sabato 30 aprile 2011

Film visti. Quegli ultimi 8 minuti...

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Regia: Duncan Jones. Con Jake Gyllenhaal, Vera Farmiga, Michelle Monaghan.
[Voto: 3 su 5]

Due parole (non di più) sulla trama, chè a rivelare troppi particolari perderebbe interesse. E il film non lo merita perchè è molto ben strutturato con una serie di progressivi colpi di scena che mantengono sempre vivo l'interesse dello spettatore. Il capitano Colter (Jake Gyllenhaal) è un militare Usa che fa parte di un programma governativo sperimentale specializzato nella prevenzione di attacchi terroristici. Si trova quindi, attraverso l'utilizzo di una nuova e avanzatissima tecnologia, a vivere e rivivere nei panni di una delle vittime la tragedia di un treno fatto esplodere da una bomba allo scopo di individuarne gli attentatori. Insomma una specie di ritorno nel passato, ripercorrendo quegli ultimi otto minuti prima dell'esplosione, finalizzato ad evitare a posteriori la tragedia. A posteriori o in anticipo sul tempo? E già qui ci troviamo di fronte ad uno dei nodi proposti dal film di Duncan Jones (figlio d'arte: suo padre è nientemeno che il grande David Bowie). L'antitesi tra passato e presente, l'esplorazione del passato, ormai divenuto storia, per manipolare e migliorare il presente. Ma di conseguenza anche il futuro... Bisogna dire che l'idea di base non è nuova. Hollywood ci ha più volte proposto numerosi soggetti sul tema del passato che, se modificato, influenza il presente e/o il futuro. Ci sono esempi illustri che spaziano dal dramma (Sliding doors) alla commedia fantascientifica (Ritorno al futuro). Ma non solo..., l'elenco sarebbe lungo e articolato.
Insomma di carne al fuoco ce n'è parecchia, per non parlare di non banali riferimenti alla vita e alla morte, siano esse reali o artificiali; dell'invadenza della scienza in ambiti  (per l'appunto: la vita e la morte) che esulano dal naturale perimetro dell'intervento umano. Ma anche dell'amore e dell'individuale prospettiva di determinare il proprio futuro, intesi come gioia di vivere in vista di un futuro progetto di vita possibile e realizzabile. Volendo classificare il film lo si può considerare una via di mezzo tra un giallo, un film di fantascienza, una commedia ed un film sentimentale. E nessuno esce insoddisfatto dal cinema...

Michelle Monaghan
Ho già detto della buona regia di Jones, in passato autore di "Moon", un criptico e fantascientifico film poco noto e poco distribuito nelle sale italiane (l'ho visto abbastanza casualmente in tv su Sky cinema qualche tempo fa). Ma va sottolineata anche la buona prova del protagonista Jake Gyllenhaal che con quella faccia da belloccio sempre attonito e stupito si cala perfettamente nella parte di eroe buono e positivo della vicenda. Deliziosa  Michelle Monaghan (già vista in ruoli minori in Unfaithful - L'amore infedele, Mission: Impossible III, Somewhere) nei panni della fidanzatina-dagli-occhi-che-sorridono, per la quale lo spettatore fa il tifo fin dalle prime inquadrature. Merita un cenno di merito anche l'ottima Vera Farmiga (The Departed – Il bene e il male, Tra le nuvole) nel ruolo di freddo e professionale ufficiale di collegamento dell'esercito che al momento buiono tira fuori tutta la sua umanità repressa che si intuisce nei suoi più che espressivi occhi azzurri.
Nota particolare. Una volta tanto, parlando di terrorismo e di terroristi, non siamo di fronte al solito arabo fanatico e kamikaze di cui Hollywood fa ormai un uso smodato, ma al maschio bianco biondo e americano fino alla radice dei capelli. Ma non per questo meno idiota e fanatico. E non è poco.

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi...

Mai come in questo episodio di cronaca il proverbio del titolo risulta azzeccato e pienamente calzante. Leggere per credere. Da Repubblica.it:



Evasore vince 1 milione al Gratta e vinci

La Finanza lo scopre e gli sequestra tutto. Il "fortunato" è un uomo di Arzignano (Vicenza) indagato per evasione, frode fiscale e corruzione. Ha tentato di occultare il "bottino", tentando di accreditarlo sul conto della madre, ma le voci di paese lo hanno tradito.

VICENZA - Vince un milione di euro al "Gratta e vinci", ma la somma gli viene sequestrata dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria. E' successo a un uomo di Arzignano (Vicenza) che si è visto sequestrare il conto su cui la vincita era stata accreditata perché indagato per frode e evasione fiscale.
La vincita risale al marzo scorso. Subito dopo - riferisce la Gdf in una nota - l'uomo ha commesso qualche imprudenza alimentando delle voci di paese. La notizia è così giunta alle Fiamme Gialle che hanno avviato immediatamente gli accertamenti del caso. L'uomo è risultato coinvolto in importanti indagini condotte dall'autorità giudiziaria di Vicenza, tuttora in corso, per fatti di evasione, frode fiscale e corruzione.
Proprio in relazione a tali inchieste, il gip del tribunale di Vicenza, su richiesta del pubblico ministero, aveva emesso alcuni mesi prima un decreto di sequestro preventivo di beni e depositi bancari nella disponibilità dell'indagato, per un importo di 1,8 milioni di euro, pari all'ammontare delle imposte evase, quantificate in via minimale. Il provvedimento cautelare tuttavia era rimasto, in gran parte, ineseguito in quanto i finanzieri erano riusciti a individuare e sequestrare beni per un valore di 250mila euro.
Una volta apprese le voci sulla possibile vincita, la Gdf ha raccolto informazioni e avviato immediati riscontri presso la società che gestisce il gioco, presso la ricevitoria che ha venduto il biglietto vincente e presso l'istituto di credito dove era stata accreditata la somma. E' così emerso che il vincitore aveva cercato di occultare la vincita facendola accreditare sul conto corrente della madre. Gli accertamenti dei finanzieri hanno, tuttavia, messo in luce che il denaro era certamente riconducibile all'indagato: questi infatti nei giorni immediatamente successivi all'accredito aveva attinto dal conto corrente oltre 16 mila euro, quasi tutti in denaro contante. Il sequestro del denaro vinto alla lotteria è stato possibile in virtù di una particolare disposizione normativa, operante in caso di reati tributari e frodi fiscali, secondo la quale il giudice deve sempre disporre la confisca del profitto del reato (e quindi delle imposte evase) ovvero, nel caso tale profitto non sia più individuabile, di altri beni e disponibilità finanziarie, anche di origine pienamente regolare, per un valore equivalente a tale illecito profitto.

venerdì 29 aprile 2011

Royal wedding, oppio dei popoli

William e Kate, il gran giorno è arrivato. Tutto pronto a Londra per le nozze tra il principe William e Kate Middleton. Migliaia di persone hanno passato la notte lungo il percorso tra l'abbazia di Westminster e Buckingham Palace. William ha trascorso l'ultima serata da scapolo con il padre Carlo, Camilla e il fratello Harry e si è concesso un bagno di folla a sorpresa. La sposa e la sua famiglia si sono riuniti al Goring Hotel, a Belgravia. Per il grande evento mediatico sono attese nelle vie della capitale britannica circa 600.000 persone, della cui sicurezza si prenderanno cura 5.000 agenti di polizia.
Questa la cronaca, questi i fatti che inondano i giornali e le tv di tutto il mondo. Oggi ci saranno dirette televisive che coinvolgeranno -si dice- due miliardi di persone in tutto il mondo.

Ma la domanda è: ha ancora un senso ai giorni d'oggi una famiglia reale che regna e governa quasi come fossimo ancora nel XIX secolo? Ma anche: ha un senso il concetto stesso di monarchia e di diritto ereditario? Ha ancora un senso impazzire per i pettegolezzi e le beghe di corte, amanti e cornificazioni compresi, consumare fiumi d'inchiostro sul favoloso anello di fidanzamento di Kate o sui gadget-ricordo sfornati dall'industria turistica? E pensare che in Italia c'è anche qualcuno che, nostalgicamente, ricorda che un tempo il cuore della nobiltà europea si dava appuntamento in Italia, con Roma crocevia delle famiglie blasonate di tutto il mondo. Fasti e vestigia ormai perse nel tempo e nei ricordi che sono stati rispolverati per l'occasione e oggi riempiono i giornali e alimentano il gossip delle riviste specializzate che vivono sui VIP o presunti tali. Già ora si è scatenata la caccia al cappellino più originale (=obbrobrioso) sfoggiato dalle nobildonne inglesi invitate al royal wedding.... Nota a margine, ma per nulla marginale:  tra i 1900 VIP invitati dal sangue blu o con qualche speciale benemerenza, non figura nessun membro di Casa Savoia che, per quanto spodestata, è pur sempre la dinastia più antica d’Europa. Il che la dice lunga sul ruolo sempre più marginale dell'Italia sulla scena internazionale. Che si tratti di politici della repubblica o di membri della ex famiglia reale, se sono italiani non contano nulla. E dunque il loro posto è a casa a guardare la cerimonia in televisione.
Ovviamente si dirà che con tutto quello che di tragico succede nel mondo sia un'oscenità dedicarsi così spasmodicamente alle reali altezze che convolano a nozze in pompa magna. Basti solo pensare alla guerra di Libia che si combatte proprio dietro l'angolo, alle porte d'Europa.
Pienamente d'accordo, per quanto mi riguarda. Ma il culto per le famiglie reali, specialmente quella inglese, è una religione, o la si abbraccia o la si rifiuta in toto. E la religione, si sa, è l'oppio dei popoli.

