giovedì 29 marzo 2012

Le polpe di Gessica

Il suo nome è Gessica o forse Jessica. Chissà. Ma sarebbe indelicato chiederglielo. E' la ragazza che serve al bar dove adesso vado a mangiare un boccone in pausa pranzo. Dieci minuti a piedi dall'ufficio, tra i capannoni industriali, poche anime in giro, non un filo d'ombra. Con l'estate che si avvicina a grandi passi sarà un problema di qui a poco riuscire a non cucinarsi il cervello lungo il tragitto. Non c'è scelta, è l'unico bar della zona. Prendere o lasciare. 
Un bar al femminile. La titolare è Simonetta, una ragazzetta piccola e magretta, caruccia, con lo sguardo scaltro e volitivo. Mai vista fermarsi un attimo, sempre in movimento al banco, alla macchina del caffè o in cucina. E' brava a far da mangiare. Ha fatto l'alberghiero e da settembre ha rilevato il bar, con tante speranze e tanta buona volontà di riuscire. A darle una mano al banco e tra i tavoli c'è lei, la Gessica (o Jessica?). Un tipo completamente diverso da Simonetta. Morbida nell'aspetto, dalle "polpe" morbide e bianche. Curve in abbondanza, qualche taglia di troppo che la relega fuori dagli standard estetici rigidissimi di veline e miss d'ogni tipo. Lungi da me voler essere volgare, allusivo o insolente. Lei è proprio così: morbidosa. Un tipo che farebbe invaghire Federico Fellini. Sembra uscita da uno dei suoi film in bianco e nero, con un decoltè debordante e ammaliante, con i tanti Mastroianni di paese a farle la corte.
Un disegno di Federico Fellini
 Ma qui non siamo in Romagna, siamo nel profondo nord veneto, nell'alta padovana. Dove da un lato della statale ci sono enormi capannoni industriali di piccole e medie imprese che sono l'oro del nord industriale e dall'altro campagne a perdita d'occhio. Industriali e agricoltori. Qui c'è ricchezza ovunque si butti l'occhio. Lo si vede dalle case, vecchi edifici rurali ristrutturati e trasformati in splendide villazze con il trattore nel garage a condividere lo spazio con splendide Mercedes e Bmw da oltre 50-60 mila euro. E ovunque regna e ristagna un forte e caldo sentore di campagna (= concime animale..., letame insomma). E' il fascino della provincia, bellezza!

La Gessica, per quanto svolga un lavoro modesto, ci tiene all'etichetta e alla forma. Indossa sempre magliette t-shirts nere (smagranti) con sapienti e polpose scollature. Niente di che, ma molto compita e compresa nel suo ruolo. Elenca il menù  con meticolosità e chiarezza, taccuino in mano. Offre sempre con discrezione i piatti del giorno a seconda delle direttive del boss in cucina. Usa il dialetto schietto e veloce di queste parti con i paesani, mentre riserva l'italiano di buona maniera per gli altri. Tra questi "altri" ci sono anch'io, che sono il nuovo arrivato in zona. Inoltre arrivo dalla città, non mi esprimo in dialetto, do del "lei" a tutti. Anche a Simonetta e Gessica (o Jessica), sebbene abbiano l'età delle mie figlie e io invece ho i capelli molto molto grigi... E Gessica ricambia, cercando di esprimersi in buon italiano. E' evidente che ha fatto delle discrete scuole, perchè usa bene i congiuntivi e sceglie con cura i termini. Un po' troppo formale e costruita, forse, ma è evidente l'intenzione di mostrarsi molto professionale. Salvo quando le scappa qualche vocabolo dialettale per disattenzione. Allora sono guai. C'è da mettersi a ridere a crepapelle, perchè gli esiti degli scivoloni lessicali sono meglio delle barzellette. Lo dico senza malizia alcuna. E' divertente sentirli, niente di più.

La tabaccaia, di Fellini
Ecco quello di ieri. Avevo ordinato una mezza minerale fresca, perchè ormai la primavera è esplosa e ci sono oltre 20° a ora di pranzo. Non avendone in temperatura da frigo, Gessica si è offerta di darmi del ghiaccio. Il quale però a metà del pasto si era già sciolto. Con molta efficienza e cortesia Gessica se n'è accorta e prontamente mi ha chiesto, indicando il bicchiere vuoto, "Signor Angelo vuole che glielo impienisca ancora"?  Azzeccato l'uso del congiuntivo, ma quel verbo dialettale italianizzato mi ha fatto venire i sudori per gli sforzi di non ridere a crepapelle. In dialetto la frase sarebbe stata così: Sior Angeo voeo che gheo impienissa de novo el bicere? Per i non veneti: impienire = riempire. Al suono di quell' impienisca le polpe della scollatura hanno leggermente tremato scosse da tanta efficienza professionale. E io, sforzandomi di guardarla assolutamente negli occhi: "Grassie Gessica,  ancora un po' di ghiaccio ci vorrebbe proprio", distogliendo signorilmente lo sguardo dalle sue candide polpe che occhieggiavano dalla scollatura. Che diamine.

martedì 20 marzo 2012

Film visti. Quasi amici, senza pietismi

Quasi amici
Regia di Olivier Nakache, Eric Toledano.
Con François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet.

[Voto: 3,5 su 5]


Ancora un gran bel film che parla francese dopo il pluripremiato The Artist. Va bene così, anzi benissimo.

Quasi amici è il film degli opposti. Del bianco e del nero, del ricco e del miserabile, dell'aristocratico e del cafone, del colto e sofisticato e dell'ignorante. E la lista non finisce qui, se ne potrebbero trovare parecchi altri. Per esempio la fortuna e la sfortuna. La fortuna di godere ottima salute e la sfortuna di essere tetraplegici e di non muovere un muscolo dal collo in giù. Perchè i due quasi amici sono appunto una coppia che peggio assortita non si poteva immaginare. Ma andiamo con ordine. Philippe è un ricchissimo e colto invalido obbligato a passare la sua esistenza su una carrozzina a rotelle e a dover dipendere in tutto e per tutto dagli altri. Ma, per la serie "i soldi non sono tutto, ma aiutano un sacco", si può permettere ogni tipo di aiuto. Il problema, caso mai, è quello di trovare il personale adatto e all'altezza del delicato compito. Ed ecco che entra in scena un disperato giovinastro della banlieu parigina di origine senegalese (Driss) che si presenta alla selezione del personale più che altro per cercare l'ennesimo espediente per sbarcare il lunario che per vera e genuina volontà di lavorare.
Per farla breve, Driss ottiene il posto e si trasferisce con le sue poche cose e tanta voglia di cambiare vita nella splendida residenza di Philippe. Il suo compito è di badante, di infermiere, di assistente personale, di autista. Insomma il tuttofare di casa a disposizione dell'invalido Philippe. Ma il suo carattere allegro ed esuberante prende presto il sopravvento e finisce per condizionare e sconvolgere la monotona e triste esistenza del ricco paziente. La serie degli opposti continua con duelli musicali tra Vivaldi e Bach contro gli Earth wind and fire, tra le evoluzioni in deltaplano (la passione di Philippe che è anche la causa della sua invalidità in seguito ad un incidente di volo) e le corse sfrenate in macchina a tutta velocità. Il "povero handicappato" sveste i panni (psicologici) del malato e si getta nella mischia, perfino facendo la corte ad una donna fino ad allora destinataria di cerebrali scambi epistolari. Insomma un ciclone si abbatte su Philippe e "il naufragar gli è dolce in questo mar" (il poeta mi perdoni l'ardire...). Ma anche Driss riceve molto dal rapporto con il nuovo amico Philippe. Scopre addirittura inaspettati doti pittoriche e la capacità di comunicare con i ragazzi più giovani come un vero fratello maggiore. Insomma un dare e ricevere reciproco, quasi delle affinità elettive. Quasi amici, per citare il titolo del film, ma in realtà molto molto amici.

