giovedì 13 giugno 2013

Film visti. La saga infinita di Star Trek

Into darkness
Regia di J.J. Abrams
con Zoe Saldana, Chris Pine, Zachary Quinto, Anton Yelchin

[Voto: 3 su 5]


Questo ennesimo Star Trek è il sequel del prequel. Non è uno sciolingua, è proprio così. Il precedente esipodio (bellissimo!), sempre a firma di J.J. Abrahams, era l'antefatto della saga televisiva che presentava i vari Spock, Kirk, Sulu, ecc. nella loro gioventù, quando ancora sbarbatelli freschi di Accademia, cominciavano a macinare anni luce sulle astronavi della flotta stellare in giro per lo spazio in cerca di guai. In Into darkness troviamo i baldi giovanotti dal punto dove più o meno li avevamo lasciati, ma comunque molti decenni prima del periodo descritto nel serial televisivo.
Anche il personaggio di questa "puntata" è un nome noto ai fedelissimi. Si tratta di Khan (da cui l'episodio cinematografico di una ventina d'anni fa "L'ira di Khan") preso anche lui agli esordi ma già cattivissimo e potentissimo.
Il limite (ma forse anche il pregio) del film è proprio questo. Sa tutto di già visto, sfruttato e risfruttato. Se il precedente episodio faceva leva sulla novità di ritrovare gli storici protagonisti nella loro gioventù, in Into darkness viene meno anche questo elemento. Cosa rimane? Una trama abbastanza indecifrabile e avvitata su se stessa, personaggi principali ormai straconosciuti perchè visti, stravisti e analizzati da giovani, da adulti e da anziani. In questo episodio non manca neppure una resurrezione... Effetti speciali nella norma, ma che ormai non fanno più tanto effetto negli spettatori.... Insomma una mezza delusione che arriva al punto di sfiorare la noia. Che, per essere un film di azione e di fantascienza, è proprio disperante.
Ma, come detto, la possibile delusione porta con sè anche qualcosa di buono. Into Darkness è meno chiassoso e burlesco del primo di J.J. Abrahams, ma rivela di contro un'insospettata vena umanista e uno sguardo più maturo, meno sbarazzino, con l'attenzione rivolta a questioni da sempre dibattute nella cultura americana come la paternità (tre almeno le figure paterne del film), la leadership, la lealtà e il lutto. Per non dimenticare il sempiterno e universale valore dell'amicizia, per il quale si è disposti (Kirk) anche a dimenticare anche il tradimento (Spock).
Buona visione.

P.S.: il è distribuito nella sola versione in 3D. Non impazzisco per il 3D, preferisco la visione tradizionale. Fa più "cinema".

Film visti. After earth (che brutto futuro...)

After Earth
Regia di M. Night Shyamalan 
con Will Smith e Jaden Smith (padre e figlio)

[Voto: 1,5 su 5]

Mi dispiace non ci siamo proprio. M. Night Shyamalan è ben lontano dalle sue migliori prestazioni e tutto il film che chiaramente è pensato per celebrare la nascente dinastia degli Smith, Will e Jaden, non riesce a catturare lo spettatore procedendo stancamente e prevedibilmente senza reali colpi di scena. Finale prevedibile e facilmente intuibile già dopo pochi minuti.

Siamo nel solito e sfruttato filone postcatastrofico, con la solita terra devastata dall'incuria umana e/o da guerre distruttive. Qui l'azione si svolge in un futuro di mille anni quando il genere umano è migrato su un altro pianeta per una nuova vita lasciandosi alle spalle una terra ormai inospitale. In mille anni poco è rimasto della consapevolezza delle origini terrestri e del nostro pianeta ormai ci sono solo tracce nei musei o in qualche raro libro.
Succede che una super astronave fa naufragio proprio sulla terra e gli unici due supersititi sono Will Smith, generale eroico e stimato della nuova civiltà umana, e suo figlio Jaden, cadetto mancato e rampollo allevato militarmente da cotanto padre. Una fetecchia di famiglia, diciamo la verità. Insomma la trama è tutta qui ed è già scritta. Riusciranno i nostri eroi a resistere e salvarsi in attesa dei soccorsi su un pianeta che ormai fa paura anche solo per un insetto?
Indovinate un po' come va a finire....

Film visti. Effetti collaterali (veri o presunti)

Effetti collaterali
Regia di Steven Soderbergh
Con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw

[Voto: 3 su 5]

Effetti collaterali, ossia conseguenze non volute o non previste susseguenti ad un fatto o un evento. Nel caso in questione si tratta degli effetti dell'uso di farmaci antidepressivi.
Per affrontare il rientro del marito dopo un periodo di detenzione, la di lui giovane mogliettina (una opaca Ronney Mara) decide di combattere la sua depressione affidandosi alle cure di uno specialista. Prova quindi una serie di farmaci, uno dei quali, l'Ablixa, è determinante: infatti, una sera, non appena il marito Channing Tatum torna a casa, lei, immersa in un apparente stato di sonnambulismo, lo accoltella a morte. Le prove sono chiare e inconfutabili; tuttavia la moglie-assassina non viene incriminata, poiché non ricorda nulla ed era quindi incosciente delle sue azioni. Così, passa in un istituto di salute mentale, in misura preventiva. Lo psicanalista che l'aveva in cura e che le aveva prescritto il micidiale farmaco (un ottimo Jude Law), deve combattere col senso di colpa di aver inidirettamente provocato la morte di un uomo. E il dubbio prima si insinua e poi lentamente cresce e prende corpo, fino al punto di non essere più certo dell'innocenza della mogliettina semicatatonica...

Il film sfonda una porta aperta con chi, come me, ha fortissimi pregiudizi contro i farmaci antidepressivi e gli strizzacervelli in genere. Sono pregiudizi, ok. Quindi per definizione ampiamente immotivati e gratuiti. Tuttavia non ho nessuna simpatia e nessuna fiducia in chi può manipolare la mente umana con un composto chimico. tanto più che troppo spesso se ne fa un abuso abnorme fino a creare una dipendenza sia fisica che psicologica che realmente rende incapaci di intendere e di volere. La domanda è se gli effetti non siano più pericolosi e dannosi delle cause. Altra considerazione è che più si assumono antidepressivi e più si è incapaci di autodeterminarsi, di controllare gioie e tristezze, in balia completa di una perfida pillolina. In America ci vanno dentro alla grande, essendo lail regno per antonomasia dell'uso e dell'abuso sia della psicologia, applicata anche alle più infime banalità quotidiane, che della psicanalisi come compagna di vita. E se non sono le pillole è l'alcool. Il film di Sodeberg rispecchia esattamente questa realtà dove la ricerca di un equilibrio interiore sembra appaltato a psicanalisti e alle loro miracolose pillole antidepressive da buttar giù a manciate.
Il film finisce con l'essere un classico poliziesco con colpi di scena finali. Jude Law psicanalista dimostra di saperla lunga e di non essere disposto a farsi infinocchiare dalla melanconica mogliettina infelice.... Non male nel complesso.

martedì 28 maggio 2013

Rugby, un gesto che vale mille parole

Sabato 25 maggio 2013. Stadio Chersoni di Prato. Finalissima del Campionato d'Eccellenza di rugby. Una partita che vale lo scudetto. In campo Mogliano e Prato. 80 minuti di durissima battaglia nel fango, senza esclusione di colpi, ma corretta. Alla fine è Mogliano a vincere con un finale al cardiopalma e il risultato in bilico fino all'ultimo secondo. Il trionfo della squadra veneta, al suo primo scudetto e dopo una stagione tutta in salita, sprigiona una gioia incontenibile. L'occhio dei fotografi coglie questi momenti di gioia dei vincitori. Ma non sfugge un'immagine che vale più di mille parole.


