venerdì 2 marzo 2012

Ciao Lucio...



Gli uomini nascono, vivono e muoiono. 
La tua poesia e la tua musica rimarranno per sempre nei nostri cuori. 
Ciao Lucio.

domenica 26 febbraio 2012

In nome della legge... Prescrizione ad personam

Le sentenze si rispettano. Sempre. Sia quando esaudiscono un'aspettativa, sia quando la frustrano. Promanano dai tribunali della Repubblica, dunque da un potere riconosciuto dalla Costituzione. Per questo, anche la sentenza che ha salvato Silvio Berlusconi dalla condanna per il caso Mills merita rispetto. Ciò non toglie che anche questa, come molte altre che l'hanno preceduta, sia l'ultima ferita allo Stato di diritto. L'ennesino salvacondotto "ad personam", che ha permesso all'ex presidente del Consiglio di sottrarsi al suo giudice naturale. I luogotenenti della propaganda arcoriana sono già all'opera. Raccontano la solita favola, che purtroppo abbiamo imparato a conoscere in questi quasi vent'anni di eclissi della ragione. "È finita la folle corsa dei pubblici ministeri", esulta Ghedini. "La persecuzione è fallita, ho subito oltre 100 processi e sono stato sempre assolto", ripete il Cavaliere. Manipolazioni e mistificazioni, ad uso e consumo di un'opinione pubblica narcotizzata e di un'informazione addomesticata.

La prima bugia. La corsa dei pm non è stata affatto "folle". Nella vicenda Mills, come la sentenza della Corte di Cassazione ha già certificato nell'aprile 2010, confermando sul punto le due precedenti pronunce di primo e secondo grado, è scritto nero su bianco: Berlusconi fu il "corruttore" dell'avvocato inglese, che ricevette 600 mila dollari per testimoniare il falso nelle inchieste sui fondi neri depositati nelle società offshore della galassia 
Mediaset. Ora sarà necessario aspettare il deposito delle motivazioni, ma anche quest'ultima pronuncia del tribunale di Milano riconferma quell'impianto accusatorio. Mills fu corrotto dal Cavaliere, come il pm Fabio De Pasquale, tutt'altro che folle, ha tentato di dimostrare in questi cinque lunghi anni di processo. E se il Cavaliere non subisce la condanna che merita, questo non accade perché "non ha commesso il fatto", o perché "il fatto non sussiste", come prevedono le formule di assoluzione piena. Ma dipende solo dal fatto che il reato è prescritto. E non è prescritto per caso. Le irriducibili tattiche dilatorie della difesa da una parte, le insopportabili pratiche demolitorie del governo forzaleghista dall'altra, hanno "cucito" la prescrizione sulla figura dell'ex premier.

Qui sta la seconda bugia. Berlusconi ha subito finora non 100 processi, ma 17. Di questi 4 sono ancora in corso: diritti Mediaset, Mediatrade, Ruby e affare Bnl-Unipol. Di tutti gli altri, solo 3 si sono conclusi con un'assoluzione, per altro con formula dubitativa. Tutti gli altri 11, compreso l'ultimo sul caso Mills, si sono risolti grazie alle norme ad personam che lo stesso Berlusconi, usando il pugno di ferro del governo, ha imposto al Parlamento per fuggire dai processi, invece che difendersi nei processi. Depenalizzazione dei reati di falso in bilancio (da All Iberian alla vicenda Sme-Ariosto), estensione delle attenuanti generiche (dall'affare Lentini al Consolidato Fininvest), riduzione dei tempi della prescrizione (dal Lodo Mondadori al caso Mills, appunto). Sono tante le "leggi-vergogna" con le quali il presidente-imputato è intervenuto nella carne viva dei suoi processi, per piegarne il corso e l'esito in suo favore.

Anche la sentenza di ieri, dunque, è il frutto avvelenato di questa scandalosa semina berlusconiana. Un irriducibile cortocircuito tra istituzioni. Un insostenibile conflitto tra poteri. L'esecutivo militarizza il legislativo per sottomettere il giudiziario. Quella stagione, per fortuna, è politicamente alle nostre spalle. Ma i danni collaterali, purtroppo, continuano a scuotere il Paese. In una destra ormai popolata di anime perse, ma non per questo meno irresponsabili, c'è già chi vede in questa prescrizione processuale l'occasione di un riscatto politico per il Cavaliere. Questa sì, è una vera follia. L'incubo berlusconiano l'abbiamo già attraversato, e continuiamo ancora a pagarne il prezzo sulla nostra pelle e con le nostre tasche. A chi oggi continua a protestare a vanvera per il "golpe in guanti bianchi" di Mario Monti, bisognerà ricordare che se in Italia c'è stato davvero un ciclo di "sospensione della democrazia", l'abbiamo vissuto con il governo del Cavaliere. Non certo con quello del Professore.

[Articolo di MASSIMO GIANNINI da La Repubblica del 26/2/2012]
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Film visti. In time, il tempo è denaro!

In Time
Regia: Andrew Niccol
Con Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Olivia Wilde.