La bellezza del film sta nel disegno non conformista dei due personaggi e nella assoluta mancanza di caramelloso pietismo per l'handicap di Philippe. Un rapporto diretto, forte e sincero non mediato da convenzioni di comodo e di maniera. E non è poco. Non è affatto facile uscire dagli schemi senza cadere nella mancanza di rispetto, senza toccare facili tasti sentimentali e senza suscitare reazioni di disappunto da parte di nessuno. La cifra narrativa  scelta dalla coppia di registi francesi è leggera e incline al sorriso, ma senza scadere nel banale e prevedibile, nel già visto e stucchevolmente politically correct. Anzi il pregio maggiore sta proprio nel modo fuori dagli schemi di approcciare temi e situazioni scabrose e delicate.
Notevoli i due attori protagonisti: il misurato François Cluzet (Philippe) e l'incontenibile Omar Sy (Driss). Rimarchevoli anche le performances di Anne Le Ny e Clotilde Mollet (assistente e segretaria personale del ricco invalido), deliziosamente ammiccanti nei loro ruoli comprimari.

sabato 17 marzo 2012

Libri. C'è poesia in Amazzonia

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore
di Luis Sepùlveda

L'Amazzonia, un oceano verde di vegetazione selvaggia. Il polmone verde del pianeta. La natura incontaminata che resiste alla colonizzazione industriale e allo sfruttamento delle sue ricchezze. Luis Sepulveda ci racconta questo oceano verde incontaminato con gli occhi di un vecchio semianalfabeta, che ha vissuto a lungo con gli indios nativi e da loro ha assimilato conoscenze e abitudini. Ma soprattutto ha imparato a rispettare la foresta amazzonica e le creature che vi vivono in un equilibrio naturale che tutto regola e tutto governa.
A minare questo equilibrio naturale, manco a dirlo, sono gli uomini. Gringos americani o cercatori d'oro, avventurieri, cacciatori o semplici sprovveduti, tutti pensano di potersi arrogare il diritto di penetrare a piacimento nella foresta e oltraggiarla senza rispetto. Ed è proprio un gringo cacciatore che fa strage dei cuccioli del tigrillo, il temibile felino amazzonico molto simile al puma. Una strage selvaggia, senza motivo e inutile perchè le pelli dei cuccioli sono troppo piccole e dunque inservibili. Ma la logica e il rispetto non sta di casa da quelle parti e fra quella gente. Così il tigrillo femmina impazzisce dal dolore e incomincia a sfogare la sua rabbia disperata assalendo e uccidendo chiunque gli capiti a tiro. Umani, naturalmente.
Il vecchio Antonio José Bolívar Proaño legge romanzi d'amore, scelti più  o meno a caso purchè molto romantici e molto lacrimevoli, perchè "parlano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”. E' a lui che il sindaco del piccolo villaggio di El Idilio si rivolge per dare la caccia al tigrillo. E' l'unico ad avere sufficiente conoscenza della foresta e degli animali che la popolano per riuscire nell'impresa di debellare la mortale minaccia che assedia il villaggio. Qui Sepulveda costruisce il momento topico della vicenda, fissando il conflitto del vecchio combattuto dalla necessità di portare a termine il suo compito e la convinzione di stare facendo un'azione malvagia. Gli indios gli hanno insegnato a non uccidere gli animali se non per cibarsene e in questo principio sta l'essenza del rispetto per la natura e la grande foresta. Una tormento interiore che il vecchio si porta dentro e a stento riesce ad essere mitigato dai suoi amati romanzi d'amore.

Luis Sepulveda riesce a raccontare questa vicenda con grande maestria tessendo un intreccio di storie e di uomini e donne e di descrizioni della natura selvaggia e dei suoi abitanti, umani e animali. Non sono tanti i personaggi del libro, ma sono tutti ben tratteggiati e delineati. Tra questi il dentista itinerante che due volte l'anno arriva con la sua barca per curare i denti della gente del posto. Il dottore ce l'ha a morte con il governo, qualunque esso sia, non fa differenza. Anche il mal di denti dei suoi pazienti è colpa del governo. Ma non è l'unico. C'è il sindaco, laido e corrotto. Anche la pioggia tropicale che scende impietosa riesce quasi a diventare un personaggio del romanzo, tanto è presente e reale nel racconto. Sepulveda riesce a farci amare tutto quel mondo verde e per noi lettori occidentali del tutto sconosciuto e misterioso. Un mondo verso il quale siamo istintivamente diffidenti, abituati come siamo al nostro stile di vita in cui il concetto di natura al massimo è rappresentata dalla passione per il giardinaggio sul terrazzo di casa.
C'è molta poesia in Amazzonia a cominciare dal dolore del tigrillo per la morte dei suoi cuccioli. Il merito di Sepulveda è anche quello di riuscire a farci amare quel dolore d'animale.

venerdì 16 marzo 2012

In moto. Bergamo alta, un gioiello da visitare

Si torna in sella, è tempo di tornare a viaggiare in moto. Per la verità la sosta invernale non è stata totale e qualche giro nonostante il freddo l'ho anche fatto, ma con l'aria di primavera alle porte che si respira in questo periodo è difficile lasciare la fida Caponord in garage. L'occasione nasce da qualche giorno di ferie del 2011 ancora da consumare e dunque si parte. La meta è scelta in pianura, la montagna è ancora prematura e le strade in quota potrebbero non essere del tutto pulite e praticabili.

Decido di puntare su una città che da lungo tempo meditavo di visitare. Bergamo alta. Mi attira per questa sua caratteristica piuttosto insolita di una netta divisione tra la parte vecchia in collina e quella più nuova in pianura. Inoltre c'è un filo conduttore che la accomuna a Padova, la mia città. Bergamo è tuttora una delle cinque città italiane, assieme a Padova, Ferrara, Lucca e Grosseto, il cui centro storico è rimasto completamente circondato dalle mura che, a loro volta, hanno mantenuto pressoché intatto il loro aspetto originario nel corso dei secoli. Inoltre è stata per secoli sotto la sfera di influenza (anzi, di più: parte integrante del territorio) della Repubblica di Venezia. Un doppio legame con la mia terra.

Il tragitto è tutto autostradale e dunque noioso almeno quanto trafficato. E' un giorno feriale lavorativo: un fiume ininterrotto di tir e di auto. Tra andata e ritorno siamo a quota 400 km senza una curva o un saliscendi che possa variare la guida. Ma per inaugurare la bella stagione può andare bene così. Per la prossima uscita cercherò qualcosa di meglio come trasferimento alla meta.

Bergamo alta non tradisce le attese. La cittadella è arroccata in cima al colle e domina tutta la pianura circostante. Il traffico è quasi assente (merito della ZTL) e la città mette a disposizione un servizio di funicolare per salire al piano nobile. Originale, quanto meno. Una volta su si respira un'atmosfera molto bella e intima. La sensazione è quasi di trovarsi in un bozzolo temporale, se non fosse per le molteplici botteghe che offrono di tutto ai turisti. Ho notato con piacere un'altissima percentuale di pasticcerie, trattorie, caffetterie e tavole calde. Si direbbe che la Città alta (così viene chiamata) sia una enclave mangereccia per golosi. Ma non mancano notevoli punti di interesse storici e artistici. Il cuore della cittadella è senz'altro Piazza Vecchia, con la fontana Contarini, il Palazzo della Ragione, la Torre civica (detta il Campanone), che ancora oggi alle ore 22 suona i 100 colpi - quelli che in passato annunciavano la chiusura notturna dei portoni delle mura venete - e altri palazzi che la circondano su tutti i lati.
Piazza Vecchia (Bergamo alta)
Alla fine ho scelto di pranzare con i prodotti tipici locali. Un posticino mi ha "acchiappato" al volo: polenta di ogni tipo e presentata con una varietà incredibile di scelte. Il menù offriva almeno una trentina di combinazioni. Di base si può ordinare la classica polenta gialla oppure optare per la taragna. La polenta taragna, tipica della Valtellina, delle valli bresciane e bergamasche, viene preparata con farine miste di mais e di grano saraceno, alle quali, a cottura ultimata, si amalgamano sciogliendoli una buona quantità di burro e formaggi semigrassi, come Branzi, Casera o Fontina (a seconda delle zone). Ho scelto un tris con tre condimenti diversi: ragù di carne chianina, di cinghiale, alla boscaiola (misto funghi). Una delizia, ma nel complesso la combinazione più convincente è la prima. Una curiosità. La parola taragna deriva dal sostantivo “tarai” o “tarel”, che altro non era che un lungo bastone col quale si usava mescolare la polenta dentro al paiolo posizionato sul fuoco; da qui anche il verbo tarare, cioè mescolare. Caffè e sigaro per completare la degustazione. Tutto ad un tavolino all'aperto nella deliziosa Piazza Vecchia. In fin dei conti un pasto "povero", tradizionale, ma appetitoso e appagante. Cosa volere di più?
Rientro con il solito serpentone di traffico. La prossima volta si torna alle soliti abitudini di stare alla larga dalle autostrade il più possibile.
Salite e tornanti dolomitici.... come mi mancate!
La Città alta avvolta nella nebbia

domenica 11 marzo 2012

Libri. Ma quanto crediamo di conoscere i nostri figli?

L'orologiaio di Everton
di Georges Simenon


Ancora un libro di Simenon appartenente al suo periodo "americano". Siamo negli anni '50 e un tranquillo orologiaio della cittadina di Everton si trova a fare i conti con una realtà che non immaginava di dover affrontare. Suo figlio è scomparso. Si è allontanato da casa portandosi via il furgone di lavoro. Non è solo. Con lui anche la sua ragazza. Entrambi sono poco più che ragazzi non ancora maggiorenni. Entrambi hanno tirato a dadi con il proprio destino mettendo in gioco la propria vita ed entrambi hanno perso. Ma ha perso anche il padre e con lui la famiglia della ragazza. Per tutti loro l'esistenza non sarà più la stessa perchè quella fuga improvvisa, preordinata e tenuta a lungo segreta ha portato a conseguenze devastanti. Per tutti e per sempre.
Una storia di solitudine, di amara constatazione di quanto poco si conosca dei propri figli sebbene ci siano cresciuti accanto e sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Una storia cruda, che fa riflettere sul rapporto padri-figli, ma anche all'interno della famiglia stessa nel rapporto di coppia, prima ancora di quello genitoriale.
Forse non sarà il miglior Simenon, ma L'orologiaio di Everton non è certo un libro che non lascia tracce.

venerdì 2 marzo 2012

Ciao Lucio...