Il vincitore che consola lo sconfitto. Questo è il rugby!

Il giocatore Lucchese, mediano di mischia del Mogliano, va a consolare il seconda linea avversario Cavalieri, visibilmente scosso per la sconfitta.

Lo spirito del rugby è questo: rispetto reciproco.
Gesù, grazie che mi hai fatto rugbysta...!!!!
 


 
E dopo la battaglia nel fango, il premio al vincitore...!

Le foto di Daniela Pasquetti sono tratte dal sito www.onrugby.it 
Link:
 
 
 

Little Tony, l'Elvis "de noantri" che non c'è più


Little Tony è stato il simbolo del rock and roll all'italiana, il nostro Elvis Presley, legando il suo nome e il suo look a un modo di apparire tutto speciale e a uno stile di canto che, grazie a una manciata di canzoni (canzonette, come si usava dire negli anni 60...) come «Cuore Matto» o «Riderà», è entrato nell'immaginario collettivo di almeno tre generazioni. Il vero esempio di personaggio-simbolo di un'epoca ormai diventata storia. Un'icona dell'Italia del boom del dopoguerra all'inseguimento dei miti d'oltreoceano.
Ero bambino e Little Tony era già un mito pronto a sfidare il tempo. E tra alti e bassi, flussi e riflussi, ha continuato ad esserlo fino ai giorni nostri. Inossidabile e implacabile.
L'unico neo, a mio avviso, è stato forse quello di non accettare il tempo che passa. Anche a 70 anni suonati aveva sempre il suo solito look di capelli cotonati e nerissimi, tacco alto e giacca di pelle con le frange in stile cow boy... ostinatamente fedele al personaggio che si era costruito nel tempo. Un'icona chiamata Little Tony che oggi non c'è più, ma che sicuramente sopravviverà all'uomo Antonio Ciacci.


giovedì 16 maggio 2013

La Zanzara di Radio24. Oscenità e insulti per Laura Boldrini



Ieri sera (15/5) alla Zanzara di Radio24 è stato toccato il fondo. Volgarità, insulti e doppi sensi osceni su Laura Boldrini Presidente della Camera da parte di un ascoltatore. Spero che lo denuncino, non è tollerabile oltre questo clima barbaro e incivile. È ora di dire basta una volta per tutte!!
Il conduttore Cruciani, che è così bravo e sollecito (quando vuole) a tappare maleducatamente la bocca ai radioascoltatori che non gli garbano, ha lasciato fare reagendo mollemente a cose fatte.

La Zanzara è un programma che dovrebbe dare voce agli ascoltatori, o almeno lo era in origine. Attualmente è solo un teatrino scadente dove la fa da padrone un conduttore antipaticissimo e supponente. Un grosso neo per una radio intelligente e ben fatta come Radio24.

martedì 7 maggio 2013

Il tempo

Il Tempo, quello con la T maiuscola, è quello che abbiamo davanti a noi o quello che ci siamo lasciati alle spalle?
Il tempo davanti a noi

Il Tempo, quello con la T maiuscola, è come sabbia in un pugno. Per quanto si tenti di stringerlo forte per trattenere ogni granello, inesorabilmente ci sfugge di mano.

Il tempo che sfugge inesorabile

lunedì 29 aprile 2013

La violenza quotidiana. Insulto ergo sum.


Ho dato una letta ai post delle pagine facebook dei principali media sulla notizia della sparatoria di ieri a Roma. E' allucinante leggere i commenti della "ggente". C'è ggente schizzata che scrive la prima stronzata che gli passa per la testa giustificando apertamente lo sparatore. O rimpiangendo che non abbia centrato alla testa un politico a caso. O addirittura istigando a proseguire su questa strada e invadere le piazze per farsi giustizia.

Siamo al delirio puro. Ormai basta mettersi davanti alla tastiera  di un computer per diventare i masanielli della situazione, indomiti e invincibili cuor-di-leone duri e puri,  senza pensare alla gravità di quello che si scrive. Perché uno su cento alla fine si fa coinvolgere e finisce per sparare davvero. Chi deve ringraziare il carabiniere che rischia di rimanere paralizzato se un tizio fuori di testa si è messo in mente di andare in giro a giustiziare il primo politico che gli passava a tiro?

Si legge della polemica contro Grillo lanciata immediatamente dal PDL, indicato come istigatore occulto e responsabile morale della sparatoria. Non c'era da aspettarsi nulla di diverso da chi da sempre è abituato a cavalcare la tigre. Qualunque essa sia, purché a proprio tornaconto.

Ma la realtà è che in Italia oggi l'aggressività prima di tutto verbale è la norma. Una regola di vita. Lo si vede anche nelle piccole cose di ogni giorno, anche le più banali. Per ogni sciocchezza trovi il tizio che si sente in diritto di insultare e offendere, quasi sempre senza motivo e solo per auto-affermarsi.

Insulto ergo sum. Come meravigliarsi di questo stato di cose se addirittura un'intera campagna elettorale e pre-elettorale si è basata sullo slogan "vaffanculo"? Non è violenza anche quella? Ovvero, una piccola parte di ragione il PDL forse ce l'ha...

sabato 27 aprile 2013

Film visti. L'ipnotista che viene dal freddo

L'ipnotista
Regia di Lasse Hallström.
Con Tobias Zilliacus, Mikael Persbrandt, Lena Olin, Helena af Sandeberg, Jonatan Bökman
 
[Voto: 3 su 5]
 
L'eterno dilemma di sempre. Meglio il libro o il film? Va premesso che siamo in territorio noir, con un poliziesco dei più classici, con delitti efferati e colpevoli introvabili. Con la polizia che brancola nel buio... e via dicendo, secondo canoni tipici. Leviamoci di torno il quesito dicendo chiaramente che il libro di Lars Kepler affronta con molto più dettaglio il percorso psicologico del colpevole e del perché uccida. Il film invece lo risolve con poco o nulla e non spiega niente. O quasi.
Tuttavia il film di Lasse Hallström è un'altra cosa, un'altra forma espressiva e va considerato così come viene proposto. Bisognerebbe non leggere mai i libri da cui sono tratti i film. Perché comunque il confronto, positivo o negativo, è fuorviante e condiziona il giudizio e il piacere stesso di vedere il film.
 
Succede che nella tranquilla e gelida atmosfera scandinava (siamo in Finlandia), ovattata dai cumuli di neve ai bordi delle strade, un'intera famiglia viene sterminata in maniera brutale a colpi di coltello. Padre, madre, figlioletta. Si salva per miracolo, accoltellato anche lui, l'altro figlio poco più che decenne. Misteriosi il movente e l'identità dell'assassino. Il ragazzino è ricoverato in rianimazione e non può essere interrogato. Il poliziotto incaricato del caso però ha bisogno assoluto di sapere cosa è successo e l'unico modo è quello di farselo raccontare dal superstite.  Viene tirato in ballo un ipnotista che potrebbe riuscire a farsi raccontare l'accaduto senza creare troppi problemi alla giovanissima vittima. Un metodo non invasivo, l'ipnosi, che sarebbe di grande aiuto alle indagini. Ma lo specialista incaricato ha un passato di cui non va affatto fiero e che gli proibirebbe di cimentarsi nuovamente in quella pratica. Una inibizione all'esercizio a causa di una brutta storia. Ma di storie dietro le spalle lo psichiatra ne ha ben più di una, a cominciare da un tradimento extraconiugale di cui ancora si sentono le conseguenze nel rapporto con la moglie che è tuttora tormentata, a distanza di anni, da quella relazione. E c'è il poliziotto che è pressato dalla stampa e dai suoi capi da un lato e dal desiderio di fare giustizia rintracciando il colpevole, dall'altro. E come se non bastasse si aggiungono due elementi nuovi a complicare le cose. Primo. Si scopre che esiste una terza figlia nella famiglia sterminata dall'assassino. Si è salvata solo perché assente da casa in quel momento. Il poliziotto teme che l'assassino sia sulle sue tracce per portare a termine l'opera omicida. Secondo. Il figlio dello psichiatra e della moglie tradita viene rapito. C'è un legame con l'omicidio multiplo alle cui indagini l'ipnotista sta collaborando?
 