[Voto: 2,5 su 5]



Il tempo è denaro. In questo saggio adagio popolare si può concentrare tutto il succo del film di oggi. E non ci sarebbe molto da aggiungere, se non che l'idea base è accattivante quanto bislacca e fantascientifica.
In una ipotetica società del futuro la piramide sociale non è molto diversa da quella di reale che conosciamo e viviamo quotidianamente: ci sono i ricchi e ci sono i poveri. Quello che fa la differenza è la moneta. Non più il denaro, bensì il tempo monetizzato. Le compravendite, la retribuzione del proprio lavoro, tutto si regola con lo scambio di tempo invece che di denaro. Una telefonata costa un minuto di vita, un'auto d'epoca vale ben 59 anni. Ma non basta. Il genere umano non invecchia più. Il DNA geneticamente modificato smette di far invecchiare il corpo umano al raggiungimento dell'età di 25 anni. Dopodichè tutti mantengono definitivamente l'aspetto fisico del momento. Hanno un bonus gratuito di un anno di vita, terminato il quale moriranno all'improvviso. Per continuare a vivere dovranno guadagnare tempo attraverso il lavoro o sfruttando un patrimonio di famiglia, per i più fortunati. In conseguenza di questo meccanismo ci troviamo di fronte ad affascinanti mamme ottantenni (la sempre bella Olivia Wilde) che dimostrano invece venticinque anni, apparentemente coetanee dei loro figli e nipoti. Insomma, è il classico mito dell'eterna giovinezza realizzato geneticamente per tutti gli esseri umani. Ma per continuare a godere della vita e della giovinezza bisogna accumulare ricchezze, cioè tempo. Tempo passa di mano proprio come il vil denaro. Si cede, si presta e si regala. Ma si ruba, anche. Si mette in banca e si chiedono interessi. In nome del tempo si vive e si uccide. Si accumula avidamente custodendolo in cassaforte in una sorta di distributore portatile di minuti-giorni-anni. Una sorta di futuristico bancomat. Come per i dollari o gli euro della vita reale c'è sempre chi si trova al vertice della piramide e dispone di tempo personale per migliaia di anni e chi invece vive letteralmente alla giornata ricevendo per il proprio lavoro solo di che sopravvivere per pochi giorni. Quindi oltre all'eterna giovinezza il genere umano ha di fatto anche il dono/privilegio dell'immortalità. Accumulare migliaia di anni di vita equivale di fatto all'immortalità. Peccato che il privilegio sia appannaggio di una ristrettissima cerchia di super ricchi.  E dove sarebbe la novità...? Anche nella realtà del giorno d'oggi esistono spietate e inique sperequazioni sociali, dove accanto ai multimiliardari paperon de' paperoni sopravvivono a stento milioni di esseri umani in una lotta senza sosta con la morte.
Justin Timberlake e Amanda Seyfried
In definitiva l'idea del film è apprezzabile, gli interpreti sono tutti belli e affascinanti (Justin Timberlake e Amanda Seyfried sono proprio una bella coppia), ma tutto sommato, nulla di nuovo sotto il sole...
Quindi, a dirla tutta, di fantascientifico c'è ben poco salvo l'idea iniziale. Esaurita la quale il film si riduce ad un poliziesco di medio cabotaggio, neanche tanto spettacolare o di suspence, con i due bellocci eroi paladini dei derelitti che scimmiottano alla lontana Bonnie & Clyde.

sabato 25 febbraio 2012

Punto e a capo. Si volta pagina...

Una settimana senza scrivere nulla sul blog. Non era mai successo. E' che ho cambiato lavoro, pur rimanendo in Azienda. Ho la testa altrove e molto meno tempo a disposizione per me e per le mie passioni extra lavorative. Dopo un periodo di instabilità e di tensione tanto da arrivare a parlare di mobbing, la situazione si è tranquillizzata. Da un paio di settimane lavoro in provincia e non più in centro città a 5 minuti da casa; faccio il pendolare con circa 70 km da fare ogni giorno con spese a mio carico (naturalmente). Ma sto molto meglio adesso rispetto a prima. Altro ambiente, altra attività, altre facce. Lavorativamente sono tornato a fare ciò che facevo prima della lunghissima pausa dovuta a problemi di salute. In seguito a quel maledetto periodo di crisi ero stato messo a fare un lavoro da scrivania, comodo e "statico", ma assolutamente privo di interesse (per me). A questo si aggiunga l'insofferenza -reciproca- per il "capo". Il servizio commerciale si è trasformato da un gruppo amalgamato e coeso al servizio dei colleghi dei colleghi degli uffici della filiale in una centrale di smista-ordini addestrati a ringhiare a comando contro i malcapitati di turno. Il servizio commerciale dovrebbe invece lavorare con i colleghi e per i colleghi e non, invece, assomigliare a un domatore da circo armato di frusta e forcone. Io ho bisogno di stimare il mio capo. Se c'è la stima c'è tutto. La stima si deve fondare sulla competenza e sulla autorevolezza oltre che sul rispetto personale. Chi usa l'autoritarismo e l'arroganza per imporsi sugli altri non mi piace e non lo sopporto. Era una convivenza impossibile che non poteva durare. E infatti non è durata. Malsopportazione reciproca, del resto. Per non avere problemi in certi ambienti bisognerebbe essere degli yes-man (=leccaculo) che dicono sempre sì anche se pensano il contrario (ma fanno carriera...). E infatti alla prima occasione mi hanno fatto fuori: ubi maior, minor cessat.C'est la vie.
Stress da scrivania & computer...
L'occasione è venuta dalla ristrutturazione di tutto il servizio commerciale di filiale. Una vera rivoluzione che ha scontentato tutti e che ora sembra creare un sacco di problemi. Ma ciò che è lampante ed evidente troppo spesso in certi ambienti lavorativi non si dice o non si può dire; l'Azienda decide e dispone e tutti si devono adeguare, che piaccia o no.
Non è stato facile. Un tira-e-molla nervoso, qualche trattativa, molta tensione, terra bruciata tutto intorno, indifferenza di alcuni colleghi, molta solidarietà da altri... Ma alla fine posso solo dire che adesso va molto meglio di prima. Il pendolarismo è nulla in confronto all'ambiente e al clima da caserma di qualche giorno fa. Troppi soldatini addomesticati e troppi colonnelli strafottenti che pensano di poter trattare tutti i subalterni come merdine.