Gli uomini nascono, vivono e muoiono. 
La tua poesia e la tua musica rimarranno per sempre nei nostri cuori. 
Ciao Lucio.

domenica 26 febbraio 2012

Film visti. In time, il tempo è denaro!

In Time
Regia: Andrew Niccol
Con Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Olivia Wilde.

[Voto: 2,5 su 5]



Il tempo è denaro. In questo saggio adagio popolare si può concentrare tutto il succo del film di oggi. E non ci sarebbe molto da aggiungere, se non che l'idea base è accattivante quanto bislacca e fantascientifica.
In una ipotetica società del futuro la piramide sociale non è molto diversa da quella di reale che conosciamo e viviamo quotidianamente: ci sono i ricchi e ci sono i poveri. Quello che fa la differenza è la moneta. Non più il denaro, bensì il tempo monetizzato. Le compravendite, la retribuzione del proprio lavoro, tutto si regola con lo scambio di tempo invece che di denaro. Una telefonata costa un minuto di vita, un'auto d'epoca vale ben 59 anni. Ma non basta. Il genere umano non invecchia più. Il DNA geneticamente modificato smette di far invecchiare il corpo umano al raggiungimento dell'età di 25 anni. Dopodichè tutti mantengono definitivamente l'aspetto fisico del momento. Hanno un bonus gratuito di un anno di vita, terminato il quale moriranno all'improvviso. Per continuare a vivere dovranno guadagnare tempo attraverso il lavoro o sfruttando un patrimonio di famiglia, per i più fortunati. In conseguenza di questo meccanismo ci troviamo di fronte ad affascinanti mamme ottantenni (la sempre bella Olivia Wilde) che dimostrano invece venticinque anni, apparentemente coetanee dei loro figli e nipoti. Insomma, è il classico mito dell'eterna giovinezza realizzato geneticamente per tutti gli esseri umani. Ma per continuare a godere della vita e della giovinezza bisogna accumulare ricchezze, cioè tempo. Tempo passa di mano proprio come il vil denaro. Si cede, si presta e si regala. Ma si ruba, anche. Si mette in banca e si chiedono interessi. In nome del tempo si vive e si uccide. Si accumula avidamente custodendolo in cassaforte in una sorta di distributore portatile di minuti-giorni-anni. Una sorta di futuristico bancomat. Come per i dollari o gli euro della vita reale c'è sempre chi si trova al vertice della piramide e dispone di tempo personale per migliaia di anni e chi invece vive letteralmente alla giornata ricevendo per il proprio lavoro solo di che sopravvivere per pochi giorni. Quindi oltre all'eterna giovinezza il genere umano ha di fatto anche il dono/privilegio dell'immortalità. Accumulare migliaia di anni di vita equivale di fatto all'immortalità. Peccato che il privilegio sia appannaggio di una ristrettissima cerchia di super ricchi.  E dove sarebbe la novità...? Anche nella realtà del giorno d'oggi esistono spietate e inique sperequazioni sociali, dove accanto ai multimiliardari paperon de' paperoni sopravvivono a stento milioni di esseri umani in una lotta senza sosta con la morte.
Justin Timberlake e Amanda Seyfried
In definitiva l'idea del film è apprezzabile, gli interpreti sono tutti belli e affascinanti (Justin Timberlake e Amanda Seyfried sono proprio una bella coppia), ma tutto sommato, nulla di nuovo sotto il sole...
Quindi, a dirla tutta, di fantascientifico c'è ben poco salvo l'idea iniziale. Esaurita la quale il film si riduce ad un poliziesco di medio cabotaggio, neanche tanto spettacolare o di suspence, con i due bellocci eroi paladini dei derelitti che scimmiottano alla lontana Bonnie & Clyde.

domenica 19 febbraio 2012

Film visti. War horse ovvero "Salvate il soldato Joey"

War Horse
Regia: Steven Spielberg
Con: Jeremy Irvine- Peter Mullan- Emily Watson- Niels Arestrup

[Voto: 4 su 5]



Maledetto Spielberg. E' riuscito a farmi piangere come un vitellino da latte nella scena madre di questo suo ultimo film che, tanto per gradire, si è già intascato ben 6 nomination agli Oscar 2012. Chissà, forse è che sto invecchiando..., ma non mi era mai successo di "aprire i rubinetti" in questo modo.
Il film è tanto bello e di buoni sentimenti quanto ingenuo, infantile e trasparente nella sua concezione e impostazione. Forse perchè è tratto da un best seller per ragazzi (autore tale Michael Morpurgo a me -lo ammetto- totalmente sconosciuto) o perchè è il cinema stesso di Spielberg che ha questa dote innata di innocenza che gli consente di raccontare una storia drammatica e complessa (si parla di guerra e di morte) in maniera semplice e naturale come si farebbe con un bambino.
Nonostante il titolo possa trarre in inganno, War horse non è un film di guerra, bensì sulla guerra. Guerra che fa da sfondo a tutta la vicenda che ha come protagonista e filo conduttore il puledro purosangue Joey. Siamo nei giorni che precedono lo scoppio della I° Guerra mondiale, in Inghilterra. Joey è un puledro che cambia padrone e passa dalle dolci campagne del Devon alle cariche della reale cavalleria britannica contro le truppe nemiche austro-ungariche (scene da antologia girate da Spielberg...). Poi il destino del cavallino lo fa rimbalzare da due disertori prussiani ad un mite agricoltore francese e a sua nipote che non fanno a tempo ad affezionarsi che già Joey viene requisito per trainare cannoni nel fango delle zone di guerra fino alla morte per sfinimento. Destino mortale a cui si sottrae solo in virtù della sua forte fibra. Ma nella fuga finisce nella terra di nessuno tra i due eserciti che si fronteggiano da opposte trincee. E qui arriva la parte più bella del film, girata con tutta la maestria di Spielberg. Sono infatti le scene di battaglia le migliori del film e la drammaticità della storia di Joey assume toni epici proprio nella terra di nessuno, tra mine e filo spinato. Tuttavia la guerra e la sua aura di morte fanno sempre solo da sfondo del racconto, perchè il vero asse portante sono gli esseri umani e i loro sentimenti che il puledro Joey incontra lungo la sua strada. Da sottolineare che in questa operazione narrativa Spielberg riesce ad evitare il pericolo di umanizzare il puledro come sarebbe nel classico stile disneyano cinematografico. No, il cavallo rimane un cavallo e non sconfina in umanizzazioni imbarazzanti e banalizzanti.
Probabilmente War horse non è un capolavoro e non passerà alla storia come uno dei migliori film del Maestro Spielberg, ma rimane un gran bel film da godere ad occhi aperti, lasciandosi alle spalle opinioni e pregiudizi, per scoprire che anche tra i "cattivi" prussiani ci sono persone di buoni sentimenti e che nonostante la guerra anche due nemici possono fare amicizia e stringersi la mano. Sogni e utopie? Sì, forse, ma anche no. Perchè le storie di guerra, quella vera, raccontano anche tanti di questi episodi di varia umanità. 
Ma questo Spielberg di War horse è quello fenomenale della prima mezz'ora di Salvate il soldato Ryan, ovvero un Maestro. Uno che riesce a farti odiare la guerra con la sola forza espressiva che ha il cinema.

P.S.: in sala c'erano parecchie famiglie con bambini. Non so se questo sia proprio un film per bambini in senso stretto. Temo che possano annoiarsi perchè, come ho detto, il puledro Joey è trattato per quello che è, cioè un cavallo senza umanizzazioni furbe e ammiccanti.
Un episodio simpatico: come mia abitudine mi fermo a leggere i titoli di coda. Il pubblico intanto defluisce e lascia la sala. Passa accanto a me un bimbo di non più di 5-6 anni. Mi guarda perplesso e mi dice: "ehi signore, il film è finito, devi uscire!".

martedì 14 febbraio 2012

La retorica del pietismo

Ho trovato su facebook un post che ha attirato la mia attenzione. Una foto con un messaggio sinistro e minaccioso nascosto sotto una patina di buonismo. Una specie di minaccia per nulla velata. Lì per lì sono rimasto perplesso perchè c'era qualcosa che mi sfuggiva. Come un senso di disorientamento. Poi ho realizzato.