Lasse Hallstromm è un regista di mestiere che deve affrontare il difficile compito di assemblare e far convivere i due filoni narrativi della vicenda. Da un lato l'indagine del funzionario dell'Unità Anticrimine finlandese e dall'altro, in continua alternanza, la situazione al limite della rottura del rapporto tra Erik Maria, l'ipnotista, e sua moglie Simone che viene poi messa a confronto con un evento che rischia di infrangere definitivamente l'ormai fragilissimo rapporto, ovvero il rapimento del loro figlioletto. In questa contrapposizione sta il pregio del film (e del libro) con un limite fondamentale costituito dalla necessità, per esigenze di copione, di delimitare l'excursus introspettivo dello psichiatra che porta a spiegare il perché degli omicidi così efferati. Il film salta quasi a piè pari questa fase, giungendo rapidamente a indicare il colpevole, sia pure dopo adeguate attese e suspence come dovuto, visto il genere poliziesco del film. Ma, certo, torniamo al discorso iniziale e al confronto tra libro e film. Che, come detto, è meglio non affrontare per principio e per rispetto degli autori.
Ciò detto, sono certo che il film piacerà agli amanti del genere.

Film visti. Attacco al potere, ma con un po' di autoironia, please!

ATTACCO AL POTERE - OLYMPUS HAS FALLEN
Regia: Antoine Fuqua
Con: Gerard Butler, Aaron Eckhart, Morgan Freeman, Angela Bassett, Radha Mitchell.
 
 
[Voto: 2 su 5] 
 
 
Uno contro tutti. Buoni contro cattivi, Eroi contro criminali. Un mito per l'America e gli americani. Il mito della frontiera. Nella vita, nel lavoro, nello sport. Già, anche nello sport. Il baseball ad esempio, uno degli sport americani per antonomasia, è l'apoteosi dell'uno-contro-tutti. Un battitore attaccante (quello con la mazza) contro 9 giocatori avversari difensori pronti ad acchiappare la pallina che eventualmente riuscisse a battere con la sua mazza. Il film Attacco al potere è la stessa cosa. L'eroe di giornata è un ex agente dei servizi segreti (Gerard Butler ) di scorta al Presidente degli Stati Uniti. Gli altri, i nemici cattivissimi e spietati da abbattere uno ad uno, sono dei terroristi nordcoreani che vogliono impartire una lezione definitiva al grande moloch americano nuclearizzandolo con le sue stesse armi atomiche. Per riuscirvi prendono in ostaggio proprio lui, il Presidente Usa, non dopo aver assaltato e conquistato niente meno che la Casa Bianca. Retorica nazionalistica e patriottica a parte, bisogno assoluto di un nemico da combattere a parte (dopo i sovietici, gli arabi e i terroristi in genere, ora è la volta dei musi gialli coreani ...), il film è tutto qui. Allo spettatore non viene assolutamente mai da chiedersi che uscirà vincitore dalla lotta senza quartiere, ma come ci riuscirà l'indomito agente americano, dopo quanti morti ammazzati e dopo quali colpi di scena. Cose che puntualmente succedono tutte nelle due ore di film fino al finale scontatissimo. Ma, come detto, se il finale è noto, il punto è come si arriva ai titoli di coda. Beh, ci si arriva abbastanza agevolmente, con un buon ritmo, con sparatorie spettacolari e scazzottature in giusta misura senza eccedere oltre misura. Certo i morti si contano a centinaia come mosche, ma questi sono dettagli.
Radha Mitchell, nel film è la moglie dell'eroe
Nulla di nuovo, comunque, che non sia già stato visto abbondantemente. La lotta senza quartiere si svolge in un ambiente chiuso, la Casa Bianca, in interni quasi sempre in penombra o addirittura al buio. Facile tornare a un capostipite del genere, Trappola di cristallo con Bruce Willis. La struttura è la stessa: uno contro tutti e in lotta con il tempo. Ma c'è una differenza fondamentale tra i due film. La capacità di scrivere/descrivere tutta la vicenda con un taglio autoironico capace di non prendersi troppo sul serio ricordandosi che comunque si tratta di Hollywood e non di vita reale (anche se la cronaca delle ultime settimane casca proprio puntino). Autoironia che è il fiore all'occhiello di Bruce Willis che riesce a ridere di se stesso e del suo eroismo strenuo; autoironia che manca totalmente a Gerard Butler, che si prende troppo sul serio anche quando fa il gigione-piacione con la famiglia del Presidente, nella parte introduttiva della vicenda.  E se a un film di genere, così scontato e così prevedibile, si toglie il sottile piacere di auto-prendersi in giro, che rimane? Sparatorie e morti ammazzati a quintalate. Quelli no, non mancano.

mercoledì 24 aprile 2013

Film visti. Oblivion, per non dimenticare di essere uomini

Oblivion
Regia di Josef Kosinski.
Con Tom Cruise, Morgan Freeman, Olga Kurylenko, Andrea Riseborough.

[Voto: 2,5 su 5]



Siamo in zona fantascienza post-apocalittica. In particolare l'apocalisse che ha distrutto la civiltà umana e reso inabitabile la Terra è l'attacco portato da una razza aliena venuta dallo spazio nel 2017. Una sessantina d'anni dopo il pianeta è ridotto a una landa desolata  e radioattiva, la cui popolazione è fuggita su Titano per fondare una nuova colonia umana e sopravvivere. Per realizzare il progetto sono state allestite delle enormi macchine aspiratrici dell'acqua marina da trasformare in energia utile sul nuovo mondo. A guardia degli apparati succhia-acqua ci sono gli ultimi esseri umani presenti sulla Terra. Devono parare gli attacchi degli alieni che intendono sabotare gli impianti e eliminare gli ultimi sopravvissuti. Tom Cruise è uno di questi guardiani-operai-soldati tuttofare impegnato in una lotta senza quartire con i nemici alieni, coadiuvato in questo da droni volanti che sparano a tutto ciò che possa costituire un potenziale pericolo per il prosciugamento degli oceani. La sua compagna belloccia e idevotamente innamorata (Andrea Riseborough) lo assiste nel compito ed entrambi attendono con ansia la fine del loro periodo di servizio per poter partire a loro volta verso Titano. Ma una serie di avvenimenti inattesi fa intuire al valoroso e indomito Ton Cruise che non tutto è come sembra. Il sospetto si insinua già per via di sogni ricorrenti che gli riportano in mente immagini e situazioni di un tempo forse passato, forse mai esistito. La situazione degenera con l'entrata in scena di una misteriosa donna (Olga Kurylenko) arrivata su una vecchia e obsoleta nave spaziale e con la scoperta che gli spaventosi e spietati alieni cacciatori di uomini (Morgan Freeman) sono.....   Basta, mi fermo qui.

