativo per il prosieguo della vicenda e subito nuovamente altre situazioni che "acchiappano" fortissimamente il lettore.
Diavolo di un Lemaitre! Riesce a dare nuova energia ad ogni pagina e suscitare interesse ad ogni capitolo. Veramente un maestro (nomen omen...) di scrittura e di inventiva.
Non posso assolutamente aggiungere una parola di più sulla vicenda per non svelare nulla. Non sarebbe giusto nei confronti di chi leggerà il libro. Posso solo suggerire di fidarvi di me. Alex vi terrà col fiato sospeso fino all'ultima pagina, anzi fino all'ultima riga. Invece posso dirvi che il libro non è solo un racconto poliziesco ma riesce a scavare in profondità nei personaggi, descritti in maniera mirabile e approfondita, pur senza mai essere pedante o noioso. Tutta la tragica storia personale di Alex e della sua famiglia sono portanti nell'economia del libro. Alex comincia con l'essere una storia prettamente poliziesca, ma finisce con divenire un'introspezione spietata di personaggi e situazioni sconvolgenti. La famiglia da guscio protettivo e accogliente si trasforma in un inferno distruttivo. Una cosa non cambia dall'inizio alla fine del libro: il destino di Alex, sulla cui vita tutti sembrano esercitarsi in ogni sorta di tragico sadismo senza limiti.
Datemi retta, un gran libro scritto da un vero maestro.
P.S.: attenzione nel capitolo finale all'ultimo scambio di battute tra il comandante Verhoeven e il suo collaboratore...!
mercoledì 30 novembre 2011
Cosa c'è di più bello del sole d'inverno ...in moto
Ok, siamo in novembre, quindi tecnicamente è ancora autunno. Ma il sole di questi giorni è bellissimo. La temperatura esterna si aggira tra 0° e 7-8° nelle ore più calde. Approfitto appena posso per mettermi tranquillo faccia al sole a farmi scaldare dai raggi tiepidi e carezzevoli. In pausa pranzo al lavoro mi ritaglio sempre dieci minuti inn un angolo soleggiato prima di reintarre in ufficio. Mi rigenera, mi appaga e mi riconcilia con me stesso. Inutile dire che approfitto anche per fumare un mezzo toscano.
Domenica mi sono svegliato piuttosto presto, come d'abitudine. Il mio orologio biologico non accetta il fatto che nel fine settimana potrebbe rilassarsi e lascisrmi dormire un po' più del solito. E pensare che una volta mi facevo di quelle tirate di sonno da 8-10 ore continue e anche di più. Adesso invece è raro se supero le sei ore. Invecchiare significa anche questo? Non mi piace affatto.
Dicevo di domenica. Do un'occhiata fuori dalla finestra. Un sole splendido. Il termometro segna zero gradi. Faccio le mie cose. Leggo un po', porto giù Jack a fare la sua passeggiatina del mattino. Si fanno le 8.30. Temperatura quasi 2 gradi. Va meglio. Decido al volo, senza pensarci troppo, sennò va a finire cha cambio idea. Mi vesto di tutto punto "da moto": calzamaglia e maglietta della pelle termiche in tessuto tecnico (chissà che vuol dire). Un bel pile, pantaloni da moto con rinforzi e protezioni anticadute; giacca da moto invernale con imbottitura. Casco, guanti, scarponcini alti in caviglia e via. Peccato non avere gli stivali da moto. Ma non riesco a trovare la mia misura. Mai trovato un 48 in tanti anni. Scarpe da basket a caviglia alta a volontà, ma stivale da moto niente da fare. Ma non ci sono motociclisti con il piede misura 48? Sono l'unico?
Non c'è in giro anima viva. Men che meno motociclisti. Ma sono tutti ancora sotto le coperte a dormire o in pasticceria a sbafare cappuccini e brioches? Esco dalla città e prendo la direzione del mare, verso Chioggia. Da lì imbocco la Romea e proseguo in direzione sud verso il Delta del Po. Ci sono stato anche questa estate, ma faceva un caldo torrido. Almeno trenta gradi in più di oggi. Da un estremo all'altro.