Vorrei che la pietà per i cani abbandonati si ritrovasse prepotentemente anche nei confronti degli esseri umani che vivono e muoiono per strada. Pare invece che per gli uomini non si usi lo stesso metro di caritatevole pietà... Quanta gente è morta in Italia e in Europa con l'ondata di freddo di questi giorni? Non ho mica visto post su facebook a questo proposito..... Qualcuno mi spieghi se fa più pena un cane al freddo piuttosto che un barbone per strada. Perchè devo leggere messaggi di questo tipo mentre per tanti esseri umani che muoiono di fame e di freddo, ma anche di caldo o di disagi e di malattie di ogni tipo pare quasi che regni l'indifferenza più assoluta? Esiste una priorità nell'umana pietà e nel senso di carità? Pietà per pietà, randagio per randagio, viene prima un uomo o un cane?

P.S.: naturalmente do per scontato che un padrone che abbandona il suo cane è una carogna. Il punto è un altro e spero di averlo espresso chiaramente senza fraintendimenti. Lo dico da "padrone" di un cane.

domenica 12 febbraio 2012

Libri. L' "Uselanda", la "Stopina", il "Biglia" e altre storie...

Una finestra vistalago
di Andrea Vitali


Sì, ancora Andrea Vitali, ancora Bellano e ancora il lago di Como. Difficile farne a meno finchè ci sarà ancora qualche romanzo da leggere e finchè l'autore conserverà la sua felicissima vena.
Questa volta la storia si avvicina nel tempo, trattandosi principalmente di vicende degli anni 60-70 e prende spunto da un'omonimia diffusa, cosa molto frequente specie nei piccoli centri dove è facile trovare diverse persone pur (apparentemente...)  non imparentate tra loro con lo stesso cognome e addirittura con lo stesso nome di battesimo.
A Bellano gli Arrigoni Giuseppe si sprecano ed è fatale che qualche equivoco ci scappi. Tradimenti, figli indesiderati, matrimoni quasi riparatori, politica e amore si intrecciano in un paese che dagli anni venti agli anni settanta ne vede di cambiamenti, ma resta pur sempre un paese sulle rive del lago di Como. Come la stessa Italia che  negli stessi anni attraversa cambiamenti epocali, ma resta pur sempre una nazione con una base culturale popolare e provinciale alle prese con i piccoli grandi problemi di sempre.
Ancora una volta la grande maestria di Andrea Vitali è quella di riuscire ad intrecciare le vicende del paese-Bellano e del paese-Italia con le storie personali dei suoi personaggi. Ed è così, per esempio, che ci parla dell'alluvione in Polesine o della nascita e affermazione fuggevole del vecchio PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria... gli ultra cinquantenni come me forse se lo ricorderanno) da una costola del vecchio PCI (Partito Comunista Italiano), cogliendo lo spunto dalle diatribe personali e dalla voglia di affermazione dell'operaio del locale cotonificio o del medico condotto. Accanto al canovaccio principale Vitali innesta con altrettanta maestria e inventiva tanti personaggi di contorno che sono dei veri e propri camei. Preziose chicche come il Biglia chiamato così per quel suo occhio di vetro, l'Uselanda che fa il mestiere ed sospettata di diffondere il temuto "mal francese", o la Stopina, la vecchietta sempre moribonda che non si decide a mai ad esalare l'ultimo respiro... Piccole storie per raccontare una grande storia, quella dell'Italia che negli anni 50 usciva dalla guerra e si avventurava su un percorso lungo e difficile che porta fino ai giorni nostri. Il libro, ed è questo uno dei pregi maggiori,  finisce quindi per essere anche un pezzo di storia d'Italia osservata da una finestra vistalago...
-

sabato 11 febbraio 2012

Film visti. "Buona la prima", ma non la seconda...

BENVENUTI AL NORD
Regia di Luca Miniero
Con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Valentina Lodovini.

Voto: 1 su 5


Immancabile il sequel del fortunato e divertente Benvenuti al sud. Ma come prevedibile, non all'altezza del precedente. Poche idee nuove, storia pressochè inesistente, serie di scketch tenuti insieme con il bostik che non sempre strappano il sorriso. Parti secondarie alle due mogli dei protagonisti (Finocchiaro e Lodovini), ed è un peccato perchè nel precedente episodio erano forse tra i personaggi più riusciti del gruppo. La Finocchiario si esibisce anche in una particina strepitosa impersonando la suocera di Bisio che considera terronia tutta la periferia sud di Milano.... Divertente Paolo Rossi,  ma tremendamende vicino alla demenziale realtà aziendale, che porta sullo schermo un alto dirigente di Poste Italiane con manie di innovazione e ottimizzazione del lavoro dei dipendenti. Un progetto rivoluzionario che è tutto un programma: E.R.P.E.S........!!!

Ma scketch cabarettistici a parte, del film non rimane granchè. Pensate che il film arriva ad autocitarsi con qualche scena della precedente pellicola. Peggio di così.....

lunedì 6 febbraio 2012

Guzzi California 1400 e Aprilia Caponord 1200... per sognare

Sono state presentate in anteprima le nuove proposte del gruppo Piaggio durante la convention di Montecarlo, riservata ai concessionari della casa. Si tratta della nuova endurona stradale marcata Aprilia -la Caponord 1200- e della inedita Moto Guzzi California 1400.
Nuova Aprila Caponord 1200 (bellissima!)
Note tecniche lette qua e là (rivista specializzata "Dueruote"...): L'Aprilia Caponord 1200 – in base alle prime immagini divulgate – sembra sviluppata sulla base tecnica della Dorsoduro 1200 da cui riprende il telaio misto (a traliccio e piastre fuse), le sospensioni e i cerchi da 17". Il look è chiaramente improntato alle sportive di casa, soprattutto per quello che riguarda il frontale. Evidente la principale destinazione stradale di questa on-off e l'attitudine turistica: la sella è molto ampia, le maniglie del passeggero sono integrate nella struttura del portapacchi e nel codino sono visibile gli attacchi per le borse dedicate. Non mancano i paramani e il parabrezza regolabile.
Nuova Guzzi California 1400 (fascinosa...)
L'altra novità è la Moto Guzzi California 1400. Il look è davvero appariscente grazie a scelte coraggiose e dettagli di stile: spiccano i cerchi, la silhouette bassa e lunga, la sella monoposto e il doppio ammortizzatore a gas. Gli indicatori di direzione posteriori sono integrati nel parafango. Il motore è cresciuto di cilindrata anche se il basamento appare parente stretto di quello già esistente.

Considerazioni da appassionato motociclista. Finalmente qualcosa si muove. Finalmente Piaggio tira fuori qualche novità in un panorama italiano ormai asfittico e subalterno a tedeschi e giapponesi. Ma ci voleva tanto? E' da anni che da Aprila ci si aspettava una nuova endurona stradale senxza mai concretizzare niente di niente. OK, sono rivisitazioni di modelli già esistenti, nulla di veramente nuovo sotto il sole, ma almeno arriva un segnale di vita... E' mai possibile che il gruppo Piaggio riesca a produrre solo scooter e ciclomotori per girare in città o sulle tangenziali? E le moto, quelle vere, con la M maiuscola e un'anima fatta per viaggiare e girare il mondo?
Grintosa e imponente la nuova 1400

Ho ancora un sassolino da sfilarmi dalla scarpa. Se si provano a leggere i primi commenti dei lettori delle riviste specializzate balzeranno agli occhi le stroncature a nastro dei due modelli. Le due novità sono ritenute brutte e inguardabili. D'accordo che i gusti son gusti (de gustibus non disputandum est...), ma questi giudizi così lapidari puzzano di "moda" e conformismo lontano un miglio. Anzi direi che odorano di preconcetti e asservimento mentale all'industria estera e tedesca in particolare. Infatti il termine di paragone è la solita BMW. Qualunque cosa che immette sul mercato la casa bavarese è il non plus ultra della bellezza estetica e della perfezione tecnologica. Ma è davvero così?
Maxi Scooter BMW 650 GT (bruttissima!)
Date un'occhiata al nuovo maxi scooter della BMW. Vi sembra bello esteticamente? Elegante, filante, seducente? A me no. Tutt'altro. Linee pesanti, goffe e panciute. Ma siccome è BMW nessuno osa dire nulla e tutti i commenti sono allineati e coperti a glorificare il genio tedesco. Al contrario tutto ciò che è italiano è da buttare. Sarebbe ora di finirla col distruggere per partito preso i prodotti di casa nostra e santificare i tedeschi qualunque cosa facciano.Qui accanto ci sono le foto dei tre veicoli citati. A voi il giudizio estetico. Quello di guida è impossibile perchè sui tratta di anteprime e i tre modelli non sono ancora in commercio.

domenica 5 febbraio 2012

Neve a Roma: si salvi chi può!

