Sono tuttaltro che un fan di Antonello Venditti, ma questa è una bellissima canzone. Ha il dono di evocare atmosfere particolari e suscitare emozioni. Musicalmente asseconda il fluire libero e crepuscolare dei pensieri.
Per ascoltarla: http://www.youtube.com/watch?v=Qgr_Ij1Zoxg
Ogni volta
Ogni volta che parlo di te
tu fai parte o non parte di me
ogni volta che piango per te
tu fai parte o non parte di noi
E mille nuovi amori cercherò
per non amarti più
ma mai nessuna al mondo sarai tu
E stanotte la passi con lui
ma ogni cosa ti parla di noi
ogni frase, ogni gesto che fai
è già stato vissuto da noi
Chiudi gli occhi e pensi che
le sue mani, la sua pelle no, non sono me
Ogni volta che parli di me
faccio parte o non parte di te
ogni volta che piangi per me
faccio parte o non parte di noi
A tutti i nostri amici tu dirai
di non amarmi più
ma solo io saprò a chi pensi tu
voglio te voglio te, voglio te
perché tu, tu fai parte di me
voglio te, voglio te, voglio te
fino all'ultimo sguardo
all'ultimo istante
all'ultimo giorno che avrò.
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Riflessioni personali, fatti e notizie, idee, pensieri, sogni, chiacchiere e opinioni. In un' Italia, purtroppo, sempre più alla deriva.
giovedì 27 maggio 2010
Nostalgia della barca...
Dramma familiare in casa Briatore.
«Da quando siamo stati costretti ad abbandonare il nostro yacht il piccolo Nathan Falco piange spesso, non è più tranquillo e sereno come prima». Elisabetta Gregoraci, in un'intervista al tipico settimanale da leggere sotto il casco della parrucchiera, parla di quello che definisce un «terribile incubo» vissuto dopo il sequestro da parte della Guardia di finanza dello yacht "Force Blue" (63 metri di lusso sfrenato e del valore di decine di milioni di euro), sul quale viveva stabilmente con il figlio di due mesi e il marito Flavio Briatore, ora indagato per contrabbando e frode fiscale.
La frode fiscale starebbe nell'affitto pro forma di 240.000 euro al mese, quando invece Briatore sarebbe proprietario occulto della barchetta.
La frode fiscale starebbe nell'affitto pro forma di 240.000 euro al mese, quando invece Briatore sarebbe proprietario occulto della barchetta.
- «Il nostro bambino è quello che ha risentito di più di questa situazione, di questo brusco cambiamento - spiega la Gregoraci-. Da quando siamo usciti dalla clinica di Nizza dove ho partorito, ha vissuto a bordo dello yacht: ora non è più tranquillo e sereno come prima, sente la mancanza della sua cameretta bianca, dei suoi spazi, che lo hanno protetto fin dai primi giorni».
Questa è la notizia, clamorosa e drammatica, che è apparsa su tutti i giornali e sui siti on line delle testate internet che sta facendo vivere giorni di tensione a tutti gli italiani.

OK, posso capire che questa gente straricca a palate possa vivere abitualmente su uno yacht (63 metri di lunghezza..., la "barchetta" assomiglia più a un mercantile che a uno yacht), posso capire che, nei meandri della legge e della legalità in frode al fisco, utilizzi modi "creativi" per giustificare la disponibilità di simili imbarcazioni facendola passare per un mezzo a noleggio invece che di piena ed esclusiva proprietà (da qui la denuncia/sequestro della Finanza); posso capire che il pargoletto possa aver familiarizzato con la sua marinaresca cameretta sulla "barca" invece della linda stanzetta in una casa come tutti gli altri comuni e miserabili mortali; posso capire che il cambio di ambiente sia stato avvertito dal piccolo fenomeno, magari con plebee scariche di diarrea quali reazioni al drammatico stress subito. Posso ammettere e accettare quasi tutto, ma assolutamente non riesco a capire, neanche sforzandomi, come si possa decidere di chiamare il proprio figlio -innocente creatura!- Nathan Falco. Ma che cazzo di nome è? Sì, lo so che è un personaggio di fumetti, ma Nathan Falco è forse un nome da dare a un essere umano in carne e ossa? Il prossimo nascituro lo chiameranno Aquila della notte - Tex Willer?
Bisognerebbe interdire certi genitori, altro che sequestragli la barca...
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domenica 23 maggio 2010
Film visti. Robin Hood
Regia di Ridley Scott
con Russell Crowe, Cate Blanchett,William Hurt.
[voto: 2,5 su 5]
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martedì 18 maggio 2010
Portavo i calzoni corti
In questi giorni a Padova c'è la Fiera. La Fiera è sempre stata un evento in città. Adesso un po' meno, ma quando ero ragazzino in calzoni corti, la visita in fiera era uno degli avvenimenti più importanti dell'anno. Almeno per la mia famiglia, che ra però uguale a tante altre. Intanto la fiera cadeva (e cade) in un bel periodo: maggio, esplosione di primavera; e poi la scuola era quasi finita e si incominciava a respirare aria di vacanze. Se i miei ricordi non mi ingannano, negli anni '60-'70 credo che la Fiera di Padova fosse addirittura programmata per giugno, più o meno in concomitanza con l'altro grande evento della città, la festa di Sant'Antonio. C'erano le giostre in Prato della Valle e per noi bambini e anche per quelli più grandi e più sgamati, era occasione di grande eccitazione e di grandi sollazzi ...e grandi mangiate di zucchero filato. Gli autoscontri, i dischi volanti, i chioschi con i pesci rossi da vincere col lancio delle palline... che gioia, che festa, che allegria. I più temerari si cimentavano addirittura con l'otto volante o montagne russe, a costo di vomitare anche l'anima. Con il passare degli anni e con l'avvento di altre forme di comunicazione e propaganda commerciale, la Fiera ha via via perso interesse e fascino. Certo rimane comunque uno dei punti di riferimento dal punto di vista economico e commerciale, ma per noi padovani, da un certo punto in poi, non era più la stessa cosa. Perchè andare per stand e padiglioni stipati come sardine a vedere delle cose che si potevano vedere comodamente in televisione, ormai a colori? Si era nei primi anni '80, con l'avvento delle tv locali infarcite di pubblicità e televendite. Ricordo ancora adesso come rimanevo estasiato di fronte al banco dell'omino che faceva le dimostrazioni di quanto comoda, rapida ed efficiente fosse la macchinetta per tagliare e tritare le cipolle in un minuto o quale portento della scienza e della tecnica applicate fosse il frullatore che trasformava la frutta (banane, mele, pere... kiwi e altra frutta esotica erano ancora quasi sconosciuti) in succulenti e appetitosi beveroni da leccarsi i baffi. Si sa, per i bambini la frutta è sempre ostica da accettare e il frullatore faceva miracoli, almeno nella mia famiglia.
Il giorno della fiera era un giorno di festa. Mia mamma si faceva bella ed elegante col vestito buono delle grandi occasioni. Io e mia sorella avevamo il permesso di vestirci come quando si andava alla messa della domenica o in visita agli zii di Treviso. Insomma, era un'occasione speciale. Col risultato che le scarpe della domenica erano dure e scomode e a fine giornata, dopo ore di fiera, si tornava a casa con le vesciche ai piedi.
Per i miei ricordi di ragazzino, andare in fiera significava principalmente due cose: fare incetta di depliants pubblicitari e montare sui trattori e girare il volante come per guidarli. Roba da andare fuori di testa per l'emozione e la gioia. Come si sa, ogni espositore fieristico si dota di materiale pubblicitario dei suoi prodotti. Per me andare in fiera significava passare in rassegna tutti, ma proprio tutti gli stands e farmi dare i volantini o meglio ancora i pieghevoli in carta patinata. Gli espositori degli stand più ricchi ed avveduti si procuravano addirittura i palloncini colorati, sapendo che avrebbero sì attirato nugoli di bambini molesti, ma accompagnati dai genitori che comprano....Che goduria andare in giro con fasci di depliants sotto il braccio e il palloncino legato al polso perchè non volasse via. Depliants di tutti i tipi e naturalmente del tutto inutili per un ragazzino della mia età. E come me ce n'erano decine, anzi tutti i bambini in grado di andare in giro senza stare alla mano della mamma o del papà, erano autonominati ufficialmente cacciatori di depliants. A fine giornata c'erano, stivati nelle capienti borse delle mamme, pacchi di carte multicolori. Macchinari sconosciuti e misteriosi, gru, escavatori, macchine per la pasta, frigoriferi industriali, mangiatoie per allevamenti bovini, divani, calcolatrici elettriche, televisori e motociclette. Ricordo che rimasi a bocca aperta nel vedere una macchina che sfornava a getto continuo il ghiaccio secco. Ghiaccio secco? A essere del tutto sincero, che roba sia esattamente, me lo chiedo ancora adesso.
Di tutto, di più. Un ciarpame infinito di carta pubblicitaria, ma affascinante. Almeno per i miei occhi. Nei giorni e settimane successivi me li andavo a sfogliare tutti, uno per uno. Alla fine era anche istruttivo, oltre che colorato e appagante al tatto. La carta patinata delle brochure e degli opuscoli pubblicitari per me ha sempre avuto un grande fascino. Chissà, forse anche per questo, tanti anni dopo, sono finito a lavorare nel settore commerciale, che della pubblicità e della comunicazione fa il suo pane quotidiano.
Portavo i calzoni corti quando mio papà, ai miei occhi di bambino uomo sempre serio e quasi imbronciato, si addolciva e cedeva alle suppliche di farmi salire sul trattore in esposizione alla fiera. E allora mi afferrava con le sue mani possenti e mi sollevava lassù in alto, fino al seggiolino del guidatore, al posto di guida, sotto lo sguardo bonario e rassegnato dello standista che era ormai capitolato di fronte alla sequela interminabile di bambini che attendevano il loro turno per salirci sopra. Nei giorni in cui mio papà si portava anche la macchina fotografica, ci scappava pure la foto. Ma allora sul trattore ci saliva anche la mia sorellina, giusto per la foto ricordo, evento ancor più raro ancorchè eccezionale "perchè alle femmine i trattori non interessano"; sono cose da uomini, perbacco.
Che tempi, che ricordi. Se ci penso mi prende una certa nostalgia.... dei tempi passati, del vestito "buono", del ricordo dei miei genitori, dell'innocenza infantile, chissà. Adesso in fiera non ci vado più da tanti anni e nemmeno ricordo di averci mai portato le mie figlie. Se sapessero quanti depliants e quanti trattori si sono perse, mi odierebbero.
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Il giorno della fiera era un giorno di festa. Mia mamma si faceva bella ed elegante col vestito buono delle grandi occasioni. Io e mia sorella avevamo il permesso di vestirci come quando si andava alla messa della domenica o in visita agli zii di Treviso. Insomma, era un'occasione speciale. Col risultato che le scarpe della domenica erano dure e scomode e a fine giornata, dopo ore di fiera, si tornava a casa con le vesciche ai piedi.
Per i miei ricordi di ragazzino, andare in fiera significava principalmente due cose: fare incetta di depliants pubblicitari e montare sui trattori e girare il volante come per guidarli. Roba da andare fuori di testa per l'emozione e la gioia. Come si sa, ogni espositore fieristico si dota di materiale pubblicitario dei suoi prodotti. Per me andare in fiera significava passare in rassegna tutti, ma proprio tutti gli stands e farmi dare i volantini o meglio ancora i pieghevoli in carta patinata. Gli espositori degli stand più ricchi ed avveduti si procuravano addirittura i palloncini colorati, sapendo che avrebbero sì attirato nugoli di bambini molesti, ma accompagnati dai genitori che comprano....Che goduria andare in giro con fasci di depliants sotto il braccio e il palloncino legato al polso perchè non volasse via. Depliants di tutti i tipi e naturalmente del tutto inutili per un ragazzino della mia età. E come me ce n'erano decine, anzi tutti i bambini in grado di andare in giro senza stare alla mano della mamma o del papà, erano autonominati ufficialmente cacciatori di depliants. A fine giornata c'erano, stivati nelle capienti borse delle mamme, pacchi di carte multicolori. Macchinari sconosciuti e misteriosi, gru, escavatori, macchine per la pasta, frigoriferi industriali, mangiatoie per allevamenti bovini, divani, calcolatrici elettriche, televisori e motociclette. Ricordo che rimasi a bocca aperta nel vedere una macchina che sfornava a getto continuo il ghiaccio secco. Ghiaccio secco? A essere del tutto sincero, che roba sia esattamente, me lo chiedo ancora adesso.
Di tutto, di più. Un ciarpame infinito di carta pubblicitaria, ma affascinante. Almeno per i miei occhi. Nei giorni e settimane successivi me li andavo a sfogliare tutti, uno per uno. Alla fine era anche istruttivo, oltre che colorato e appagante al tatto. La carta patinata delle brochure e degli opuscoli pubblicitari per me ha sempre avuto un grande fascino. Chissà, forse anche per questo, tanti anni dopo, sono finito a lavorare nel settore commerciale, che della pubblicità e della comunicazione fa il suo pane quotidiano.
Portavo i calzoni corti quando mio papà, ai miei occhi di bambino uomo sempre serio e quasi imbronciato, si addolciva e cedeva alle suppliche di farmi salire sul trattore in esposizione alla fiera. E allora mi afferrava con le sue mani possenti e mi sollevava lassù in alto, fino al seggiolino del guidatore, al posto di guida, sotto lo sguardo bonario e rassegnato dello standista che era ormai capitolato di fronte alla sequela interminabile di bambini che attendevano il loro turno per salirci sopra. Nei giorni in cui mio papà si portava anche la macchina fotografica, ci scappava pure la foto. Ma allora sul trattore ci saliva anche la mia sorellina, giusto per la foto ricordo, evento ancor più raro ancorchè eccezionale "perchè alle femmine i trattori non interessano"; sono cose da uomini, perbacco.
Che tempi, che ricordi. Se ci penso mi prende una certa nostalgia.... dei tempi passati, del vestito "buono", del ricordo dei miei genitori, dell'innocenza infantile, chissà. Adesso in fiera non ci vado più da tanti anni e nemmeno ricordo di averci mai portato le mie figlie. Se sapessero quanti depliants e quanti trattori si sono perse, mi odierebbero.
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venerdì 7 maggio 2010
Una ciofeca misteriosa e intrigante
La biblioteca dei morti, di Glenn Cooper.
Parte prima.