La giacca da moto tiene benissimo il freddo e l'aria. Un paio di gradi in moto sono piuttosto pesantucci da sopportare se l'abbigliamento non è adeguato. Per fortuna non è così e il freddo rimane all'esterno. Anche la carenatura della mia Aprilia Caponord fa il suo dovere e mi ripara in modo eccezionale. Unici punti dove patisco il freddo, i piedi e le mani. Ma è solo per i primi 20 minuti, poi in qualche modo il freddo passa (o sono le mani che si adeguano e reagiscono al freddo?) e tutto procede più che bene, pur trattandosi di temperature proibitive.
Arrivo sul Delta. Il panorama si apre a 360°, l'aria e tersa e trasparente. I colori sono sgargianti. Arrivo sulla spiaggia di Boccasette. Il mare è piatto come l'olio. Non un'increspatura, non un'onda. La temperatura è salita. Siamo a 7-8 gradi almeno. Al sole si sta benissimo. Più ci rimango immobile, più lasensazione di tepore cresce. Il termometro della moto segna effettivamente 8 gradi, ma la sensazione è che siano di più. Mi tolgo la giacca imbottita, il pile è più che sufficiente. Mi trovo un punto comodo per sedermi sulla sabbia, tra le capanne vuote e sprangate di un bar ristorante chiuso per la stagione invernale. Silenzio assoluto. Pace e tranquillità che sembrano quasi palpabili, da poter toccare con mano. Non si sente il rumore del mare, non essendoci onde che si frangono sulla spiaggia. Il vento soffia leggero o quasi inesistente. Neanche i gabbiani sembrano osare di rompere il silenzio e la tranquillità del posto. Fantastico.
Una piacevolezza simile l'ho trovata solo in montagna, nel silenzio delle valli e delle vette imbiancate. Ma è molto più consueto che tanto silenzio regni in montagna. Al mare lo sciabordio dell'acqua sulla riva è quasi inevitabile e fa da sottofondo costante e ineliminabile. Non oggi, non qui a Boccasette. Qui oggi c'è solo silenzio e pace assoluta. Fantastico.
Si fa ora di pranzo. Comincio ad avere fame. Prendo la statale Romea a ritroso e arrivo a Chioggia. Conosco un posticino dove fanno certe mozzarelle in carrozza da far resuscitare un morto. Parcheggio la moto in centro. Sono quasi le 14, i ciosoti sono tutti a pranzo. Il bar rosticceria è semideserto. Mi siedo ad un tavolino all'aperto. In pieno sole, si sta benissimo. C'è anche il fungo a gas che dovrebbe servire a scaldare gli avventori che si siedono all'aperto. Ma non ce n'è bisogno. Ordino due mozzarelle in carrozza calde, appena uscite dalla friggitrice e un bicchiere di cabernet. Roba da far resuscitare i morti... ovvero i motociclisti che viaggiano anche col freddo novembrino. Roba da matti, a ben pensarci. Ma si sa che i motociclisti sono un po' matti.
E poi, cosa c'è di più bello del sole d'inverno ...in moto?
Domenica mi sono svegliato piuttosto presto, come d'abitudine. Il mio orologio biologico non accetta il fatto che nel fine settimana potrebbe rilassarsi e lascisrmi dormire un po' più del solito. E pensare che una volta mi facevo di quelle tirate di sonno da 8-10 ore continue e anche di più. Adesso invece è raro se supero le sei ore. Invecchiare significa anche questo? Non mi piace affatto.