Il Foro romano sotto la neve

Sembra una barzelletta, ma è la (triste) realtà romana (e italiana). A Roma, caput mundi, nevica e la città va in tilt. Collasso completo e totale. Traffico bloccato, uffici chiusi, scuole sbarrate, studenti a casa. Catastrofe ambientale? Emergenza atomica, invasione aliena? No, semplicemente nevica, governo ladro!
Obbligo delle catene da neve e delle gomme termiche (ma dalla Toscana in giù pare che non sappiano nemmeno cosa siano...). Chiusi uffici pubblici e scuole. Corse degli autobus, soprattutto nella zona nord della capitale, ridotte del 75%. Taxi introvabili. Solo il servizio della Metro A e B funziona regolarmente. Roma ieri si è svegliata sotto una coltre di neve di almeno 10 centimetri (!!!), con zone che hanno abbondantemente superato i livelli della storica nevicata del 1985. Venerdi la capitale aveva solo assaggiato un anticipo la perturbazione siberiana, con alcune zone praticamente sgombre di neve e altre appena imbiancate (Eur, Roma sud). Il traffico cittadino ne ha comunque risentito, soprattutto lungo l’intero anello del Raccordo Anulare, la Tangenziale Est e il centro cittadino. Nella notte, la situazione è peggiorata con l'accentuarsi della nevicata. Roba da 10-15 cm. ma sufficiente a creare gli sconquassi ormai ben noti. E qui comincia la barzelletta.
Il sindaco Alemanno non trova di meglio che prendersela con il meteo che a suo parere non era abbastanza esplicito nel prevedere le nevicate che hanno messo in ginocchio la capitale.Non è nemmeno sfiorato dall'ipotesi che la sua amministrazione, l'apparato municipale, chi di dovere sia inadeguato o impreparato o semplicemente si sia sottovalutata la situazione. No, la colpa è sempre di qualcun altro (in Italia in generale, figuriamoci a Roma).
Metri e metri di neve hanno sepolto la città "eterna"?? No, macchè. Una quindicina di centimetri. Sì, appena una quindicina di centimetri hanno bloccato e mandato in tilt una metropoli di milioni di abitanti; non in qualche paese del terzo mondo africano, ma nell'Italia di oggi, che è una delle grandi nazioni-guida dell'Occidente.
Ovviamente se nevica la colpa deve essere necessariamente di qualcuno. Il sindaco Alemanno ha pensato bene di cercare lo scaricabarile nella struttura della Protezione civile, accusandola di non aver dato l'allarme in modo adeguato. Peccato che da giorni e giorni tutti gli organi di informazione italiani stessero martellando l'opinione pubblica dell'imminente avvicinarsi del maltempo, delle nevicate e delle temperature polari senza precedenti. L'Italia intera da giorni e giorni non parla d'altro; le news di radio, tv e giornali, le chiacchiere dell'uomo comune sul freddo boia che attanaglia la penisola hanno preso il sopravvento sulle proteste dei tir e dei taxisti, sullo spread e sulla politica, ma l'Alemanno per preoccuparsi seriamente del maltempo a Roma aspettava chissà quale comunicazione speciale ed esclusiva diretta alla sua augusta persona. Bastava mettere il naso fuori dalla finestra e volgere lo sguardo al cielo. Si sarebbe accorto che faceva freddo e l'aria chiamava neve. A casa mia si chiama buon senso, previdenza, esperienza, saggezza... al Campidoglio di Roma per pensare che possa nevicare aspettano la velina dalla Protezione civile. Che pure il suo comunicato di avviso di maltempo e perturbazione in arrivo l'ha anche fatto. Ma non come sarebbe piaciuto ad Alemanno che evidentemente voleva in allegato al bollettino meteo anche un campione fisico da toccare con mano di quello strano materiale freddo e impalpabile di colore bianco che al caldo si scioglie, volgarmente chiamato "neve".
Non c'è molto altro da aggiungere. S.P.Q.R. = Sono Pazzi Questi Romani (il sindaco e gli amministratori comunali, non i cittadini loro vittime...).

domenica 29 gennaio 2012

Film visti. Sbrirri, bastardi e fratelli

ACAB - All Cops Are Bastards

Regia di Stefano Sollima.
Con  Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti.

[Voto: 3,5 su 5]
 
 
Fino a ieri, per me Acab (o Achab o Ahab nelle varie forme grafiche), è sempre stato solo un personaggio letterario, creato da Hermann Melville nel romanzo Moby Dick. E' il capitano della baleniera Pequod, ha armato la nave e issato la vela unicamente per dare la caccia al mostruoso cetaceo (la balena bianca) che gli ha strappato la gamba e lo ha reso storpio. Un uomo che combatte a modo suo il male. Una guerra personale senza esclusione di colpi. Se vogliamo, anche il film tratto dall'omonimo libro di Carlo Bonini, scrittore e giornalista del quotidiano “la Repubblica”, parla di una lotta senza quartiere contro un nemico che è o potrebbe essere ovunque, fino al punto di diventare un'ossessione e un Moloch devastante. A combattere questa guerra mitologica sono dei poliziotti del reparto Celere e un mondo intero di irregolari, tutta gente border line, composto da delinquenti di ogni tipo e razza. Ma andiamo con ordine.
Che film! Denso di contenuti, di storia e di storie, di personaggi, di situazioni, di drammi. Certamente da non prendere a cuor leggero, tipo filmetto domenicale. Ma ne vale la pena, perchè ci offre un punto di vista delle cose e dei fatti insolito, al quale spesso non badiamo proprio. Quello dei poliziotti.
Lo so che di poliziotti al cinema se ne vedono bizzeffe, di buoni, di cattivi, di onesti, di corrotti, di eroici e di felloni. Ma il fatto è che sono tutti o quasi personaggi americani o genericamente stranieri. Gli sbirri di cui il regista Sollima ci mostra la vita quotidiana sono assolutamente italiani. Non cops, ma sbirri. Poliziotti della Celere, ma potrebbero essere Carabinieri o appartenenti ad altri corpi o ad altre armi. Sono italiani e filtrano il vissuto quotidiano con la testa e il cuore di noi italiani, non degli americani di New York o di Los Angeles di cui francamente abbiamo le tasche piene.
Cobra, Negro e Mazinga sono celerini. Fanno servizio di ordine pubblico. Vivono in strada. Rischiano la pelle ogni giorno. Le prendono e le danno in egual misura. Usano soprannomi perchè creano un rapporto più intimo e più stretto dei nomi di persona. Si considerano "fratelli" perchè l'essere colleghi o amici non è abbastanza. Il legame che li unisce va oltre l'amicizia. Il perchè lo spiega uno di loro, il celerino Cobra, interpretato dal sempre più bravo Pierfrancesco Favino. "Quando si vive in strada per servizio, tra spacciatori e ultras violenti, tra teste rasate e naziskin o black blok, tra delinquenti di ogni tipo e la violenza è il tuo pane quotidiano, quando ti prendi gli sputi addosso senza reagire, perchè un bravo celerino non reagisce ma mantiene la calma, quando sei solo contro tutti, ti rimangono solo i "fratelli", poliziotti come te che vivono e soffrono come te. Non hai nessun altro su cui contare, solo loro, i fratelli". Un atto d'accusa forte e chiaro da parte di chi non si sente tutelato nel suo "sporco" mestiere di poliziotto da strada. Il problema è che questi poliziotti vivono la violenza, sono in grado anche di gestirla e controllarla. Ma finiscono col drogarsi di quella stessa violenza. Se ne inebriano e la vivono come amministrazione di una giustizia privata, assoluta e insindacabile che tiene poco o nulla in conto la legge. Quella con la "L" maiuscola, dello Stato, preferendole quella della strada, vissuta tutti i giorni fianco a fianco con i fratelli. E allora sono botte, prepotenze, vendette personali e tutto diventa una sorta di giustizia sommaria, in cui il giudice e il giustiziere sono un tutt'uno. Sono loro. I fratelli.
La linea di demarcazione fissata dall'uso della violenza, tra abuso e legittimità, è labile e sottile. Spesso finisce per confondersi, diventa evanescente e altrettanto spesso finisce per cancellarsi e scomparire. Ecco che allora la pratica quotidiana della violenza legittima perchè praticata dalle forze dell'ordine in caso di necessità, diventa abusiva e abituale, finendo con la degenerazione incontrollata, perchè i "fratelli" si arrogano il diritto, che alla lunga diventa un dovere, di amministrare la loro giustizia a prescindere da quello dello Stato che la loro divisa rappresenta.
Questa comunanza di vite e di anime diventa un simulacro che finisce per sostituirsi alle loro famiglie, inesistenti o distrutte che siano. Abbandoni, incomprensioni, separazioni sono la loro realtà familiare quotidiana. La vita privata, gli affetti i punti di riferimento tradizionali sono letteralmente un disastro e anche i primi a saltare. Mogli, figli, madri passano in secondo piano, sacrificati per chi o per cosa?. Per i "fratelli" prima di tutto e per la voglia di farsi giustizia da sè.
La vicenda del film è circostanziata da riferimenti storici e di cronaca precisi. L'irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, l'omicidio del poliziotto Raciti a Catania, del tifoso laziale Sandri sono tappe dolorose della storia più recente d'Italia che vedono come protagonisti o vittime i poliziotti. Nel bene e nel male loro ci sono sempre in mezzo. Sono e si sentono dei guerrieri in armi e come tali sono raffigurati in un dipinto all'interno della caserma dove sono di stanza a Roma. Guerrieri che sono pronti a immolarsi, ma non senza aver prima venduto cara la pelle.
L'epilogo del film, se vogliamo, è ancora più amaro, perchè nella sostanza allontana quell'idea di redenzione che ci si aspetta di cogliere prima o poi. Il pregio del film, ma se vogliamo anche il suo limite, è che non giudica i personaggi e la vicenda, ma si limita a metterli in mostra. Come spettatore, più volte durante la visione del film mi sarei aspettato una presa di posizione netta. Invece Sollima sceglie di restare alla finestra e di limitarsi a offrire il tema. Giusto o sbagliato che sia, le conclusioni e i giudizi li lascia a noi.
Ottimi gli interpreti che devono aver fatto un lungo e approfondito lavoro di preparazione per assimilare le tecniche e i movimenti dei veri celerini negli scontri di piazza.  Bella e adrenalinica la colonna sonora.

sabato 28 gennaio 2012

Film visti. La solita mission impossible


Mission impossible IV - Protocollo fantasma
Regia di Brad Bird.
Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Paula Patton, Michael Nyqvist.