Questo libro me l'ha consigliato mia figlia, che è appassionata di quel filone mistery della narrativa contemporanea che ultimamente va tanto per la maggiore. L'ho ignorato a lungo, ma poi l'ho preso in mano e ho cominciato a leggerlo anche per constatare, lo confesso, che gusti avesse la mia giovinotta. Tanto per chiarire come la penso, dopo una quarantina di pagine mi sono detto: "ma che cavolo di ciofeca è...?", e me la sono presa anche con lei e i suoi gusti insani.
Brevemente la storia (purgata): tra le rovine di un monastero dell'isola di Wight, all'epoca del governo di Winston Churchill (post seconda guerra mondiale), viene ritrovata una sterminata quantità di libri manoscritti dell'epoca medievale. Sterminata? di più, molto di più... Tutto frutto del lavoro di pazienti monaci che in un salto temporale della narrazione ci vengono presentati dall'autore Glenn Cooper come pallidi, emaciati e silenziosi religiosi dell' VIII secolo d.C. che, di generazione in generazione, si applicavano al maniacale lavoro di scrittura dei libri. Ma dall'esame più approfondito del contenuto della sterminata biblioteca, il cui completamento aveva richiesto svariati secoli di certosino lavoro degli ammanuensi, emerge una verità sconvolgente. Al punto tale che tutta l'immensa biblioteca viene trasfeita un po' alla volta negli USA (più attrezzati alla bisogna della malandata Inghilterra alle prese con le rovine post belliche), nella famosa Area 51, quella degli Ufo, per intenderci. Ovviamente sotto massima copertura e con il vincolo del top secret. Non dico ovviamente nulla di più sulla natura del segreto, anche perchè è l'unica cosa buona del libro, il quid che lo tiene insieme e che spinge il lettore a continuare la lettura invece di far volare il libro dalla finestra. Sì, devo ammettere che l'idea base da cui prendono il via tutte le vicende connesse e collegate con il ritrovamento è oggettivamente affascinante ancorchè genialmente strampalata. Ma in questi casi, più le situazioni sono fantasiose e inverosmili, meglio è. Altrimenti che filone mistery sarebbe?
Sul libro, ahimè, non c'è molto altro da dire se non che sguazza nei più classici e prevedibili clichè della letteratura poliziesca americana e che, a lettura finita, il mio pensiero irriverente è andato all'autore, chiedendomi perchè invece di continuare a fare il suo mestiere (se non sbaglio fa l'imprenditore di successo) si fosse messo a scrivere. Mah.
Parte seconda.
Ieri, come ogni giovedi, sfoglio il magazine settimanale del Corriere della Sera (Sette) e butto l'occhio sulla rubrica del critico letterario Antonio D'Orrico. Con mia grande meraviglia leggo la presentazione di un altro libro di Glenn Cooper, Il libro delle anime, in uscita in questi giorni. Ohibò -leggere per credere- non vi dico le meraviglie del libro annunciate nell'articolo e ancor più del precedente di cui è il sequel. Indovinato? Sì: La biblioteca dei morti, la ciofeca stuzzicante di cui sopra.
Tutto questo mi ha messo in crisi non poco. Il dubbio è il seguente: sono io che non capisco niente di libri e non riesco ad apprezzare il lavoro di Cooper per le tante qualità espresse e sottolineate dal critico D'Orrico? Oppure è lui che prende un grosso abbaglio e il libro è davvero una ciofeca?
Ubi maior minor cessat, recita il latinorum. D'Orrico sarà pur per qualcosa il critico del Corriere o no? Mica della Gazzetta di Forlimpopoli.... Sì, ok, il sospetto che dietro possa esserci qualche manovra editoriale c'è sempre, ma voglio pensare che il Corriere sia superiore a queste cose venali.
E dunque ormai sono rassegnato a leggermi anche il sequel della sunnominata ciofeca, se non altro per vedere come va a finire e se alla fine avevo ragione io o l'illustre critico.
Parte prima.
Questo libro me l'ha consigliato mia figlia, che è appassionata di quel filone mistery della narrativa contemporanea che ultimamente va tanto per la maggiore. L'ho ignorato a lungo, ma poi l'ho preso in mano e ho cominciato a leggerlo anche per constatare, lo confesso, che gusti avesse la mia giovinotta. Tanto per chiarire come la penso, dopo una quarantina di pagine mi sono detto: "ma che cavolo di ciofeca è...?", e me la sono presa anche con lei e i suoi gusti insani.
Brevemente la storia (purgata): tra le rovine di un monastero dell'isola di Wight, all'epoca del governo di Winston Churchill (post seconda guerra mondiale), viene ritrovata una sterminata quantità di libri manoscritti dell'epoca medievale. Sterminata? di più, molto di più... Tutto frutto del lavoro di pazienti monaci che in un salto temporale della narrazione ci vengono presentati dall'autore Glenn Cooper come pallidi, emaciati e silenziosi religiosi dell' VIII secolo d.C. che, di generazione in generazione, si applicavano al maniacale lavoro di scrittura dei libri. Ma dall'esame più approfondito del contenuto della sterminata biblioteca, il cui completamento aveva richiesto svariati secoli di certosino lavoro degli ammanuensi, emerge una verità sconvolgente. Al punto tale che tutta l'immensa biblioteca viene trasfeita un po' alla volta negli USA (più attrezzati alla bisogna della malandata Inghilterra alle prese con le rovine post belliche), nella famosa Area 51, quella degli Ufo, per intenderci. Ovviamente sotto massima copertura e con il vincolo del top secret. Non dico ovviamente nulla di più sulla natura del segreto, anche perchè è l'unica cosa buona del libro, il quid che lo tiene insieme e che spinge il lettore a continuare la lettura invece di far volare il libro dalla finestra. Sì, devo ammettere che l'idea base da cui prendono il via tutte le vicende connesse e collegate con il ritrovamento è oggettivamente affascinante ancorchè genialmente strampalata. Ma in questi casi, più le situazioni sono fantasiose e inverosmili, meglio è. Altrimenti che filone mistery sarebbe?
Sul libro, ahimè, non c'è molto altro da dire se non che sguazza nei più classici e prevedibili clichè della letteratura poliziesca americana e che, a lettura finita, il mio pensiero irriverente è andato all'autore, chiedendomi perchè invece di continuare a fare il suo mestiere (se non sbaglio fa l'imprenditore di successo) si fosse messo a scrivere. Mah.
Parte seconda.
Ieri, come ogni giovedi, sfoglio il magazine settimanale del Corriere della Sera (Sette) e butto l'occhio sulla rubrica del critico letterario Antonio D'Orrico. Con mia grande meraviglia leggo la presentazione di un altro libro di Glenn Cooper, Il libro delle anime, in uscita in questi giorni. Ohibò -leggere per credere- non vi dico le meraviglie del libro annunciate nell'articolo e ancor più del precedente di cui è il sequel. Indovinato? Sì: La biblioteca dei morti, la ciofeca stuzzicante di cui sopra.
Tutto questo mi ha messo in crisi non poco. Il dubbio è il seguente: sono io che non capisco niente di libri e non riesco ad apprezzare il lavoro di Cooper per le tante qualità espresse e sottolineate dal critico D'Orrico? Oppure è lui che prende un grosso abbaglio e il libro è davvero una ciofeca?
Ubi maior minor cessat, recita il latinorum. D'Orrico sarà pur per qualcosa il critico del Corriere o no? Mica della Gazzetta di Forlimpopoli.... Sì, ok, il sospetto che dietro possa esserci qualche manovra editoriale c'è sempre, ma voglio pensare che il Corriere sia superiore a queste cose venali.
E dunque ormai sono rassegnato a leggermi anche il sequel della sunnominata ciofeca, se non altro per vedere come va a finire e se alla fine avevo ragione io o l'illustre critico.
lunedì 3 maggio 2010
Film visti. Cosa voglio di più
Cosa voglio di più
Regia di Silvio Soldini, con Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston.
[Voto: 2.5 su 5]
Innanzitutto il titolo. Cosa voglio di più nel senso di "cosa preferisco" oppure cosa voglio di più nel senso relativo di "cosa pretendo di più di quanto già non abbia"? Dubbio che è un po' una chiave o la chiave di lettura del film. Cosa vogliono di più che già non abbiano i protagonisti della storia narrata da Silvio Soldini? Oppure su quale dei due, tra amante e moglie/marito, cadrà la scelta di vita che in qualche modo sono chiamati a fare?
La storia è una come tante altre, di coppie che si arrabattano a livello di galleggiamento nel tran tran quotidiano, alle prese con il mutuo da pagare, con i conti che non tornano mai, con i figli -se già ci sono- oppure con il progetto di metterne in cantiere uno perchè forse è arrivato il momento giusto, con gli amici, con i progetti per le vacanze low cost. Storie di vita ordinarie e per questo brutalmente banali, piatte e monotone. Ma ad un certo punto queste vite piatte si incrociano tra di loro e deragliano nel breve giro di qualche sguardo e qualche sms. Un Lui e una Lei qualsiasi (il piacione Favino e l'algida Rohrwacher), che hanno una vita di coppia, che hanno dei compagni/e e anche dei figli decidono di dare una svolta alla loro piatta esistenza e di avviare una relazione tutta sesso e clandestinità. E qui torniamo al titolo ambivalente. Cosa vogliono di più? Non gli basta ciò che già hanno e che fino ad allora sembrava soddisfarli? Cosa vogliono di più? E' preferibile una vita tranquilla, ma banalmente piatta o la sferzata di adrenalina che deriva da una relazione proibita che li svegli dal loro torpore?
L'ambientazione in cui si svolge la vicenda mi ha riportato, per atmosfere e caratterizzazioni dei personaggi, ad un Pietro Germi d'annata, tradotto e aggiornato con il linguaggio dei giorni nostri. Un'operazione nostalgia che coglie in pieno le atmosfere malinconiche e depresse di quell'ambiente popolare dove tutto è routine, dove i due stipendi non bastano mai e la massima botta di vita viene dalle serate con gli amici al pub tra un Risiko e un Monopoli. E' una fotografia dell'Italia di oggi come lo era quella degli anni '50 splendidamente letta e interpretata dal genio di Germi. Soldini sforna un'opera piutttosto sonnolenta e spesso ripetitiva nelle situazione descritte; sembra quasi che la piattezza dell'esistenza dei protagonisti sia anche una certa piattezza del film stesso. Perfino le scene di sesso tra i due amanti, ampiamente sottolineate da trailers e locandine, sono piatte e sembrano ricordare un glamour da hard discount di periferia. Anzi i sospiri lussuriosi dei due poveri amanti sembrano più delle crisi di asma bronchiale che vette di sesso infuocato.
Insomma tutto sembra essere pervaso da un senso di depressione che finisce per coinvolgere lo spettatore che alla fine del film esce dalla sala con un senso di tristezza difficile da scrollarsi di dosso. Primato forse uguagliato dai precedenti lavori di Soldini, sia Pane e tulipani, ma soprattutto Giorni e nuvole. Anche in quelle precedenti opere il malessere del vivere era palpabile. Un malessere che ha le sue radici sia nelle anime dei personaggi che nella vita che loro conducono, condizionata sempre dai soliti problemi personali, economici, di relazione. Problemi che portano inevitabilmente alla fuga. Da tutto: dalla famiglia, dal lavoro, dagli affetti più cari, cui pure si è profondamente legati.
Salvo poi riprendersi i propri bagali e fare ritorno a casa, lasciando dietro di sè una scia di ricordi e di lacrime amare per aver solo furtivamente assaporato quello che poteva essere e che non è stato.
Regia di Silvio Soldini, con Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston.
[Voto: 2.5 su 5]
Innanzitutto il titolo. Cosa voglio di più nel senso di "cosa preferisco" oppure cosa voglio di più nel senso relativo di "cosa pretendo di più di quanto già non abbia"? Dubbio che è un po' una chiave o la chiave di lettura del film. Cosa vogliono di più che già non abbiano i protagonisti della storia narrata da Silvio Soldini? Oppure su quale dei due, tra amante e moglie/marito, cadrà la scelta di vita che in qualche modo sono chiamati a fare?
La storia è una come tante altre, di coppie che si arrabattano a livello di galleggiamento nel tran tran quotidiano, alle prese con il mutuo da pagare, con i conti che non tornano mai, con i figli -se già ci sono- oppure con il progetto di metterne in cantiere uno perchè forse è arrivato il momento giusto, con gli amici, con i progetti per le vacanze low cost. Storie di vita ordinarie e per questo brutalmente banali, piatte e monotone. Ma ad un certo punto queste vite piatte si incrociano tra di loro e deragliano nel breve giro di qualche sguardo e qualche sms. Un Lui e una Lei qualsiasi (il piacione Favino e l'algida Rohrwacher), che hanno una vita di coppia, che hanno dei compagni/e e anche dei figli decidono di dare una svolta alla loro piatta esistenza e di avviare una relazione tutta sesso e clandestinità. E qui torniamo al titolo ambivalente. Cosa vogliono di più? Non gli basta ciò che già hanno e che fino ad allora sembrava soddisfarli? Cosa vogliono di più? E' preferibile una vita tranquilla, ma banalmente piatta o la sferzata di adrenalina che deriva da una relazione proibita che li svegli dal loro torpore?
L'ambientazione in cui si svolge la vicenda mi ha riportato, per atmosfere e caratterizzazioni dei personaggi, ad un Pietro Germi d'annata, tradotto e aggiornato con il linguaggio dei giorni nostri. Un'operazione nostalgia che coglie in pieno le atmosfere malinconiche e depresse di quell'ambiente popolare dove tutto è routine, dove i due stipendi non bastano mai e la massima botta di vita viene dalle serate con gli amici al pub tra un Risiko e un Monopoli. E' una fotografia dell'Italia di oggi come lo era quella degli anni '50 splendidamente letta e interpretata dal genio di Germi. Soldini sforna un'opera piutttosto sonnolenta e spesso ripetitiva nelle situazione descritte; sembra quasi che la piattezza dell'esistenza dei protagonisti sia anche una certa piattezza del film stesso. Perfino le scene di sesso tra i due amanti, ampiamente sottolineate da trailers e locandine, sono piatte e sembrano ricordare un glamour da hard discount di periferia. Anzi i sospiri lussuriosi dei due poveri amanti sembrano più delle crisi di asma bronchiale che vette di sesso infuocato.
Insomma tutto sembra essere pervaso da un senso di depressione che finisce per coinvolgere lo spettatore che alla fine del film esce dalla sala con un senso di tristezza difficile da scrollarsi di dosso. Primato forse uguagliato dai precedenti lavori di Soldini, sia Pane e tulipani, ma soprattutto Giorni e nuvole. Anche in quelle precedenti opere il malessere del vivere era palpabile. Un malessere che ha le sue radici sia nelle anime dei personaggi che nella vita che loro conducono, condizionata sempre dai soliti problemi personali, economici, di relazione. Problemi che portano inevitabilmente alla fuga. Da tutto: dalla famiglia, dal lavoro, dagli affetti più cari, cui pure si è profondamente legati.