Dicevo di domenica. Do un'occhiata fuori dalla finestra. Un sole splendido. Il termometro segna zero gradi. Faccio le mie cose. Leggo un po', porto giù Jack a fare la sua passeggiatina del mattino. Si fanno le 8.30. Temperatura quasi 2 gradi. Va meglio. Decido al volo, senza pensarci troppo, sennò va a finire cha cambio idea. Mi vesto di tutto punto "da moto": calzamaglia e maglietta della pelle termiche in tessuto tecnico (chissà che vuol dire). Un bel pile, pantaloni da moto con rinforzi e protezioni anticadute; giacca da moto invernale con imbottitura. Casco, guanti, scarponcini alti in caviglia e via. Peccato non avere gli stivali da moto. Ma non riesco a trovare la mia misura. Mai trovato un 48 in tanti anni. Scarpe da basket a caviglia alta a volontà, ma stivale da moto niente da fare. Ma non ci sono motociclisti con il piede misura 48? Sono l'unico?
Non c'è in giro anima viva. Men che meno motociclisti. Ma sono tutti ancora sotto le coperte a dormire o in pasticceria a sbafare cappuccini e brioches? Esco dalla città e prendo la direzione del mare, verso Chioggia. Da lì imbocco la Romea e proseguo in direzione sud verso il Delta del Po. Ci sono stato anche questa estate, ma faceva un caldo torrido. Almeno trenta gradi in più di oggi. Da un estremo all'altro.
La giacca da moto tiene benissimo il freddo e l'aria. Un paio di gradi in moto sono piuttosto pesantucci da sopportare se l'abbigliamento non è adeguato. Per fortuna non è così e il freddo rimane all'esterno. Anche la carenatura della mia Aprilia Caponord fa il suo dovere e mi ripara in modo eccezionale. Unici punti dove patisco il freddo, i piedi e le mani. Ma è solo per i primi 20 minuti, poi in qualche modo il freddo passa (o sono le mani che si adeguano e reagiscono al freddo?) e tutto procede più che bene, pur trattandosi di temperature proibitive.
Arrivo sul Delta. Il panorama si apre a 360°, l'aria e tersa e trasparente. I colori sono sgargianti. Arrivo sulla spiaggia di Boccasette. Il mare è piatto come l'olio. Non un'increspatura, non un'onda. La temperatura è salita. Siamo a 7-8 gradi almeno. Al sole si sta benissimo. Più ci rimango immobile, più lasensazione di tepore cresce. Il termometro della moto segna effettivamente 8 gradi, ma la sensazione è che siano di più. Mi tolgo la giacca imbottita, il pile è più che sufficiente. Mi trovo un punto comodo per sedermi sulla sabbia, tra le capanne vuote e sprangate di un bar ristorante chiuso per la stagione invernale. Silenzio assoluto. Pace e tranquillità che sembrano quasi palpabili, da poter toccare con mano. Non si sente il rumore del mare, non essendoci onde che si frangono sulla spiaggia. Il vento soffia leggero o quasi inesistente. Neanche i gabbiani sembrano osare di rompere il silenzio e la tranquillità del posto. Fantastico.
Una piacevolezza simile l'ho trovata solo in montagna, nel silenzio delle valli e delle vette imbiancate. Ma è molto più consueto che tanto silenzio regni in montagna. Al mare lo sciabordio dell'acqua sulla riva è quasi inevitabile e fa da sottofondo costante e ineliminabile. Non oggi, non qui a Boccasette. Qui oggi c'è solo silenzio e pace assoluta. Fantastico.
Si fa ora di pranzo. Comincio ad avere fame. Prendo la statale Romea a ritroso e arrivo a Chioggia. Conosco un posticino dove fanno certe mozzarelle in carrozza da far resuscitare un morto. Parcheggio la moto in centro. Sono quasi le 14, i ciosoti sono tutti a pranzo. Il bar rosticceria è semideserto. Mi siedo ad un tavolino all'aperto. In pieno sole, si sta benissimo. C'è anche il fungo a gas che dovrebbe servire a scaldare gli avventori che si siedono all'aperto. Ma non ce n'è bisogno. Ordino due mozzarelle in carrozza calde, appena uscite dalla friggitrice e un bicchiere di cabernet. Roba da far resuscitare i morti... ovvero i motociclisti che viaggiano anche col freddo novembrino. Roba da matti, a ben pensarci. Ma si sa che i motociclisti sono un po' matti.