[Voto 2 su 5]



Paula Patton

Ormai Ethan Hunt e la serie di Mission impossible sono un doppione in tutto e per tutto di James Bond&007. Anzi, probabilmente non è azzardato ipotizzare un sorpasso in termini di spettacolarità. Anche l'impianto narrativo è molto simile. Si incomincia con l'epilogo di una missione per poi passare a quella nuova che terrà banco per tutto il fil. La bellona a fianco del super agente è sempre di una bellezza mozzafiato; il cattivone di turno ha sempre un'infaticabile propensione a distruggere il mondo; la spericolatezza delle scene d'azione è ben oltre la più fantasiosa verosimiglianza, le strumentazioni avvenieristiche a disposizione dei protagonisti sono stufecacenti e spettacolari. Insomma ormai il copione è ben noto e, diciamolo, piuttosto ripetitivo. Tuttavia per gli amanti del genere rimane sempre un appuntamento da non perdere. Salvo poi essere dimenticato, appena fuori dal cinema.

Halle Berry
Non fa eccezione questa quarta puntata della mission intitolata Protocollo fantasma. L'unica particolarità veramente degna di nota è la statuaria bellezza della co-protagonista Paula Patton che tuttavia non riesce ad essere seducente quanto la somigliantissima ma inarrivabile Halle Berry.
Una curiosità: il cattivo di turno che vuole distrugggere il mondo è impersonato dall'attore svedese Michael Nyqvist, visto nei panni di Mickael Blonqvist nella trilogia di Millennium tratta dai romanzi di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne e successivi). Una faccia troppo poco cattiva per essere credibile nelle vesti di aspirante distruttore del mondo. Molto meglio nella parte di giornalista virtuoso.
Detto questo, detto tutto. Buon divertimento.

lunedì 23 gennaio 2012

Libri. Scerbanenco, scrittore d'altri tempi



Lo scandalo dell'osservatorio astronomico
di Giorgio Scerbanenco










E' il secondo libro di Scerbanenco che leggo, entrambi dedicati alla figura del poliziotto Jelling. Poliziotto sì, ma sui generis, perchè in realtà è un semplice archivista promosso al ruolo di investigatore per meriti conquistati sul campo. In "Nessuno è colpevole" avevamo imparato a conoscere questo personaggio anomalo nel panorama dei poliziotti made in Usa. Timido, introverso, riservato, ben educato, decisamente fuori dai clichè abituali del "cop" americano tradizionale. Si tratta, come per il precedente libro, di una pubblicazione postuma (l'autore è scomparso alla fine degli anni 60), frutto dell'ostinato lavoro di ricerca della figlia di Scerbanenco, Cecilia, che in omaggio alla figura del padre, lo ha riesumato e dato di recente alle stampe di Sellerio.
Si tratta di un classico esempio di letteratura noir d'antan. Senza cedimenti ad eccessi violenti o sanguinolenti, tutto giocato sul filo dell'intuizione e della deduzione logica dell'investigatore. Un gioco di incastri sottile ed appassionante che, è bene dirlo, può sembrare stucchevole se paragonato agli standard attuali. Ma che ha una sua cifra inconfondibile, come inconfondibile è anche lo stile letterario di Scerbanenco, con quell'uso della prosa tipica degli anni 50-60, arcaica se vogliamo, ma tanto elegante e raffinata. A cominciare dall'uso dei pronomi personali (al giorno d'oggi in disgrazia), di certi vocaboli ormai desueti ma anche tanto eleganti, della vecchia e fascinosa consuetudine di italianizzare i nomi di battesimo dei protagionisti stranieri. E' come andare a vedere un vecchio film noir in bianco e nero e lasciarsi trasportare dalle voci di quei doppiatori di una volta, tanto care e tanto apprezzate.

sabato 14 gennaio 2012

Film visti. George e Karla, la strana coppia di spie

La talpa
Regia: Tomas Alfredson
Con:  Gary Oldman, John Hurt, Toby Jones, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong.

[Voto: 2,5 su 5]


Titoli di coda, le luci in sala si accendono, il pubblico defluisce. Mi guardo intorno, guardo mia figlia (che bello andare al cinema con i figli grandi...). Vedo facce impenetrabili, espressioni serie e pensose, nessuno parla, nessuno sorride, tutti o quasi a testa china intenti a recuperare giacconi e cappotti. In genere è immediato e istintivo guardarsi negli occhi e scambiare qualche sguardo di intesa per dirsi se il film è piaciuto, se si è soddisfatti o annoiati. Nessuno si azzarda a fare o dire nulla per paura che scatti la domanda fatidica: "Ma ci hai capito qualcosa"? Perchè il problema è proprio questo: il film nel complesso è ben fatto, ottimamente recitato, con una ricostruzione storica e ambientale accurata. Ma la trama è di un complicato diabolico, intricatissima, non si capisce una beneamata mazza. Già dalle prime scene appare evidente la difficoltà a seguire fatti, personaggi e situazioni. La ricerca di una chiave di lettura e di interpretazione per delineare al più presto la vicenda è vana e naufraga miseramente di fronte ad un tourbillion di facce, di luoghi, di scene che cambiano in rapida sequenza. Sono riuscito ad associare i nomi dei protagonisti, spesso indicati con nomignoli convenzionali oltre che con i loro veri nomi, solo dopo una buona mezz'ora. Oltre a ciò si aggiunga una certa lentezza narrativa e il gioco è fatto. Il risultato è una certa irritazione di fronte al dipanarsi della trama che come spettatore si subisce invece di parteciparvi, con una fastidiosa sensazione di impotenza.

Dicevo degli attori. Tutti veramente molto bravi e credibili. Ciascuno con una sua fisionomia ben delineata e individuabile. Bella anche l'atmosfera da piena guerra fredda che riesce a trasmettere l'insicurezza di come niente sia come sembra o potenzialmente tutto sia una minaccia incombente. La spietatezza della guerra di spie si intuisce più che vedersi, salvo un paio di scene alquato truci e sanguinolente. Ma siamo abituati a ben di peggio. Alla fine la caccia alla talpa sovietica infiltrata nei servizi di intelligence britannici si risolve in un duello a distanza che affonda le sue radici nel tempo tra George Smiley/Gary Oldman e Karla, che a dispetto del nome non è una donna, bensì un pericoloso e spietato agente sovietico (non si vede mai in faccia...). MI6 contro KGB, con la Cia americana a fare da sfondo. Storia di altri tempi, si dirà. Ma è proprio così oppure sotto altri nomi e con altri scenari e altri protagonisti questa lotta tra poteri economici e militari si perpetua tuttora in segreto?  George e Karla sono i veri protagonisti della vicenda perchè l'inglese mira a scoprire l'identità della talpa infiltrata da Karla e nel corso della storia si scopre che tra i due in passato c'era stato un contatto diretto, sebbene nessuno dei due sapesse chi fosse in realtà l'altro o chi sarebbe diventato nel prosieguo di carriera. Due vecchi nemici che si fronteggiano dagli opposti schieramenti, con sacrificio personale che li coinvolge direttamente in prima persona.
Non dirò nulla, ovviamente, dell'esito della caccia alla talpa. Ci mancherebbe altro che in un film così diabolicamente complicato da seguire si riveli anche il finale... Sarebbe davvero troppo!