Salvo poi riprendersi i propri bagali e fare ritorno a casa, lasciando dietro di sè una scia di ricordi e di lacrime amare per aver solo furtivamente assaporato quello che poteva essere e che non è stato.
giovedì 29 aprile 2010
Il transetto, questo sconosciuto...
I pilastri della terra, di Ken Follett.
Un'epopea medievale che si sviluppa attraverso l'arco di una quarantina d'anni nel XII secolo di un'Inghilterra feudale dilaniata da lotte intestine tra i potenti nobili in perenne caccia di potere e denaro. Sullo sfondo una chiesa che già impone la sua presenza dominante sgomitando sia sul fronte confessionale che quello temporale. Storie di cattedrali da erigere e di frati devoti, ma anche di vescovi felloni e spregiudicati. Ma anche di re, di cavalieri, di conti e di dame che, ora l'uno ora l'altro, governano, spadroneggiano, cadono e risorgono senza soluzione di continuità. Insomma ce n'è per tutti i gusti. Il libro è del 1995. In tutti questi anni ci sono girato intorno in maniera ondivaga. Interessato e incuriosito ma non al punto da iniziarne la lettura. Lo leggo, non lo leggo... sempre in dubbio soprattutto per la fama di scrittore popolare di non eccelse qualità che l'autore Ken Follett si porta dietro. Non secondariamente, anche perchè intimorito dalle dimensioni del libro: circa 1000 (mille!) pagine. Per mantenere interesse e qualità sulla distanza di una vera e propria maratona bisogna essere degli scrittori formidabili... Ma alla fine venne il momento di attaccare i pilastri della terra. E' stata una lettura interessante, tranquilla, istruttiva, Non sarà alta letteratura come dicono i palati fini, ma certamente non manca di coinvolgere il lettore. Interessante soprattutto sotto il profilo storico-artistico per le minuziose descrizioni sia delle vicende dell'Inghilterra medievale che dell'arte dell'epoca, nel passaggio dal romanico al gotico, dall'arco a tutto sesto a quello a sesto acuto. Diciamo che ho dovuto rispolverare i miei sbiaditi ricordi di storia dell'arte del liceo (il transetto, questo sconosciuto...) per stare dietro alla narrazione delle gesta architettoniche di Tom il costruttore e del suo figlioccio Jack perdutamente innamorato della bella Aliena, la contessina in disgrazia. Ok non sarà un capolavoro, tuttavia non è difficile fare le due di notte per finire assolutamente quel tal capitolo che non si può proprio lasciare lì in sospeso...
Una curiosità. Follett cita spesso i mercanti italiani che cominciavano ad affacciarsi sui mercati del nord. Ma ho qualche dubbio che storicamente abbiano un senso i termini Italia e italiano in pieno 1100. La penisola italica in quel tempo era tutto tranne che un paese unitariamente identificabile sotto un'unico nome, bensì un mosaico dalle mille tessere. Chi ha sbagliato (se di sbaglio si tratta effettivamente)? Follett o il traduttore?
Esiste un seguito del romanzo sulle vicende legate alla cattedrale di Kingsbridge, Mondo senza fine pubblicato un paio di anni fa. Sono 1.300 (milletrecento!!) pagine. Auguratemi buona fortuna, ho appena cominciato a leggerlo...
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Un'epopea medievale che si sviluppa attraverso l'arco di una quarantina d'anni nel XII secolo di un'Inghilterra feudale dilaniata da lotte intestine tra i potenti nobili in perenne caccia di potere e denaro. Sullo sfondo una chiesa che già impone la sua presenza dominante sgomitando sia sul fronte confessionale che quello temporale. Storie di cattedrali da erigere e di frati devoti, ma anche di vescovi felloni e spregiudicati. Ma anche di re, di cavalieri, di conti e di dame che, ora l'uno ora l'altro, governano, spadroneggiano, cadono e risorgono senza soluzione di continuità. Insomma ce n'è per tutti i gusti. Il libro è del 1995. In tutti questi anni ci sono girato intorno in maniera ondivaga. Interessato e incuriosito ma non al punto da iniziarne la lettura. Lo leggo, non lo leggo... sempre in dubbio soprattutto per la fama di scrittore popolare di non eccelse qualità che l'autore Ken Follett si porta dietro. Non secondariamente, anche perchè intimorito dalle dimensioni del libro: circa 1000 (mille!) pagine. Per mantenere interesse e qualità sulla distanza di una vera e propria maratona bisogna essere degli scrittori formidabili... Ma alla fine venne il momento di attaccare i pilastri della terra. E' stata una lettura interessante, tranquilla, istruttiva, Non sarà alta letteratura come dicono i palati fini, ma certamente non manca di coinvolgere il lettore. Interessante soprattutto sotto il profilo storico-artistico per le minuziose descrizioni sia delle vicende dell'Inghilterra medievale che dell'arte dell'epoca, nel passaggio dal romanico al gotico, dall'arco a tutto sesto a quello a sesto acuto. Diciamo che ho dovuto rispolverare i miei sbiaditi ricordi di storia dell'arte del liceo (il transetto, questo sconosciuto...) per stare dietro alla narrazione delle gesta architettoniche di Tom il costruttore e del suo figlioccio Jack perdutamente innamorato della bella Aliena, la contessina in disgrazia. Ok non sarà un capolavoro, tuttavia non è difficile fare le due di notte per finire assolutamente quel tal capitolo che non si può proprio lasciare lì in sospeso...
Una curiosità. Follett cita spesso i mercanti italiani che cominciavano ad affacciarsi sui mercati del nord. Ma ho qualche dubbio che storicamente abbiano un senso i termini Italia e italiano in pieno 1100. La penisola italica in quel tempo era tutto tranne che un paese unitariamente identificabile sotto un'unico nome, bensì un mosaico dalle mille tessere. Chi ha sbagliato (se di sbaglio si tratta effettivamente)? Follett o il traduttore?
Esiste un seguito del romanzo sulle vicende legate alla cattedrale di Kingsbridge, Mondo senza fine pubblicato un paio di anni fa. Sono 1.300 (milletrecento!!) pagine. Auguratemi buona fortuna, ho appena cominciato a leggerlo...
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domenica 25 aprile 2010
Film visti. Green zone
Green zone
regia di Paul Greengrass, con Matt Damon, Greg Kinnear, Jason Isaacs, Amy Ryan.
[voto: 3 su 5]
Un solido, convincente e spettacolare action movie a sfondo bellico. E anche qualcosa di più. Infatti il film va oltre la solita pellicola sui marines eroici e i cattivi di turno da combattere e sconfiggere. Green zone è anche un film politico e storico, sia pure in chiave hollywodiana. Tanto per intenderci la parte dei buoni qui è affidata agli agenti della Cia in lotta aperta con i politici di Washington...., non so se mi spiego.
Il contesto storico che fa da sfondo alla vicenda è la guerra in Iraq del 2003. Ho detto di un film anche storico e politico perchè per apprezzare e seguire le vicende del film occorre avere un po' di idee chiare su quelli che furono i fatti e gli avvenimenti di quei mesi che precedettero e seguirono l'invasione dell'Iraq di Saddham Hussein. L' accusa di possedere arsenali di armi di distruzione di massa fu la molla che fece scattare l'invasione da parte degli Usa e degli alleati. Accuse e relative prove a suffragio raccolte dagli Usa dell'amministrazione Bush e avallate da una decisione dell'Onu che di fatto dava il via libera alle operazioni militari, ossia alla guerra. Peccato che poi quegli arsenali di armi chimiche, batteriologiche e atomiche non furono mai trovate dalle truppe del superteconologico e potente esercito americano. La cosiddetta pistola fumante era, in realtà, fredda. Un dettaglio che poteva far risparmiare decine di migliaia di vite umane, sia fra i militari di ambo le parti che fra la popolazione civile. Il film narra proprio di questi eventi - debitamente romanzati, ma non troppo- che scoperchiarono la vergognosa manipolazione di notizie date in pasto all'opinione pubblica al solo scopo di giustificare una guerra mascherata come atto di difesa preventiva, ma che aveva in realtà connotati e giustificazioni di carattere politico ed economico preordinati dall'amministrazione Bush.
Il film fa il paio, per certi versi, con quello di Roman Polanski (The gost writer - L'uomo nell'ombra), tuttora nelle sale cinematografiche, che tratta all'incirca lo stesso argomento, ma dal punto di vista del declino politico del Primo Ministro britannico (facilmente identificabile in Tony Blair), fedele alleato degli Usa, proprio per lo scandalo della bufala della pistola fumante.
Una considerazione. Questi due film sono l'esempio lampante di come Hollywood riesca, nonostante tutto, a trattare argomenti -politici e d'attualità- scottanti e delicati come questi pur facendo parte del sistema-america. La politica americana e dei suoi alleati ne escono con le ossa rotte, ma ciononostante il cinema ne parla e senza fare troppi sconti a nessuno. Una concreta e tangibile indipendenza culturale e artistica dal potere politico? (ci metto un punto di domanda, chè il beneficio del dubbbio non guasta mai in questi casi e su certi argomenti...). Sarebbe mai possibile un'operazione del genere in Italia? Ricordiamo tutti, credo, le feroci polemiche che anticiparono e seguirono l'uscita del film di Moretti Il Caimano esplicitamente ispirato al personaggio Berlusconi.... Un esempio, ma si potrebbero citare anche Il Divo di Sorrentino (Andreotti e la DC) o La Prima linea di De Maria (terrorismo). Un mezzo terremoto distruttivo per il cinema e il mondo politico italiano con una bufera di polemiche al calor bianco. Negli Usa Hollywood sforna film e i politici governano. A ognuno il suo mestiere... Il successo del film lo decreta il pubblico e/o la critica, non certo i politici ringhiosi.
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regia di Paul Greengrass, con Matt Damon, Greg Kinnear, Jason Isaacs, Amy Ryan.
[voto: 3 su 5]
Un solido, convincente e spettacolare action movie a sfondo bellico. E anche qualcosa di più. Infatti il film va oltre la solita pellicola sui marines eroici e i cattivi di turno da combattere e sconfiggere. Green zone è anche un film politico e storico, sia pure in chiave hollywodiana. Tanto per intenderci la parte dei buoni qui è affidata agli agenti della Cia in lotta aperta con i politici di Washington...., non so se mi spiego.
Il contesto storico che fa da sfondo alla vicenda è la guerra in Iraq del 2003. Ho detto di un film anche storico e politico perchè per apprezzare e seguire le vicende del film occorre avere un po' di idee chiare su quelli che furono i fatti e gli avvenimenti di quei mesi che precedettero e seguirono l'invasione dell'Iraq di Saddham Hussein. L' accusa di possedere arsenali di armi di distruzione di massa fu la molla che fece scattare l'invasione da parte degli Usa e degli alleati. Accuse e relative prove a suffragio raccolte dagli Usa dell'amministrazione Bush e avallate da una decisione dell'Onu che di fatto dava il via libera alle operazioni militari, ossia alla guerra. Peccato che poi quegli arsenali di armi chimiche, batteriologiche e atomiche non furono mai trovate dalle truppe del superteconologico e potente esercito americano. La cosiddetta pistola fumante era, in realtà, fredda. Un dettaglio che poteva far risparmiare decine di migliaia di vite umane, sia fra i militari di ambo le parti che fra la popolazione civile. Il film narra proprio di questi eventi - debitamente romanzati, ma non troppo- che scoperchiarono la vergognosa manipolazione di notizie date in pasto all'opinione pubblica al solo scopo di giustificare una guerra mascherata come atto di difesa preventiva, ma che aveva in realtà connotati e giustificazioni di carattere politico ed economico preordinati dall'amministrazione Bush.
Il film fa il paio, per certi versi, con quello di Roman Polanski (The gost writer - L'uomo nell'ombra), tuttora nelle sale cinematografiche, che tratta all'incirca lo stesso argomento, ma dal punto di vista del declino politico del Primo Ministro britannico (facilmente identificabile in Tony Blair), fedele alleato degli Usa, proprio per lo scandalo della bufala della pistola fumante.
Una considerazione. Questi due film sono l'esempio lampante di come Hollywood riesca, nonostante tutto, a trattare argomenti -politici e d'attualità- scottanti e delicati come questi pur facendo parte del sistema-america. La politica americana e dei suoi alleati ne escono con le ossa rotte, ma ciononostante il cinema ne parla e senza fare troppi sconti a nessuno. Una concreta e tangibile indipendenza culturale e artistica dal potere politico? (ci metto un punto di domanda, chè il beneficio del dubbbio non guasta mai in questi casi e su certi argomenti...). Sarebbe mai possibile un'operazione del genere in Italia? Ricordiamo tutti, credo, le feroci polemiche che anticiparono e seguirono l'uscita del film di Moretti Il Caimano esplicitamente ispirato al personaggio Berlusconi.... Un esempio, ma si potrebbero citare anche Il Divo di Sorrentino (Andreotti e la DC) o La Prima linea di De Maria (terrorismo). Un mezzo terremoto distruttivo per il cinema e il mondo politico italiano con una bufera di polemiche al calor bianco. Negli Usa Hollywood sforna film e i politici governano. A ognuno il suo mestiere... Il successo del film lo decreta il pubblico e/o la critica, non certo i politici ringhiosi.
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mercoledì 21 aprile 2010
Un'occasione persa per stare zitto
Bossi jr: ai mondiali non tiferò Italia
( ...ma chissenefrega?)
ROMA (20 aprile) - Ai prossimi Mondiali di calcio Renzo Bossi, figlio del leader della Lega Nord, non tiferà per la nazionale italiana di Marcello Lippi . In un'intervista al settimanale Vanity Fair nella quale Bossi jr contesta di essere un ignorante e rivela di studiare economia in un'università all'estero «per non trovarsi i giornalisti in aula al momento dell'interrogazione». Parlando di calcio e dei prossimi mondiali, Renzo Bossi dice: «No, non tifo Italia». Degno figlio di tanto padre.
È sferzante la risposta di Gigi Riva, team manager azzurro: «Se non gli sta bene può anche andarsene dall'Italia, nessuno ne farà una malattia...».