martedì 26 aprile 2011

Bombe italiane sulla Libia

Guerra di Libia, giorno 37, Lunedi di Pasqua. Di fronte a una missione sempre più impegnativa e dalla durata incerta, le pressioni di Francia e Gran Bretagna insieme agli Usa hanno alla fine sortito il loro effetto sul governo italiano, recalcitrante fin dall'inizio a un coinvolgimento diretto (il ministro degli esteri Frattini aveva motivato con il passato coloniale dell'Italia queste resistenze appena pochi giorni fa). "Diamo il benvenuto all'annuncio che l'Italia ha deciso di fare un passo in più", ha detto il responsabile dell'Alleanza atlantica (NATO) Anders Fogh Rasmussen, commentando la svolta.
Il passo in più cui si fa riferimento sono i bombardamenti che i jet italiani faranno sulla Libia. E' questa la novità sostanziale, al di là dei giri di parole e ai contorsionismi diplomatici. "Flessibilità nell'intervento militare" nell'espressione usata dal ministro La Russa significa che invece di sole azioni di pattugliamento e copertura i caccia italiani spareranno e bombarderanno al pari di quelli francesi, inglesi e americani. Insomma la Nato ha deciso che l'Italia non poteva defilarsi più ed era ora che si sporcasse le mani di sangue al pari di tutti gli altri. E se la Nato decide, l'Italia obbedisce.
Ma un conto è alzarsi in volo per pattugliare un'area assegnata e fornire copertura, ben altro conto è premere il grilletto dopo aver inquadrato un obiettivo e assistere allo scoppio delle bombe. Al rientro alla base quel pilota italiano saprà di aver ammazzato delle persone, siano essi militari o civili. Come dire che al mattino ci si sveglia, ci si sbarba, si fa colazione, si saluta la moglie o si portano a scuola i figli e poi, imbarcati sul proprio jet, si va al lavoro. Un lavoro che da ora in poi prevede e mette in conto anche di ammazzare gente libica. E' la guerra, bellezza!
Ma perchè siamo arrivati a questo punto? Sbaglio o la nostra Costituzione rinnega la guerra come strumento per la risoluzione di controversie tra stati? Ricordo male? Non saprei citare a memoria l'articolo, ma mi pare che la sostanza sia questa. E andare a sganciare bombe o lanciare missili da un cacciabombardiere non è un atto di guerra, ancor più, radicalmente e tragicamente di più, che pattugliare il cielo sopra Tripoli o Bengasi?
E che non si venga a cianciare della solita missione umanitaria per salvare vite umane dalla barbarie del dittatore di turno. Perchè altrimenti qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai in Siria, dove l'esercito sta facendo morti a decine e centinaia fra i dimostranti che chiedono libertà e riforme sociali, nessuno si sogna di intervenire e tutti si limitano a dichiarazioni formali di disapprovazione e di biasimo. Dove sta la differenza tra Libia e Siria? Nel petrolio, ovviamente. In Libia c'è da mettere le mani sui giacimenti petroliferi, in Siria c'è solo sabbia e deserto. Le bombe le riserviamo ai libici che, loro sì, meritano di essere difesi dalla Nato. Che i siriani si fottano.

"Per l'Italia non cambia niente". Come se tra sganciare una bomba o no, non passasse nessuna differenza. Nel leggere questa dichiarazione del ministro La Russa, non so se ridere o piangere.

Film visti. Una moderna lampada di Aladino

Limitless

Regia: Neil Burger. Con: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Anna Friel
[Voto: 1 su 5]

Un amico vi offre una pillolina che consente di moltiplicare le vostre facoltà intellettive. La vostra intelligenza (fate voi: arguzia, acume, persipacia, brillantezza, logica, intraprendenza, apprendimento, lungimiranza, analisi...) si decuplica e vi si schiudono orizzonti prima di allora impensabili. Come uno zoom fotografico che passa dal teleobiettivo al grandangolo dandovi una visione non più ristretta e circoscritta, ma globale e complessiva dei problemi e della realtà. Voi che fareste?
Il protagonista del film, manco a dirlo, impiega un nanosecondo a decidere di arricchirsi a dismisura lanciandosi nel mondo dell'alta finanza, non senza prima abbandonarsi a qualche dissolutezza inevitabile a base di sesso, di alcol e bella vita. Mi fermo qui per non svelare quel poco che resta del film.

Il quadro che emerge è quello di un'America ossessionata dal mito del successo, del denaro a palate, della popolarità, dello sperpero fine a se stesso. Vivere sopra le righe, senza limiti (...limitless) a qualunque costo. Essere speciali e fuori dal comune è la regola primaria, essenziale. Vitale per emergere e sentirsi realizzati. Tutto il resto è spazzatura. Costi quel che costi. Anche a rischiare di rimetterci la pelle e diventare dipendenti da quella pillolina magica senza la quale si torna ad essere delle nullità assolute. E qui sta il punto. Niente successo, niente soldi a palate = nullità. Non esistono vie di mezzo. Non esiste vivere godendo di quello che si ha, non è da prendere iun considerazione valori come l'amicizia e la famiglia, non esiste costruisi un'esistenza con altri valori che non siano il denaro o un'esistenza fuori dall'ordinario. Esiste buttar giù alcol e impasticcarsi a violiontà per sopperire alla mancanza del successo.
Il protagonista prima di trovare la pillolina magica conduce un'esistenza allo sbando senza dignità e amor proprio, senza autostima, vagabondando da un bar all'altro e facendo niente dalla mattina alla sera. Un lavoro qualsiasi come chiunque altro? Non contemplato, roba da falliti. Coltivare amicizie e interessi che aiutino a stare bene e vivere meglio? Non contemplato. L'unica cosa che fa è quella di autocompiangersi della propria nullità.
Ma poi la pillolina magica risolve tutto...

Insomma un bel quadretto molto edificante e istruttivo della società americana, che poi non è molto diversa dal resto dell'occidente che segue pedissequamente a ruota, quello che ci viene raccontato in questo mediocre film senza qualità particolari. Nel vederlo, fin dal primo dipanarsi della vicenda, il pensiero mi è andato alla mitica Lampada di Aladino. Quella che, sfregata e lucidata, fa risvegliare il Genio imprigionato all'interno che mette a disposizione del suo salvatore i tre-desideri-tre da esaudire. Ma nella civiltà contemporanea non c'è spazio per le lampade e il moderno Aladino ha la droga a propria disposizione per soddisfare i propri desideri e le proprie voglie.
Una società chiusa su se stessa e preoccupata solo di salire la scala sociale. E così lo spostato scrittorucolo da strapazzo, una volta impasticcato a dovere diventa un genio della finanza. Mica sfrutta la propria inytelligenza per fare qualcosa che riesca a produrre dei benefici per altre persone. Chessò, inventa un farmaco o mette a punto qualche ritrovato scientifico, o crea ricchezza da condividere. No. Il bisogno primario è quello del proprio successo individuale, senza limiti. E che gli altri si fottano.

L'epilogo della vicenda è talmente insulso e banale da risultare irritante.

venerdì 22 aprile 2011

Film visti. Anche Sua Santità è un Uomo

HABEMUS PAPAM
Regia di Nanni Moretti, con Michel Piccoli, Margherita Buy, Nanni Moretti.
[Voto 3,5 su 5]

Un urlo risuona per le sacre stanze di San Pietro. E' il neo Papa appena eletto ad urlare, pochi istanti prima della proclamazione ufficiale ai fedeli festanti riuniti nella sottostante piazza e davanti alla stampa e ai media di tutto il mondo. E' un urlo di ribellione, ma anche di denuncia della propria debolezza. E' un urlo di umanità di un uomo chiamato a rivestire il ruolo molto meno "umano" di vicario di Cristo in terra. Questo è l'assunto del film di Nanni Moretti.

A toccare certi argomenti c'è sempre da rimanere scottati. Specie nella nostra Italia bigotta e puritana. Già mi immagino le polemiche che susciterà in certi ambienti questo nuovo film di Nanni Moretti. Che per fortuna sua (e nostra) ha un respiro ben più ampio delle sagrestie italiche e si propone laicamente anche a livello internazionale, tant'è che sarà presente al prossimo Festival di Cannes. Dico subito che è un bel film che vale la pena di vedere per la quantità di temi e di riflessioni che solleva. Chi si aspettava una commedia irriverente resterà deluso perchè il tono di commedia si diluisce nell'affrontare tematiche drammatiche e inquietanti, mantenendo comunque un approccio non irriverente all'istituzione. Il che significa che Moretti offre una visione non confessionale della vicenda, bensì laica e sobria, sia pure con i toni della commedia.