Adesso sono tornato sulla "strada", metaforicamente parlando. Nel senso che torno a fare un lavoro di contatto con i clienti. Fuori dall'ufficio, "per strada", appunto. Certo, è un lavoro faticoso, che tra spostamenti vari e tutto il resto mi sta portando via parecchio tempo. Che mi porta a fine giornata ad essere esausto e a vedere il fine settimana come un paradiso di relax. Ma a ben vedere sotto questo punto di vista lo stress e la stanchezza c'erano anche prima con il lavoro da scrivania. Di altra natura, con altre motivazioni, ma c'erano. Eccome. Con la differenza che adesso alla sera sono stanco ma soddisfatto e tranquillo, mentre fino a quindici giorni fa la rottura di balle e l'insoddisfazione erano una condizione fissa. Non poteva durare.
Quindi va bene così. Anzi, magari avessi cambiato prima...

domenica 19 febbraio 2012

Film visti. War horse ovvero "Salvate il soldato Joey"

War Horse
Regia: Steven Spielberg
Con: Jeremy Irvine- Peter Mullan- Emily Watson- Niels Arestrup

[Voto: 4 su 5]



Maledetto Spielberg. E' riuscito a farmi piangere come un vitellino da latte nella scena madre di questo suo ultimo film che, tanto per gradire, si è già intascato ben 6 nomination agli Oscar 2012. Chissà, forse è che sto invecchiando..., ma non mi era mai successo di "aprire i rubinetti" in questo modo.
Il film è tanto bello e di buoni sentimenti quanto ingenuo, infantile e trasparente nella sua concezione e impostazione. Forse perchè è tratto da un best seller per ragazzi (autore tale Michael Morpurgo a me -lo ammetto- totalmente sconosciuto) o perchè è il cinema stesso di Spielberg che ha questa dote innata di innocenza che gli consente di raccontare una storia drammatica e complessa (si parla di guerra e di morte) in maniera semplice e naturale come si farebbe con un bambino.
Nonostante il titolo possa trarre in inganno, War horse non è un film di guerra, bensì sulla guerra. Guerra che fa da sfondo a tutta la vicenda che ha come protagonista e filo conduttore il puledro purosangue Joey. Siamo nei giorni che precedono lo scoppio della I° Guerra mondiale, in Inghilterra. Joey è un puledro che cambia padrone e passa dalle dolci campagne del Devon alle cariche della reale cavalleria britannica contro le truppe nemiche austro-ungariche (scene da antologia girate da Spielberg...). Poi il destino del cavallino lo fa rimbalzare da due disertori prussiani ad un mite agricoltore francese e a sua nipote che non fanno a tempo ad affezionarsi che già Joey viene requisito per trainare cannoni nel fango delle zone di guerra fino alla morte per sfinimento. Destino mortale a cui si sottrae solo in virtù della sua forte fibra. Ma nella fuga finisce nella terra di nessuno tra i due eserciti che si fronteggiano da opposte trincee. E qui arriva la parte più bella del film, girata con tutta la maestria di Spielberg. Sono infatti le scene di battaglia le migliori del film e la drammaticità della storia di Joey assume toni epici proprio nella terra di nessuno, tra mine e filo spinato. Tuttavia la guerra e la sua aura di morte fanno sempre solo da sfondo del racconto, perchè il vero asse portante sono gli esseri umani e i loro sentimenti che il puledro Joey incontra lungo la sua strada. Da sottolineare che in questa operazione narrativa Spielberg riesce ad evitare il pericolo di umanizzare il puledro come sarebbe nel classico stile disneyano cinematografico. No, il cavallo rimane un cavallo e non sconfina in umanizzazioni imbarazzanti e banalizzanti.
Probabilmente War horse non è un capolavoro e non passerà alla storia come uno dei migliori film del Maestro Spielberg, ma rimane un gran bel film da godere ad occhi aperti, lasciandosi alle spalle opinioni e pregiudizi, per scoprire che anche tra i "cattivi" prussiani ci sono persone di buoni sentimenti e che nonostante la guerra anche due nemici possono fare amicizia e stringersi la mano. Sogni e utopie? Sì, forse, ma anche no. Perchè le storie di guerra, quella vera, raccontano anche tanti di questi episodi di varia umanità. 
Ma questo Spielberg di War horse è quello fenomenale della prima mezz'ora di Salvate il soldato Ryan, ovvero un Maestro. Uno che riesce a farti odiare la guerra con la sola forza espressiva che ha il cinema.