Il film è dignitoso, pur senza eccellere in nulla di particolarmente originale. Fantascienza classica, con buoni e cattivi ben delineati per poter fare il tifo, salvo colpo di scena indispensabile per movimentare un po0 la trama. Agli amanti del genere science-fiction (come il sottoscritto) non dispiacerà affatto. Sparatorie e inseguimenti sono ben realizzati con il supporto di effetti speciali usati in maniera discreta, quasi con pudore, per non dare troppo nell'occhio, al fine di regalare più realismo e credibilità alle situazioni. Uno dei temi del film è la memoria e la coscienza di se stessi. Nel caso specifico la rimembranza della consapevolezza di essere uomini e donne con un passato, una storia, un presente e un futuro da vivere e da costruire. Tutto questo nel 2077 è stato artificialmente cancellato dalla memoria degli umani sopravvissuti (da cui il titolo del film oblivion=oblio), ma il riaffiorare spontaneo e incontenibile di questa coscienza è il segno distintivo dei protagonisti che, si capisce subito già dopo pochi minuti, sono destinati a diventare eroi. D'altronde il belloccio e invulnerabile Tom Cruise cos'altro potrebbe fare in qualsiasi vita, se non l'eroe...?

domenica 14 aprile 2013

Libri. Che Palla!

Milioni di milioni
di Marco Malvaldi

Immaginate Montesodi marittimo come un paesino toscano in una zona collinare nonostante il nome. Immaginate i paesani geneticamente dotati di una forza prodigiosa; immaginate un ufficio anagrafe intasato da cittadini che portano quasi tutti lo stesso doppio cognome (Palla) a causa della feconda e indefessa attività amatoria extraconiugale del nobile locale. Immaginate una nevicata incredibile (milioni di milioni... di fiocchi di neve) che inonda il paese e lo isola per giorni; immaginate che l'anziana maestra sia ritrovata morta in casa non per cause naturali. Immaginate una pletora di personaggi locali (il sindaco, il maresciallo dei Carabinieri, il vice parroco, le beghine della parrocchia, la vecchia maestra e la sua donna di servizio, il vetero-comunista mangiapreti, due forestieri ricercatori universitari capitati per caso, ecc. ecc.) che si muovono in questa realtà chiusa e isolata a causa della nevicata.
Ecco, il quadro è completo e il romanzo "con uso di giallo" di Marco Malvaldi è bello che servito. Con la solita scrittura brillante e divertente, scorrevole e filante. Non siamo lontani dai picchi delle avventure dei vecchietti del Bar Lume, ma Milioni di milioni è comunque un libro piacevole e divertente, ma mai banale e scontato, in cui il tema portante del romanzo giallo diventa un pretesto narrativo per raccontare di luoghi, di personaggi, di storie. A cominciare dal famigerato inseminatore Conte Palla e dalla popolare Festa della panca, la gara di forza del paese...

lunedì 1 aprile 2013

Film visti. Due simpatici fuori-di-testa


Il lato positivo (Silver Linings Playbook) 
Regia di David O. Russell.
Con Bradley Cooper, Robert De Niro, Jennifer Lawrence, Jacki Weaver, Chris Tucker
 
[Voto: 3,5 su 5]
 
 
Se si supera indenni la prima mezzora è fatta. In questo mélange di dramma e commedia alla fine trionfa la seconda, lasciando alla prima un certo non so che di insofferente, di fastidioso e di eccessivo. Colpa soprattutto dei dialoghi, spesso irritanti, così tipicamente americani (secondo l'ottica hollywoodiana) da risultare insopportabili. Tutto quel gesticolare, strillare, parlarsi uno su l'altro con concitazione. Bleah.  Ma è difficile coniugare due generi, va detto a parziale discolpa dell'autore. Bisogna essere dei maestri del cinema e non è il caso del regista David O. Russell, che tuttavia riesce alla fine a mettere insieme un film gradevole e sufficientemente coinvolgente. Ma ci riesce perché tutta la seconda metà del film è nettamente sbilanciata sul versante commedia. Ma non solo. Gran parte del merito per la riuscita complessiva del film va ascritto all'attrice protagonista Jennifer Lawrence (non a caso premiata con l'Oscar 2013) ed anche a Bradley Cooper, che tiene botta egregiamente.
Jennifer ha una presenza scenica potente e personale. Non è una bellezza da urlo come siamo abituati a vedere in molti film americani, tuttavia riesce ad essere provocante e sensuale con estrema semplicità e naturalezza, come poche altre attrici. Brava e bella. L'avevo già vista e notata in un altro film (Hunger Games) nel ruolo di una ragazzina che si batte per sopravvivere in una ipotetica civiltà di un futuro post apocalittico. Ma da allora ne ha fatta di strada e questo film testimonia il salto di qualità con la conquista addirittura dell'Oscar quale miglior attrice protagonista.
 
Jennifer Lawrence
Due parole per la vicenda. Pat è reduce da un lungo ricovero in una casa di cura per disagi mentali. Ha picchiato di brutto l'amante della moglie di cui era ed è follemente innamorato. Il suo chiodo fisso è riconquistare sua moglie e ricominciare daccapo con lei. Tiffany è la giovane vedova di un poliziotto deceduto in servizio per un incidente. Anche lei ha un evidente disagio mentale (sesso-dipendenza), acuito dalla perdita subita. Inoltre è stata appena licenziata per condotta immorale, avendo fatto sesso con tutti i suoi colleghi di lavoro.  Ben undici, e tutti insieme. Un bel tipetto, non c'è che dire. Ma è assolutamente consapevole sia di essere considerata una troia (niente paura, ultimamente il termine va molto di moda ed ha perso la sua pesante volgarità lessicale), sia di non essere assolutamente ferita dall'epiteto. In altre parole si piace così com'è e non gliene frega niente del giudizio degli altri. Sullo sfondo dei due protagonisti, dichiaratamente alle prese con problemi psichici, c'è una galassia di personaggi "normali", dove l'uso delle virgolette sta a significare che proprio tanto normali non sono.  A cominciare dal padre di Pat (De Niro), ossessionato fino alla paranoia dal football americano e dalle scommesse. Interessanti le considerazioni che, a corollario nello sviluppo della trama, il film offre su normalità e diversità.
L'espediente narrativo per sviluppare la vicenda è che Tiffany abbia la possibilità di fare da tramite tra Pat e la di lui ex moglie, col ruolo di postina. Ma per farlo pone come condizione che Pat le faccia da spalla in una gara di ballo. Una sorta di "Ballando con le stelle". In cambio lei consegnerà le sue lettere riappacificatrici alla ex moglie.
 
L'epilogo non può qui essere raccontato anche se non occorre una perspicacia particolare per immaginarlo. Ma è piacevole il come ci si arrivi, con quali meccanismi narrativi, riuscendo così a salvare tutto il film. Ed è appunto la parte in cui la commedia trionfa sul dramma, con un che di liberatorio decisamente ben riuscito e appagante per lo spettatore.
Come dire che l'happy end paga sempre...
 

sabato 30 marzo 2013

Libri. La leggenda del morto contento

La leggenda del morto contento
di Andrea Vitali


Titolo intrigante come pochi altri. Chi sarà mai costui che muore contento? E perché? Il come, il quando e il perché li si scopre solo nel finale dopo una serie di vicissitudini che capitano al povero e mite sarto Lepido, una vittima della vita umile e misera che imperversa a Bellano, sulle rive del lago di Como nel periodo pre-risorgimentale.
Succede che un improvviso cambio di tempo con vento forte e maligno causa il naufragio di due giovani del luogo, rampolli di famiglie importanti, benestanti e soprattutto potenti. Un terribile accidente, ma che per la notorietà delle vittime non può rimanere senza un colpevole pur essendo un evento fortuito dovuto principalmente al fato e all'imprudenza dei due naviganti. E il malcapitato, manco a dirlo, è proprio il mite Lepido, che in vita sua aveva già il suo bel patire le angherie di una moglie insopportabile, la Diomira. Ma non solo. Ci si era messa anche la perfida moglie del magnano del paese, ovvero il calderaio, per una storia di braghe da rammendare smarrite e non restituite al legittimo proprietario.
Su questo palcoscenico allestito da Vitali sfilano personaggi grandi e piccoli, primari e comprimari, tutti caratterizzati minuziosamente e mai anonimi. Sfilano umili e popolani, quasi fossero statuine di un immaginario presepe: artigiani, disoccupati, pescatori, comari variopinte e pettegole, ma anche seriosi funzionari statali, il delegato di Pubblica Sicurezza, il Pretore, il Podestà.  Che sono ridicole macchiette, quasi per una legge del contrappasso, a causa del loro essere asserviti all'autorità gerarchica e verso i potenti locali. Il linguaggio usato da Vitali è aulico, ricamato, arcaico e, come sempre, indulge a giochi dialettali, comprensibilissimi anche a chi non ha dimestichezza con la lingua del posto. In questo romanzo il lavoro sul linguaggio è ancora più sofisticato del solito essendo ambientato nella metà dell'800, quindi circa cento anni prima dell'ambientazione abituale dei romanzi di Vitali.