Piccola riflessione. Se c'è una cosa che forse tiene ancora unita l'Italia dilaniata da lotte politiche sempre più esacerbate, è proprio la nazionale di calcio. Adesso bisogna sporcare di politico anche la maglia azzurra, ultimo simbolo unitario. Bossi jr. ha perso un'ottima occasione per stare zitto e continuare dilettarsi con la pleistescion, come gli compete. Effetti del nepotismo più becero che porta un ragazzino di diciotto anni o giù di lì a montarsi prematuramente la testa.
( ...ma chissenefrega?)
ROMA (20 aprile) - Ai prossimi Mondiali di calcio Renzo Bossi, figlio del leader della Lega Nord, non tiferà per la nazionale italiana di Marcello Lippi . In un'intervista al settimanale Vanity Fair nella quale Bossi jr contesta di essere un ignorante e rivela di studiare economia in un'università all'estero «per non trovarsi i giornalisti in aula al momento dell'interrogazione». Parlando di calcio e dei prossimi mondiali, Renzo Bossi dice: «No, non tifo Italia». Degno figlio di tanto padre.
È sferzante la risposta di Gigi Riva, team manager azzurro: «Se non gli sta bene può anche andarsene dall'Italia, nessuno ne farà una malattia...».
Piccola riflessione. Se c'è una cosa che forse tiene ancora unita l'Italia dilaniata da lotte politiche sempre più esacerbate, è proprio la nazionale di calcio. Adesso bisogna sporcare di politico anche la maglia azzurra, ultimo simbolo unitario. Bossi jr. ha perso un'ottima occasione per stare zitto e continuare dilettarsi con la pleistescion, come gli compete. Effetti del nepotismo più becero che porta un ragazzino di diciotto anni o giù di lì a montarsi prematuramente la testa.
Coprolalia (o del segno dei tempi)
Coprolalia, dal greco kopros, sterco e lalia, linguaggio. La coprolalia consiste nella pronuncia, compulsiva e ripetitiva di parole oscene, in particolare nell’impulso anomalo a fare continuo riferimento, con parole volgari, agli escrementi, all'ano e agli organi genitali. E' una malattia, nè più nè meno, ma forse è più corretto e adeguato ai tempi considerarla invece una moda. Un segno dei tempi che viviamo, decadenti, tendenzialmente aggressivi anche nelle espressioni e nei comportamenti più banali e, soprattutto, volgari. Non voglio fare nè il moralista, nè il bacchettone, ma è un dato di fatto che balza agli occhi e alle orecchie semplicemente prestando un po' di attenzione. Sembra che una frase o un discorso abbiano più valore se rafforzati da qualche imprecazione (meglio se di "ambito" genitale) o da qualche bestemmia. Abitudine diffusissima e dilagante anche nei ceti medio-alti, sia culturalmente che economicamente. Dunque non è una incapacità di usare un diverso linguaggio più trattenuto ed educato (?), bensì una vera e propria scelta. Un carico da dieci. Perchè fa "figo", perchè "lo dicono anche in tv", perchè è lo slang abituale, perchè non usarlo etichetterebbe in maniera troppo conformista e perbenista l'utilizzatore stesso. Per non sembrare mosci e slavati. Etichette evidentemente scomode per molti.
Fateci caso, il linguaggio anale e genitale è stato sdoganato da qualche tempo anche in radio e in tv; non come scivolone occasionale, involontario o deprecabile, ma sempre più alla luce del sole e con la patente della normalità. Ed ecco che il florilegio di organi genitali diventa il denominatore comune di tanti, spesso insospettabili. Ma sarà la radio e la tv che mutuano il linguaggio dalla quotidianità o sarà invece vero il contrario? Certo non tutti ne sono vittime o protagonisti allo stesso modo e con la stessa intensità e frequenza, ma la tendenza è indubbiamente questa. Di pari passo con la crescita verticale di rafforzativi genitali, viaggia anche l'assimilazione nella lingua parlata e scritta del linguaggio esasperatamente stringato e conciso (eufemismi!) in stile quasi-sms. Poche parole risicate e abbozzate per esprimere concetti elementari, guai a usare frasi lunghe ed articolate. Guai a perifrasi, a subordinate e relative. Guai ad analogie e metafore.
Fateci caso, il linguaggio anale e genitale è stato sdoganato da qualche tempo anche in radio e in tv; non come scivolone occasionale, involontario o deprecabile, ma sempre più alla luce del sole e con la patente della normalità. Ed ecco che il florilegio di organi genitali diventa il denominatore comune di tanti, spesso insospettabili. Ma sarà la radio e la tv che mutuano il linguaggio dalla quotidianità o sarà invece vero il contrario? Certo non tutti ne sono vittime o protagonisti allo stesso modo e con la stessa intensità e frequenza, ma la tendenza è indubbiamente questa. Di pari passo con la crescita verticale di rafforzativi genitali, viaggia anche l'assimilazione nella lingua parlata e scritta del linguaggio esasperatamente stringato e conciso (eufemismi!) in stile quasi-sms. Poche parole risicate e abbozzate per esprimere concetti elementari, guai a usare frasi lunghe ed articolate. Guai a perifrasi, a subordinate e relative. Guai ad analogie e metafore.
martedì 20 aprile 2010
I figli so' piezz' e core
A ben vedere il compleanno è un giorno come un altro. E così per qualsiasi altra ricorrenza. Quindi nulla di particolarmente eccezionale. I compleanni poi si vivono in maniera decisamente diversa a seconda dell'età. La voglia di festeggiare è spesso inversamente proporzionale al numero degli anni che ci si porta dietro. Ma feste e ricorrenze possono essere motivo di qualche riflessione. E' proprio quello che mi è capitato in questi giorni.
Mia figlia minore ha compiuto 22 anni (lo avete letto nel post precedente), è ormai una persona adulta con cui si ragiona e si discute normalmente di tutto. E' questa una delle cose che rende unica l'esperienza della paternità. Quando le mie figlie erano piccoline immaginavo quando sarebbero state grandi e tutte le cose che avrei potuto fare insieme a loro. Dopo anni di gavetta passata a crescerle ed accudirle arriverà pure il momento di godere di un ritorno appagante (...pensavo fiducioso). Come papà sono stato abbastanza "sui generis" essendomene preso cura fin da quando erano in fasce. Credo di essere stato uno dei primissimi casi di aspettativa lavorativa maschile post partum (certamente il primo del Veneto nella mia azienda), perchè mia moglie non poteva assentarsi dal lavoro oltre i primi tre mesi di allattamento. Problemi contrattuali non superabili. Quindi è toccato a me stare a casa e accudire in tutto sia la prima che la seconda figlia. Dalle prime pappe e biberon dopo l'allattamento, ai pannolini puzzolenti. E poi le passeggiate con la carrozzina, i giardini pubblici con le giostrine e tante mamme simpatiche con cui fare conoscenza (la faccenda della paternità faceva spesso colpo...). In quegli anni credo di aver spalmato chili di pasta di Fissan su quei sederini arrossati. Rifarei tutto, anzi è probabilmente stato uno dei periodi più belli ed emozionanti della mia vita. Sentivo e sento tuttora parlare dei disagi insormontabili di certi papà alle prese con i bambini. Racconti schifati di cacche verdognole e mefitiche. Di pianti e di capricci e via lamentandosi. Nulla di tutto questo. Non che le mie figlie la facessero profumata o non piantassero mai qualche capriccio...., ma sono in gran parte sciocchezze belle e buone, scuse buttate lì per non sporcarsi le mani, in senso figurato e anche no. In molti casi fare gli schizzinosi conviene. In ogni caso è stato molto meglio che le mie bambine siano state seguite da un papà volenteroso e motivato piuttosto che da una baby sitter estranea. Almeno fino all'età dell'asilo nido.
A distanza di anni, anzi decenni, ricordo sempre con una punta di commozione e di orgoglio quel periodo in cui le mie bambine le ho viste crescere letteralmente sotto i miei occhi, giorno dopo giorno. E' una cosa fantastica che consiglierei a chiunque e ad occhi chiusi. Se penso che mi sarei potuto perdere tutto questo se mia moglie avesse potuto assentarsi dal lavoro... mi vengono i brividi. Non voglio passare da eroe, perchè l'eroismo è sempre legato ad un sacrificio, mentre per me è stata una vera gioia.
Dicevo prima che, adesso che sono grandi, finalmente è arrivato il momento in cui mi posso godere le figlie come persone adulte e fare con loro tante cose interessanti e costruttive. Col cavolo. Le loro priorità non collimano affato con le mie e non contemplano la compagnia paterna. Anzi, spesso sono considerato piuttosto ingombrante, brontolone e antico. Nell'ordine preferenziale il papà (e la mamma) occupa un posto di fondo classifica, quasi in zona retrocessione accidenti. Prima di tutto vengono i morosi e gli amici e un sacco di altre cose e interessi. Neppure cercando di dare un taglio culturale all'approccio filiale si ottengono brillanti risultati. Mai proporre un film, ti diranno che ne preferiscono un altro. Idem per un libro, quello che stanno leggendo loro è sempre migliore, mentre il mio è noioso e palloso. In un viaggio, vietato dedicarsi a monumenti o opere d'arte, meglio lo shopping e i locali notturni. Questa è la vita. Ma anche in questo caso bando ai lamenti. Tutte le volte che mi viene da protestare e fare un po' la vittima incompresa mi ricordo che sostanzialmente pochi anni fa (ehm...) anch'io la pensavo allo stesso modo e i miei interessi erano ben distanti dal trascorrere ore in compagnia di mio papà. A lui per esempio di cinema e letteratura non gliene importava un fico secco. La musica rock? Roba da debosciati. Negli anni in cui giocavo a rugby penso che sia venuto al campo solo una volta a vedermi giocare. "Ci sono cose più serie del rugby nella vita ... -brontolava- pensa a studiare". Mi ricordo che una delle poche volte che andammo al cinema insieme si rivoltò come una biscia sulla poltrona per tutto il film perchè secondo lui era una schifezza volgare (Romanzo popolare di Monicelli, con Ugo Tognazzi...). Me lo ricordo ancora adesso. A dirla tutta, ai miei tempi i rapporti con mio papà erano di belligeranza continua, altri anni e altre mentalità. Quante discussioni di politica finivano regolarmente in litigi (lui era assolutamente di destra con tendenze monarchiche, non so se mi spiego). Questione di carattere e di mentalità di mio padre, molto poco incline a compromessi sui suoi principi. Non che io fossi più malleabile, lo ammetto. Vabbè, acqua passata. E così, mutatis mutanda, si impara a godere anche solo delle mezz'ore passate insieme alle figlie e sottratte ai fidanzati e alle compagnie di amici. Oppure si fa buon viso a cattivo gioco e si accetta di buon grado anche la compagnia dei suddetti fidanzati e amici (chissà perchè mi sembrano tutti un po' tanto naif). Fa comunque piacere che questi giovanotti e giovanotte di belle speranze mi diano del tu, probabilmente perchè avvertono che in fin dei conti non c'è molta distanza tra di noi e non troppa diffidenza generazionale.
Sì, figuriamoci... Una pia illusione, lo ammetto, ma a volte fa bene allo spirito pensarla così... e dunque ogni tanto ne prendo qualcuno per i fondelli per via di quegli stupidi pantaloni portati a livello chiappe e che vanno tanto di moda...
Piccole soddisfazioni di noi padri incontentabili e brontoloni, ma che si sciolgono davanti a un sorriso delle proprie figliole...
lunedì 19 aprile 2010
Film visti. From Paris with love
From Paris with love
Regia di Pierre Morel, con John Travolta, Jonathan Rhys Meyers, Kasia Smutniak.
[Voto: 2 su 5]
Avete presente la classica coppia di sbirri, uno manesco e determinato, l'altro ligio alle regole e alle formalità? Il buono e il cattivo, che lottano uniti contro il Male? Ebbene, lo schema base di questo film scritto e prodotto da Luc Besson è esattamente questo. Arma letale, Starsky e Hutch, Miami vice.... difficile tenere il conto dei modelli di coppie di poliziotti con duplice anima che popolano da sempre gli schermi cinematografici (e televisivi). Il modello qui è aggiornato con i nemici del periodo contemporaneo contro cui scatenare la frenetica lotta al crimine: cinesi spacciatori di droga e arabi terroristi. Sono loro il target dei "buoni". Carneficina assicurata, sparatorie in quantità industriale e inseguimenti mozzafiato.Personaggi come da copione, istrionico spaccone e pistolero John Travolta, dubbioso pivello Rhys Meyers. Dark lady di turno l'attrice polacca, ma da tempo italianizzata, Kasia Smutniak che dall'ambito italiano di fiction televisive e film a basso budget di casa nostra tenta il salto di categoria a Hollywood. Un bel visino, ma niente di più.
Un film di genere da consigliare (moderatamente) agli amanti delle sparatorie cinematografiche senza farsi troppe domande. Decisamente meglio il precedente film del regista Morel (Io vi salverò, comunque sopra le righe e sanguinolento, ma almeno appassionante a differenza di questo From Paris, troppo scontato).
Regia di Pierre Morel, con John Travolta, Jonathan Rhys Meyers, Kasia Smutniak.
[Voto: 2 su 5]
Avete presente la classica coppia di sbirri, uno manesco e determinato, l'altro ligio alle regole e alle formalità? Il buono e il cattivo, che lottano uniti contro il Male? Ebbene, lo schema base di questo film scritto e prodotto da Luc Besson è esattamente questo. Arma letale, Starsky e Hutch, Miami vice.... difficile tenere il conto dei modelli di coppie di poliziotti con duplice anima che popolano da sempre gli schermi cinematografici (e televisivi). Il modello qui è aggiornato con i nemici del periodo contemporaneo contro cui scatenare la frenetica lotta al crimine: cinesi spacciatori di droga e arabi terroristi. Sono loro il target dei "buoni". Carneficina assicurata, sparatorie in quantità industriale e inseguimenti mozzafiato.Personaggi come da copione, istrionico spaccone e pistolero John Travolta, dubbioso pivello Rhys Meyers. Dark lady di turno l'attrice polacca, ma da tempo italianizzata, Kasia Smutniak che dall'ambito italiano di fiction televisive e film a basso budget di casa nostra tenta il salto di categoria a Hollywood. Un bel visino, ma niente di più.
Un film di genere da consigliare (moderatamente) agli amanti delle sparatorie cinematografiche senza farsi troppe domande. Decisamente meglio il precedente film del regista Morel (Io vi salverò, comunque sopra le righe e sanguinolento, ma almeno appassionante a differenza di questo From Paris, troppo scontato).
lunedì 12 aprile 2010
Film visti. L'uomo nell'ombra
L'uomo nell'ombra
regia di Roman Polanski, con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, James Belushi, Timothy Hutton.