In breve la vicenda. Dal Conclave per l'elezione del nuovo Papa esce un outsider non previsto quale candidato al soglio pontificio, tale cardinale Melville (uno splendido Michel Piccoli). Il quale al momento della proclamazione dal balcone di San Pietro (la formula di rito che da il titolo al film è quella arcinota "Nunzio vobis gaudium magnum... Habemus Papam...!) viene sopraffatto dalla responsabilità dell'incarico a cui è stato chiamato sentendosi in cuor suo "di non essere tra quelli che possono condurre, ma che devono essere condotti". Un'ammissione con un contenuto di umiltà sconvolgente che rivela e sancisce in poche sciabolanti parole una condizione personale di sofferenza dolorosa, comprensibile e soprattutto umanissima. Anche Sua Santità, sotto gli orpelli del suo ruolo e della sua carica oltre che della sua missione di capo della Chiesa di Cristo, è e resta un uomo. Come tutti, come chiunque altro. E scappa. Il neo Papa fugge alla stretta sorveglianza cui è sottoposto e comincia a girovagare per Roma, cercando in qualche modo e in qualche luogo delle risposte ai suoi dubbi amletici. Tanti anni fa, troppi per ricordarmene il titolo, ricordo di aver visto un vecchio film in bianco e nero in cui un Papa in crisi di identità impersonato da Anthony Quinn si allontanava dal Vaticano in preda ai dubbi negli anonimi panni di un prete qualunque. Quindi lo spunto tutto sommato non è nuovo, ma certamemnte originale è il taglio di "commedia grottesca" che Moretti da al suo film.
Il Vaticano, l'ufficialità pontificia di facciata, l'etichetta secolare, emergono come l'apparato che non concepisce il dubbio, che sacrifica l'Uomo per esaltare il Papa nella sua veste ufficiale, non riuscendo a gestire l'aspetto umano della situazione. Infatti non ci sono contromisure previste dai canoni e dalle consuetudini per fronteggiare il dubbio personale del nuovo Papa. Quindi tutto si blocca in attesa degli eventi. Viene chiamato un luminare della psicanalisi per tentare di sbloccare la situazione (Nanni Moretti, sornione e ironico come non mai). Il che rappresenta l'antitesi assoluta tra fede e ragione. Tra anima e inconscio. Con risvolti da commedia che servono a Moretti per alleggerire l'atmosfera, invero angosciante se si pensa al dramma del neo Papa che sente di essere stato chiamato ad un compito troppo grande per lui. Infatti il film è di per sè angosciante sotto questo aspetto. E' l'aggettivo giusto. A me ha lasciato dentro un'inquietudine profonda pensando alle lacerazioni di un uomo di fronte a responsabilità così grandi che esorbitano dalla sua umanità per esondare nel divino (o quasi). E in questo sta la misura del film di Moretti che riesce a far pensare e a far riflettere lo spettatore su tematiche così impegnative.

Sono tanti i temi affrontati e proposti. Basti pensare alla stessa figura dello psicanalista "più bravo di tutti"; al deficit di accudimento nell’età infantile che è destinato a diventare un must assoluto... Altro tema affrontatato è quello delle maschere. Il neo Papa dice che avrebbe voluto fare l'attore e nel suo periodo di dubbio errante per Roma finisce per accodarsi sotto mentite spoglie proprio ad una compagnia di teatranti che mettono in scena una pièce di Cechov. Il cardinale Melville è magneticamente attratto da quel mondo di attori in cui è permesso recitare a soggetto, essere e impersonare qualcuno pur mantenendo una propria identità. A lui invece viene chiesto di fare un passo senza ritorno, che non ammette deroghe o pause. Troppo per un uomo che si accorge ad un certo punto della sua vita di aver vissuto senza veri affetti, senza aver davvero condiviso con alcuno gioie e dolori, di non potere/sapere dire di se stesso chi è realmente o che cosa fa.
Una discreta fetta del film è incentrata sullo psicanalista Moretti che per ingannare il tempo organizza un torneo di pallavolo tra i cardinali ancora obbligati in Vaticano per il Conclave in attesa degli sviluppi della situazione. I quali cardinali, loro sì ancora liberi di essere e sentirsi normalmente umani, non si lasciano sfuggire l'opportunità prendendosi qualche giorno sabbatico, quasi regredendo ad un'età infantile, gioiosa e spensierata, sollevati dall'incombente ruolo di di grandi elettori papali. Anche qui le metafore abbondano e Moretti ci gioca a piene mani. E buon per loro che non ci fosse a portata di mano una piscina, sennò i cardinali sarebbero finiti sicuramente in acqua a giocare a pallanuoto...

« Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. »
[Dante Alighieri, Inferno, Canto III]
No, non si tratta di viltà come quella che Dante attribuisce a Celestino V, marchiandolo indelebilmente per la storia. Secondo Moretti quello del neo eletto Papa Melville è di un atto di umiltà e di profonda umanità che non merita giudizi sommari. Ma di profondo rispetto.

P.S.: il voto non raggiunge il 4 per una certa "pesantezza" della parte centrale che mi sarebbe piaciuta più snella. Quella della pallavolo, per intenderci.
P.P.S.: l'età media degli spettatori al cinema nello spettacolo infrasettimanale era terrificante. Ero nettamente il più giovane in sala....

mercoledì 20 aprile 2011

Libri. Accadde a Bellano

Il meccanico Landru
di Andrea Vitali

Siamo nel 1930, primi anni del periodo fascista nell'Italia che rinasce dopo la tragedia della Grande Guerra. Un'Italia di cambiamenti epocali destinati, nel bene e nel male, a lasciare un segno nella storia dei decenni a venire. Bellano è un piccolo paesino sulle sponde del lago di Como. Profonda provincia lombarda, dove giunge solo l'eco lontana di ciò che accade nel resto d'Italia. Una piccola comunità con i suoi classici punti di riferimento: il maresciallo dei Regi Carabinieri, il segretario della locale sezione del Partito Fascista, il parroco, il medico condotto, il direttore della fabbrica manifatturiera che da lavoro a buona parte dei paesani e tutta una serie di personaggi di contorno, dal capostazione al messo comunale, ma non per questo meno importanti e vitali nell'economia sociale del minuscolo centro. Una sorta di castello di carte che vive di un suo equilibrio sufficientemente stabile tra il lago e le montagne che lo sovrastano. La vita scorre prevedibile e anche noiosa, ma certamente anche tranquillizzante, filtrando ciò che di importante avviene al di fuori. La trasformazione politica di un'Italia che va a capofitto verso la dittatura fascista, la trasformazione industriale che si apre sempre più al progresso tecnologico, la trasformazione sociale degli italiani stessi alle prese con queste novità. In questo quadro di sonnacchiosa provincia si innesta un elemento nuovo, il meccanico Landru che con altri cinque suoi colleghi arriva in paese per avviare una linea di nuovi telai nel locale cotonificio. Una sorta di mini rivoluzione industriale che come conseguenza porterà ad una riduzione del personale. Ma, come se non bastasse, Landru e i suoi sono gente che viene da fuori, estranea all'ambiente chiuso e ovattato di Bellano. Facile immaginare che portino qualche sconquasso. Come infatti, puntualmente, accade...

Ho letto il libro nei giorni scorsi, nella mia ultima permanenza in ospedale per l'ennesimo ricovero e relativo intervento. Ed è stata una buona lettura, soddisfacente e appagante. Di quelle che alla fine dispiace di essere arrivati all'ultima pagina, tanto ci si affeziona ai personaggi raccontati. Di Andrea Vitali avevo letto altre due opere, Come  le olive e Dopo lunga e penosa malattia. Il primo, come buona parte di tutta la sua produzione letteraria, serialmente ambientato a Bellano; il secondo invece più atipico e intimistico, ma comunque rientrante nel filone di un Italia provinciale e marginale. Ma su Bellano e i suoi paesani esiste una vera e propria epopea con una molteplicità di romanzi, tutti ambientati negli stessi anni '30. Il che fa di Vitali una specie di "campione" dei narratori dotati del talento e della capacità di raccontare delle storie. Storie di uomini, di donne, e di fatti che hanno la caratteristica di essere straordinariamente ordinari. Caratteristiche non comuni in una letteratura contemporanea sempre più orientata a cercare di sbalordire e meravigliare il lettore. Invece Vitali riesce nell'intentio di calamitare l'attenzione senza effetti speciali o storie sbalorditive, bensì con la naturalezza, la semplicità e verosimiglianza di storie "normali" e di personaggi "normali". Tanto normali da diventare veri fenomeni.

lunedì 11 aprile 2011

Ufo, la svolta tanto attesa?