Il finale del romanzo è forse la parte migliore in cui Vitali regala un’altra delle sue morali malinconiche, dispensata tra sorrisi e sberleffi: la morte azzera i conti, sebbene gli uomini trascorrano la vita in lotte fratricide e insensate, o alla rincorsa del successo e della scalata sociale. A pareggiare i conti tra belli e brutti, ricchi e miserabili, potenti o popolino ci pensa, inesorabile, la Signora con la falce, senza fare distinzione alcuna. L’umile Lepido, “morto contento”, è trattato esattamente come il rampollo della famiglia facoltosa. Perché quella legge, e solo quella legge, è uguale per tutti.

mercoledì 27 marzo 2013

Film visti. Educazione siberiana

Educazione siberiana
Regia di Gabriele Salvatores
Con John Malkovich, Eleanor Tomlinson, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius.


[Voto: 3 su 5]

Tratto dall'omonimo romanzo semi-autobiografico di Nicolai Lilin, il film parte da una storia già forte di per sé per temi ed ambientazione. Lilin ha scritto altri due romanzi e del secondo (Caduta libera) abbiamo già parlato in questo blog alla sezione "libri". Educazione siberiana è ambientato in un ghetto in Transnistria, sconosciutissima regione siberiana, dove teppisti e criminali di diversa provenienza etnica sono stati confinati negli anni dell'ex Repubblica Socialista Sovietica Moldava. I protagonisti sono una coppia di amici, Kolima e Gagarin, immersi in un mondo a parte. Li seguiamo da quando sono poco più che ragazzini che passano dai giochi ai coltelli, secondo la tradizione e il codice d'onore del loro gruppo. La loro comunità è infatti quella dei Siberiani, una delle più spietate della zona, malavitosi che vivono e sopravvivono con regole proprie scritte e non scritte: si può rubare, si può punire e si possono uccidere poliziotti e uomini dello stato, ma non possono essere tenuti soldi in casa né tanto meno spacciare droga. Furti, razzie, taglieggiamenti e pestaggi sono quindi all'ordine del giorno ma il severo nonno di Kolima, Kuzya (un monumentale John Malkovic), vigila sulla comunità affinché l'ordine venga mantenuto. Tutta questa aurea di rispetto, di regole e di codici d'onore malavitosi -lo dico francamente- mi da molto un senso di insofferenza. Un poetico tentativo di indorare una pillola che è e rimane sanguinolenta. I delinquenti rimangono delinquenti, a prescindere da regole o consuetudini. Anche i mafiosi hanno un loro codice d'onore, che però non impedisce loro di sciogliere nell'acido anche i bambini.
Sfrondato quindi il tema da fuorvianti devianze poetico-letterarie, rimane il tema centrale che è quello di due vite a confronto. Quelle di Kolima e di Gagarin. Due esistenze che ad un certo punto si separano perchè Gagarin finisce in carcere e ne esce giovane adulto. Torna al paese e ritrova Kolima che nel frattempo ha continuato la sua vita col nonno e gli altri Siberiani. Gagarin in carcere ha imparato a pensare in grande, punta al denaro facile e non esita a sporcarsi le mani anche con la droga. Inevitabile lo scontro con il nonno tradizionalista e difensore dei costumi (perversi, ma a loro modo "per bene") del gruppo.
Della comunità fa parte anche una giovane ragazza con un ritardo mentale, che la rende un corpo estraneo, per purezza d'animo e ingenuità, rispetto a tutti gli altri. Per sua fortuna tra i costumi Siberiani c'è anche un sacro rispetto per quelli come lei che vengono chiamati "venuti da Dio". Sono intoccabili e oggetto di affettuose attenzioni da parte della comunità. Ma sarà intorno alla sua figura che si svilupperà il dramma. Kolima e Gagarin, ricongiunti, entrano in breve in antitesi perchè portatori di valori tradizionali da una parte, innovativi e insofferenti dall'altra. Inevitabile il dramma, che qui è bene non raccontare.
Un capitolo a parte è riservato alla cultura del tatuaggio, che diventa una vera forma d'arte. L'autore del libro, Nicolai Lilin ne fa la sua professione nella sua città di adozione, Milano. Il tatuaggio racconta chi sia l'uomo che lo porta sulla pelle. E' un libro aperto, quasi una carta d'identità attraverso la quale esternare principi, valori, credenze, esperienze. Tutto il capèitolo del tatuaggio è raccontato con forte enfasi poetica molto coinvolgente scegliendo una ambientazione originale. Una sauna con corpi maschili sudati e accaldati che esibiscono disegni variegati ed evocativi.

Educazione siberiana è un film raffinato con alle spalle uno studio registico notevole, anche se non convince del tutto. Non affascina, semplicemente. Gli manca quel qualcosa che ammalia e rapisce, che la maestria registica di Salvatores sarebbe in grado di dare allo spettatore, ma che non da. Un peccato, davvero. Ma il pregio di questo film e di Salvatores-autore è il tentativo, in buona parte riuscito, di fare qualcosa di cinematograficamente forte, personale e fuori dagli schemi tipici del cinema italiano, infestato da troppe commedie troppo inutili e troppo ripetitive. Un film in definitiva coraggioso da non perdere, come dev'essere un film d'autore.

domenica 10 marzo 2013

Libri. Un classico noir da Colin Dexter

L'ultima corsa per Woodstock

giovedì 7 marzo 2013

Film visti. C'è sempre un sud del mondo


Upside Down  
Regia di Juan Diego Solanas.
Con Jim Sturgess, Kirsten Dunst

Voto: 2,5 su 5



Succede che da qualche parte nell'universo vi sia un sistema solare con una stella simile al nostro Sole e un pianeta simile alla nostra Terra. Anzi, no. I pianeti sono due, vicinissimi fino a sfiorarsi, ma con una forza di gravità uguale e contraria. Non ci può essere nessun contatto tra gli elementi di ciascun mondo, esseri viventi (in tutto e per tutto umani) compresi. Ciascuno a casa sua, pena l'autocombustione dopo anche una brevissima permanenza sull'altro pianeta. Ma si sa, le leggi, quelle degli uomini, come anche quelle della fisica, sono fatte per essere eluse, aggirate, imbrogliate. O almeno ci si prova. E se la molla per tentare di stabilire un contatto contra legem tra i due mondi è quella dell'amore tra un ragazzo belloccio e di notevole intelletto e una ragazza ugualmente bella e spigliata, è facile pensare che la vicenda narrata prenderà inevitabilmnente una certa piega...
Ecco, il film è tutto qui. Un Lui e una Lei uniti e divisi da un amore impossibile, in nome del quale sono disposti a sfidare tutto e tutti. Una specie di Romeo e Giulietta in salsa semi fantascientifica, dove in luogo di Capuleti e Montecchi troviamo due arcigni governi e due stili di vita diametralmente opposti e in perenne lotta tra di loro. Infatti il mondo di sopra, il nord, sfrutta biecamente il mondo di sotto, il sud. Ne sugge le risorse naturali, minerarie, energetiche, godendo di tutti i privilegi del progresso scientifico ed economico che ne derivano, lasciando agli altri derelitti del sud un ruolo di subordine. Sfruttati e calpestati. Una specie di cinico colonialismo in chiave planetaria.
 