P.S.: in sala c'erano parecchie famiglie con bambini. Non so se questo sia proprio un film per bambini in senso stretto. Temo che possano annoiarsi perchè, come ho detto, il puledro Joey è trattato per quello che è, cioè un cavallo senza umanizzazioni furbe e ammiccanti.
Un episodio simpatico: come mia abitudine mi fermo a leggere i titoli di coda. Il pubblico intanto defluisce e lascia la sala. Passa accanto a me un bimbo di non più di 5-6 anni. Mi guarda perplesso e mi dice: "ehi signore, il film è finito, devi uscire!".

martedì 14 febbraio 2012

La retorica del pietismo

Ho trovato su facebook un post che ha attirato la mia attenzione. Una foto con un messaggio sinistro e minaccioso nascosto sotto una patina di buonismo. Una specie di minaccia per nulla velata. Lì per lì sono rimasto perplesso perchè c'era qualcosa che mi sfuggiva. Come un senso di disorientamento. Poi ho realizzato.


Vorrei che la pietà per i cani abbandonati si ritrovasse prepotentemente anche nei confronti degli esseri umani che vivono e muoiono per strada. Pare invece che per gli uomini non si usi lo stesso metro di caritatevole pietà... Quanta gente è morta in Italia e in Europa con l'ondata di freddo di questi giorni? Non ho mica visto post su facebook a questo proposito..... Qualcuno mi spieghi se fa più pena un cane al freddo piuttosto che un barbone per strada. Perchè devo leggere messaggi di questo tipo mentre per tanti esseri umani che muoiono di fame e di freddo, ma anche di caldo o di disagi e di malattie di ogni tipo pare quasi che regni l'indifferenza più assoluta? Esiste una priorità nell'umana pietà e nel senso di carità? Pietà per pietà, randagio per randagio, viene prima un uomo o un cane?

P.S.: naturalmente do per scontato che un padrone che abbandona il suo cane è una carogna. Il punto è un altro e spero di averlo espresso chiaramente senza fraintendimenti. Lo dico da "padrone" di un cane.

domenica 12 febbraio 2012

Libri. L' "Uselanda", la "Stopina", il "Biglia" e altre storie...

Una finestra vistalago
di Andrea Vitali


Sì, ancora Andrea Vitali, ancora Bellano e ancora il lago di Como. Difficile farne a meno finchè ci sarà ancora qualche romanzo da leggere e finchè l'autore conserverà la sua felicissima vena.
Questa volta la storia si avvicina nel tempo, trattandosi principalmente di vicende degli anni 60-70 e prende spunto da un'omonimia diffusa, cosa molto frequente specie nei piccoli centri dove è facile trovare diverse persone pur (apparentemente...)  non imparentate tra loro con lo stesso cognome e addirittura con lo stesso nome di battesimo.
A Bellano gli Arrigoni Giuseppe si sprecano ed è fatale che qualche equivoco ci scappi. Tradimenti, figli indesiderati, matrimoni quasi riparatori, politica e amore si intrecciano in un paese che dagli anni venti agli anni settanta ne vede di cambiamenti, ma resta pur sempre un paese sulle rive del lago di Como. Come la stessa Italia che  negli stessi anni attraversa cambiamenti epocali, ma resta pur sempre una nazione con una base culturale popolare e provinciale alle prese con i piccoli grandi problemi di sempre.
Ancora una volta la grande maestria di Andrea Vitali è quella di riuscire ad intrecciare le vicende del paese-Bellano e del paese-Italia con le storie personali dei suoi personaggi. Ed è così, per esempio, che ci parla dell'alluvione in Polesine o della nascita e affermazione fuggevole del vecchio PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria... gli ultra cinquantenni come me forse se lo ricorderanno) da una costola del vecchio PCI (Partito Comunista Italiano), cogliendo lo spunto dalle diatribe personali e dalla voglia di affermazione dell'operaio del locale cotonificio o del medico condotto. Accanto al canovaccio principale Vitali innesta con altrettanta maestria e inventiva tanti personaggi di contorno che sono dei veri e propri camei. Preziose chicche come il Biglia chiamato così per quel suo occhio di vetro, l'Uselanda che fa il mestiere ed sospettata di diffondere il temuto "mal francese", o la Stopina, la vecchietta sempre moribonda che non si decide a mai ad esalare l'ultimo respiro... Piccole storie per raccontare una grande storia, quella dell'Italia che negli anni 50 usciva dalla guerra e si avventurava su un percorso lungo e difficile che porta fino ai giorni nostri. Il libro, ed è questo uno dei pregi maggiori,  finisce quindi per essere anche un pezzo di storia d'Italia osservata da una finestra vistalago...
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sabato 11 febbraio 2012

Film visti. "Buona la prima", ma non la seconda...

BENVENUTI AL NORD
Regia di Luca Miniero
Con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Valentina Lodovini.