E poi, cosa c'è di più bello del sole d'inverno ...in moto?
domenica 20 novembre 2011
Film visti. Stai sereno!
Scialla!
Regia: Francesco Bruni
Con: Fabrizio Bentivoglio, Barbora Bobulova, Filippo Scicchitano, Vinicio Marchioni
[Voto: 3,5 su 5]
Il professor Beltrame (Fabrizio Bentivoglio) è un insegnante in disarmo, fancazzista per scelta e per indole. Alternativo e fuori dagli schemi. Ha lasciato l'insegnamento attivo per dedicarsi alle ripetizioni private più agili da gestire e meno impegnative professionalmete. Arrotionda anche scrivendo "i libri degli altri", ossia biografie su commissione. Veneto (padovano?) trapiantato a Roma da una vita, non ama il calcio, ma gli piace il pallone ovale e tifa per il Cus Padova. E questo già lo rende simpatico... Un certo giorno si fa viva una sua ex, di cui aveva perso il ricordo e le tracce, che gli affida a sorpresa il figlio che lui non sapeva di avere, ma che, guarda il "caso" (?), già conosceva essendo un suo allievo di ripetizioni. Insomma per uno che ha già i suoi problemi esistenziali scoprire all'improvviso l'esistenza di un figlio è un colpo mica da poco...
Questo è il canovaccio su cui si costruisce Scialla! il film di Francesco Bruni premiato all'ultima Mostra del cinema di Venezia con un premio minore. Un premio meritatissimo, perchè il film è piacevolissimo, ben diretto, ottimamente scritto e ben recitato. Un film deve prima di tutto raccontare una storia e se Scialla! riesce bene in questo compito il merito è senz'altro della sceneggiatura che non è costruita astrattamente a tavolino, ma agganciata alla realtà. Il personaggio di Luca, il figlio un po' guascone e svogliato a scuola, ma vivo e intelligente, è "vero" e potrebbe essere il compagno di classe di uno dei nostri figli in età studentesca. Il tipo è comune e lo si trova ovunque: pantaloni portati bassi a fil di natica con mutanda firmata ben in vista. Camminata a gambe larghe, faccia da schiaffi e sguardo sprezzante. Insomma atteggiamenti da bulletti, ma imberbi. Il linguaggio è alquanto criptico, ma sicuramente per limiti del sottoscritto che non ha dimistichezza con il mondo giovanile adolescenziale contemporaneo. Le mie figlie hanno da tempo superato quell'età e certe terminologie mi sono sconosciute. A cominciare dal titolo che in gergo significherebbe "stai sereno". Sarebbe curioso risalire all'etimologia del termine. A me ricorda "Insciallah", espressione araba (Se Dio vuole) e titolo di un famoso best seller di Oriana Fallaci. Ma dubito che c'entri qualcosa. Il film è un lungo florilegio di termini in uso tra i ragazzi, mi sfugge se limitato al dialetto romanesco (Luca è romano e il film è ambientato a Roma) o se si tratti di un linguaggio generazionale che va oltre i confini della capitale.
Ma a parte questi particolari di scrittura, il film fila via piacevole e accattivante, per tutta la sua durata. Bentivoglio è sempre il solito gigione, con la sua parlata simil-veneta che sembra voglia sempre prenderti per i fondelli, il giovane attore che fa Luca è credibilissimo e, anzi, sembra preso direttamente da un liceo romano e teletrasportato sul set cinematografico. Da antologia i dialoghi surreali sulla doppia penetrazione e il pompino stereofonico tra il professor Beltrame/Fabrizio Bentivoglio che si guadagna da vivere scrivendo la biografi dell'ex pornostar Tina/Barbara Bobulova. Nessun eccesso, nessuna volgarità, ma dialoghi intelligenti e frizzanti. In una parola: veri.
Come vero e credibile è tutto il film, cosa rara e decisamente apprezzabile, pur trattandosi di una commedia. E solitamente le commedie per il cinema italiano sono tutt'altro che agganciate alla realtà e credibili.