Oggi parliamo di Ufo. No, non sono impazzito improvvisamente. Dischi volanti, omini verdi, navigatori delle stelle, marziani... C'è di che sbizzarrirsi, la letteratura in materia è sterminata e spazia (è il caso di dirlo...) dalla fantascienza classica ai testi para-scientifici, dai ciarlatani ai contattisti convinti. Comunque la si pensi sull'argomento la notizia di oggi pubblicata sul sito del Corriere della Sera è di quelle che lasciano pensare: "Nelle carte Fbi nuova luce sugli Ufo. Corpi umanoidi in New Mexico nel 1950 e un avvistamento nello Utah nel 1949".
Si tratterebbe di rapporti ufficiali in cui si ammette senza reticenze l'esistenza di macchine volanti contenenti corpi di umanoidi non terrestri. Rapporti dell'FBI, non dei soliti mitomani cacciatori di Ufo.
Se la notizia fosse vera si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione. Sarebbe la prova che non siamo soli nell'universo e che il contatto c'è già stato in passato. La visione narcisistica ed egocentristica dell'uomo come unico essere intelligente del creato cadrebbe di punto in bianco. Esiste qualcuno là fuori che ci ha fatto visita e forse continua a farlo tuttora. Non è una possibilità terribilmente affascinante?
Certo, se il disco volante fosse atterrato in Central park in diretta tv come classicamente si vede nei film di fantascienza tutto sarebbe stato più eclatante e incontestabile. Ma la realtà non è mai come la si immagina. E in questo caso la realtà sarebbe un incidente di volo di uno o più ufo negli anni 50 sui cui rottami hanno messo le mani gli uomini dell'FBI americano. Tutto messo a tacere per innominabili motivi di sicurezza nazionale e chi s'è visto s'è visto.
Ma, torno a ripetere, se fosse davvero andata così? Niente sarebbe più come prima. E comincerebbero ad assumere una dioversa fisionomia tanti episodi del passato, tanti resoconti di contatti ufologici presi per allucinazioni paranoiche, tante tracce disseminate qua e là nella storia dell'uomo. Un esempio? Facciamo un salto temporale e andiamo a ritroso nel Rinascimento italiano, ad un dipinto di Filippo Lippi con un particolare che a lungo ha fatto discutere sulla sua natura e sulla sua interpretazione.
Il quadro in questione è esposto nel Palazzo Vecchio a Firenze, all'interno della "Sala di Saturno": si tratta de "La Madonna e San Giovannino", una natività attribuita alla scuola di Filippo Lippi, pittore fiorentino del Quindicesimo secolo.
Osservando il quadro nella parte superiore destra, si rileva chiaramente la presenza di un oggetto aereo, color grigio piombo, inclinato sulla sinistra e dotato di una "cupola" o "torretta", apparentemente identificabile come un mezzo volante di forma ovoidale in movimento. L'oggetto "misterioso" è caratterizzato dalla presenza di raggi luminosi (di colore giallo oro) che sembrano dipartire dallo scafo, sino a quasi suggerirne la direzione, vale a dire un volo dal basso verso l'alto. L'oggetto si staglia a poca distanza sulla destra del capo di una figura femminile in preghiera, la Madonna, la cui staticità, unitamente a quella delle figure e del paesaggio sullo sfondo, sono in netto contrasto con il dinamismo dell'oggetto volante. Ma c'è un altro particolare di grande rilievo: la presenza, un po' più in basso sulla destra della Vergine, di una piccola figura, probabilmente un pastore, che osserva l'oggetto, coprendosi gli occhi con la mano destra per vedere meglio. Non solo, anche il suo cane, al passare dell'oggetto, sembra raffigurato dal pittore nell'atto di abbaiare, proprio come è accaduto in moltissimi casi di avvistamenti ufologici attuali.
Un caso unico? No. Quasi ovunque nel mondo vi sono decine e decine di siti archeologici preistorici con raffigurazioni di figure rupestri stilizzate che lasciano pensare proprio a Ufo e astronauti umanoidi con tanto di scafandri e tute spaziali. La materia è sterminata e parlarne ci porterebbe lontano. La clamorosa notizia di oggi è che tutto potrebbe acquistare una nuova luce interpretativa se la notizia di quei rapporti fosse vera. L'ho già detto: nulla sarebbe più come prima. Con implicazioni difficilmente ipotizzabili.

domenica 10 aprile 2011

Film visti. The next three days

The next three days

Regia: Paul Haggis, con: Russell Crowe, Elizabeth Banks, Olivia Wilde.
[voto2,5 su 5]

Il film è scandito da passaggi temporali, tre anni prima, tre mesi prima, tre giorni prima... Il titolo invece fa riferimento ai tre giorni successivi alla vicenda narrata da Paul Haggis e interpretata da Russel Crowe nel ruolo di protagonista. Ma cosa succede prima e dopo? Succede che un tranquillo insegnante di college della conservatrice e austera Pennsilvanya bianca e cattolica decide di trasformarsi in un criminale per amore della moglie ingiustamente (forse) condannata per un omicidio mai commesso. E' talmente convinto dell'innocenza della sua amata che non esita a stravolgere la propria vita e quella dei suoi cari (il figlioletto, i genitori anziani). Non esita neppure a diventare lui un assassino pur di arrivare al suo obiettivo: far evadere la moglie e sottrarla al carcere a vita.
Ci riuscirà? Come ci riuscirà? Non dico nulla perchè l'interrogativo è ciò su cui si regge il film, specie nella seconda parte dopo un inizio a dir poco noioso e inconcludente fatto da stucchevoli stereotipi di bella-famiglia-americana-dove-tutti-si-amano-e-si-vogliono-bene. I colpi di scena non mancano come anche qualche situazione tanto clamorosa quanto poco credibile. Ma, tant'è, il film complessivamente funziona e regge l'interesse dello spettatore. Merito soprattutto di quel gigione stropicciato e sovrappeso di Russel Crowe che ormai recita soprattutto se stesso, agganciato ad un clichè che si è costruito a pennello. Russel da sempre l'impressione di essere un gladiatore stanco e disgustato dal mondo, ma pronto a incavolarsi di brutto se toccato nel vivo. Un clichè vincente perchè il personaggio sta in scena dal primo minuto senza cedimenti e offrendo una caratterizzazione credibile di uomo-comune-che-reagisce-all'ingiustizia. Molti limiti invece denuncia la belloccia Elizabeth Banks nei panni di moglie assassina e vittima di un errore giudiziario (forse). Una presenza da bionda patinata e mielosa all'inizio, poi incolore e inespressiva per il resto del film nei panni della carcerata infelice. Tra i caratteristi di contorno belle prestazioni attoriali dei poliziotti che una volta tanto non fanno la figura dei tontoloni dimostrando invece un buon fiuto investigativo. Bravi attori di buon mestiere.

Una considerazione su Paul Haggis che non riesce a ripetersi ai livelli del suo splendido lavoro precedente, Nella valle di Elah. Il mestiere c'è tutto, il grande interprete e la storia intrigante anche, ma su tutto, a fare da coagulante dei vari elementi, manca il tocco da maestro che da il la al film.

mercoledì 6 aprile 2011

Le bugie hanno le gambe corte...

Insomma, tocca vederne di tutti i colori sulla vicenda Ruby. Oggi cominciava il processo a Milano, ma è durato una manciata di minuti. Naturalmente l'imputato era assente, come ampiamente prevedibile. Ieri c'era stato il voto della Camera che rimandava tutto alla Corte Costituzionale assumendo come presupposto di verità il fatto che Berlusconi credesse davvero che Ruby fosse nipote di Mubarak (sic), ponendo di fatto le basi per un decisivo rallentamento dell'iter processuale in vista della prescrizione a favore dell'imputato Berlusconi Silvio.
Sempre ieri, sul Corriere, viene pubblicato il testo di una intercettazione telefonica, anzi tre per la precisione, che non potevano essere rese pubbliche, poichè uno degli intercettati era proprio il Berlusconi Silvio di cui sopra. Ma la fuga di notizie c'è e i giornali pubblicano. Si scatena l'inferno della stampa berlusconiana che accusa apertamente i magistrati di averlo fatto deliberatamente per gettare discredito sull'imputato, in barba alla legge che non lo consente senza autorizzazione della Camera. Apriti cielo! La PM Bocassini viene additata come la responsabile dello scandalo e il Giornale chiede in prima pagina a caratteri cubitali che la PM vada sotto processo. Berlusconi viene dipinto ancora una volta come vittima e perseguitato dai magistrati comunisti. Anzi brigatisti.

Ma le bugie hanno le gambe corte.... come quelle del nanerottolo a capo del governo. Già, perchè il Procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, precisando che la trascrizione delle tre telefonate del premier poi finite sui giornali era "un atto dovuto a garanzia del diritto di difesa perché erano state utilizzate per chiedere le proroghe" di indagine (strumento processuale utilizzato dalla difesa per prendere ulteriore tempo), ha aggiunto che le trascrizioni delle tre telefonate incriminate erano in possesso soltanto degli avvocati del premier. Dichiarazione pubblica del Procuratore della Repubblica, degna di fede fino a prova contraria! E allora se due più due fa quattro....
Dunque, se sono arrivate ai giornali e se, come dice il Procuratore capo, le avevano soltanto gli avvocati della difesa di Berlusconi chi le ha messe in giro e rese pubbliche? Qual è la fonte vera della fuga di notizie?
Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi....

giovedì 17 marzo 2011

Libri. Vita di Eugenia (o di Daria?)