Voto: 1 su 5


Immancabile il sequel del fortunato e divertente Benvenuti al sud. Ma come prevedibile, non all'altezza del precedente. Poche idee nuove, storia pressochè inesistente, serie di scketch tenuti insieme con il bostik che non sempre strappano il sorriso. Parti secondarie alle due mogli dei protagonisti (Finocchiaro e Lodovini), ed è un peccato perchè nel precedente episodio erano forse tra i personaggi più riusciti del gruppo. La Finocchiario si esibisce anche in una particina strepitosa impersonando la suocera di Bisio che considera terronia tutta la periferia sud di Milano.... Divertente Paolo Rossi,  ma tremendamende vicino alla demenziale realtà aziendale, che porta sullo schermo un alto dirigente di Poste Italiane con manie di innovazione e ottimizzazione del lavoro dei dipendenti. Un progetto rivoluzionario che è tutto un programma: E.R.P.E.S........!!!

Ma scketch cabarettistici a parte, del film non rimane granchè. Pensate che il film arriva ad autocitarsi con qualche scena della precedente pellicola. Peggio di così.....

lunedì 6 febbraio 2012

Guzzi California 1400 e Aprilia Caponord 1200... per sognare

Sono state presentate in anteprima le nuove proposte del gruppo Piaggio durante la convention di Montecarlo, riservata ai concessionari della casa. Si tratta della nuova endurona stradale marcata Aprilia -la Caponord 1200- e della inedita Moto Guzzi California 1400.
Nuova Aprila Caponord 1200 (bellissima!)
Note tecniche lette qua e là (rivista specializzata "Dueruote"...): L'Aprilia Caponord 1200 – in base alle prime immagini divulgate – sembra sviluppata sulla base tecnica della Dorsoduro 1200 da cui riprende il telaio misto (a traliccio e piastre fuse), le sospensioni e i cerchi da 17". Il look è chiaramente improntato alle sportive di casa, soprattutto per quello che riguarda il frontale. Evidente la principale destinazione stradale di questa on-off e l'attitudine turistica: la sella è molto ampia, le maniglie del passeggero sono integrate nella struttura del portapacchi e nel codino sono visibile gli attacchi per le borse dedicate. Non mancano i paramani e il parabrezza regolabile.
Nuova Guzzi California 1400 (fascinosa...)
L'altra novità è la Moto Guzzi California 1400. Il look è davvero appariscente grazie a scelte coraggiose e dettagli di stile: spiccano i cerchi, la silhouette bassa e lunga, la sella monoposto e il doppio ammortizzatore a gas. Gli indicatori di direzione posteriori sono integrati nel parafango. Il motore è cresciuto di cilindrata anche se il basamento appare parente stretto di quello già esistente.

Considerazioni da appassionato motociclista. Finalmente qualcosa si muove. Finalmente Piaggio tira fuori qualche novità in un panorama italiano ormai asfittico e subalterno a tedeschi e giapponesi. Ma ci voleva tanto? E' da anni che da Aprila ci si aspettava una nuova endurona stradale senxza mai concretizzare niente di niente. OK, sono rivisitazioni di modelli già esistenti, nulla di veramente nuovo sotto il sole, ma almeno arriva un segnale di vita... E' mai possibile che il gruppo Piaggio riesca a produrre solo scooter e ciclomotori per girare in città o sulle tangenziali? E le moto, quelle vere, con la M maiuscola e un'anima fatta per viaggiare e girare il mondo?

Ho ancora un sassolino da sfilarmi dalla scarpa. Se si provano a leggere i primi commenti dei lettori delle riviste specializzate balzeranno agli occhi le stroncature a nastro dei due modelli. Le due novità sono ritenute brutte e inguardabili. D'accordo che i gusti son gusti (de gustibus non disputandum est...), ma questi giudizi così lapidari puzzano di "moda" e conformismo lontano un miglio. Anzi direi che odorano di preconcetti e asservimento mentale all'industria estera e tedesca in particolare. Infatti il termine di paragone è la solita BMW. Qualunque cosa che immette sul mercato la casa bavarese è il non plus ultra della bellezza estetica e della perfezione tecnologica. Ma è davvero così?
Maxi Scooter BMW 650 GT (bruttissima!)
Date un'occhiata al nuovo maxi scooter della BMW. Vi sembra bello esteticamente? Elegante, filante, seducente? A me no. Tutt'altro. Linee pesanti, goffe e panciute. Ma siccome è BMW nessuno osa dire nulla e tutti i commenti sono allineati e coperti a glorificare il genio tedesco. Al contrario tutto ciò che è italiano è da buttare. Sarebbe ora di finirla col distruggere per partito preso i prodotti di casa nostra e santificare i tedeschi qualunque cosa facciano.Qui accanto ci sono le foto dei tre veicoli citati. A voi il giudizio estetico. Quello di guida è impossibile perchè sui tratta di anteprime e i tre modelli non sono ancora in commercio.

domenica 5 febbraio 2012

Neve a Roma: si salvi chi può!