Insomma, di idee nuove e originali, a dire il vero, in questo Upside down ce ne sono davvero pochine. E' tutto caratterizzato in modo molto banale, a cominciare dalle ambientazioni scenografiche contrapposte. Il nord è moderno, pulito, , allegro, vitale, soleggiato; il sud è sporco, lugubre, deprimente e perennemente umido e piovoso. Non si esce proprio da una rappresentazione iconografica di maniera e stereotipata, che di più non si potrebbe neanche per scommessa.
Il film si regge sulla simpatia naïf dei due protagonisti e dallo stare a vedere come andrà a finire. Anche se bisognerebbe essere cinematograficamente cerebrolesi per non riuscire a indovinare il finale....
Se vi piacciono le storie d'amore belle, sdolcinate e romantiche (a lieto fine, of course), questo è il vostro film!

P.S.: Io sono andato a vederlo a scatola chiusa fidando si trattasse di vera fantascienza e invece... accidentaccio!!!

lunedì 25 febbraio 2013

Libri. Un terribile pugno nello stomaco

Caduta libera
di Nicolai Lilin


Anno 1999, la Federazione Russa annuncia ufficialmente l'inizio della  guerra di Cecenia e nelle zone confinanti con il Caucaso del Nord. Formalmente l'azione militare si chiama "seconda operazione antiterroristica" nel territorio della Repubblica Federativa della Cecenia. Proibito parlare chiaro e usare il termine guerra. Nicolai Lilin racconta in prima persona la sua esperienza di soldato dell'esercito russo. Lui è un giovane, poco meno che ventenne, in servizio di leva obbligatoria. Si trova proiettato in poche ore dal suo paese al fronte, in un reparto altamente specializzato chiamato "i sabotatori". Dall'infradito al fango e al sangue, dagli agi della vita civile ai corpi martoriati dei compagni d'arme e dei nemici.
I sabotatori sono un reparto d'élite ben conosciuto e temuto dai militari russi per la temerarietà delle loro azioni, che gode di alcune prerogative come non usare uniformi o evitare le formalità gerarchiche. In compenso combattono in modo spietato e senza remore. Spesso dietro le linee nemiche. Nicolai, nome di battaglia Kolima, viene scelto per fare il cecchino. Merito di suo nonno che gli ha insegnato a sparare per andare a caccia. Ma tirare ad un cervo non è la stessa cosa che mirare ad un uomo. Non foss'altro perché l'uomo è armato anche lui. Kolima è un tiratore infallibile a cui aggiunge la non comune capacità di apprendere la difficile arte del cecchinaggio. Gli uomini inquadrati nel mirino sono come birilli da abbattere. Li si osserva, si scelgono uno ad uno, si decide dove e come colpirli. Non si spara nel mucchio come fanno le truppe ordinarie, il nemico lo si guarda quasi negli occhi attraverso il mirino diottrico del fucile di precisione. E lo si guarda morire, si guarda il suo corpo deformarsi e farsi a pezzi sotto la forza esplosiva delle pallottole. I proiettili hanno addirittura la cinica raffinatezza di avere una bassa carica (è anche questa l'arte perversa del cecchino), perché non devono penetrare il corpo del bersaglio e trapassarlo da parte a parte, ma devono esplodere dentro di esso e fare più danno possibile. Nel mirino del cecchino va in onda lo spettacolo della devastazione e della morte a distanza a portata di grilletto. Accanto ai racconti efferati di morte c'è anche l'intreccio delle vite con i compagni d'arme, con il capitano che comanda il reparto dei sabotatori. A cui ognuno di loro affiderebbe a occhi chiusi la propria vita. Il rapporto di amicizia  e cameratismo fondato sul legame reciproco di vita e di morte è una delle cose più impressionanti e affascinanti del libro.

Nicolai-Kolima racconta crudamente e senza filtri quello che hanno vissuto i giovani dell'esercito russo in quel periodo, durante il loro servizio militare obbligatorio; e quello che hanno vissuto i civili ceceni, mentre nella loro terra operavano due eserciti nemici. E' la narrazione in presa diretta della faccia vera e spietata della guerra, quella che non si vede nei film, e nei documentari,  ma forse solo nei reportage giornalistici o nei racconti delle ong (organizzazioni non governative) in difesa dei diritti umani. Nicolai Lilin racconta tutto in modo tale da permettere a ogni lettore di vivere i momenti della guerra, di attraversarla a fianco dei soldati, di sentirne l'oscenità sulla propria pelle. Sono racconti terribili, impressionanti, a cui è impossibile rimanere indifferenti. La morte sembra aleggiare come una compagna di lettura ad ogni pagina del libro. Che è un libro terribile per la sua crudezza nel raccontare come si uccide in guerra, di come si tortura e si oltraggia il nemico quando cade prigioniero. La morte diventa un evento ordinario, banale, che non fa più notizia, non impressiona più nessuno dei protagonisti che la dispensano  generosamente a piene mani, come se nulla fosse. Non c'è compiacimento nel raccontare di Nicolai. C'è dapprima quasi sorpresa e curiosità. Poi routine e assuefazione. Perché è questo che l'esercito vuole dai suoi uomini: obbedienza assoluta nell'eseguire gli ordini. Ma Nicolai va oltre e racconta anche e soprattutto le contraddizioni della guerra. La sporcizia morale e la corruzione dei vertici militari moscoviti a cui non importa nulla dei soldati e li considera carne da macello. A cominciare dalla definizione ufficiale del governo russo che vorrebbe far passare la guerra di Cecenia come una lotta ai terroristi invece di una invasione vera e propria. Ceceni, musulmani, mercenari, per i soldati russi sono tutti uguali, qualunque sia l'etnia o la nazionalità. Terroristi chiamati indifferentemente e semplicemente "arabi". A prescindere. Un libro che vuole essere ed è apolitico, neutrale; che racconta la guerra, la vita e la morte, le ingiustizie, gli orrori e gli atti di onestà così come apparivano nella vita di ogni giorno in Cecenia; che descrive le sensazioni, la perdita dell'equilibrio, i cambiamenti dell'essere umano che avvengono nel caos, oltre i limiti dell'etica e della morale.  E, da ultimo, il dramma del ritorno a casa dopo la fine della leva obbligatoria. Quando ormai è troppo tardi, il condizionamento mentale è compiuto. Il ragazzo ventenne in due anni di guerra ha lasciato il posto a una macchina da guerra che ormai sa solo uccidere. Non un saggio storico, ma un romanzo costruito su particolari veri, con vite vere. Terribilmente vere.

Nota 1 - In questi giorni esce nelle sale cinematografiche italiane un film di Gabriele Salvatores tratto da un altro libro di Nicolai Lilin, Educazione siberiana, precedente a questo Caduta libera. Anche questo è un racconto in prima persona delle esperienze personali adolescenziali del giovane protagonista. Un'opera che si è meritata il pubblico apprezzamento di Roberto Saviano. Da andare senz'altro a vedere al cinema.