[Voto: 2.5 su 5]
Ogni film di Roman Polanski è un evento per gli amanti del cinema. Ma quest'ultimo film è una mezza delusione. Elegante, girato con classe, attori ben diretti, tutto bene, tutto ok... ma manca il pathos, il coinvolgimento dello spettatore che non sta a chiedersi come andrà a finire sprofondato e concentrato nel suo confortevole guscio nel buio della sala, ma dopo 40-50 minuti comincia a guardare l'orologio e a sbuffare per la noia. Sì, L'uomo nell'ombra è noioso, non succede mai nulla e le emozioni latitano per quasi tutte le due ore del film. Il problema sta nella trama e nella sceneggiatura che non riescono a decollare assolutamente. Troppo facile e impietoso il confronto con il film di Scorsese (Shutter Island) ancora presente in qualche sala. Tanto è avvincente quello, tanto è sonnolento e privo di guizzi vitali questo. Ahimè, non tutte le ciambelle riescono col buco.... neanche quando il cuoco è il vecchio Roman. Che sia troppo distolto dalle sue disavventure giudiziarie?
L'uomo nell'ombra del titolo è il ghost writer cioè lo scrittore-biografo che c'è ma non si vede e non si deve vedere. Colui che scrive per il personaggio di turno (naturalmente potente e troppo superimpegnato per dedicarsi a queste quisquiglie) autobiografie, commenti d'agenzia, dichiarazioni, discorsi, interventi pubblici e via discorrendo. Ovvio che possa mettere il naso dove non dovrebbe e che alla fine finisca nei guai in un gioco di potere più grande di lui. E' quello che succede allo stranito scrittore mestierante Ewan McGregor e prima di lui al suo predecessore, misteriosamente morto annegato. Chi, come e perchè, lo si scopre nel corso del film, ma alla fine il fatto saliente è che il film approda all'ultima sequenza senza un vero colpo di scena se non qualche squarcio di una decina di minuti dove e quando proprio non se ne poteva fare a meno. E anche l'epilogo finale tutto sommato non scuote nessuno dal torpore generale.
Il personaggio del politico potente e in disgrazia è chiaramente ispirato all'ex primo ministro britannico Tony Blair a cui Pierce Brosnan fa il verso, in maniera antipatica e da damerino ingessato, come suo solito.
Una curiosità. Nel cast figura anche James Belushi. Quasi irriconoscibile. Offro una birra a chi invece non si fa ingannare dal suo aspetto e lo riconosce. Al volo però, perchè rimane in scena non più di un paio di minuti, il tempo di dire due-tre battute, non di più, e via.
regia di Roman Polanski, con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, James Belushi, Timothy Hutton.
[Voto: 2.5 su 5]
Ogni film di Roman Polanski è un evento per gli amanti del cinema. Ma quest'ultimo film è una mezza delusione. Elegante, girato con classe, attori ben diretti, tutto bene, tutto ok... ma manca il pathos, il coinvolgimento dello spettatore che non sta a chiedersi come andrà a finire sprofondato e concentrato nel suo confortevole guscio nel buio della sala, ma dopo 40-50 minuti comincia a guardare l'orologio e a sbuffare per la noia. Sì, L'uomo nell'ombra è noioso, non succede mai nulla e le emozioni latitano per quasi tutte le due ore del film. Il problema sta nella trama e nella sceneggiatura che non riescono a decollare assolutamente. Troppo facile e impietoso il confronto con il film di Scorsese (Shutter Island) ancora presente in qualche sala. Tanto è avvincente quello, tanto è sonnolento e privo di guizzi vitali questo. Ahimè, non tutte le ciambelle riescono col buco.... neanche quando il cuoco è il vecchio Roman. Che sia troppo distolto dalle sue disavventure giudiziarie?
L'uomo nell'ombra del titolo è il ghost writer cioè lo scrittore-biografo che c'è ma non si vede e non si deve vedere. Colui che scrive per il personaggio di turno (naturalmente potente e troppo superimpegnato per dedicarsi a queste quisquiglie) autobiografie, commenti d'agenzia, dichiarazioni, discorsi, interventi pubblici e via discorrendo. Ovvio che possa mettere il naso dove non dovrebbe e che alla fine finisca nei guai in un gioco di potere più grande di lui. E' quello che succede allo stranito scrittore mestierante Ewan McGregor e prima di lui al suo predecessore, misteriosamente morto annegato. Chi, come e perchè, lo si scopre nel corso del film, ma alla fine il fatto saliente è che il film approda all'ultima sequenza senza un vero colpo di scena se non qualche squarcio di una decina di minuti dove e quando proprio non se ne poteva fare a meno. E anche l'epilogo finale tutto sommato non scuote nessuno dal torpore generale.
Il personaggio del politico potente e in disgrazia è chiaramente ispirato all'ex primo ministro britannico Tony Blair a cui Pierce Brosnan fa il verso, in maniera antipatica e da damerino ingessato, come suo solito.
Una curiosità. Nel cast figura anche James Belushi. Quasi irriconoscibile. Offro una birra a chi invece non si fa ingannare dal suo aspetto e lo riconosce. Al volo però, perchè rimane in scena non più di un paio di minuti, il tempo di dire due-tre battute, non di più, e via.
giovedì 8 aprile 2010
Predi pedofili: omertà vergognosa.
Nel post di dicembre scorso mi ero già occupato del problema dei preti pedofili (La colpevole omertà della Chiesa irlandese). Il tema è tornato prepotentemente di attualità con le cronache degli ultimi giorni e nello specifico da quando il New York Times ha tirato in ballo addirittura il Papa. In conseguenza di ciò si sono mosse le massime cariche vaticane che hanno difeso la posizione del pontefice accusato di essere a conoscenza di determinati casi di pedofilia e di aver messo a tacere i fatti. E' stato addirittura tirato in ballo l'antisemitismo nell'omelia del Venerdi santo in San Pietro. Insomma un bel casino.
Su tutta questa squallida storia mi preme fare alcune considerazioni.
- I preti sono esseri umani e in quanto tali possono sbagliare. La loro condizione di ministri del culto non li pone al di sopra e al riparo delle tentazioni come qualsiasi uomo o donna in stato di laicità. Quindi sbagliano come chiunque altro. Ma questo non vuol dire minimizzare il problema o tentare di ridurlo a pochi casi isolati.- Il ruolo e la funzione dei sacerdoti rendono ancora più odioso il crimine commesso, perchè tradisce la fiducia e l'affidamento delle persone, adulti e minori, che ad essi si rivolgono a causa del loro essere religiosi consacrati a Dio.
- L'aspetto che rende vergognosa e scandalosa la vicenda dei preti pedofili è che di fatto i soggetti coinvolti godono di una vera e propria immunità e mai o quasi mai sono chiamati a risponderne di fronte alla giustizia dei paesi dove si verificano tali crimini. I giornali di questi giorni snocciolano casi e situazioni terrificanti. E' questa omertà di fondo che tende a insabbiare questa fogna maleodorante che diventa inammissibile. Può succedere che la notizia arrivi più in alto, ma tutto finisce troppo spesso con un semplice trasferimento dei preti col risultato che questi pervertiti continuano comunque a fare ciò che vogliono per decenni, ma in un'altra sede. C'è notizia di qualche prete denunciato alle autorità giudiziarie, che venga processato e finisca in galera? No. Nella quasi totalità dei casi la cosa si risolve in grossi pagamenti di somme di denaro per tacitare le vittime, evitare denunce e galera e tutto finisce lì. Sempre che la cosa venga alla luce, altrimenti niente di niente. Il tutto rimane nelle segrete stanze ecclesiastiche. Se qualcuno va in giudizio o finisce in galera è solo perchè le vittime lo denunciano, ma mai che sia la chiesa stessa a prendere l'iniziativa. Questa è la vera vergogna e il vero scandalo che dovrebbe far inorridire la Chiesa, dal Papa in giù.
Un esempio concreto: proprio ieri si è letto sui giornali di un vescovo norvegese che nel gennaio 2009 ha ammesso pubblicamente di aver abusato di un ragazzino. A maggio dello stesso anno il vescovo ha dato le dimissioni (accettate dal papa) ed è stato trasferito altrove. Fine della storia. E la legge? E la giustizia? E la galera? Niente. Nessuna denuncia, nessun reato. Un trasferimento e tutto finisce lì. Questo è lo scandalo che si aggiunge allo scandalo. Una vera vergogna.La posizione ufficiale del vaticano è che non bisogna generalizzare e fare di tutta l'erba un fascio per buttare fango su tutta la Chiesa e il clero. Giusto, sono assolutamente d'accordo. Non tutti i preti sono pedofili e farabutti (ci mancherebbe). Per uno che sbaglia ce ne sono mille onesti e retti. Ma perchè non dimostrare l'assenza di una volontà omertosa e insabbiatrice da parte della Chiesa con denunce alle autorità e fare in modo che quelle "pecore nere" siano perseguite dalla legge e dalla giustizia degli uomini come chiunque altro?
martedì 6 aprile 2010
L'Aquila, terra di conquista
Un anno fa e oggi......
Un anno fa il sisma a L'Aquila, alle 3.32 della notte fra il 5 e il 6 aprile. Si dice L'Aquila ma si intende Abruzzo, perchè la forza devastante del terremoto ha colpito non solo il capoluogo ma anche innumerevoli paesini della provincia. I 308 morti sono prima di tutto abruzzesi oltre che aquilani. Ma esiste un'altra forza devastante che ha colpito L'Aquila, l'Abruzzo e gli abruzzesi. Quella della speculazione e della manipolazione che tutto strumentalizza a proprio piacimento. Abbiamo letto le cronache giudiziarie sui farabutti che se la ridevano al pensiero di quanto avrebbero guadagnato dalla ricostruzione, abbiamo letto della corruzione e dello scandalo degli appalti che ha colpito ad ogni livello, abbiamo visto e sentito l'oscena speculazione sul terremoto a fini elettorali che è stata fatta negli ultimi mesi. Ma non basta, al peggio non c'è mai limite, perchè in questi giorni e in queste ore del primo anniversario la storia si ripete. Basta accendere la tv o leggere un qualsiasi giornale. L'Aquila è in prima pagina. Ma sempre e comunque come terra di conquista: o per elogiare la ricostruzione o per evidenziarne le grandi lacune e i ritardi. Sembra una preda esanime a cui tutti i predatori affamati della savana vogliono staccare a morsi un brandello per cibarsene!
Naturalmente ancora una volta vittime della situazione, al centro di questo tira e molla mediatico sfacciato e oltraggioso, ci sono gli aquilani e gli abruzzesi che sono tirati per la giacchetta da chiunque abbia un microfono o un blocco notes in mano.
Naturalmente ancora una volta vittime della situazione, al centro di questo tira e molla mediatico sfacciato e oltraggioso, ci sono gli aquilani e gli abruzzesi che sono tirati per la giacchetta da chiunque abbia un microfono o un blocco notes in mano.
- Berlusconi ha saputo dare una casa a chi era senza...
- Berlusconi è un millantatore che lancia solo fumo negli occhi per scopi politici...
- L'Aquila è risorta...
- L'Aquila è ancora un cumulo di macerie...
- Gli abruzzesi hanno nuovamente un tetto dove abitare...
- La gran parte degli abruzzesi terremotati sono ancora negli alberghi sulla costa e chissà quando torneranno in un avera casa...
- Centinaia di nuove abitazoni approntate a tempo di record
- Speculazione politica e operazione di facciata ad uso elettorale
- Centinaia di nuove abitazoni approntate a tempo di record
- Speculazione politica e operazione di facciata ad uso elettorale
Questo si sente, si vede e si legge ogni giorno su tg e giornali. Ma qual'è la verità? E va avanti così da mesi e mesi. Basta non se ne può più. La politica e i politici non hanno alcun ritegno, neppure di fronte alla morte e alla devastazione.
Con tutto l'affetto, la comprensione e la solidarietà per chi si è trovato in una manciata di secondi senza casa e con amici o parenti morti sotto le macerie, tutto questo mercato delle vacche intorno a L'Aquila mi da veramente la nausea. Basta, non se ne può più di facce contrite e di circostanza dei vari giornalisti che fanno i loro reportage piazzandosi davanti alle telecamere con il loro bravo cumulo di macerie alle spalle. Basta con gli atteggiamenti falsi e ipocriti che saccheggiano senza vergogna ciò che gli abruzzesi hanno tentato strenuamente di difendere ad ogni costo: la loro dignità di esseri umani provati dal terremoto. Basta.
http://static.repubblica.it/ilcentro/aquila-un-anno-dopo/index.html
Un anno fa e oggi...
Un anno fa e oggi...
lunedì 5 aprile 2010
Film visti. Mine vaganti
Mine vaganti
regia di Ferzan Ozpetek con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Carolina Crescentini, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini.
[voto: 2 su 5]
Omosessuali, gay, culatoni, checche, froci, ricchioni.... I vocaboli in uso sono molteplici e variano a seconda che si voglia affibiare un senso dispregiativo al termine indicante una non omologata caratteristica sessuale. Per intenderci subito, Mine vaganti inizia parlando di omosessuali e finisce col rappresentarli come froci. Fatto salvo questo distinguo preliminare, questo ultimo lavoro di Ozpetek poteva essere un buon film (l'idea di fondo è ottima) sul tema dell'omosessualità vissuta nel quotidiano finalmente libera da clichè di maniera; invece degenera riducendo alcuni dei personaggi alle solite macchiette da avanspettacolo. Per l'appunto, ricchioni o froci. Peccato, perchè se il film avesse mantenuto le promesse iniziali poteva essere un'occasione per parlare di omosessualità in maniera più seria e vera. All'inizio è stato proprio questo il pensiero che mi girava per la testa: finalmente un film in cui gli omosessuali non sculettano o parlano come al solito... Il prosieguo del film mi ha fatto ricredere.