Il Foro romano sotto la neve

Sembra una barzelletta, ma è la (triste) realtà romana (e italiana). A Roma, caput mundi, nevica e la città va in tilt. Collasso completo e totale. Traffico bloccato, uffici chiusi, scuole sbarrate, studenti a casa. Catastrofe ambientale? Emergenza atomica, invasione aliena? No, semplicemente nevica, governo ladro!
Obbligo delle catene da neve e delle gomme termiche (ma dalla Toscana in giù pare che non sappiano nemmeno cosa siano...). Chiusi uffici pubblici e scuole. Corse degli autobus, soprattutto nella zona nord della capitale, ridotte del 75%. Taxi introvabili. Solo il servizio della Metro A e B funziona regolarmente. Roma ieri si è svegliata sotto una coltre di neve di almeno 10 centimetri (!!!), con zone che hanno abbondantemente superato i livelli della storica nevicata del 1985. Venerdi la capitale aveva solo assaggiato un anticipo la perturbazione siberiana, con alcune zone praticamente sgombre di neve e altre appena imbiancate (Eur, Roma sud). Il traffico cittadino ne ha comunque risentito, soprattutto lungo l’intero anello del Raccordo Anulare, la Tangenziale Est e il centro cittadino. Nella notte, la situazione è peggiorata con l'accentuarsi della nevicata. Roba da 10-15 cm. ma sufficiente a creare gli sconquassi ormai ben noti. E qui comincia la barzelletta.
Il sindaco Alemanno non trova di meglio che prendersela con il meteo che a suo parere non era abbastanza esplicito nel prevedere le nevicate che hanno messo in ginocchio la capitale.Non è nemmeno sfiorato dall'ipotesi che la sua amministrazione, l'apparato municipale, chi di dovere sia inadeguato o impreparato o semplicemente si sia sottovalutata la situazione. No, la colpa è sempre di qualcun altro (in Italia in generale, figuriamoci a Roma).
Metri e metri di neve hanno sepolto la città "eterna"?? No, macchè. Una quindicina di centimetri. Sì, appena una quindicina di centimetri hanno bloccato e mandato in tilt una metropoli di milioni di abitanti; non in qualche paese del terzo mondo africano, ma nell'Italia di oggi, che è una delle grandi nazioni-guida dell'Occidente.
Ovviamente se nevica la colpa deve essere necessariamente di qualcuno. Il sindaco Alemanno ha pensato bene di cercare lo scaricabarile nella struttura della Protezione civile, accusandola di non aver dato l'allarme in modo adeguato. Peccato che da giorni e giorni tutti gli organi di informazione italiani stessero martellando l'opinione pubblica dell'imminente avvicinarsi del maltempo, delle nevicate e delle temperature polari senza precedenti. L'Italia intera da giorni e giorni non parla d'altro; le news di radio, tv e giornali, le chiacchiere dell'uomo comune sul freddo boia che attanaglia la penisola hanno preso il sopravvento sulle proteste dei tir e dei taxisti, sullo spread e sulla politica, ma l'Alemanno per preoccuparsi seriamente del maltempo a Roma aspettava chissà quale comunicazione speciale ed esclusiva diretta alla sua augusta persona. Bastava mettere il naso fuori dalla finestra e volgere lo sguardo al cielo. Si sarebbe accorto che faceva freddo e l'aria chiamava neve. A casa mia si chiama buon senso, previdenza, esperienza, saggezza... al Campidoglio di Roma per pensare che possa nevicare aspettano la velina dalla Protezione civile. Che pure il suo comunicato di avviso di maltempo e perturbazione in arrivo l'ha anche fatto. Ma non come sarebbe piaciuto ad Alemanno che evidentemente voleva in allegato al bollettino meteo anche un campione fisico da toccare con mano di quello strano materiale freddo e impalpabile di colore bianco che al caldo si scioglie, volgarmente chiamato "neve".
Non c'è molto altro da aggiungere. S.P.Q.R. = Sono Pazzi Questi Romani (il sindaco e gli amministratori comunali, non i cittadini loro vittime...).

domenica 29 gennaio 2012

Film visti. Sbrirri, bastardi e fratelli

ACAB - All Cops Are Bastards

Regia di Stefano Sollima.
Con  Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti.

[Voto: 3,5 su 5]
 