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Regia: Francesco Bruni
Con: Fabrizio Bentivoglio, Barbora Bobulova, Filippo Scicchitano, Vinicio Marchioni
[Voto: 3,5 su 5]
Il professor Beltrame (Fabrizio Bentivoglio) è un insegnante in disarmo, fancazzista per scelta e per indole. Alternativo e fuori dagli schemi. Ha lasciato l'insegnamento attivo per dedicarsi alle ripetizioni private più agili da gestire e meno impegnative professionalmete. Arrotionda anche scrivendo "i libri degli altri", ossia biografie su commissione. Veneto (padovano?) trapiantato a Roma da una vita, non ama il calcio, ma gli piace il pallone ovale e tifa per il Cus Padova. E questo già lo rende simpatico... Un certo giorno si fa viva una sua ex, di cui aveva perso il ricordo e le tracce, che gli affida a sorpresa il figlio che lui non sapeva di avere, ma che, guarda il "caso" (?), già conosceva essendo un suo allievo di ripetizioni. Insomma per uno che ha già i suoi problemi esistenziali scoprire all'improvviso l'esistenza di un figlio è un colpo mica da poco...
Questo è il canovaccio su cui si costruisce Scialla! il film di Francesco Bruni premiato all'ultima Mostra del cinema di Venezia con un premio minore. Un premio meritatissimo, perchè il film è piacevolissimo, ben diretto, ottimamente scritto e ben recitato. Un film deve prima di tutto raccontare una storia e se Scialla! riesce bene in questo compito il merito è senz'altro della sceneggiatura che non è costruita astrattamente a tavolino, ma agganciata alla realtà. Il personaggio di Luca, il figlio un po' guascone e svogliato a scuola, ma vivo e intelligente, è "vero" e potrebbe essere il compagno di classe di uno dei nostri figli in età studentesca. Il tipo è comune e lo si trova ovunque: pantaloni portati bassi a fil di natica con mutanda firmata ben in vista. Camminata a gambe larghe, faccia da schiaffi e sguardo sprezzante. Insomma atteggiamenti da bulletti, ma imberbi. Il linguaggio è alquanto criptico, ma sicuramente per limiti del sottoscritto che non ha dimistichezza con il mondo giovanile adolescenziale contemporaneo. Le mie figlie hanno da tempo superato quell'età e certe terminologie mi sono sconosciute. A cominciare dal titolo che in gergo significherebbe "stai sereno". Sarebbe curioso risalire all'etimologia del termine. A me ricorda "Insciallah", espressione araba (Se Dio vuole) e titolo di un famoso best seller di Oriana Fallaci. Ma dubito che c'entri qualcosa. Il film è un lungo florilegio di termini in uso tra i ragazzi, mi sfugge se limitato al dialetto romanesco (Luca è romano e il film è ambientato a Roma) o se si tratti di un linguaggio generazionale che va oltre i confini della capitale.
Ma a parte questi particolari di scrittura, il film fila via piacevole e accattivante, per tutta la sua durata. Bentivoglio è sempre il solito gigione, con la sua parlata simil-veneta che sembra voglia sempre prenderti per i fondelli, il giovane attore che fa Luca è credibilissimo e, anzi, sembra preso direttamente da un liceo romano e teletrasportato sul set cinematografico. Da antologia i dialoghi surreali sulla doppia penetrazione e il pompino stereofonico tra il professor Beltrame/Fabrizio Bentivoglio che si guadagna da vivere scrivendo la biografi dell'ex pornostar Tina/Barbara Bobulova. Nessun eccesso, nessuna volgarità, ma dialoghi intelligenti e frizzanti. In una parola: veri.
Come vero e credibile è tutto il film, cosa rara e decisamente apprezzabile, pur trattandosi di una commedia. E solitamente le commedie per il cinema italiano sono tutt'altro che agganciate alla realtà e credibili.