Scamarcio e Preziosi sono due fratelli di famiglia benestante che decidono di fare outing spinti a questo passo per cercare altre vie di realizzazione personale che non siano l'azienda di famiglia in un ambiente chiuso e bacchettone come quello leccese dove è ambientata la vicenda e soprattutto dall'oppressione insostenibile della famiglia stessa, ossessionata dal mito dominante del maschio sciupafemmine. Infatti alla rivelazione pubblica del segreto segue l'inferno con tanto di infarto del padre che si sente tradito dalle filiali preferenze sessuali non conformi al comune pensiero omofobico. Si innestano i vari personaggi peraltro tutti molto "già visti" e prevedibili: la nonna saggia e filosofa (una sempre bella Ilaria Occhini), il padre-padrone e marito di cui sopra puttaniere e autoritario, la madre e moglie cornuta e consenziente, la zia svampita e semi alcolizzata, la pletora di famigliari, domestiche e amici di famiglia, tutti secondo clichè. C'è anche l'immancabile donna-manager in carriera (una notevole Nicole Grimaudo), insoddisfatta, depressa e -chissà perchè- pericolosa al volante. Quasi patetici i flash back della nonna sposina in abito bianco nuziale che rimembra i giorni della sua giovinezza e del suo matrimonio infelice. Insomma tutto all'insegna del più banale déjà vu, comprese le frasi pensose-simil-filosofiche da cioccolatini perugina snocciolate dalla nonna-filosofa. Ciliegina sulla torta gli amici froci di Scamarcio che sembrano presi pari pari da un film dei Vanzina. Tutto per strappare qualche risata e alleggerire la storia (?). Mah.
In sintesi, il film nasce da buone intenzioni e altrettanto buone premesse, salvo poi arenarsi su tanti, troppi, luoghi comuni e clichè super sfruttati e già visti.
Un altro (ultimo) appunto a Ozpetek: come si fa ad ambientare un film a Lecce mostrando in tutto il film solo un paio di inquadrature della splendida città salentina e senza un solo personaggio che parli con un accento leccese appena decente...? Oltretutto la cadenza salentina è così bella e musicale!
Bocciato.
regia di Ferzan Ozpetek con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Carolina Crescentini, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini.
[voto: 2 su 5]
Omosessuali, gay, culatoni, checche, froci, ricchioni.... I vocaboli in uso sono molteplici e variano a seconda che si voglia affibiare un senso dispregiativo al termine indicante una non omologata caratteristica sessuale. Per intenderci subito, Mine vaganti inizia parlando di omosessuali e finisce col rappresentarli come froci. Fatto salvo questo distinguo preliminare, questo ultimo lavoro di Ozpetek poteva essere un buon film (l'idea di fondo è ottima) sul tema dell'omosessualità vissuta nel quotidiano finalmente libera da clichè di maniera; invece degenera riducendo alcuni dei personaggi alle solite macchiette da avanspettacolo. Per l'appunto, ricchioni o froci. Peccato, perchè se il film avesse mantenuto le promesse iniziali poteva essere un'occasione per parlare di omosessualità in maniera più seria e vera. All'inizio è stato proprio questo il pensiero che mi girava per la testa: finalmente un film in cui gli omosessuali non sculettano o parlano come al solito... Il prosieguo del film mi ha fatto ricredere.
Scamarcio e Preziosi sono due fratelli di famiglia benestante che decidono di fare outing spinti a questo passo per cercare altre vie di realizzazione personale che non siano l'azienda di famiglia in un ambiente chiuso e bacchettone come quello leccese dove è ambientata la vicenda e soprattutto dall'oppressione insostenibile della famiglia stessa, ossessionata dal mito dominante del maschio sciupafemmine. Infatti alla rivelazione pubblica del segreto segue l'inferno con tanto di infarto del padre che si sente tradito dalle filiali preferenze sessuali non conformi al comune pensiero omofobico. Si innestano i vari personaggi peraltro tutti molto "già visti" e prevedibili: la nonna saggia e filosofa (una sempre bella Ilaria Occhini), il padre-padrone e marito di cui sopra puttaniere e autoritario, la madre e moglie cornuta e consenziente, la zia svampita e semi alcolizzata, la pletora di famigliari, domestiche e amici di famiglia, tutti secondo clichè. C'è anche l'immancabile donna-manager in carriera (una notevole Nicole Grimaudo), insoddisfatta, depressa e -chissà perchè- pericolosa al volante. Quasi patetici i flash back della nonna sposina in abito bianco nuziale che rimembra i giorni della sua giovinezza e del suo matrimonio infelice. Insomma tutto all'insegna del più banale déjà vu, comprese le frasi pensose-simil-filosofiche da cioccolatini perugina snocciolate dalla nonna-filosofa. Ciliegina sulla torta gli amici froci di Scamarcio che sembrano presi pari pari da un film dei Vanzina. Tutto per strappare qualche risata e alleggerire la storia (?). Mah.
In sintesi, il film nasce da buone intenzioni e altrettanto buone premesse, salvo poi arenarsi su tanti, troppi, luoghi comuni e clichè super sfruttati e già visti.
Un altro (ultimo) appunto a Ozpetek: come si fa ad ambientare un film a Lecce mostrando in tutto il film solo un paio di inquadrature della splendida città salentina e senza un solo personaggio che parli con un accento leccese appena decente...? Oltretutto la cadenza salentina è così bella e musicale!
Bocciato.
mercoledì 31 marzo 2010
Il casellante
Non solo Montalbano. Camilleri, si sa, non è solo Montalbano, sebbene i suoi successi maggiori siano figli del commissario. Infatti la vicenda non segue il filone del sequel letterario e televisivo che abbiamo imparato ad amare in questi anni. Questo libro appartiene al Camilleri narratore della sua terra e dei suoi conterranei in altre situazioni e in altre ambientazioni che non siano delle vicende poliziesche. La lingua usata per scrivere questa storia è un siciliano molto "stretto" e originale (camilleriano doc); nulla o quasi è lasciato all'italiano, contrariamente a quanto avviene nei racconti di Montalbano che sconfinano, ammiccano, accennano, ma sono sostanzialmente in lingua. E il racconto acquista una musicalità che "acchiappa" da subito, non appena si riesce a decifrarla sufficientemente, cosa perlatro niente affatto difficile. Provate a chiudere gli occhi e a immaginare che a leggere le pagine del libro sia un siciliano vero in carne e ossa e voce. Armonia pura.
Siamo dunque in Sicilia, tra l'amata Vigata e Castelvetrano, negli ultimi anni del fascismo. Lungo la linea ferroviaria che collega i paesi della costa fare il casellante è un privilegio non da poco: una casa, il pozzo, uno stipendio sicuro e un'esistenza dignitosa, quasi privilegiata. Ma la zona, alla vigilia dello sbarco alleato che spazzerà via le già moribonde camicie nere, si va animando di un via vai di militari e i fascisti, quasi presagendo la fine imminente (gli americani sono alle porte), sono in agitazione. A Nino, "trentino, beddro picciotto" (bel giovanotto sui trent'anni) è toccato un casello stretto tra la spiaggia e la linea ferrata. Si è sposato con Minica e aspettano, finalmente, un figlio. E qui mi fermo nella sintesi della vicenda perchè succede qualcosa che sconvolge la vita dei due coniugi e che non è il caso di svelare. Basti sapere che Minica, moglie devota di Nino, finisce suo malgrado nell'occhio del ciclone che si abbatte su di loro e sul loro piccolo mondo fino al punto di restarne gravemente e indelebilmente turbata. La vita della coppia non tornerà più come prima.
Andrea Camilleri riesce a raccontarci questa storia struggente e tragica in maniera commovente e accorata, quasi sottovoce, riuscendo a fare breccia nel cuore del lettore con delicatezza, in punta di piedi. Si insinua nei nostri cuori e ci fa amare Nino e Minica. Camilleri ci trasmette le atmosfere e le emozioni di un mondo ormai perduto, fatto di cose semplici e sentimenti forti, cadenzato dai riti della quotidianità contadina. Perduto perchè sono trascorsi più di sessant'anni dall'epoca dei fatti narrati e nulla è più come allora. In Sicilia come nel resto d'Italia. Ovviamente, ma con una punta di evidente nostalgia per i sapori di allora. Tutto è cambiato, gli italiani sono cambiati e i casellanti come Nino probabilmente non esistono nemmeno più. Al suo posto un automatismo regolato da un computer. La vicenda assume quasi i connotati di una favola e avrebbe potuto benissimo cominciare così: C'erano una volta, in un paese lontano lontano, un casellante e sua moglie...
Siamo dunque in Sicilia, tra l'amata Vigata e Castelvetrano, negli ultimi anni del fascismo. Lungo la linea ferroviaria che collega i paesi della costa fare il casellante è un privilegio non da poco: una casa, il pozzo, uno stipendio sicuro e un'esistenza dignitosa, quasi privilegiata. Ma la zona, alla vigilia dello sbarco alleato che spazzerà via le già moribonde camicie nere, si va animando di un via vai di militari e i fascisti, quasi presagendo la fine imminente (gli americani sono alle porte), sono in agitazione. A Nino, "trentino, beddro picciotto" (bel giovanotto sui trent'anni) è toccato un casello stretto tra la spiaggia e la linea ferrata. Si è sposato con Minica e aspettano, finalmente, un figlio. E qui mi fermo nella sintesi della vicenda perchè succede qualcosa che sconvolge la vita dei due coniugi e che non è il caso di svelare. Basti sapere che Minica, moglie devota di Nino, finisce suo malgrado nell'occhio del ciclone che si abbatte su di loro e sul loro piccolo mondo fino al punto di restarne gravemente e indelebilmente turbata. La vita della coppia non tornerà più come prima.
Andrea Camilleri riesce a raccontarci questa storia struggente e tragica in maniera commovente e accorata, quasi sottovoce, riuscendo a fare breccia nel cuore del lettore con delicatezza, in punta di piedi. Si insinua nei nostri cuori e ci fa amare Nino e Minica. Camilleri ci trasmette le atmosfere e le emozioni di un mondo ormai perduto, fatto di cose semplici e sentimenti forti, cadenzato dai riti della quotidianità contadina. Perduto perchè sono trascorsi più di sessant'anni dall'epoca dei fatti narrati e nulla è più come allora. In Sicilia come nel resto d'Italia. Ovviamente, ma con una punta di evidente nostalgia per i sapori di allora. Tutto è cambiato, gli italiani sono cambiati e i casellanti come Nino probabilmente non esistono nemmeno più. Al suo posto un automatismo regolato da un computer. La vicenda assume quasi i connotati di una favola e avrebbe potuto benissimo cominciare così: C'erano una volta, in un paese lontano lontano, un casellante e sua moglie...
lunedì 29 marzo 2010
Film visti. Happy Family
Happy Family
Regia di Gabriele Salvatores con Fabio De Luigi, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Valeria Bilello, Diego Abatantuono, Carla Signoris.
[voto: 3 su 5]
Forse non passerà alla storia come un capolavoro, forse non sarà il miglior Salvatores (certo, Mediterraneo è di un altro livello), ma certamente Happy Family è un film delizioso almeno quanto è spiazzante per come è costruito. Divertente senza cadere nella grossolanità di certo cinema italiano, elegante, profondo e stimolante. Può bastare per sintetizzare in poche parole il livello di gradimento dell'ultimo film di Salvatores? Direi di sì.
Il meccanismo con cui è costruito il film non ha a mia memoria precedenti, infatti i protagonisti interagiscono con gli spettatori e si rivolgono a loro direttamente. Spiazzante se non si è preparati, ma direi molto interessante perchè il tutto è realizzato con brio e umorismo. Pensate nelle mani sbagliate quanto palloso potrebbe essere un attore-protagonista che dialoga con lo spettatore e con l'autore su come scrivere la sceneggiatura.... A questo si aggiunga che l'autore stesso (l'io narrante del film, alias Fabio De Luigi) si unisce ai personaggi e diventa personaggio egli stesso. Mai visto niente di simile? Io no.
Una citazione e una curiosità che possono contribuire a gustare il film.
La prima: "Preferisco leggere o guardare un film che vivere...nella vita vera non c'è una trama! (Groucho Marx)". Questo aforisma lo potete leggere al volo -se siete svelti- in una delle scene finali del film e rende parecchio il senso del film.
La seconda: sempre in una delle ultime scene, in una minuziosa carrellata sugli oggetti in casa di Ezio/De Luigi (chi sa di cinema parlerebbe forse di piano sequenza), si capiscono tanti perchè e percome della storia narrata. Ebbene lo stesso meccanismo di svelamento dei particolari lo si trova uguale identico in "I soliti sospetti", splendido film di Brian Singer del 1995, nell'epilogo finale allorquando il protagonista Kaiser Souza "vuota il sacco" nell'ufficio del detective che svolge le indagini. Geniale e rivelatore di tutto il mistero in Singer; curioso e particolare in Salvatores, ma comunque simpatico e piacevole sebbene non originale.
Bravi tutti gli attori. Bentivoglio e Abatantuono su tutti. chè da soli valgono il prezzo del biglietto.
Regia di Gabriele Salvatores con Fabio De Luigi, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Valeria Bilello, Diego Abatantuono, Carla Signoris.
[voto: 3 su 5]
Forse non passerà alla storia come un capolavoro, forse non sarà il miglior Salvatores (certo, Mediterraneo è di un altro livello), ma certamente Happy Family è un film delizioso almeno quanto è spiazzante per come è costruito. Divertente senza cadere nella grossolanità di certo cinema italiano, elegante, profondo e stimolante. Può bastare per sintetizzare in poche parole il livello di gradimento dell'ultimo film di Salvatores? Direi di sì.
Il meccanismo con cui è costruito il film non ha a mia memoria precedenti, infatti i protagonisti interagiscono con gli spettatori e si rivolgono a loro direttamente. Spiazzante se non si è preparati, ma direi molto interessante perchè il tutto è realizzato con brio e umorismo. Pensate nelle mani sbagliate quanto palloso potrebbe essere un attore-protagonista che dialoga con lo spettatore e con l'autore su come scrivere la sceneggiatura.... A questo si aggiunga che l'autore stesso (l'io narrante del film, alias Fabio De Luigi) si unisce ai personaggi e diventa personaggio egli stesso. Mai visto niente di simile? Io no.
Una citazione e una curiosità che possono contribuire a gustare il film.
La prima: "Preferisco leggere o guardare un film che vivere...nella vita vera non c'è una trama! (Groucho Marx)". Questo aforisma lo potete leggere al volo -se siete svelti- in una delle scene finali del film e rende parecchio il senso del film.
La seconda: sempre in una delle ultime scene, in una minuziosa carrellata sugli oggetti in casa di Ezio/De Luigi (chi sa di cinema parlerebbe forse di piano sequenza), si capiscono tanti perchè e percome della storia narrata. Ebbene lo stesso meccanismo di svelamento dei particolari lo si trova uguale identico in "I soliti sospetti", splendido film di Brian Singer del 1995, nell'epilogo finale allorquando il protagonista Kaiser Souza "vuota il sacco" nell'ufficio del detective che svolge le indagini. Geniale e rivelatore di tutto il mistero in Singer; curioso e particolare in Salvatores, ma comunque simpatico e piacevole sebbene non originale.