Nota 2 - Nicolai Lilin ha origini siberiane ed ha vissuto in Transnistria fino all'età di 18 anni. Dal 2003 si è trasferito in Italia. Vive e lavora a Milano e scrive in lingua italiana. Particolarità decisamente non comune. In seguito al successo del suo primo libro ha dichiarato di aver ricevuto numerose minacce di morte in seguito alle quali gli viene assegnata una scorta da lui, però, rifiutata.

martedì 12 febbraio 2013

Un mostro che uccide i bambini: Duchenne


Per saperne di più: www.parentproject.it
 
Occupate qualche minuto del vs tempo per cliccare questo link e guardare il video. E poi regolatevi come meglio credete…

Dal 10 al 24 febbraio chiamando da rete fissa o inviando un sms al 45503 - da cellulari personali Tim, Vodafone, Wind, 3, Poste Mobile, CoopVoce e Nòverca per donare 2 euro, oppure da rete fissa Telecom, Fastweb per donare 2 o 5 euro o TWT per donare 2 euro. - sostenete la campagna di Parent Project onlus "SOStienilo anche tu. Ha la distrofia di Duchenne". Ci aiuterete a finanziare un importante studio clinico sui fattori di rischio per la perdita di densità ossa nella distrofia di Duchenne.
La distrofia di Duchenne è la più frequente e la meglio conosciuta tra le distrofie muscolari dell'infanzia. Ha un decorso relativamente rapido e attivo. Essa è anche detta distrofia muscolare generalizzata dell'infanzia. Colpisce quasi esclusivamente il sesso maschile durante i primi anni di vita, l'incidenza è stata calcolata a 1 su 3500 maschi. Costituisce il 50% di tutte le forme distrofiche.
La distrofia di Duchenne viene di solito riconosciuta al terzo anno di vita, ma almeno la metà dei pazienti presenta i segni della malattia prima che inizi la deambulazione.
I primi segni che attirano l'attenzione sono l'incapacità di camminare o correre quando queste funzioni avrebbero già dovuto essere acquisite; oppure, una volta che queste attività vengano acquisite, i bambini appaiono meno attivi della norma e cadono facilmente.
Con il passare del tempo aumentano le difficoltà a camminare, correre, salire le scale ed è sempre più evidente la deambulazione anserina. I primi muscoli ad essere colpiti sono il quadricipite, l'ileopsoas e i glutei. I muscoli del cingolo scapolare e degli arti superiori vengono colpiti successivamente.
L'ingrossamento dei polpacci e di altri muscoli è progressivo nei primi stadi della malattia, ma alla fine la maggior parte dei muscoli, anche quelli originariamente ingrossati, tende a ridursi di volume.
Gli arti sono solitamente ipotonici e flaccidi, ma con il progredire della malattia compaiono contratture conseguenti al mantenimento degli arti nella stessa posizione e al mancato bilanciamento fra agonisti ed antagonisti.
I riflessi tendinei dapprima diminuiscono e poi scompaiono parallelamente alla perdita delle fibre muscolari; gli ultimi a scomparire sono i riflessi achillei. Le ossa divengono sottili e demineralizzate. I muscoli lisci sono risparmiati, mentre il cuore è colpito e possono apparire vari tipi di aritmia. In casi rari si osserva un modesto ritardo mentale non progressivo.
Solitamente la morte è dovuta ad insufficienza respiratoria, infezioni polmonari o scompenso cardiaco. L'aspettativa di vita dipende sempre dal soggetto e negli ultimi dieci anni le prospettive di vita si sono allungate notevolmente grazie alla ventilazione notturna; se decenni fa alcuni medici sostenevano che un paziente affetto da DMD potesse difficilmente superare la seconda decade, oggi ci sono molti casi di pazienti con Distrofia Muscolare di Duchenne che vivono oltre il sessantesimo anno di età.
Non esiste terapia conosciuta. L'unica strada è la ricerca, condotta al fine di trovare una terapia in grado di ridurre gli effetti dannosi di questa malattia. Ci sono diverse strade in questo momento sotto intensa sperimentazione che includono la terapia del rimpiazzo con le cellule staminali e geni e l’exon-skipping.

Per saperne di più: www.parentproject.it

venerdì 8 febbraio 2013

Libri. Una sporca storia per il commissario Piazzi

Occhi chiusi
di Giulio Massobrio
 
Un po’ Montalbano, un po’ Maigret. Vi presentiamo il commissario Piazzi. Il suo esordio vi sorprenderà.
Così recita in copertina lo slogan pubblicitario dell'editore. Invece che sulla fascetta come si usa solitamente. Un po' Montalbano e un po' Maigret. Vero, non vero? Paragone esagerato o meritato? Francamente il dilemma non mi attizza più di tanto perché sono convinto che ogni scrittore abbia una sua cifra letteraria e che cercare di etichettarlo o ingabbiarlo in schemi preconcetti sia sbagliato e fuorviante. Mi preme di più dire che questo libro di esordio di Giulio Massobrio si fa leggere con piacere pur senza entusiasmare. Gli manca quel quid per fare il salto di qualità per agganciare l'interesse del lettore. E' il racconto di una vicenda di cronaca nera, anzi nerissima, che si svolge in una piccola e tranquilla città di provincia (Alessandria), come ce ne sono tante. Una tranquillità apparente, perché basta scavare sotto la crosta stantia del perbenismo borghese di facciata ed ecco che viene fuori di tutto e di più. Per di più con tanti e inconfessabili scheletri nell'armadio del periodo post bellico e post fascista italiano. Una realtà sconcertante e vomitevole di pedofilia e sadismo, travisata e nascosta dalla buona borghesia benestante cittadina, che bada principalmente a fare i propri affari e coltivare i propri vizi. Qui siamo di fronte ad un omicida seriale che inizia a uccidere in maniera spettacolare le sue vittime con un'arma antica e desueta (uno stiletto) avendo cura di chiudere gli occhi alle sue vittime. Particolare all'apparenza insignificante seppure ripetitivo, questo, che l'abile commissario Piazzi rileva con lungimirante sagacia permettendogli di non farsi ingannare dalle apparenze, puntando diritto al bersaglio. Intorno al commissario da un passato partigiano (la vicenda è ambientata nel 1961) si muovono i suoi stretti collaboratori investigativi (ispettori, agenti di P.S. ecc.) e amici di lunga data con cui condivide le sue ansie, i dubbi e le difficoltà nel portare avanti le indagini. Tra le figure di contorno troviamo l'immancabile Signor Questore che, chissà perché, deve essere sempre dipinto come un emerito pallone gonfiato. In questo sì, il collegamento a Montalbano è immediato. Ma nulla di più perché alla coppia Piazzi/Massobrio manca del tutto quella vena sarcastica e dissacrante della creatura di Andrea Camilleri. Fa quasi tenerezza vedere i personaggi del libro svolgere le loro attività delittuose e investigative in maniera vintage. L'ispettore insegue un sospetto in bicicletta, cerca disperatamente una cabina telefonica, riceve dal suo superiore la raccomandazione di portarsi sempre dietro una manciata di gettoni per comunicare con la centrale di polizia... Sapore di tempi andati, in cui l'intuito investigativo era la prima arma degli inquirenti piuttosto che le sofisticate indagini di super esperti in camice bianco e microscopio dei RIS, CSI & soci.
In definitiva, quello di Giulio Massobrio e del suo commissario di Alessandria è un esordio più che discreto, anche se non del tutto convincente e coinvolgente. Lo attendiamo con fiducia alla prossima prova che sicuramente non mancherà, perché l'impianto narrativo è di quelli ben predisposti a sostenere sviluppi notevoli. Ce lo auguriamo davvero.