 
Fino a ieri, per me Acab (o Achab o Ahab nelle varie forme grafiche), è sempre stato solo un personaggio letterario, creato da Hermann Melville nel romanzo Moby Dick. E' il capitano della baleniera Pequod, ha armato la nave e issato la vela unicamente per dare la caccia al mostruoso cetaceo (la balena bianca) che gli ha strappato la gamba e lo ha reso storpio. Un uomo che combatte a modo suo il male. Una guerra personale senza esclusione di colpi. Se vogliamo, anche il film tratto dall'omonimo libro di Carlo Bonini, scrittore e giornalista del quotidiano “la Repubblica”, parla di una lotta senza quartiere contro un nemico che è o potrebbe essere ovunque, fino al punto di diventare un'ossessione e un Moloch devastante. A combattere questa guerra mitologica sono dei poliziotti del reparto Celere e un mondo intero di irregolari, tutta gente border line, composto da delinquenti di ogni tipo e razza. Ma andiamo con ordine.
Che film! Denso di contenuti, di storia e di storie, di personaggi, di situazioni, di drammi. Certamente da non prendere a cuor leggero, tipo filmetto domenicale. Ma ne vale la pena, perchè ci offre un punto di vista delle cose e dei fatti insolito, al quale spesso non badiamo proprio. Quello dei poliziotti.
Lo so che di poliziotti al cinema se ne vedono bizzeffe, di buoni, di cattivi, di onesti, di corrotti, di eroici e di felloni. Ma il fatto è che sono tutti o quasi personaggi americani o genericamente stranieri. Gli sbirri di cui il regista Sollima ci mostra la vita quotidiana sono assolutamente italiani. Non cops, ma sbirri. Poliziotti della Celere, ma potrebbero essere Carabinieri o appartenenti ad altri corpi o ad altre armi. Sono italiani e filtrano il vissuto quotidiano con la testa e il cuore di noi italiani, non degli americani di New York o di Los Angeles di cui francamente abbiamo le tasche piene.
Cobra, Negro e Mazinga sono celerini. Fanno servizio di ordine pubblico. Vivono in strada. Rischiano la pelle ogni giorno. Le prendono e le danno in egual misura. Usano soprannomi perchè creano un rapporto più intimo e più stretto dei nomi di persona. Si considerano "fratelli" perchè l'essere colleghi o amici non è abbastanza. Il legame che li unisce va oltre l'amicizia. Il perchè lo spiega uno di loro, il celerino Cobra, interpretato dal sempre più bravo Pierfrancesco Favino. "Quando si vive in strada per servizio, tra spacciatori e ultras violenti, tra teste rasate e naziskin o black blok, tra delinquenti di ogni tipo e la violenza è il tuo pane quotidiano, quando ti prendi gli sputi addosso senza reagire, perchè un bravo celerino non reagisce ma mantiene la calma, quando sei solo contro tutti, ti rimangono solo i "fratelli", poliziotti come te che vivono e soffrono come te. Non hai nessun altro su cui contare, solo loro, i fratelli". Un atto d'accusa forte e chiaro da parte di chi non si sente tutelato nel suo "sporco" mestiere di poliziotto da strada. Il problema è che questi poliziotti vivono la violenza, sono in grado anche di gestirla e controllarla. Ma finiscono col drogarsi di quella stessa violenza. Se ne inebriano e la vivono come amministrazione di una giustizia privata, assoluta e insindacabile che tiene poco o nulla in conto la legge. Quella con la "L" maiuscola, dello Stato, preferendole quella della strada, vissuta tutti i giorni fianco a fianco con i fratelli. E allora sono botte, prepotenze, vendette personali e tutto diventa una sorta di giustizia sommaria, in cui il giudice e il giustiziere sono un tutt'uno. Sono loro. I fratelli.
La linea di demarcazione fissata dall'uso della violenza, tra abuso e legittimità, è labile e sottile. Spesso finisce per confondersi, diventa evanescente e altrettanto spesso finisce per cancellarsi e scomparire. Ecco che allora la pratica quotidiana della violenza legittima perchè praticata dalle forze dell'ordine in caso di necessità, diventa abusiva e abituale, finendo con la degenerazione incontrollata, perchè i "fratelli" si arrogano il diritto, che alla lunga diventa un dovere, di amministrare la loro giustizia a prescindere da quello dello Stato che la loro divisa rappresenta.
Questa comunanza di vite e di anime diventa un simulacro che finisce per sostituirsi alle loro famiglie, inesistenti o distrutte che siano. Abbandoni, incomprensioni, separazioni sono la loro realtà familiare quotidiana. La vita privata, gli affetti i punti di riferimento tradizionali sono letteralmente un disastro e anche i primi a saltare. Mogli, figli, madri passano in secondo piano, sacrificati per chi o per cosa?. Per i "fratelli" prima di tutto e per la voglia di farsi giustizia da sè.
La vicenda del film è circostanziata da riferimenti storici e di cronaca precisi. L'irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, l'omicidio del poliziotto Raciti a Catania, del tifoso laziale Sandri sono tappe dolorose della storia più recente d'Italia che vedono come protagonisti o vittime i poliziotti. Nel bene e nel male loro ci sono sempre in mezzo. Sono e si sentono dei guerrieri in armi e come tali sono raffigurati in un dipinto all'interno della caserma dove sono di stanza a Roma. Guerrieri che sono pronti a immolarsi, ma non senza aver prima venduto cara la pelle.
L'epilogo del film, se vogliamo, è ancora più amaro, perchè nella sostanza allontana quell'idea di redenzione che ci si aspetta di cogliere prima o poi. Il pregio del film, ma se vogliamo anche il suo limite, è che non giudica i personaggi e la vicenda, ma si limita a metterli in mostra. Come spettatore, più volte durante la visione del film mi sarei aspettato una presa di posizione netta. Invece Sollima sceglie di restare alla finestra e di limitarsi a offrire il tema. Giusto o sbagliato che sia, le conclusioni e i giudizi li lascia a noi.
Ottimi gli interpreti che devono aver fatto un lungo e approfondito lavoro di preparazione per assimilare le tecniche e i movimenti dei veri celerini negli scontri di piazza.  Bella e adrenalinica la colonna sonora.

sabato 28 gennaio 2012

Film visti. La solita mission impossible


Mission impossible IV - Protocollo fantasma
Regia di Brad Bird.
Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Paula Patton, Michael Nyqvist.