Bravi tutti gli attori. Bentivoglio e Abatantuono su tutti. chè da soli valgono il prezzo del biglietto.
mercoledì 24 marzo 2010
Forsizia mon amour
Che bella la forsizia, che gioia la forsizia, che allegria la forsizia. Quei piccoli fiorellini gialli attaccati al loro ramo come per miracolo sono i primi a sbocciare all'arrivo della primavera. Impazienti di annusare l'aria e di dare un'occhiata fuori. Sbocciano normalmente già nei primi giorni di marzo, ma quest'anno hanno fatto capolino adesso che siamo già oltre l'equinozio di marzo. Colpa di questo inverno, lungo e freddo, che ha ritardato la fioritura.
Nel giardino sotto casa, quando al mattino prestissimo porto Jack a fare due passi e i suoi bisogni, si colgono i segni delle stagioni. La ritualità e ripetitività dei gesti e delle azioni aiuta sotto questo aspetto. Giorno dopo giorno ci si accorge dei cambiamenti, a cominciare dal progressivo anticipo del sorgere del sole. Fino a poche settimane fa era ancora buio quando, imbacuccato con sciarpa-guanti-berretto, mettevo temerariamente il naso fuori di casa. Adesso invece la luce è già bella e forte e mette allegria. Qualcuno si ricorderà di un film di una ventina di anni fa (Smoke il titolo, se non sbaglio), il cui protagonista aveva preso l'abitudine di fotografare una volta al giorno la stessa piazza con la stessa inquadratura. Dopo mesi e anni e centinaia di scatti ne veniva fuori una specie di diario visivo nelle cui immagini si potevano leggere lo scorrere del tempo e i cambiamenti ambientali. Non solo, ma anche l'invecchiare delle persone che capitavano nell'inquadratura della foto.E' un po' quello che succede a me e a Jack quando ci facciamo la passeggiatina del mattino presto. Ieri abbiamo dato il benvenuto alla forsizia: io fermandomi ad ammirare la sua gialla semplicità, lui alzando la zampa e facendo pipì.
Già questa mattina si cominciavano a vedere i primi fiori dei ciliegi e poi sarà la volta di altri alberi e altri fiori. E' la forza inarrestabile della natura che si rinnova. Peccato che poi accendo la radio, leggo i giornali, vado al lavoro e precipito nel grigiore della quotidianità che ci abbruttisce tutti. Tanto per cambiare e ributtarsi nel solito fango fino al collo, la notizia del giorno è Berlusconi che interviene telefonicamente in diretta tv e attacca per la millequattrocentodiciottesima volta i magistrati.... che nausea, che squallore.
Forsizia, mon amour, salvami tu.
Nel giardino sotto casa, quando al mattino prestissimo porto Jack a fare due passi e i suoi bisogni, si colgono i segni delle stagioni. La ritualità e ripetitività dei gesti e delle azioni aiuta sotto questo aspetto. Giorno dopo giorno ci si accorge dei cambiamenti, a cominciare dal progressivo anticipo del sorgere del sole. Fino a poche settimane fa era ancora buio quando, imbacuccato con sciarpa-guanti-berretto, mettevo temerariamente il naso fuori di casa. Adesso invece la luce è già bella e forte e mette allegria. Qualcuno si ricorderà di un film di una ventina di anni fa (Smoke il titolo, se non sbaglio), il cui protagonista aveva preso l'abitudine di fotografare una volta al giorno la stessa piazza con la stessa inquadratura. Dopo mesi e anni e centinaia di scatti ne veniva fuori una specie di diario visivo nelle cui immagini si potevano leggere lo scorrere del tempo e i cambiamenti ambientali. Non solo, ma anche l'invecchiare delle persone che capitavano nell'inquadratura della foto.E' un po' quello che succede a me e a Jack quando ci facciamo la passeggiatina del mattino presto. Ieri abbiamo dato il benvenuto alla forsizia: io fermandomi ad ammirare la sua gialla semplicità, lui alzando la zampa e facendo pipì.
Già questa mattina si cominciavano a vedere i primi fiori dei ciliegi e poi sarà la volta di altri alberi e altri fiori. E' la forza inarrestabile della natura che si rinnova. Peccato che poi accendo la radio, leggo i giornali, vado al lavoro e precipito nel grigiore della quotidianità che ci abbruttisce tutti. Tanto per cambiare e ributtarsi nel solito fango fino al collo, la notizia del giorno è Berlusconi che interviene telefonicamente in diretta tv e attacca per la millequattrocentodiciottesima volta i magistrati.... che nausea, che squallore.
Forsizia, mon amour, salvami tu.
Duemila anni dopo...
Notizia 1
Regione del Punjab, anno 10 d.C. Un uomo è stato bruciato vivo da un gruppo di musulmani per essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Arshad Masih era il suo nome, aveva 38 anni ed era un cristiano.
Sua moglie, Martha Bibi, ha inoltre detto di essere stata stuprata da alcune guardie della guarnigione dove era andata per denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava come serva presso una ricca famiglia musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih non voleva convertirsi e abbracciare la religione musulmana.
Notizia 2
Punjab, Pakistan. Marzo 2010. Un nuovo terribile caso di odio religioso. Un uomo è stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani per essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Lo riferisce il Pakistan Christian Post, giornale online affiliato a un partito cristiano locale. Arshad Masih, 38 anni aveva subito ustioni sull'80% del corpo e, secondo i medici dell'ospedale Sacra Famiglia dove era ricoverato, aveva poche probabilità di sopravvivere. Sua moglie, Martha Bibi, aveva inoltre detto di essere stata stuprata da alcuni poliziotti della caserma dove era andata per denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava come domestica insieme al marito dal 2005 presso una benestante famiglia musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih aveva ricevuto pressioni da parte del suo datore di lavoro per abbracciare la religione musulmana, ma lui si sarebbe rifiutato, secondo quanto riportato da AsiaNews, il sito internet del Pime (Pontificio Istituto Missioni Esteri) che per primo ha dato notizia della brutale aggressione. Negli ultimi tempi si sono ripetuti gli atti di violenza contro la minoranza cristiana pakistana che rappresenta l'1,6% della popolazione. Le organizzazioni cristiane locali si sono mobilitate lunedì chiedendo al governo della provincia del Punjab di punire i responsabili dell'omicidio e avviare un'inchiesta sulla violenza sessuale ad opera dei poliziotti.
Duemila anni di storia e di civiltà non bastano per estirpare il seme della barbarie nell'animo umano. In nome di Dio si continua sempre e comunque a uccidere.
Nota. Naturalmente la prima notizia è inventata. Ma la seconda purtroppo è cronaca di oggi. Il succo è che in nome di Dio (qualunque esso sia) si continua comunque a uccidere.
Regione del Punjab, anno 10 d.C. Un uomo è stato bruciato vivo da un gruppo di musulmani per essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Arshad Masih era il suo nome, aveva 38 anni ed era un cristiano.
Sua moglie, Martha Bibi, ha inoltre detto di essere stata stuprata da alcune guardie della guarnigione dove era andata per denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava come serva presso una ricca famiglia musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih non voleva convertirsi e abbracciare la religione musulmana.
Notizia 2
Punjab, Pakistan. Marzo 2010. Un nuovo terribile caso di odio religioso. Un uomo è stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani per essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Lo riferisce il Pakistan Christian Post, giornale online affiliato a un partito cristiano locale. Arshad Masih, 38 anni aveva subito ustioni sull'80% del corpo e, secondo i medici dell'ospedale Sacra Famiglia dove era ricoverato, aveva poche probabilità di sopravvivere. Sua moglie, Martha Bibi, aveva inoltre detto di essere stata stuprata da alcuni poliziotti della caserma dove era andata per denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava come domestica insieme al marito dal 2005 presso una benestante famiglia musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih aveva ricevuto pressioni da parte del suo datore di lavoro per abbracciare la religione musulmana, ma lui si sarebbe rifiutato, secondo quanto riportato da AsiaNews, il sito internet del Pime (Pontificio Istituto Missioni Esteri) che per primo ha dato notizia della brutale aggressione. Negli ultimi tempi si sono ripetuti gli atti di violenza contro la minoranza cristiana pakistana che rappresenta l'1,6% della popolazione. Le organizzazioni cristiane locali si sono mobilitate lunedì chiedendo al governo della provincia del Punjab di punire i responsabili dell'omicidio e avviare un'inchiesta sulla violenza sessuale ad opera dei poliziotti.
Duemila anni di storia e di civiltà non bastano per estirpare il seme della barbarie nell'animo umano. In nome di Dio si continua sempre e comunque a uccidere.
Nota. Naturalmente la prima notizia è inventata. Ma la seconda purtroppo è cronaca di oggi. Il succo è che in nome di Dio (qualunque esso sia) si continua comunque a uccidere.
venerdì 12 marzo 2010
Film visti. The Hurt Locker
The Hurt Locker
Regia di Kathryn Bigelow, con Jeremy Renner, Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse.
Sceneggiatura: Mark Boal
[voto: 3 su 5]
Strana la storia di questo film. Viene presentato con grande successo di critica alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008, anno della sua uscita in anteprima mondiale; passa nelle sale abbastanza inosservato e poi sembra svanire nel dimenticatoio. Invece viene ripescato per la nomination all'Oscar che alla fine si aggiudica trionfalmente battendo nientemeno che il favoloso Avatar. Ormai conoscono tutti anche la storia della lotta in famiglia tra la regista Kathryn Bigelow e l'ex marito James Cameron autore del favorito film super fantascientifico. Dal quasi oblio al red carpet: questa è Hollywood.
I più attenti avranno notato che nel titolo, oltre a regista e interpreti, ho inserito anche lo sceneggiatore. Il motivo è che è lo stesso dell'ottimo Nella valle di Elah (di Paul Haggis), di un paio di anni fa. Anche in quel caso la tematica di fondo era la guerra e la sua drammatica ricaduta in termini di costi umani, spesso non manifesti, spesso non contabilizzati dalle statistiche, ma non per questo meno tragici. "La guerra è una droga" è il sunto di Hurt Locker. E' una droga che spinge a rischiare la vita in ogni istante e a convivere con la morte con indifferenza. E drogato di guerra è il protagonista della vicenda, un sergente artificiere dei marines impegnato in Iraq. Uno sporco mestiere (tra i più rischiosi tra le varie specialità militari), in una sporca guerra in cui gli Usa sono invischiati fino al collo dopo averla di fatto iniziata sicuramente sottovalutandone il livello di coinvolgimento. Un conto alla rovescia con la morte, tant'è vero che il film è scandito dal ripetersi dei giorni che mancano all'avvicendamento delle truppe sul teatro di guerra. Meno 365 giorni, meno 364.... e così via fino al ritorno a casa dove c'è una moglie e un figlio ad aspettare. Ma è un ritorno in crisi di astinenza, con l'incapacità di parlare di altro che non siano bombe, inneschi, esplosioni. Emblematico lo sguardo perso nel nulla di fronte agli scaffali di un supermercato nell'incertezza di quale marca di cereali comprare. Perchè il sergente artificiere non sa nulla di come vivono sua moglie e suo figlio, non ne conosce più il sorriso, la voce, gli sguardi, i gusti alimentari. Il pensiero è sempre rivolto lì in prima linea... in attesa di ritornarci. Non rimane che l'aridità con cui finisce per gestire i rapporti umani, perchè un candidato alla morte non può permettersi altro. O non gli interessa.
Un atto di accusa indirizzato su diversi fronti (la guerra, la politica americana della belligeranza costante, l'establishement amricano, l'opinione pubblica manipolata e sostanzialmente succube...) portato sullo schermo con un registro che assomiglia ad un interminabile reportage da telegiornale che racconta di missioni che si susseguono una dopo l'altra, con commilitoni che cadono, muoiono, si avvicendano in una tragica catena di montaggio. La crudezza del film sembra quasi rifarsi ad un reality show in cui le telecamere seguono in presa diretta i protagonisti. Ma non si tratta di grandi fratelli o di isole di famosi, si tratta di guerra vera e di morte altrettanto vera. Questa asciuttezza nell'esposizione è il pregio, ma forse anche il limite maggiore del film. Nella valle di Elah, sceneggiato dallo stesso Mark Boal, il livello di coinvolgimento dello spettatore era decisamente maggiore e carico di pathos. In comune il senso di desolazione, là di un padre che va alla ricerca di un figlio reduce dall'Iraq travolto dai suoi fantasmi e morto al rientro in patria, qui di un soldato che fa della guerra la sua droga quotidiana. Ma pur sempre guerra, sporca e maledetta.
Regia di Kathryn Bigelow, con Jeremy Renner, Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse.
Sceneggiatura: Mark Boal
[voto: 3 su 5]
Strana la storia di questo film. Viene presentato con grande successo di critica alla Mostra del cinema di Venezia nel 2008, anno della sua uscita in anteprima mondiale; passa nelle sale abbastanza inosservato e poi sembra svanire nel dimenticatoio. Invece viene ripescato per la nomination all'Oscar che alla fine si aggiudica trionfalmente battendo nientemeno che il favoloso Avatar. Ormai conoscono tutti anche la storia della lotta in famiglia tra la regista Kathryn Bigelow e l'ex marito James Cameron autore del favorito film super fantascientifico. Dal quasi oblio al red carpet: questa è Hollywood.
I più attenti avranno notato che nel titolo, oltre a regista e interpreti, ho inserito anche lo sceneggiatore. Il motivo è che è lo stesso dell'ottimo Nella valle di Elah (di Paul Haggis), di un paio di anni fa. Anche in quel caso la tematica di fondo era la guerra e la sua drammatica ricaduta in termini di costi umani, spesso non manifesti, spesso non contabilizzati dalle statistiche, ma non per questo meno tragici. "La guerra è una droga" è il sunto di Hurt Locker. E' una droga che spinge a rischiare la vita in ogni istante e a convivere con la morte con indifferenza. E drogato di guerra è il protagonista della vicenda, un sergente artificiere dei marines impegnato in Iraq. Uno sporco mestiere (tra i più rischiosi tra le varie specialità militari), in una sporca guerra in cui gli Usa sono invischiati fino al collo dopo averla di fatto iniziata sicuramente sottovalutandone il livello di coinvolgimento. Un conto alla rovescia con la morte, tant'è vero che il film è scandito dal ripetersi dei giorni che mancano all'avvicendamento delle truppe sul teatro di guerra. Meno 365 giorni, meno 364.... e così via fino al ritorno a casa dove c'è una moglie e un figlio ad aspettare. Ma è un ritorno in crisi di astinenza, con l'incapacità di parlare di altro che non siano bombe, inneschi, esplosioni. Emblematico lo sguardo perso nel nulla di fronte agli scaffali di un supermercato nell'incertezza di quale marca di cereali comprare. Perchè il sergente artificiere non sa nulla di come vivono sua moglie e suo figlio, non ne conosce più il sorriso, la voce, gli sguardi, i gusti alimentari. Il pensiero è sempre rivolto lì in prima linea... in attesa di ritornarci. Non rimane che l'aridità con cui finisce per gestire i rapporti umani, perchè un candidato alla morte non può permettersi altro. O non gli interessa.