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Libri. Calma apparente a Fjällbacka
LO SCALPELLINOdi Camilla Läckberg
Fjällbacka, località turistica estiva della Svezia sud occidentale. Affacciata sul mare, in lontananza probabilmente nelle giornate serene e limpide si possono scorgere le coste della vicina Danimarca. Più a nord il confine con la Norvegia. Un posto bellissimo, anche se desolato per 10 mesi l'anno, neanche mille gli abitanti residenziali.
Un piccolo angolo di paradiso in una terra ghiacciata nella brutta stagione dove la scrittrice Camilla Lackberg ambienta i suoi romanzi polizieschi. Lo scalpellino è il terzo libro della serie di grande successo (vedi in questo stesso blog Il predicatore e La principessa di ghiaccio) che ha portato l'autrice a porsi subito dietro Stig Larsson e la sua trilogia Millennium nella graduatoria degli scrittori svedesi più letti nel mondo. Alcuni personaggi fissi (il poliziotto Patrick e sua moglie Erica, ma non solo) e altri invece introdotti appositamente seguendo le esigenze narrative.
Essendo ormai giunti al terzo romanzo si possono individuare dei temi ricorrenti. Due sembrano essere di maggior rilievo: a) le apparenze borghesi e perbeniste dietro la cui facciata si nasconde una realtà spesso spietata e feroce; b) l'esasperazione del credo religioso visto come un'ossessione deviante e pericolosa se portata verso una rigida interpretazione e osservanza. Per il resto Camilla ci presenta un ventaglio di umanità, di abitudini e stili di vita tipicamente nordici che, al di là della trama poliziesca di fondo, costituiscono certamente gli aspetti più interessanti dei suoi romanzi. Sicuramente istruttivi anche se a volte alquanto "raccapriccianti" per noi mediterranei. Mi spiego con un piccolo esempio a proposito dei cibi e dei gusti alimentari. Il protagonista Patrick, poliziotto brillante e intelligente, suole fare colazione o uno spuntino ingurgitando una tazza di cioccolata calda, due o tre fette di pane, burro, formaggio da spalmare e crema di uova di merluzzo (!!!). Pensate che schifezza immangiabile e imbevibile deve essere un cocktail del genere con i sapori di cioccolata, formaggio e pesce mischiati insieme... Bleah, preferisco non pensarci...
| Fjällbacka |
Come detto, il tema principale è la verità nascosta che si cela sotto la corteccia esteriore della rispettabile e perbenista società svedese. Poco o nulla è in realtà ciò che sembra in apparenza. Le indagini di Patrick sembrano essere ad un punto morto, proprio perchè l'apparenza esteriore dei personaggi e delle rispettive famiglie di appartenenza sembrano coriacee e inattaccabili. Un continuo scavare e indagare oltre tali apparenze riescono a portare qualche risultato. Ma non basta. Solo un caso fortuito e un'intuizione improvvisa riusciranno a far sì che Patrick possa trovare il bandolo della matassa per risolvere il caso della bambina annegata in acqua dolce e ritrovata cadavere in mare aperto al largo di Fjällbacka.
| Camilla Läckberg |
Ebbene la protagonista Erica è l'esatto contrario di quel modello stereotipato di mamma dura e inflessibile che, sorda ai pianti del bambino, segue imperterrita i principi educativi nordici. Balle. Erica ne fa addirittura una malattia depressiva dello star dietro ai pianti della piccola Maya, dei suoi ritmi di veglia e sonno, del ritmo delle pappe. La sua vita e quella coniugale con Patrick sono cadenzati dai ritmi imposti dalla neonata che detta legge a forza di pianti e di strilli. Alla faccia dell'imperturbabile inflessibilità dei genitori nordici...
Vabbè, siamo partiti da una trama poliziesca e siamo finiti a parlare di principi educativi dei figli. Cose che capitano discorrendo di libri.... Per fortuna.
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mercoledì 16 novembre 2011
"El gateo dea Morena, poareto!"