Un karma pesante
di Daria Bignardi

Eugenia ha un karma pesante. E' una persona difficile, non malleabile. Con un carattere forte, che ama il "tutto o niente", senza mezze misure, senza remore. Forse.
Eugenia è una regista di successo, ha vinto parecchi premi e ha ricevuto parecchi riconoscimenti per il suo lavoro. Una persona di successo è appagata, realizzata, in pace con se stessa perchè è riuscita nel proprio lavoro, perchè ha realizzato i suoi sogni, perchè fa qualcosa che le piace per scelta e non per obbligo? Forse.
Eugenia ha avuto una vita tormentata e dolorosa. Ha perso affetti familiari, ha avuto un aborto, è finita sotto un tram, ha amato, è stata riamata, è diventata madre. Ma la costante di tutta la sua vita è il dolore. Forse perchè incontentabile, mai soddisfatta, troppo "giusta", troppo "sbagliata". Troppo di tutto. Troppo intellettuale, troppo auto sottovaluata, ma anche troppo auto sopravvalutata. Insomma un karma pesante a tutto tondo. Un po' rompicoglioni, poco indulgente con gli altri e con se stessa, troppo snob ma anche troppo alla mano. Insomma un tipaccio interessante. Da scriverci un libro.

Il "Karma" è il secondo libro di Daria Bignardi, giornalista e scrittrice di buon talento, donna interessante nell'aspetto e nella sostanza. La si può vedere all'opera ogni venerdi sera su La7 nel programma Interviste barbariche, proprio nel ruolo di conduttrice e intervistatrice. Mi piace Daria Bignardi e siccome mi piace, le perdono anche di aver condotto la prima o le prime edizioni di quel circo urlante e volgare che è il Grande fratello, modello principe del ciarpame televisivo che ci affligge. La perdono perchè quella prima edizione l'ho vista anch'io per la novità che rappresentava, il reality show. Era molto meno circo di oggi, quasi ingenuo rispetto ai grandi fratelli coatti e barbari che imperversano attualmente, quasi vero, quasi credibile.
Il Karma è forse il libro che mi piacerebbe aver scritto io, perchè parla di persone e di sentimenti. Di emozioni e di esperienze di vita personali nel perimetro degli amici e della famiglia. Oltretutto è parzialmente ambientato a Padova e nel Veneto. Sprazzi di provincia intercalati con vicende che si svolgono tra Milano e New York. Eugenia è una che gira molto. Padova c'entra poco o niente, ma è un punto di ulteriore affezione. Peccato però che il racconto sia un po' caotico nell'esposizione, con stacchi su diversi momenti, in diverse situazioni e in diversi tempi. Si salta dalle esperienze giovanili a quelle di mezza età, dalla fase della costruzione di una vita e di una carriera quando si decide cosa fare da grandi (o ci si illude di poterlo decidere) a quando grandi lo si è già e si comincia a guardarsi indietro. Ci sono forse troppi personaggi che entrano ed escono dalla narrazione con un po' di confusione, costringendo il lettore a rincorse a volte affannose per ricordare chi siano e da dove saltino fuori. Ma è un libro sincero. Al punto che giurerei che possa essere autobiografico, in tutto o in parte, e che Eugenia sia in realtà Daria. Mi piace pensarlo perchè alla fine ci si affeziona a Eugenia. O è Daria che m'attizza con quella sua aria da ragazza per bene che la sa lunga? Una bronsa coerta, si direbbe qui a Padova.

Centrali nucleari sicure?


L'esplosione nella centrale di Fukushima
In questi giorni le tragiche vicende giapponesi hanno innescato una discussione sul nucleare in Italia. Mentre in tutto il mondo i governi hanno prudenzialmente tirato il freno a mano, bloccato ogni iniziativa e ordinato immediati controlli degli impianti, i nostri governanti hanno esibito una notevole disinvoltura affermando che in Italia il programma nucleare andrà avanti. Ineffabili e impermeabili a tutto, pur di portare avanti il progetto che evidentemente è visto come affidabile e sicuro (e soprattutto vantaggioso) nonostante tutto. Ciechi, sordi e muti? Attratti da chiemere di gloria e successo politico (e magari non solo politico...)? Stupidamente ottusi? Oppure esiste davvero il nucleare sicuro e i nostri governanti hanno ragione ad essere fiduciosi e ottimisti? Esistono davvero le centrali nucleari che garantiscono la sicurezza al 100%, anche ipotizzando catastrofiche condizioni ambientali? Penso a un terremoto (l'Italia è un paese a forte rischio sismico) a inondazioni (l'Italia è un paese dove 12 ore di pioggia sono sufficienti a fare esondare fiumi e torrenti, a frane e smottamenti, ma anche -perchè no- ad attentati terroristici (un 11 settembre è sempre possibile).
Partendo da queste premesse esiste davvero la centrale sicura? Si parla tanto di centrali di terza generazione, quindi moderne e aggiornate ai più recenti criteri di sicurezza. Ma l'esempio del Giappone ci insegna che se anche la struttura della centrale può resistere ad un terremoto devastante (posto che sia costruita realmente seguendo le regole), basta che un banale generatore di corrente vada fuori uso per innescare un processo catastrofico e mortale. Proprio così: a Fukushima le centrali hanno retto al sisma, ma tutto quello che è successo dopo è stato causato dal mancato funzionamento delle pompe di raffreddamento delle barre di uranio. Da lì è nato il surriscaldamento che ha portato alle esplosioni a ripetizione e alla fuoriuscita di materiali radioattivi che hanno contaminato la popolazione e il territorio nel raggio di centinaia di km. E inoltre una centrale non è eterna ed ha una sua vita e una sua durata. Fra una ventina d'anni le centrali cosiddette sicure di terza generazione non saranno più tanto sicure perchè obsolete. Dunque il problema della supposta e asserita sicurezza è solo temporaneo. E dopo? A Fukushima il disastro atomico è scoppiato in una centrale costruita neglia anni 60. Quindi a distanza di cinquant'anni dovrebbe essere lecito e logico ipotizzare che sia da considerare obsoleta. Manutenzioni, controlli e verifiche di ogni tipo saranno anche stati effettuati (il Giappone passa per essere una nazione rigorosa e tecnologicamente affidabile), ma il risultato è sotto gli occhi di tutti. Cosa altro deve succedere per incrinare il mito delle centrali sicure, quando basta un corto circuito per far saltare tutto in aria? Un incidente del genere, oltre ad uccidere in tempi brevi migliaia o centinaia di migliaia di persone, ha poi una coda di tumori e leucemie che si trascina per generazioni e decenni. Vale la pena di rischiare un'apocalisse del genere che può coinvolgere i figli dei nostri figli?

Altro aspetto sconcertante. Il governo Berlusconi annuncia di continuare nel programma nucleare. Nel 2015 si dovrebbe cominciare la costruzione della prima centrale italiana. Ok. Dove? In quale sito verrà costruita? I primi no si sono già fatti sentire. Il governo proprio ieri ha asserito che le centrali verranno costruite solo nelle regioni che acconsentiranno. Vogliamo scommettere che ci sarà un clamoroso rimpallo di rifiuti? Chi o quale regione deciderà di avere una centrale nucleare confinante col giardino di casa propria? Perchè a parole si può anche credere o far credere che esista il nucleare sicuro, ma voglio vedere chi accetterà di costruirlo nel proprio territorio. Soprattutto in un paese come il nostro che ha sterminati territori desertici e quasi privi di popolazione.....
L'Italia è un paese in cui non si riesce a smaltire la "mondezza" di Napoli, come pensare di riuscire a gestire il rischio nucleare? Per non parlare dell'assalto delle varie mafie e camorre agli appalti per la costruzione delle centrali e relative mazzette ai corrotti. Ma chi vogliamo prendere in giro?

domenica 13 marzo 2011

All'inseguimento della stella di Strindberg

La stella di Strindberg
di Jan Wallentin

Una croce ansata, una stella, un metallo sconosciuto, strane iscrizioni in una lingua misteriosa, un viaggio in pallone sui ghiacci del Polo, degli omicidi insoluti e un ritrovamento di reperti in un pozzo in fondo ad una miniera abbandonata. Questi gli elementi di avvio del libro di Wallentin, autore svedese pomposamente paragonato ora a Stieg Larsson (Millennium)ora a Dan Brown (Il codice Da Vinci). Credo che il tutto vada ridimensionato, e non di poco. 
La stella di Strindberg è essenzialmente un romanzo d'avventure più che qualsiasi altra cosa. Da quanti anni o decenni non leggevo niente del genere? Un'enormità, e devo dire che non mi è affatto dispiaciuto farlo, perchè mi ha rispedito indietro nel tempo e dio sa quanto fa bene farlo ogni tanto e ritornare un po' bambini, capaci di rimanere a bocca aperta davanti ad un racconto.
 