Un atto di accusa indirizzato su diversi fronti (la guerra, la politica americana della belligeranza costante, l'establishement amricano, l'opinione pubblica manipolata e sostanzialmente succube...) portato sullo schermo con un registro che assomiglia ad un interminabile reportage da telegiornale che racconta di missioni che si susseguono una dopo l'altra, con commilitoni che cadono, muoiono, si avvicendano in una tragica catena di montaggio. La crudezza del film sembra quasi rifarsi ad un reality show in cui le telecamere seguono in presa diretta i protagonisti. Ma non si tratta di grandi fratelli o di isole di famosi, si tratta di guerra vera e di morte altrettanto vera. Questa asciuttezza nell'esposizione è il pregio, ma forse anche il limite maggiore del film. Nella valle di Elah, sceneggiato dallo stesso Mark Boal, il livello di coinvolgimento dello spettatore era decisamente maggiore e carico di pathos. In comune il senso di desolazione, là di un padre che va alla ricerca di un figlio reduce dall'Iraq travolto dai suoi fantasmi e morto al rientro in patria, qui di un soldato che fa della guerra la sua droga quotidiana. Ma pur sempre guerra, sporca e maledetta.
giovedì 11 marzo 2010
Il sole di marzo
Cosa c'è di più bello del sole di marzo? Sebbene l'aria oggi sia ancora fredda dopo la terribile giornataccia di ieri con neve e vento polare, la luce che pervade tutto prende il sopravvento e trasmette una sensazione fantastica di benessere. E' la rivincita del sole. Bello, luminoso, caldo, frizzante, allegro, gioioso, inebriante. Nell'ora d'aria quotidiana, ...ooops, nella pausa pranzo invece di imbucarmi nel solito bar a ruminare la razione quotidiana di cibo predigerito per alienati, mi sono scelto una panchina al sole e mi sono fumato un buon toscano. Con calma, godendomi il momento, minuto per minuto. Per riconciliarsi con sè stessi. Come diceva il grande Eduardo, ...'a da passa' a nuttata.
mercoledì 10 marzo 2010
Una vita stracciata dai sospetti
Si può scegliere di suicidarsi a causa dei sospetti su un omicidio? Si può, eccome se si può. E' successo ieri. Si tratta di Pietrino Vanacore, l'ex portiere di via Poma in quel di Roma (quello del delitto di Simonetta Cesaroni, 7 agosto 1990). Come per quasi tutti i suicidi c'è il biglietto di addio e di spiegazioni del gesto; in questo caso di biglietti ce ne sarebbero più d'uno, tutti con lo stesso contenuto: «20 anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio». Dopo aver bevuto mezza bottiglia di detersivo per essere sicuro di non sbagliare, Pietrino si è legato una corda ai piedi e si è lasciato andare in mare. Una fine lucidamente progettata e portata a termine in modo disperato, perchè si sapesse che si trattava di sospetti ingiusti. Dal 1990 ad oggi sono passati 20 anni. Pietrino il portiere era stato inizialmente indagato per l'omicidio. Dopo di lui anche il figlio era finito nell'inchiesta. Poi è stata la volta dell'ex fidanzato della vittima. Indagini aperte, apparentemente in stallo, chiuse e poi riaperte a distanza di anni o decenni. Sì certo, formalmente le indagini non cessano mai, ma in pratica tra un indagato e l'altro sono passati 20 anni, non 20 mesi. Un fulgido esempio di indagini ondivaghe e intermittenti che procedono a spizzichi e bocconi. Oggi si segue una pista e indago Tizio; domani ne seguo un'altra e si indaga Caio. Ma no, la pista giusta è un'altra ancora! ...e vai con l'indagato Sempronio... C'è da chiedersi chi possa essere il prossimo ad essere incriminato. Infatti non è finita, perchè ancora oggi, nel 2010, il processo è in corso. Una storia orrenda per come è cominciata, -il brutale omicidio di una giovane donna-, assurda e incredibile per come si è sviluppata con una girandola di indagati, orribile per le conseguenze che ancora si porta dietro. Denominatore comune: l'incertezza su tutto: sulle circostanze e la dinamica dell'omicidio prima di tutto. E soprattutto ancora nessuna certezza sull'autore, con buona pace della povera Simonetta uccisa un pomeriggio d'agosto di vent'anni fa.
Ma è possibile una cosa del genere? E' possibile portare all'esasperazione degli indagati fino al punto che scelgano di suicidarsi pur di farla finita e per gridare un'ultima volta la propria innocenza? Non a caso l'ultimo messaggio dell'ex portiere parla di martirio. Può un suicida mentire sulla propria innocenza prima di compiere l'ultimo gesto? Quanto deve avere sofferto quell'uomo e i suoi famigliari in questi 20 anni di indagini, di sospetti, di incriminazioni, di avvocati, di giudici, di articoli sui giornali? Si può arrivare a legarsi una corda ai piedi per farsi annegare continuando a urlare la propria estraneità? Ma soprattutto, quelle grida che protestavano innocenza sono state mai realmente ascoltate da qualcuno? O erano grida perse nel vento o tra le righe di qualche articolo di giornale letto distrattamente dalla parrucchiera? Qualcuno si chiederà adesso se questi 20 anni di sospetti e di indagini traballanti e ondivaghe fossero giuste e adeguate, mirate concretamente ad un obiettivo reale piuttosto che cercare vanamente un mostro da sbattere in prima pagina per tacitare quanti -tanti, troppi- aspettavano un esito della vicenda?
Si legge che quel pover'uomo di Pietrino Vanacore voleva comprarsi una casa sua. Un desiderio che hanno milioni di italiani. Ma non l'ha mai potuto fare perchè le spese per gli avvocati prosciugavano tutto quello che aveva e non restava altro. Una vita stracciata tra un'indagine e un interrogatorio, tra una copertina di rotocalco e un servizio del telegiornale. Forse ha sofferto di più l'indagato della vittima. Un paradosso? Forse. Ma il vero paradosso non è piuttosto il tipo di giustizia che abbiamo in Italia? Dopo finire vittima di un atto di violenza, esiste sventura peggiore dell'essere coinvolto da innocente in un'indagine portata avanti in questo modo per 20 anni? Significa farsi prendere la propria vita e vederla stracciare in mille pezzi senza poter fare nulla. Se non disperarsi e farla finita.
Ma è possibile una cosa del genere? E' possibile portare all'esasperazione degli indagati fino al punto che scelgano di suicidarsi pur di farla finita e per gridare un'ultima volta la propria innocenza? Non a caso l'ultimo messaggio dell'ex portiere parla di martirio. Può un suicida mentire sulla propria innocenza prima di compiere l'ultimo gesto? Quanto deve avere sofferto quell'uomo e i suoi famigliari in questi 20 anni di indagini, di sospetti, di incriminazioni, di avvocati, di giudici, di articoli sui giornali? Si può arrivare a legarsi una corda ai piedi per farsi annegare continuando a urlare la propria estraneità? Ma soprattutto, quelle grida che protestavano innocenza sono state mai realmente ascoltate da qualcuno? O erano grida perse nel vento o tra le righe di qualche articolo di giornale letto distrattamente dalla parrucchiera? Qualcuno si chiederà adesso se questi 20 anni di sospetti e di indagini traballanti e ondivaghe fossero giuste e adeguate, mirate concretamente ad un obiettivo reale piuttosto che cercare vanamente un mostro da sbattere in prima pagina per tacitare quanti -tanti, troppi- aspettavano un esito della vicenda?
Si legge che quel pover'uomo di Pietrino Vanacore voleva comprarsi una casa sua. Un desiderio che hanno milioni di italiani. Ma non l'ha mai potuto fare perchè le spese per gli avvocati prosciugavano tutto quello che aveva e non restava altro. Una vita stracciata tra un'indagine e un interrogatorio, tra una copertina di rotocalco e un servizio del telegiornale. Forse ha sofferto di più l'indagato della vittima. Un paradosso? Forse. Ma il vero paradosso non è piuttosto il tipo di giustizia che abbiamo in Italia? Dopo finire vittima di un atto di violenza, esiste sventura peggiore dell'essere coinvolto da innocente in un'indagine portata avanti in questo modo per 20 anni? Significa farsi prendere la propria vita e vederla stracciare in mille pezzi senza poter fare nulla. Se non disperarsi e farla finita.
lunedì 8 marzo 2010
Film visti. Shutter Island
Shutter Island
regia di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo e Ben Kingsley.
[voto: 4 su 5]
Difficile parlare del film senza svelare nulla della trama che è avvincente e coinvolgente fino all'ultimo minuto della proiezione. Diciamo che l'ambiente è quello di un'isola-lager che ospita un ospedale psichiatrico-prigione. Un manicomio criminale riservato ai più pericolosi assassini affetti da tare mentali. Siamo nei primi anni '50, all'indomani della seconda guerra mondiale, dello sterminio degli ebrei per mano nazista, della bomba atomica di Hiroshima. L'America affronta da vincitrice il periodo post bellico, ma deve comunque fare i conti con i propri fantasmi e con i propri incubi. Proprio come il protagonista Di Caprio, un agente federale con alle spalle un passato da eroe di guerra e da liberatore del campo di sterminio di Dachau, in missione per indagare sulla misteriosa sparizione di una paziente, detenuta per l'omicidio dei tre figli. L'agente Di Caprio deve fare i conti con l'apparato dell'isola, guadie carcerarie e staff medico, che non si dimostrano molto collaborativi, bensì ansiosi di salvaguardare i segreti dell'isola.
Da qui in poi è un crescendo di emozioni e di colpi di scena, in cui lo spettatore deve sempre cercare di distinguere tra vero e falso, tra realtà e illusione, in un magistrale intreccio narrativo messo in scena da Martin Scorsese, qui alla sua quarta esperienza con Di Caprio. Il quale Di Caprio è sempre più bravo come attore, dimostrando una padronanza della scena e una maturità interpretativa come pochi altri. Ben supportato dal resto del cast, Mark Ruffalo nei panni del collega detective, Ben Kingsley e Max Von Sidow nelle vesti dei medici, ambigui fino all'inverosimile.
Tutto nel film è misurato e studiato per concorrere a costruire il clima di dubbio che domina la vicenda. Un crescendo drammatico che va di pari passo con l'approssimarsi di un uragano che sta per investire l'isola conferendo a tutta l'ambientazione un'atmosfera da incubo. Scorsese, da vecchio marpione del set, usa tutte le armi a disposizione per confezionare sapientemente il film, compresa la partecipazione straordinaria di Robert De Niro in una apparizione che dura non più di un minuto o due, truccato in modo da essere quasi irriconoscibile. Non manca la citazione di un maestro del cinema come Alfred Hitchcock con una scala a chiocciola che si inerpica in cima ad un faro nel momento topico del film. La difficoltà maggiore è stata mostrare lo stato d'animo del protagonista senza che questo aspetto venisse fagocitato dallo svolgersi della narrazione. Risultato pienamente centrato, a mio avviso. Perchè il film è molto equilibrato e bilanciato tra introspezione dei personaggi e azione poliziesca, senza scivolare nel noir più piatto.
In definitiva, un film da non mancare, uno dei migliori della stagione.
regia di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo e Ben Kingsley.
[voto: 4 su 5]
Difficile parlare del film senza svelare nulla della trama che è avvincente e coinvolgente fino all'ultimo minuto della proiezione. Diciamo che l'ambiente è quello di un'isola-lager che ospita un ospedale psichiatrico-prigione. Un manicomio criminale riservato ai più pericolosi assassini affetti da tare mentali. Siamo nei primi anni '50, all'indomani della seconda guerra mondiale, dello sterminio degli ebrei per mano nazista, della bomba atomica di Hiroshima. L'America affronta da vincitrice il periodo post bellico, ma deve comunque fare i conti con i propri fantasmi e con i propri incubi. Proprio come il protagonista Di Caprio, un agente federale con alle spalle un passato da eroe di guerra e da liberatore del campo di sterminio di Dachau, in missione per indagare sulla misteriosa sparizione di una paziente, detenuta per l'omicidio dei tre figli. L'agente Di Caprio deve fare i conti con l'apparato dell'isola, guadie carcerarie e staff medico, che non si dimostrano molto collaborativi, bensì ansiosi di salvaguardare i segreti dell'isola.
Da qui in poi è un crescendo di emozioni e di colpi di scena, in cui lo spettatore deve sempre cercare di distinguere tra vero e falso, tra realtà e illusione, in un magistrale intreccio narrativo messo in scena da Martin Scorsese, qui alla sua quarta esperienza con Di Caprio. Il quale Di Caprio è sempre più bravo come attore, dimostrando una padronanza della scena e una maturità interpretativa come pochi altri. Ben supportato dal resto del cast, Mark Ruffalo nei panni del collega detective, Ben Kingsley e Max Von Sidow nelle vesti dei medici, ambigui fino all'inverosimile.
Tutto nel film è misurato e studiato per concorrere a costruire il clima di dubbio che domina la vicenda. Un crescendo drammatico che va di pari passo con l'approssimarsi di un uragano che sta per investire l'isola conferendo a tutta l'ambientazione un'atmosfera da incubo. Scorsese, da vecchio marpione del set, usa tutte le armi a disposizione per confezionare sapientemente il film, compresa la partecipazione straordinaria di Robert De Niro in una apparizione che dura non più di un minuto o due, truccato in modo da essere quasi irriconoscibile. Non manca la citazione di un maestro del cinema come Alfred Hitchcock con una scala a chiocciola che si inerpica in cima ad un faro nel momento topico del film. La difficoltà maggiore è stata mostrare lo stato d'animo del protagonista senza che questo aspetto venisse fagocitato dallo svolgersi della narrazione. Risultato pienamente centrato, a mio avviso. Perchè il film è molto equilibrato e bilanciato tra introspezione dei personaggi e azione poliziesca, senza scivolare nel noir più piatto.
In definitiva, un film da non mancare, uno dei migliori della stagione.
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