domenica 3 febbraio 2013

Film visti. Looper o del libero arbitrio

LOOPER
Regia di Rian Johnson.
Con Bruce Willis, Joseph Gordon-Levitt, Emily Blunt, Piper Perabo

[Voto: 4 su 5]


"Sei uno stronzo, stai zitto. Un bambino che non capisce niente". A parlare così duramente è un tizio abbondantemente over 50 portati bene, quasi calvo, canuti i pochi capelli superstiti (Bruce Willis). Il "bambino" ha circa una trentina d'anni o poco meno, uno sguardo penetrante e inquisitorio (Joseph Gordon-Levitt). Un dialogo padre-figlio? Nonno-nipote? Due amici ai ferri corti, compagni di bevute un po' fatti? No, niente di tutto questo. I due sono la stessa persona, in due epoche diverse. Lui anziano che strapazza lui stesso da giovane. Uno di fronte all'altro, a muso duro, con una pistola pronta a sparare. Scherzi della manipolazione del tempo. Effetti di un uso distorto della tecnologia del futuro.
E' una delle scene clou di questo bel film di fantascienza che riesce a coniugare abilmente sci-fi e pistolettate, ponderose e mai banali riflessioni esistenziali e morti ammazzati. E' un film intrigante e affascinante per la tematica affrontata, coinvolgente negli sviluppi della trama, emozionante e spiazzante per il finale che rimanda a corpose riflessioni sul libero arbitrio e la possibilità individuale di scegliere tra il bene e il male, la vita e la morte... Cosa volere di più da un film? Per inciso, ottime le interpretazioni per i due protagonisti.
La storia è presto raccontata. In un futuro neanche tanto remoto, il 2044, c'è chi si guadagna da vivere ammazzando il prossimo. Niente di nuovo, dunque. Se non che le vittime di queste uccisioni sono persone che vivono 30 anni più avanti nel tempo, ossia nel 2074. In quell'epoca è stata inventato il viaggio nel tempo e i malavitosi dell'epoca usano questo ritrovato per spedire indietro le loro vittime facendole uccidere da killer datati. Questo circolo vizioso, che si ripete imperterrito, funziona alla perfezione. I killer fanno il loro mestiere senza rischio alcuno perché di fatto le loro vittime non esistono e i mandanti del futuro sono al riparo da ogni rischio perché nulla di illegale accade nel loro tempo presente. Gli affari proliferano alla perfezione fino a quando un looper/killer efficiente e spietato non si trova di fronte sé stesso quale vittima designata. Il meccanismo fatalmente si inceppa fino a grippare del tutto. Il film alterna dunque i caratteri tipici del poliziesco da strada, i morti ammazzati e le pistolettate abbondano, con sottili riflessioni sul tempo e ciò che esso rappresenta quando un individuo si trova di fronte alla propria esistenza, alla propria vita passata.
Il viaggio nel tempo è chiaramente un pretesto, un espediente narrativo, perché il bilancio di una vita è evidentemente sempre e comunque possibile in una fase della propria maturità. Prima o poi i conti con se stessi si fanno e la propria storia di vita viene inevitabilmente passata al setaccio della propria coscienza. E con essa i propri errori e le proprie scelte, giuste e/o sbagliate, in funzione del libero arbitrio che ci governa. E non sempre si tratta di un bilancio positivo...

Una curiosità. Bruce Willis, una quindicina di anni fa circa, ha girato un altro film che affrontava una tematica simile (Faccia a faccia, commedia, del 2000). Un adulto che per qualche motivo incontra se stesso nell'età della fanciullezza. Curioso che adesso ritorni sull'argomento temporale con questo bel film.

lunedì 28 gennaio 2013

Libri. Diambarne de l'ostia...!

Non tutti i bastardi sono di Vienna
di Andrea Molesini

Questo romanzo di guerra è ambientato a Refrontolo, comune in provincia di Treviso, e per la precisione a Villa Spada (esiste davvero, accanto alla chiesa del paese), nei 12 mesi dell’invasione austro-tedesca del 1917-1918 seguenti alla disfatta di Caporetto. Uno dei periodi più bui della storia d'Italia, tanto che il termine è passato in uso nel vocabolario comune per indicare una disfatta sia morale che materiale. L'esercito italiano fu travolto dai reparti austro-ungarici rinforzati anche da truppe d'elite germaniche. I nostri soldati furono fatti a pezzi e il comandante in capo Generale Cadorna non trovò di meglio che accusarli di viltà di fronte al nemico. Fulgido esempio di scaricabarile e rifiuto delle responsabilità. Il Friuli e il Veneto fino alla linea del Piave furono invasi dalle forze nemiche e i territori occupati e saccheggiati come bottino di guerra. In questo romanzo di Andrea Molesini (Premio Campiello) si intrecciano orgoglio, patriottismo, odio, amore: passioni vere, naturali e antiche che si mescolano e si scontrano tra loro sotto il dominio di truppe nemiche. La vicenda, narrata in prima persona dal giovane Paolo, si svolge pressochè interamente a Villa Spada, dimora signorile di un paesino a pochi chilometri dal Piave, nei giorni compresi tra il novembre 1917 e l'ottobre 1918: siamo nell'area geografica e nell'arco temporale della disfatta di Caporetto e della conquista austriaca. Nella villa vivono dei signori del posto: il nonno Guglielmo Spada, il capofamiglia che però lascia gestire tutto a sua moglie "nonna" Nancy, colta e ardita; la zia Maria, che tiene in pugno l'andamento della casa; lo stesso Paolo, diciassettenne, orfano, nel pieno dei furori dell'età; la giovane Giulia, procace e un po' folle, con la sua chioma fiammeggiante. E si muove in faccende la servitù: la cuoca Teresa, dura come legno di bosso e di saggezza stagionata; la figlia stolta Loretta, e il gigantesco custode Renato, da poco venuto alla villa. La storia, che il giovane Paolo racconta, inizia con l'insediamento nella grande casa del comando militare nemico. La villa viene requisita per l'alloggio degli ufficiali e per farne il quartier generale. Il paese viene saccheggiato di senza pietà. Un crudo episodio di violenza su fanciulle contadine del villaggio accende il desiderio di rivalsa. Una reazione si impone per contrastare per quanto possibile l'occupazione degli invasori. I personaggi delineano in pieno la loro personalità di fronte alla situazione. Ma su tutto domina il senso di impotenza e di umiliazione nel vedere la propria casa occupata e oltraggiata. I signori e padroni della villa diventano ospiti in casa propria: a comandare sono gli invasori e non resta che adeguarsi, almeno in apparenza. Infatti la reazione patriottica e di rivalsa orgogliosa degli occupati c'è, dapprima segreta e strisciante, per poi uscire alla luce del sole ed è quella che poi porta all'epilogo tragico della vicenda. Un conflitto dove a comandare sono amore e odio, rispetto e vittoria. E resta un senso di impotenza e di oppressione di fronte alla forza delle armi che si arroga il diritto di vita e di morte.
Per chi come me vive in Veneto, l'ambientazione di questo romanzo aggiunge un pizzico di sale alla semplice narrazione, laddove si descrivono luoghi e circostanze. Tutti veri e reali. Le più grandi battaglie della Prima Guerra mondiale si sono svolte proprio in questa terra lasciando una scia di sangue terribile, testimoniata da monumenti eretti a ricordo di quelle vittime e di quegli eroi che persero la loro giovane vita per opporsi al nemico.
Vedi anche: http://volpe56.blogspot.it/2011/05/in-moto-pd-rovereto-valli-del-pasubio.html


File:Battle of Caporetto IT.svg
Mappa dello spiegamento di forze nella battaglia di Caporetto