Questo libro, bisogna dirlo chiaramente, ha però più ombre che luci, specie nell'epilogo che è totalmente assurdo e includente, raffazzonato e poco credibile, quasi da far sorgere il fondato dubbio che l'autore non sapesse come uscirne per arrivare alla fine. Le cose buone del libro sono tutte prima dell'epilogo nel momento in cui la narrazione si stacca dalle avventure dei protagonisti in senso stretto gettando uno sguardo sulla storia europea delle prime due Guerre mondiali. Ecco allora che la qualità cresce e diventa interessante quando ha agganci e riferimenti storici concreti, l'esatto contrario di quando Jan Wallentin lavora di pura fantasia. Conseguentemente, il giudizio complessivo non può essere sufficiente. Particolarmente irritante la figura del protagonista Don Titelman che si impasticca di farmaci anfetaminici per tutto il libro e cita frasi in lingua Yiddish ad ogni piè sospinto. Insopportabile. E se il protagonista risulta istintivamente e visceralmente antipatico è pressochè inevitabile che il libro (di avventure) segua lo stesso destino.

sabato 12 marzo 2011

L'Apocalisse in Giappone e il nucleare italiano

L'Apocalisse. A distanza di un paio di settimane da quello di Christchurch in Nuova Zelanda, un altro terremoto nell'area asiatica. Ancora più devastante, questa volta in Giappone. Ma i danni principali e le morti a migliaia non sono venuti direttamente dalle scosse sismiche che pure sono state misurate al grado 8,9 della scala Richter, ma dall tsunami successivo che si è abbattuto sulle coste orientali. Radio e tv di tutto il mondo stanno diffondendo immagini terrificanti di devastazione. Tanto che sembra di vedere scene di un film apocalittico come ce ne sono decine in circolazione. Ma si tratta del mondo reale, non di quello digitale degli effetti speciali cinematografici. La morte è reale, la distruzione è reale. Come è un dato reale che una centrale atomica è stata danneggiata gravemente con conseguente evacuazione di migliaia di cittadini nelle zone circostanti. E questa mattina -sabato- circolano in tv anche le immagini di una esplosione che ha polverizzato un settore della centrale.
Tutto questo nel paese più attrezzato al mondo per prevenire e limitare i danni di un terremoto. Con tutta l'efficienza e la tecnologia dei giapponesi che ne fanno quasi una religione e uno scopo di vita.
http://www.youtube.com/watch?v=pHHQXW7VSMw
Ma in Italia da qualche anno ci sarebbe qualcuno, Berlusconi in testa, che vorrebbe riaprire al nucleare. Anzi non si tratta di una intenzione, ma di una decisione del governo già presa. L'Italia, il paese dove basta qualche giorno di piogge intense o che un fiume straripi per mettere in ginocchio un'intera regione. Altro che tsunami devastante, in confronto basta una fogna che tracima per mettere in crisi l'Italia. Proprio qui vorremmo rimetterci a costruire centrali nucleari? Con la nostra situazione idro-geologica e un rischio tellurico in ogni regione dello stivale? Proprio nel nostro paese del magna-magna dove troppo spesso le mafie e gli avvoltoi degli affari lucrano su tutto pur di portare a casa guadagni facili e mazzette? Proprio qui in Italia dove gli edifici sono fatti al risparmio sul cemento e le strutture antisismiche sono una novità degli ultimi anni? La recente storia de L'Aquila non ha insegnato niente?
Tornare al nucleare è la follia assoluta per il nostro paese, ancor più che per gli altri nel mondo dove vige una legalità maggiore e controlli più assidui e una classe politica più affidabile e più onesta. Un vero suicidio per noi e per le generazioni future.

domenica 6 marzo 2011

Film visti. Il cigno nero

Il cigno nero

Regia: Darren Aronofsky; con: Natalie Portman, Mila Kunis, Winona Ryder, Vincent Cassel, Barbara Hershey
Natalie Portman Premio Oscar 2011 Miglior Attrice


Voto: 4 su 5

Devo sforzarmi di non esagerare con i superlativi. Bellissimo il film, bravissima e bellissima la protagonista Natalie Portman, molto convincenti e in ruolo i coprotagonisti ben diretti dal regista, bellissima la colonna sonora (Lago dei cigni di Pyotr Ilyich Tchaikovsky), coinvolgente e ammaliante l'atmosfera magica del balletto come lo rapppresenta Aronofsky. Potrei probabilmente fermarmi qui, cosa dire di più per sottolineare le qualità de Il cigno nero? Ma qualcosa vale la pena di aggiungere. Solo per la cronaca, Il cigno nero mi è stato fortemente consigliato da mia figlia che manifesta sempre più una bella passione per il cinema. E' uno dei miei punti di orgoglio sia come cinefilo che come padre. Da qualcuno avrà pur preso, no?


Cominciamo dal regista, Darren Aronofsky. All'inizio mi diceva qualcosa, mi ricordava qualcosa, ma non riuscivo a focalizzare bene cosa. Poi, leggendo il suo curriculum, è saltato fuori che è anche il regista di The Wrestler, altro gran bel film di un paio di stagioni fa, protagonista il redivivo e in stato di grazia Mickey Rourke. In comune con The wrestler a ben vedere qualcosa c'è anche nel Cigno. Entrambi i protagonisti sono ad un punto di svolta della loro vita. A fine carriera e a pezzi il campione di wrestling Rourke, abbruttito e devastato da anni di lotte sul ring, con il cuore diviso e spezzato tra una ragazza di vita con cui amoreggia saltuariamente e la figlia che sembra averlo rinnegato e dimenticato come padre (ma la cosa è vicendevole, sia pure da punti di vista opposti). Dall'altra parte abbiamo l'eleganza, la leggiadria e la bellezza di Nina, ballerina classica in ascesa cui si aprono le porte del successo quando ottiene il ruolo principale nel Lago dei cigni. Un punto di svolta anche per lei, dunque. Ma anche per la leggiadra Nina la vita non è facile, nonostante le atmosfere rarefatte ed eleganti in cui è immersa. Deve fare i conti (e li fa da sempre) con una mamma oppressiva e castrante che proietta sulla figlia ciò che lei non ha potuto o saputo essere nella danza. Una mamma-sergente di ferro che la plagia e la mette sotto una campana di vetro indirizzando la sua vita in unica direzione: la danza e il successo. Risultato: un'esistenza irregimentata tra scarpette da ballo e diete ferree, con una evidente e paurosa carenza di autostima e di vita sociale, sacrificata alle prove e alla carriera fin da bambina.
Ma arriva l'occasione della vita, quando l'étoile del New York City Ballet  abbandona più o meno volontariamente il palcoscenico per raggiunti limiti di età. C'è bisogno di volti nuovi e freschi per il ruolo del cigno. Un ruolo particolarmente difficile e impegnativo, non solo per le doti tecniche di ballo, ma per la parte interpretativa che si sdoppia tra cigno bianco e cigno nero, due personaggi da interpretare da parte della stessa ballerina. Eterea e piena di grazia, Nina incarna alla perfezione il candore del cigno bianco e con difficoltà il suo doppio nero e tenebroso, per il quale sono rischieste espressive doti di sensualità. Parte così una competizione difficile tra le pretendenti che aggiunge stress e tensione in Nina, oltre a quelli che già era chiamata a sopportare e gestire. Ma lo spettacolo ha le sue regole, molto esigenti e di dedizione assoluta, che possono portare le protagoniste a gravi conseguenze, ancor più se giovani e spesso inesperte del mondo e della vita. Succede così che la competizione con un'altra ballerina molto smaliziata e scaltra crei gravi conseguenze in Nina, nonostante -quasi a sorpresa- sia proprio lei la prescelta. La vicenda continua, drammaticamente appassionante, ma io mi fermo qui.
Darren Aronofsky mette in scena, in Black Swan come per The Wrestler, una storia in cui si intrecciano corpi e anime, lo sportivo e la ballerina, con un cocktail devastante che contiene tutto il dramma di due vite. I due finali sono tragicamente diversi. A voi la visione.

 

martedì 1 marzo 2011

Morire per l'Afghanistan

Un altro militare italiano è morto in Afghanistan.  La vittima è il tenente Massimo Ranzani, originario della provincia di Rovigo. Credo che sia il 37.mo dall'inizio della missione, una triste contabilità di morte. A ciò si aggiunga che ci sono anche quattro feriti gravi in seguito all'esplosione della mina che ha sventrato il mezzo blindato dell'autocolonna.
Quella in Afghanistan nella considerazione ufficiale dei protocolli e della diplomazia doveva essere una missione militare umanitaria, di pace. Si è rivelata ben presto di guerra vera, cruda e sanguinosa,  nella realtà dei fatti.
Ma si può perdere la vita o dare la propria vita per l'Afghanistan? I trentasette italiani morti in quel lontano paese davvero avevano coscienza di quanto stavano facendo e davvero consideravano la propria vita spendibile per un paese straniero?
In questi giorni, in questi mesi, infuria la polemica sulle celebrazioni per il 150.mo dell'Unità d'Italia. C'è chi, nell'Italia di oggi, anno 2011, si rifiuta di rendere il dovuto omaggio a coloro che un secolo e mezzo fa immolarono la propria giovane vita per fare l'Italia, ovvero per aggregare sotto un unica bandiera un territorio e soprattutto un popolo fino ad allora diviso e perciò debole, costantemente alla mercè di conquistatori e invasori di ogni sorta. Un'unità prima di tutto umana e culturale e poi politica e geografica. Per ideali del genere si poteva dare la propria vita? Certamente sì e sono migliaia e migliaia i giovani italiani che lo hanno fatto. Ma si trattava del proprio paese, della propria patria allora nascente. Del diritto a una identità nazionale non più asservita e divisa. Perdere la vita per l'Afghanistan o per qualsiasi altro paese straniero per tutelare in massima parte interessi economici e politici sotto il manto protettivo dell'intervento umanitario e portatore di legalità e democrazia e dura, molto dura. Chissà se i nostri militari mandati a combattere e a morire o a restare feriti e mutilati se ne rendono conto e sono consapevoli dei veri motivi della missione. Sì certo, una volta sul posto,  il contingente italiano non lesina a distribuire aiuti e assistenza medica a chi ne ha bisogno. Non se ne sta con le mani in mano, ma realmente contribuisce a ristabilirte un ordine in quel paese dilaniato dalla guerra civile degli integralisti talebani. Ma il vero scopo è ben altro. Sono pedine sacrificabili che servono ad altri scopi.Servono a stabilire chi comanda nel mondo, a tutelare gli interessi economici di quella fetta di occidente egemone, a far fare affari ai commercianti di armi e mercanti di morte.
Questo significa morire per l'Afghanistan. Siamo sicuri che il tenente alpino Massimo Ranzani e i suoi commilitoni vittime della guerra afghana ne fossero pienamente consapevoli?