Ieri pomeriggio, verso l'imbrunire. All'orizzonte sul profilo frastagliato dei Colli Euganei splendevano i riflessi rossastri del sole al tramonto. Un'atmosfera magica. Colori accesissimi e intensi da rimpiangere di non avere con sè la macchina fotografica. Come se non bastasse, a rendere la prospettiva ancora più accattivante, una leggera bruma che sfumava i contorni dando al tutto un effetto flou naturale. Impalpabile, morbido e soffice. Uno di quegli spettacoli della natura che ti mettono in pace col mondo.
Procedo su una provinciale di campagna poco trafficata quando in mezzo alla strada scorgo una macchia scura. Quasi uno straccio buttato là. Magari, chissà, una sciarpa o dei guanti sfuggiti a qualcuno di passaggio. Mi avvicino sempre di più e mi accorgo che non si tratta di una vecchia sciarpa, ma di un gatto. Lo evito e mi fermo a lato. Mi avvicino, è un piccolo gattino a prima vista di pochi mesi. E' riverso sull'asfalto, appoggiato su un fianco. Le zampe di dietro immobili e inerti, mentre con quelle anteriori cerca di spostarsi da lì portandosi dietro un fardello che immagino dolorosissimo. Evidentemente deve essere stato travolto da una macchina o da un altro mezzo. Che non lo ha schiacciato e ucciso sul colpo, ma lo ha preso di striscio, magari cercando di evitarlo, probabilmente fratturandogli il bacino.
Deve essere successo da pochissimo. Nell'arco di questi pochi minuti il micino ha raggiunto il ciglio della strada, sull'erba verso il fosso. Proprio lì accanto c'è una casa di contadini, con il cortile, gli attrezzi agricoli, il trattore. Entro per vedere se c'è qualcuno. Magari il micino è loro, magari gli possono dare aiuto. Magari nelle vicinanze c'è un veterinario. In campagna è facile che i contadini abbiano frequenti rapporti con un veterinario. Vuoi che non ce ne sia uno nei paraggi?
Vado dentro, suono al campanello, aspetto che esca qualcuno. Dopo qualche istante si affaccia sull'uscio una signora piuttosto anziana, capelli bianchi. Faccia rubizza e incartapecorita di chi ha passato una vita al sole e all'aria aperta tutto il giorno. Spiego perchè sono lì, dico che c'è un gattino sulla strada che ha bisogno di cure. "Ah madona, el gateo de a me nevoda!" dice la vecchietta. Il gattino di mia nipote... Si fa indicare dov'è il micino, anche se il miagolio si sente da lontano nella semioscurità indicando la direzione da prendere. Nel frattempo sta calando una nebbia pesante e fredda. Densa e scura, da tagliare con il coltello. E' la prima nebbia della stagione e contrasta in maniera assurda con lo splendore del tramonto di pochi minuti prima. Lo stesso contrasto stridente del miagolio disperato del micino col silenzio assoluto e quasi pauroso della campagna. "El gateo dea Morena, poareto!", dice subito la nonna (il gattino di Morena, poverino). Morena dev'essere la nipotina.
Rientriamo in casa per prendere qualcosa per trasportare il gattino senza fargli troppo male tenendolo il più immobile possibile. Cerca e ricerca, la nonnina tira fuori un vassoio da caffè. Quelli belli di peltro che si usano per servire le tazzine di caffè o di the agli ospiti di riguardo. Lo useremo come una barella. Nel frattempo telefona a qualcuno e capisco che si tratta di un veterinario. Sarà quello che fa nascere i vitelli in stalla, andrà bene anche per un gattino. Torniamo fuori. Il silenzio è totale. Non si sente più il micino miagolare. Un silenzio che sa di morte. Ci avviciniamo al ciglio della strada. Lui è ancora lì, sull'erba, immerso nella nebbia. Ma non si muove più. Non si lamenta più. E' immobile del tutto adagiato su un fianco, ha finito di soffrire. Povero micino. Pochi mesi, neanche ha fatto in tempo a vedere cosa ci fosse oltre il fosso al di là della strada, che odori strani, che mondo misterioso..., che la sua vita era già finita. La vecchietta piange, non so se per il gattino oper come ci resterà male la sua nipotina Morena. Io saluto e me ne vado, non voglio mettermi a tirar su col naso anch'io....