mercoledì 11 gennaio 2012

In moto anche col gelo nel primo week end dell'anno

Chi l'ha detto che con la brutta stagione la moto è destinata a rimanere in garage? Certo, non la si può usare con la stessa facilità e frequenza dei periodi più caldi, ma se la passione non ci molla neanche con la colonnina di mercurio vicina allo zero basta cogliere al volo una bella giornata soleggiata e ...buon divertimento.
Questo lungo fine settimana dell'Epifania appena trascorso è stato per l'appunto contrassegnato da tempo bello, ma freddo. Mi riferisco al Veneto, perchè in altre parti d'Italia è stata tutt'altra cosa. Quale occasione migliore per collaudare "sul campo" l'ultimo acquisto fatto sfruttando il periodo dei saldi? Si tratta di pantaloni da moto, specifici per il periodo invernale, con imbottitura termica per affrontare anche i climi più rigidi  e membrana in Gore-tex antipioggia e traspirante. Lo ammetto, non ci stavo più nella pelle dalla voglia di collaudarli, come i bambini che ricevono i regali di Natale e sono impazienti di giocarci subito. Anche noi adulti, per certe cose, non siamo tanto diversi dai bambini...
Finora utilizzavo pantaloni da moto in tessuto rinforzato in kevlar anti caduta, con l'aggiunta di una calzamaglia di pile sottile. Un abbinamento molto caldo, ma che non teneva completamente l'aria e, alla lunga, il freddo. Non adatto quindi ai lunghi percorsi, ma solo al giretto domenicale di piccolo/medio raggio. Il nuovo abbigliamento ha invece brillantemente superato la prova consentendomi una percorrenza ben più impegnativa: Padova-Lignano Sabbiadoro per complessivi 270 km tra andata e ritorno. Una giornata intera, senza avvertire nessuna sgradevole sensazione di freddo. Fatta eccezione per le mani, che nonostante i guanti invernali, hanno sofferto parecchio nonostante il manubrio della Caponord sia dotata  di paramani di serie. Ci vorrebbero le manopole riscaldate, ma non sono previste nel catalogo Aprilia e non so se siano disponibili sul mercato degli accessori universali nella versione adattabile alla Caponord.

Partenza alle 9.30 del mattino con temperatura di 2°. Sole splendido e quasi abbagliante. Autostrada fino a Latisana per poi puntare verso est in direzione mare. Un viaggio in solitudine, nessun'altra moto incrociata lungo il tragitto. Cosa insolita, ma più che comprensibile considerata la stagione e la temperatura. Devo proprio essere l'unico pazzoide ad andare in giro con questi freddi... chiedere conferma alle mie mani in versione "ghiacciolo"...

Era da un bel po' che non andavo a Lignano. L'ultima volta fu qualche anno fa in occasione di un torneo di beach rugby. Ma era luglio, altra atmosfera e altra situazione e soprattutto ben altre temperature. Naturalmente l'8 di gennaio questa località marina risulta quasi anestetizzata dalla assoluta quiete e dal silenzio sovrano, una specie di città fantasma. Al contrario, nelle stagioni estive è  brulicante di gente fracassona e festosa, mezza ignuda in costume da bagno, con la voglia di divertirsi e, possibilmente, trasgredire. Invece, case chiuse e finestre sbarrate dappertutto. Negozi in disarmo, strade vuote, silenzio impenetrabile ovunque. Un effetto stranissimo. Solo nelle immediate vicinanze del centro storico si vedeva un po' di gente intorno ai pochissimi bar aperti. La spiaggia di Lignano è sterminata. Si perde a vista d'occhio suddivisa nei tre tronconi Sabbiadoro, Riviera e Pineta. Chilometri e chilometri. La cosa bella è che è assolutamente accessibile per chiunque voglia farsi una passeggiata in riva al mare. Non è così dappertutto.
A Sottomarina di Chioggia, per esempio, la spiaggia è difficilmente accessibile. Solo qualche varco, per il resto è tutto sbarrato e sotto chiave. E' un'assurdità che per accedere in spiaggia demaniale e quindi pubblica si debba scarpinare a lungo prima di trovare un accesso. I lidi e i ristoranti sono contigui gli uni agli altri e tutti recintati e sbarrati. Con la conseguenza che in spiaggia non si arriva assolutamente se non cercando i varchi, che sono pochi e molto distanti tra loro. A Lignano no, la spiaggia è lì a disposizione di tutti e facilmente raggiungibile. Da tener presente per una passeggiata domenicale. Intanto mi sono goduto il bel sole che mi ha scaldato e rilassato. Termometro a 11-12 gradi, mica male!
Dopo un frugale pasto e un buon sigaro, nel primo pomeriggio si prende la strada di casa. Siamo in inverno, il sole tramonta presto e la temperatura scende rapidamente.
Alla prossima gita su due ruote...

venerdì 6 gennaio 2012

Film visti. J. Edgar Hoover, il potere sono io

J. Edgar
Regia: Clint Eastwood
Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney

[Voto: 4 su 5]

Premetto che l'esercizio di scrittura di questo post sarà quello di non indulgere nell'uso dei superlativi. Perchè con un film come J. Edgar, con un regista come Clint Eastwood e con un attore come Leo Di Caprio è veramente molto facile e naturale usare aggettivi sparati al massimo grado.
Un cenno sul personaggio principale del film, perchè sono sicuro che non sia una figura generalmente nota, almeno qui in Italia. 
J. Edgar Hoover è stato l'uomo più potente degli Stati Uniti d'America per quasi mezzo secolo. A capo dell' FBI per circa 48 anni fino alla data della sua morte nel 1972, non si è fermato davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. Con lui e sotto la sua guida l'FBI è nata e si è sviluppata fino a diventare ciò che conosciamo noi, uno strumento investigativo al servizio del governo USA. Un mito per scrittori e sceneggiatori che, basandosi sulle indagini del Bureau, hanno costruito migliaia e migliaia di libri, film, telefilm, piéce teatrali. Un'istituzione che è diventata nell'immaginario collettivo degli americani e non solo degli americani, il simbolo per eccellenza di massima sofisticazione tecnologica investigativa. Le polizie di tutto il mondo si sono ispirate al modello FBI, pensate semplicemente ai nostrani ROS dei Carabinieri che quando devono essere presentati o catalogati sono sempre definiti "la versione italiana dell'FBI americana". Restando in carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, Hoover ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie, spesso infrangendo le regole per proteggere i cittadini americani. Il suo fantasma preferito da perseguire e combattere erano i comunisti. Un uomo, Hoover, che sarebbe piaciuto a Berlusconi sotto questo aspetto, con la differenza che egli aveva a che fare con i veri comunisti nel periodo della formazione dell'impero sovietico e della guerra fredda, mentre il nostrano Berlusca i comunisti li utilizza come espediente elettoral-propagandistico, quando ormai del comunismo in Italia e (quasi) nel mondo non vi è praticamente più traccia. I metodi di J. Edgar Hoover erano allo stesso tempo spietati ed eroici e la sua più grande ambizione era quella di essere ammirato a livello globale. Hoover è stato un uomo che dava grande valore ai segreti - soprattutto a quelli degli altri - e non ha mai avuto paura ad usare le informazioni in suo possesso per esercitare la sua autorità sui leader più importanti della nazione. Con intercettazioni di vario tipo (un dossier segreto non mancava per nessuno...) aveva praticamente in pugno chi deteneva il potere politico negli Usa, senza eccezioni di sorta, dai Kennedy a Martin Luther King, dai capi del Ku Klux Clan alle mogli con inclinazioni omosessuali dei politici di rilievo. Consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le opportunità, ha usato entrambe per ottenere un’influenza senza precedenti e per costruirsi una reputazione che era formidabile e intoccabile.
Il film di Eastwood presenta il personaggio con assoluta credibilità e fedeltà, fino quasi ad essere spietato nel dipingerlo con tutti i suoi difetti. Edgar era un vanesio con manie di protagonismo. Succube della mamma con cui ha sempre convissuto fino  alla sua morte. Omosessuale tollerante con se stesso, ma intransigente e spietato con gli altri, che era pronto a ricattare in nome della ragion di stato e della sicurezza nazionale. Il film ce lo racconta su un doppio binario attraverso gli avvenimenti inseriti in un libro di memorie che Edgar detta ad un suo collaboratore e i flash back con una splendida fotografia quasi in bianco e nero che proietta lo spettatore dentro gli avvenimenti narrati. Questo continuo salto dal presente al passato vede Di Caprio impersonare il protagonista da quando era un giovane appena ventenne fino alla sua morte. Una magistrale prova d'attore che lascia incantati, con un contorno di altri interpreti di assoluto valore, a cominciare da Naomi Watts nel ruolo della fedele e devota segretaria personale, fino a Judy Dench nel ruolo della mamma dominatrice (..."preferisco un figlio morto che un figlio gay" dice rivolgendosi a Edgar).
Clint Eastwood ci restituisce un Edgar dominatore del suo tempo, despota spietato e incoerente, indulgente con se stesso, ma inflessibile e terrile nei confronti degli altri che giudica potenziali nemici del suo paese. Non si ferma di fronte a niente e a nessuno, cercando sempre e comunque di mettersi in mostra e di apparire come strenuo difensore della legalità. Esemplare e significativa la situazione immaginata da Clint in cui Edgar si affaccia al suo balcone per vedere il passaggio dei cortei presidenziali. Una specie di cerimoniale, una sorta di imprimatur, che si ripete varie volte con diversi presidenti. Un simbolo di come il vero potere molto spesso non sia quello dei politici, ma di chi sta alle loro spalle. I presidenti passano, J. Edgar Hoover resta...
Uno splendido film da vedere assolutamente.