giovedì 24 febbraio 2011

libri. Un Camilleri sottotono

Il sorriso di Angelica
di Andrea Camilleri

Andrea Camilleri sforna un altro episodio della saga di Montalbano. Ma come fa? Una prolificità stupefacente che, ahimè, alla lunga inevitabilmente finisce con l'impoverire il prodotto finale. E' questa la sensazione che mi ha lasciato la lettura de Il sorriso di Angelica.
Un  Montalbano po' stanco, svogliato e distratto, alle prese con gli anni che passano e che gli pesano non poco. Anche il rapporto "storico" con Livia appare ripetitivo e privo di vivo interesse reciproco, visto che ormai passa con troppa frequenza da una litigata ad un fraintendimento, quasi senza soluzione di continuità. Fatale e inevitabile che alla prima occasione Montalbano ceda , senza troppe esitazioni (salvo fare marcia indietro a posteriori), alle lusinghe di una beddra fimmina, giovane e spigliata, priva di inibizioni e con pochi scrupoli. Montalbano la paragona ad Angelica, il mito dell' Orlando furioso. Il poema di Ludovico Ariosto scandirà gli eventi raccontati nel romanzo, accompagnando il dipanarsi di una vicenda fantasiosa, discretamente emozionante, a volte ironica, mediamente ricca di colpi di scena. Il tutto fin quando un membro della banda di ladri al centro delle indagini della vicenda viene trovato morto e la verità si avvicina a passi rapidi non senza qualche grande scanto per Montalbano...
Esce di scena (temporaneamente?) Montalbano 2, l'alter ego razionale, implacabile e austero che nulla perdonava a Montalbano 1, quello reale. E' sostituito dalle riflessioni di Montalbano in luogo di quella specie di sdoppiamento di personalità sperimentata in precedenza da Camilleri. I personaggi di contorno, il fido Fazio, il magistrato Tommaseo, lo scorbutico medico legale, il vacuo questore, il pasticcione Catarella... sono tutti (troppo) "incappottati" nel loro abituali cliché, senza guizzi innovativi o nuovi elementi di originalità. Insomma diciamola tutta, Camilleri è sempre Camilleri, ma questa volta non mi è parso in forma smagliante sui suoi soliti livelli di eccellenza.

Caro Montalbano, alla prossima puntata...

martedì 22 febbraio 2011

Film visti. Il nastro bianco

Il nastro bianco
Regia di Michael Haneke

con Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Joseph Bierbichler.

[Voto: 3 su 5]

In questo periodo triste di forzata permanenza in casa mi manca molto la frequenza con il cinema, uno dei miei appunatmenti fissi settimanali. Forse i più attenti lettori del blog si saranno accorti della mancanza di recensioni recenti. In compenso mi cibo di massicce dosi di televisione che in questi casi è veramente provvidenziale per chi deve passare molto tempo a casa in quasi completa inattività. A patto di poter scegliere e non farsi sommergere dalla porcheria che ci viene offerta dalle tradizionali tv generaliste (Rai e Mediaset principalmente).
Se dico tv e dico cinema, non può che trattarsi di Sky Cinema. Ovviamente. Non  esiste un'altra offerta che possa competere, nemmeno nel settore delle pay tv minori.
In questi giorni è passato sugli schermi un film che mi era sfuggito al momento della sua uscita. Si tratta del film che ha vinto a Cannes nel 2009, per la regia dell'austriaco Michael Haneke. Un film d'autore (nel bene e nel male), con tutti i crismi per scomparire quasi immediatamente dal circuito commerciale del grande schermo. Come in effetti è stato a suo tempo. Per questo è una fortuna che sia finito su Sky, che accanto ad un buon 85% di robaccia di scarsissimo valore, riesce ad offrire una alternativa di qualità su uno dei suoi canali dedicati al cinema. Ribadisco il concetto: per fortuna!

Il nastro bianco è un film che lascia senza parole per la sua drammaticità, per la sua asciuttezza narrativa e per la storia che viene raccontata. E' girato in bianco e nero con una bellissima fotografia che riesce a trasmettere al tempo stesso la bellezza dei paesaggi della verde Germania e la tetra atmosfera della vicenda. Tanto è sfolgorante e luminosa nelle riprese in esterno, tanto è grigia e oppressiva nei passaggi più drammatici. L'ambientazione storica è fissata all'incirca negli anni 1910-1915, in prossimità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando in apparenza il mondo era ancora vergine e non macchiato del sangue di milioni di morti. In apparenza. Perchè il senso del racconto portato sugli schermi da Haneke è che nelle pieghe del formalismo moralistico e bacchettone dell'epoca, sussiegoso delle istituzioni, della religione e della famiglia, si nascondono i germi di quella follia collettiva che covava sotto le ceneri, nelle rigide chiese protestanti, nei talami nuziali, nei rapporti umani tra persone che di lì a poco sarebbe sfociato nell'orribile piaga del nazismo. Ovvero, nulla nasce per caso e all'improvviso. Nessun bubbone scoppia da sè se prima non ha covato in silenzio e macerato a lungo la parte sana del corpo umano ad ogni livello. Ed ecco che allora Haneke ci mostra una società tedesca molto ossequiosa dei formalismi borghesi e religiosi, con famiglie rette su modelli rigidissimi nei rapporti genitori e figli, con le donne sottomesse e considerate a rango di comparse destinate al soddisfacimento dei bisogni maschili o -al più- a crescere la prole. Non sicuramente a dare ai figli un'educazione, perchè quello è un ruolo che spetta al "signor padre" che non esita a impartire punizioni pesantissime e manipolatrici della personalità dei figli. Per non parlare della chiesa protestante, dominante in Germania, che si fa portabandiera degli stessi modelli di rigidità inflessibile. Salvo poi, nel chiuso delle mura domestiche, nel silenzio delle camere da letto, dare libero sfogo ai propri istinti lussuriosi con chiunque capiti a tiro. Ma la facciata, luminosa e sfolgorante (come la fotografia del film rende alla perfezione) è salva.
In una società siffatta Haneke coglie i germi del nazismo che di lì a poco avrebbero infettato tutta la Germania. Il film utilizza lo strumento della voce fuori campo affidata al maestro del villaggio. E' il maestro dell'unica scuola e dell'unica classe, frequentata da tutti i bambini. Ed è proprio con i bambini come protagonisti protagonisti che il maestro narra i fatti di quegli anni. Lentamente, inesorabilmente, estenuantemente, attraverso un continuo succedersi di quadri a camera fissa, fatti di dialoghi ed eventi “rivelatori”, il regista mostra come in quel mondo non ci fosse quasi nulla che fosse riconducibile al calore umano. Ma non solo: concetti come disciplina, purezza ed educazione erano divenuti talmente ossessivi e ossessionanti da travalicare ogni limite logico nella loro applicazione; l’estrema severità di comportamenti e atteggiamenti nascondeva derive perverse e patologiche che trovano applicazione nelle violenze domestiche (fisiche o mentali) e soprattutto nel sopruso nei confronti dei più deboli: donne, bambini, handicappati. Esattamente quanto è successo durante il delirio nazista. Il trionfo della razza perfetta a discapito dei più deboli e dei diversi.
Il film si conclude con la dichiarazione di guerra dell'Austria in seguito all'attentato di Sarajevo del 1914 (spero di non sbagliare la data...). La storia a venire, purtroppo, è tragicamente conosciuta.
Il film è impegnativo, dura oltre due ore. E' bene armarsi in anticipo di pazienza e perseveranza per non desistere dalla visione anticipatamente. Sarebbe un peccato.

venerdì 18 febbraio 2011

Benigni, il magnifico cantore dell'Unità d'Italia

Ieri sera sono incappato quasi per caso nell'esibizione di Roberto Benigni a Sanremo. Ed è stato un bene perchè ho visto qualcosa che mi ha emozionato e commosso fino alle lacrime e che resterà nella mia memoria di italiano. Più di mille discorsi celebrativi, più di mille cerimonie. Benigni ha toccato il cuore di chi lo stava ascoltando sul tema dell'Unità d'Italia.