Addio, piccolo gateo dea Morena, poareto.
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Procedo su una provinciale di campagna poco trafficata quando in mezzo alla strada scorgo una macchia scura. Quasi uno straccio buttato là. Magari, chissà, una sciarpa o dei guanti sfuggiti a qualcuno di passaggio. Mi avvicino sempre di più e mi accorgo che non si tratta di una vecchia sciarpa, ma di un gatto. Lo evito e mi fermo a lato. Mi avvicino, è un piccolo gattino a prima vista di pochi mesi. E' riverso sull'asfalto, appoggiato su un fianco. Le zampe di dietro immobili e inerti, mentre con quelle anteriori cerca di spostarsi da lì portandosi dietro un fardello che immagino dolorosissimo. Evidentemente deve essere stato travolto da una macchina o da un altro mezzo. Che non lo ha schiacciato e ucciso sul colpo, ma lo ha preso di striscio, magari cercando di evitarlo, probabilmente fratturandogli il bacino.
Deve essere successo da pochissimo. Nell'arco di questi pochi minuti il micino ha raggiunto il ciglio della strada, sull'erba verso il fosso. Proprio lì accanto c'è una casa di contadini, con il cortile, gli attrezzi agricoli, il trattore. Entro per vedere se c'è qualcuno. Magari il micino è loro, magari gli possono dare aiuto. Magari nelle vicinanze c'è un veterinario. In campagna è facile che i contadini abbiano frequenti rapporti con un veterinario. Vuoi che non ce ne sia uno nei paraggi?
Vado dentro, suono al campanello, aspetto che esca qualcuno. Dopo qualche istante si affaccia sull'uscio una signora piuttosto anziana, capelli bianchi. Faccia rubizza e incartapecorita di chi ha passato una vita al sole e all'aria aperta tutto il giorno. Spiego perchè sono lì, dico che c'è un gattino sulla strada che ha bisogno di cure. "Ah madona, el gateo de a me nevoda!" dice la vecchietta. Il gattino di mia nipote... Si fa indicare dov'è il micino, anche se il miagolio si sente da lontano nella semioscurità indicando la direzione da prendere. Nel frattempo sta calando una nebbia pesante e fredda. Densa e scura, da tagliare con il coltello. E' la prima nebbia della stagione e contrasta in maniera assurda con lo splendore del tramonto di pochi minuti prima. Lo stesso contrasto stridente del miagolio disperato del micino col silenzio assoluto e quasi pauroso della campagna. "El gateo dea Morena, poareto!", dice subito la nonna (il gattino di Morena, poverino). Morena dev'essere la nipotina.
Rientriamo in casa per prendere qualcosa per trasportare il gattino senza fargli troppo male tenendolo il più immobile possibile. Cerca e ricerca, la nonnina tira fuori un vassoio da caffè. Quelli belli di peltro che si usano per servire le tazzine di caffè o di the agli ospiti di riguardo. Lo useremo come una barella. Nel frattempo telefona a qualcuno e capisco che si tratta di un veterinario. Sarà quello che fa nascere i vitelli in stalla, andrà bene anche per un gattino. Torniamo fuori. Il silenzio è totale. Non si sente più il micino miagolare. Un silenzio che sa di morte. Ci avviciniamo al ciglio della strada. Lui è ancora lì, sull'erba, immerso nella nebbia. Ma non si muove più. Non si lamenta più. E' immobile del tutto adagiato su un fianco, ha finito di soffrire. Povero micino. Pochi mesi, neanche ha fatto in tempo a vedere cosa ci fosse oltre il fosso al di là della strada, che odori strani, che mondo misterioso..., che la sua vita era già finita. La vecchietta piange, non so se per il gattino oper come ci resterà male la sua nipotina Morena. Io saluto e me ne vado, non voglio mettermi a tirar su col naso anch'io....
Addio, piccolo gateo dea Morena, poareto.
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