martedì 3 gennaio 2012

Libri. Il silenzio dell'onda

Il silenzio dell'onda
di Gianrico Carofiglio

Sono un fan di Gianrico Carofiglio e questo forse mi porta ad amare aprioristicamente i suoi libri (tutti letti, tranne uno alquanto anomalo, La manomissione delle parole). Questo suo ultimo romanzo non appartiene al filone noir dell'avvocato Guerrieri (pubblicazione riservata a Sellerio) che rimane la punta di diamante della sua produzione letteraria. In un certo senso lo si può per questo considerare un romanzo minore? Un "di cui" che consente all'autore di uscire dal seminato costruito intorno al suo personaggio abituale? La critica ha accolto tiepidamente questo suo ultimo lavoro, forse un po' troppo duramente e severamente, a mio avviso. Perchè Il silenzio dell'onda è un bel romanzo che narra di un uomo che ha alle sue spalle una vita vissuta pericolosamente e che gli ha lasciato addosso dei segni devastanti per la sua psiche. Tant'è che arriva ad un passo dal suicidio e costretto a ricorrere al sostegno di uno psichiatra. La storia di Roberto (il nome del protagonista) si svela al lettore attraverso le sedute dallo psicoterapeuta, nel corso delle quali un po' alla volta riesce a tirar fuori quanto di brutto ha dovuto affrontare nella sua attività di carabiniere infiltrato nella malavita organizzata. Brutto mestiere, dove la menzogna e la finzione sono regole di vita fino al tradimento finale che porta tutti "i cattivi" in galera. Già, perchè le indagini sotto copertura sono vissute da Roberto come dei tradimenti nei confronti delle persone cui aveva carpito la fiducia, sia pure trattandosi di criminali della peggior specie. Ma il fatto di vivere con loro, di comportarsi come loro e di conquistarsi giorno dopo giorno la loro fiducia fino a d essere considerato da tutti un amico, fa sì che la conclusione delle indagini, invece di essere vissute come il coronamento del suo lavoro di intelligence assicurando alla giustizia i malviventi (e non si tratta di ladri di polli...), divengano dei veri e propri sconvolgimenti della sua vita, soprattutto interiore. L'assistenza dello psichiatra, forse una delle figure meno riuscite del libro, porta comunque a far esplodere il bubbone e Roberto si libera di ciò che si portava dentro e che gli rode l'anima. Manco a dirlo, la chiave di volta è una storia di innamoramento che finisce per inquinare il suo comportamento da sbirro. Unire il lavoro ai sentimenti diventa fatale per il suo equilibrio psichico.
Insomma, in buona sintesi, è la storia di una crisi interiore grave e da cui è difficile affrancarsi. Il lettore è portato a immedesimarsi in Roberto, perchè in fin dei conti ciascuno di noi nella propria esistenza ha attraversato momenti di crisi, forse anche forti e distruttivi. Per questo motivo il racconto di Roberto lo sbirro infiltrato finisce per essere introiettata, sia pure fatte le debite proporzioni.
Il silenzio dell'onda è un libro che parla del bene e del male, di amore e di dolore, di gioia e di colpa…La ricerca disperata di un perdono… è il cerchio della vita, di storie di padri e di figli che si cercano soprattutto quando non ci sono più e la cui assenza diventa insopportabile.
La vena noir di Carofiglio si rivela nella storia parallela di un bambino appena dodicenne che inizialmente non si capisce che ruolo abbia esattamente nell'economia del racconto. Fino a quando tutto appare chiaro e la vicenda vira rapidamente verso un epilogo molto meno psicologico e molto più d'azione. E' la catarsi di Roberto che, messo davanti alla concretezza di una situazione reale e drammatica, ritrova il suo spirito di sbirro che pure lo aveva affossato portandolo alla crisi in cui sguazzava da troppo tempo, ma che alla fine lo aiuta a venirne fuori.
Per Roberto, appassionato surfista negli anni della fanciullezza sulle orme del padre scomparso, l'onda del titolo diventa immagine simbolica. Perchè un conto è aspettare che la grande onda arrivi tentando di stare a galla e sopravvivere, altro conto è afferrare la tavola da surf, issarvisi sopra e cavalcarla. Per domarla, come i casi della vita.
Ho trovato la lettura del libro molto coinvolgente in un crescendo che mi ha portato a fare le tre di notte per finirlo. Non mi succede spesso. Per i miei parametri è un ottimo segnale.

martedì 27 dicembre 2011

Libri. Da regalare a chi vi sta antipatico

La mappa del destino
di Glenn Cooper






Glenn Cooper è uno che ci marcia. Alla grande. Negli Usa deve esistere un proverbio molto simile al nostrano "il ferro va battuto finchè è caldo". Infatti dopo il successo del primo libro continua a sfornarne a getto continuo, con rapidità impressionante. Purtroppo questo prolifico autore deve essersi montato la testa parallelamente al depauperamento della vena letteraria ed ha imboccato un piano inclinato che lo porta molto lontano dalla sua opera d'esordio La biblioteca dei morti, che non era niente male nel suo genere (fantasy).  La mappa del destino, invece, è assolutamente da evitare. Parla di monaci medievali che trovano casualmente il segreto della longevità, scoperto trentamila anni prima da uomini preistorici. Un segreto che si perpetua fino ai giorni nostri con risvolti criminali che portano a bagni di sangue pazzeschi. Fatta eccezione per l'esilissima trama noir, per il resto siamo a zero.
Insomma un guazzabuglio incredibile che si snoda in varie epoche storiche, giusto per incasinare il tutto il più possibile. Girare alla larga o da regalare a chi vi sta antipatico.

--------------------------------------------------------------

Livello di guardia
di Natalino Balasso







Il livello di guardia del titolo è quello delle acque del Po nel suo ultimo tratto prima di scaricarsi nel Mar Adriatico. Siamo in Polesine, tra le province di Rovigo e Ferrara. Terra di nebbie eterne e di lotte altrettanto eterne con il fiume. A lottare sono le popolazioni del posto che difendono il loro territorio e le loro case, in definitiva le loro vite, dalla furia del fiume quando il livello sale a dismisura e si riversa ovunque travolgendo gli argini. Territori di una bellezza desolata, ma struggente. Gli amici di questo blog hanno letto brevi resoconti di viaggio sul Delta del Po e sul Polesine in più occasioni essendo una delle mete nei miei giri in moto con la bella stagione.
Natalino Balasso è un attore comico che ha raggiunto la notorietà grazie al programma televisivo Zelig. E' un cabarettista che fonda il suo successo sul personaggio dialettale, molto ruspante e altrettanto ignorante. "Sana ignoranza", si dice in questi casi. Giochi di parole, storpiature dialettali, doppi sensi, saggezza popolare spicciola e chi più ne ha più ne metta. Un successo meritato il suo, che lo ha portato anche a calcare i palcoscenici teatrali anche per cose più serie e importanti del cabaret. Balasso si è cimentato anche al cinema e in alcune fiction televisive. Non gli manca certo l'intraprendenza e la voglia di mettersi in gioco, puntando sempre sul suo essere un personaggio sanguigno, popolare e dialettale. Infatti il denominatore comune delle sue performance artistiche è proprio l'uso del dialetto e la sua forza espressiva superiore e immediata rispetto alla lingua italiana.
Non ha esitato a cimentarsi anche con la scrittura. Questo "Livello di guardia è il suo secondo romanzo. Un romanzo che lui stesso autodefinisce "umido", giocando proprio sui doppi sensi da bravo cabarettista. In realtà questo libro è un ibrido, un incrocio tra il genere umoristico e quello poliziesco, non senza qualche incursione nell'introspezione social-sociologica. Insomma, un po' troppo, a dirla proprio tutta. Un piccolo libretto, nei contenuti e nelle dimensioni, in cui è abbozzato di tutto e di più, finendo per non assumere nulla di preciso e di compiuto. Il paesino polesano dove si svolge il racconto è un coacervo di personaggi, per lo più macchiette di maniera e dunque prevedibili e poco o nulla originali, che sono sul limite (pericoloso) tra il suscitare il sorriso o la riflessione più seriosa. Troppi e troppo eterogenei questi personaggi che si disseminano lungo il percorso di una trama anche piuttosto confusa e poco incisiva. Insomma anche in questo caso -come nel precedente- un libro, tutto sommato, da evitare. Sia pure con ben altre motivazioni.
Un suggerimento.Da non regalare ad amici veneti, lo troverebbero troppo banale e scontato a causa dell'uso del dialetto alquanto grossolano.
-