Una prima parte satirica per rompere il ghiaccio. Benigni dopo un'entrata trionfale a cavallo con tanto di bandiera tricolore, sceglie un profilo basso quasi solo accennando marginalmente agli scandali che subisce l'Italia. Le stoccate non mancano, ma senza affondi diretti e grossolani. Quasi che l'argomento di fondo, l'Unità d'Italia, meritasse il massimo del rispetto senza eccessivi inquinamenti polemici.
L'Italia ha 150 anni. "E che sono per una nazione? Niente. E' una bambina. Una minorenne". E insiste, "dobbiamo parlare dell'Inno di Mameli, che tutti pensano che Mameli quando l'ha scritto era un vecchio con la barba, invece aveva vent'anni. All'epoca la maggiore età si raggiungeva a ventuno, quindi... era minorenne. Che poi 'sta cosa delle minorenni è nata proprio qui a Sanremo, ve la ricordate Gigliola Cinquetti? Non ho l'età, non ho l'età... S'era spacciata per la nipote di Claudio Villa". "Ma io parlerò solo dell'Inno di Mameli. Avete presente, quello che dice Dov'è la vittoria... Sembra scritto dal Pd". E ancora, "Dov'è la vittoria? / Le porga la chioma / che schiava di Roma / Iddio la creò. Umberto - dice Benigni rivolto idealmente a Bossi - schiava di Roma non è l'Italia, è la vittoria. Umberto, hai capito? Che c'é lì pure tuo figlio Renzo? Questo Paese è talmente libero che ci si può persino permettere di dire che non si vuole festeggiare l'anniversario dell'Unità".
Arriva poi la parte più seria e culturale, drammaticamente molto intensa, in cui Benigni da il meglio di sè. Affronta il testo dell'Inno di Mameli facendone l'esegesi come ci ha abituato a fare con la Divina Commedia di Dante. E' questa la parte più toccante di tutto l'intervento sul palco di Sanremo. Confesso, non ho difficoltà ad ammetterlo, che mi ha commosso ed emozionato fino alle lacrime. Una frase mi ha colpito tra le tante. "Quei ragazzi, quei giovani italiani di poco più di vent'anni andavano a morire per noi, per costruire l'Unità d'Italia. Non lo facevano per difendere la loro terra o la terra dei padri, ma per dare una terra a noi che siamo i loro figli". Se chi rema contro l'Unità e ai valori che la sottendono capisse il significato di queste poche parole l'Italia sarebbe un paese migliore. Grande Benigni.

Ecco i video per chi si fosse perso lo spettacolo:
I parte http://www.youtube.com/user/mauryinz1#p/u/10/oE08wJ7K84M
II parte http://www.youtube.com/user/mauryinz1#p/u/9/2Wm-3KQ-EZM
III parte http://www.youtube.com/user/mauryinz1#p/u/8/5itBCcZYoqQ
IV parte http://www.youtube.com/user/mauryinz1#p/u/7/S8gMpbZ1Tp8

In conclusione uno dei momenti più commoventi. Benignaccio abbandona le vesti di enfant terrible e canta l'Inno come lo avrebbe cantato uno di quei ragazzi che andavano a morire per fare l'Italia unita. Sommessamente, con un fil di voce, quasi in raccoglimento. Memorabile. Ecco il video: http://tv.repubblica.it/copertina/benigni-canta-l-inno-nazionale/62370?video


mercoledì 16 febbraio 2011

Cialtroni

Cialtroni 1 : L'arroganza strafottente di La Russa 











Cialtroni 2 : La "macchina del fango" de Il Giornale rievoca e manipola a piacimento fatti di oltre 30 anni fa


Libri. Da evitare assolutamente

L'Ipnotista
di Lars Kepler


Lars Kepler, nella presentazione del libro, viene addirittura annunciato come il nuovo Stieg Larsson, ma a mio modesto avviso non ha nemmeno la metà del talento del'inventore della saga di Millennium. Il libro, un bel malloppo di circa 600 pagine, si trascina stancamente vagando qua e là, ora allontanandosi per la tangente ora ritornando al plot principale, lo sterminio di una famiglia intera. L'omicida viene svelato quasi subito e da lì in poi il racconto si imbarca in divagazioni noiose e prolisse, prive di reale interesse. Per non parlare dei personaggi, descritti sommariamente senza dar loro una parvenza di credibilità. L'ipnotista del titolo, Erik Bark, è uno psichiatra che si imbottisce di pillole che prende a manciate, come se fossero noccioline. Pillole per dormire, per star sveglio, per tonificarsi, per restare lucido. Un passato di successo come brilante ipnotista ricercatore che però ad un certo punto va in disgrazia e buonanotte all'ipnosi. La di lui moglie è un tipetto emotivamente instabile che ci mette due minuti a separarsi da lui quando crede di cogliere una telefonata sospetta con possibile tradimento. Lo sbatte fuori di casa su due piedi, dedicandosi nel giro di poche pagine ad un altro uomo segretamente ambito e -attenzione!- in contemporanea con il rapimento del figlioletto emofiliaco. Ridicolo.
E poi una serie di personaggi di contorno tutti poco credibili e inverosimili, dal poliziotto investigatore a una banda di ragazzini terribili che, da piccoli delinquenti, taglieggiano i loro coetanei a colpi di piccole somme e ricariche di cellulari, salvo poi arrivare al tentato omicidio di un poliziotto come se niente fosse. Ridicolo. Per non parlare del finale, scontato e prevedibile, senza l'ombra di sussulti.
Insomma una vera ciofeca. C'è in giro un secondo libro di Lars Kepler sull'onda del successo del primo. Da evitare assolutamente.

martedì 8 febbraio 2011

Italia: l'approssimazione come regola

Qualche notizia colta al volo sui giornali di oggi. Non viene voglia di incazzarsi...?


Alberi fuorilegge.
Gli alberi secolari ai margini delle strade italiane sono quasi tutti fuorilegge. È, questo, l'innovativo principio giuridico di sicurezza stradale stabilito dalla Cassazione nella sentenza di condanna per omicidio colposo di un capo cantoniere dell'Anas di Foligno. Secondo la Corte suprema, l'uomo avrebbe dovuto provvedere a mettere in sicurezza ("predisponendo un idoneo guardrail nel tratto di strada dove si troava la pianta"), la statale "centrale umbra" orlata da una fila di alberi secolari, bellissimi da vedere, ma pericolosissimi per gli automobilisti. In queste condizioni sono migliaia e migliaia di km delle nostre strade. E sarebbero tra i principali responsabili di tanti incidenti mortali verificatisi nel corso degli anni, anzi di decenni, da quando le strade italiane sono percorse dalle automobili. Un vizio d'origine che si perde nel passato. O non si dovevano piantare gli alberi (secolari) in previsione del successivo percorso stradale o le strade non dovevano passare da lì. Ma se un automobilista esce di strada e va a sbattere su un platano, magari per l'eccessiva velocità, per ubriachezza, per disattenzione o per pura fatalità, la colpa è dell'albero? O piuttosto dell'automobilista stesso o del caso? E' assurdo dare la colpa agli alberi. L'incidente è sempre la risultate dell'interazione di tre fattori: uomo, veicolo ed ambiente. Non sarebbe più logico puntare sui primi due fattori piuttosto che prendersela con gli alberi?



Il 17 marzo sarà festa nazionale. Anzi no.
Il ministro leghista Calderoli è contrario alla giornata di riposo prevista per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Meglio lavorare. Dello stesso avviso Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Una giornata di festa significa blocco delle attività produttive con perdite di milioni di euro. E così ci sarà chi festeggia in osservanza alla ricorrenza e chi invece se ne fregherà bellamente. Caos assicurato.
Ma pensarci prima, no? - quando la decisione è stata presa a livello di Governo (di cui fa parte lo stesso Calderoli)- ? L'Italia è sempre il paese del tira-e-molla. Diceva il grande Totò: "se ricevi un ordine, prima di eseguirlo, aspetto il contrordine". Una barzelletta, ma nel nostro paese non bisogna mai stupirsi di nulla.



(archivio)Di chi è il Canal Grande a Venezia?
Il Canal Grande non è più del Comune di Venezia. La notizia è giunta come una bomba nella sede municipale a Ca' Farsetti. Faccenda vecchia di anni che risale addirittura agli inizi del Novecento. Per legge le superfici marine e  lagunari sono di proprietà dello Stato, date in concessione/convenzione agli enti locali con protocolli ad hoc. Il ministro Calderoli, nel noto decreto «ammazzaleggi» (quello festeggiato in pompa magna dalla Lega con un rogo simbolico di quintali di codici e leggi) ha cancellato in un sol colpo tante norme antiche ancora vigenti senza preoccuparsi di prevederne le conseguenze. Tra queste, la concessione del Canal Grande da parte dello Stato al Comune di Venezia. Per la serie: tanta propaganda politica ad effetto, ma poche idee concrete e soprattutto confuse. Adesso è prevedibile che si aprirà un contenzioso amministrativo e burocratico per ristabilire lo statu quo, infatti per riassegnare il Canal Grande al Comune servirà comunque un provvedimento di legge che servirà ad abrogare l'abrogazione. Sembra un gioco di parole, ma è solo l'ennesimo pasticcio all'italiana fatto di incompetenza e approssimazione.  Con conseguente perdita di tempo e di risorse. E chi paga? Pantalone, naturalmente...