[Voto 2 su 5]



Paula Patton

Ormai Ethan Hunt e la serie di Mission impossible sono un doppione in tutto e per tutto di James Bond&007. Anzi, probabilmente non è azzardato ipotizzare un sorpasso in termini di spettacolarità. Anche l'impianto narrativo è molto simile. Si incomincia con l'epilogo di una missione per poi passare a quella nuova che terrà banco per tutto il fil. La bellona a fianco del super agente è sempre di una bellezza mozzafiato; il cattivone di turno ha sempre un'infaticabile propensione a distruggere il mondo; la spericolatezza delle scene d'azione è ben oltre la più fantasiosa verosimiglianza, le strumentazioni avvenieristiche a disposizione dei protagonisti sono stufecacenti e spettacolari. Insomma ormai il copione è ben noto e, diciamolo, piuttosto ripetitivo. Tuttavia per gli amanti del genere rimane sempre un appuntamento da non perdere. Salvo poi essere dimenticato, appena fuori dal cinema.

Halle Berry
Non fa eccezione questa quarta puntata della mission intitolata Protocollo fantasma. L'unica particolarità veramente degna di nota è la statuaria bellezza della co-protagonista Paula Patton che tuttavia non riesce ad essere seducente quanto la somigliantissima ma inarrivabile Halle Berry.
Una curiosità: il cattivo di turno che vuole distrugggere il mondo è impersonato dall'attore svedese Michael Nyqvist, visto nei panni di Mickael Blonqvist nella trilogia di Millennium tratta dai romanzi di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne e successivi). Una faccia troppo poco cattiva per essere credibile nelle vesti di aspirante distruttore del mondo. Molto meglio nella parte di giornalista virtuoso.
Detto questo, detto tutto. Buon divertimento.

Scampato pericolo, Celentano andrà a Sanremo...

L'Italia tutta tira un sospiro di sollievo. Tutti ormai ci arrovellevamo con l'interrogativo del momento: Celentano va a Sanremo oppure no? Certo, non come cantante (che sarebbe il suo mestiere), ma come arringatore di folle oceaniche. L'eroico "molleggiato" riuscirà a diffondere il suo sacro verbo urbi et orbi dal palcoscenico dell'Ariston (pause di silenzio comprese)? O sarà vittima della bieca persecuzione censoria della Rai che non lascia spazio ai liberi pensatori, ai cervelli più illuminati, ai portatori di idee nuove e rivoluzionarie tali da oscurare i più grandi geni del pensiero contemporanei.
Ebbene, dopo tanta maretta, dopo tanta suspence che ha fatto trattenere il fiato a tutta Italia, il caso è chiuso. Il contratto sarebbe stato finalmente firmato, nero su bianco. E nella direzione in cui voleva Celentano.
Evviva! L'Adriano nazional-popolare potrà dunque intervenire come ospite al Festival, parlare a ruota libera, ma -che sia chiaro- pur sempre nel rispetto della legge e del codice etico della Rai. Senza peraltro essere interrotto da qualsivoglia pubblicità, almeno per quanto concernerà il suo primo intervento. Il tutto per soli 750.000 euro complessivi. Una pipa di tabacco, un cachet simbolico, un obolo o poco più, a ben vedere...  Grazie Adriano...!

P.S.: ma ricordo male o il festival di Sanremo è una rassegna canora nella quale si esibiscono cantanti e si ascoltano canzoni piuttosto che una tribuna filosofica per liberi pensatori "de noantri"?

martedì 24 gennaio 2012

Razzismo "alla tedesca" sul naufragio Concordia

Mano sul cuore e con la massima sincerità. Ma vi sorprendereste tanto se a questo punto della vicenda del naufragio della Costa Concordia non saltasse fuori il solito imbecille razzista tedesco che non perde occasione per spargere fango sugli italiani e sull'Italia? La tragedia del transatlantico Concordia di Costa Crociere offre un'occasione d'oro a quella frangia ottusa e idiota della stampa tedesca, nella fattispecie Spiegel on line, che coglie al volo l'occasione offerta su un piatto d'argento per sputare veleno razzista. A dimostrazione che i fantasmi del passato nazista aleggiano sempre imperterriti sui cieli di Berlino e che qualche pennivendolo disposto a sciacquarsi la bocca con gli italiani lo si trova sempre.
Ecco, in buona sintesi, le considerazioni del giornalista dello Spiegel, tale Jan Fleischhauer, non raro esempio di presuntuosa imbecillità teutonica (sunto e traduzione da La Repubblica online di oggi):

"Mano sul cuore, ma vi sorprendete che il capitano fosse un italiano? Vi potete immaginare che manovre del genere e poi l'abbandono della nave vengano decise da un capitano tedesco o britannico?". Fleischhauer continua: "Conosciamo tipi del genere dalle vacanze al mare, maschi bravi con grandi gesti, capaci di parlare con le dita e con le mani, in principio gente incapace di fare del male, ma bisognerebbe tenerli lontani da macchinari pesanti e sensibili, come si vede. 'Bella figura', è lo sport popolare di massa italiano, cioè impressionare gli altri, anche Schettino voleva fare bella figura, purtroppo ha trovato uno scoglio sulla sua strada".

Non è finita: l'editorialista di Spiegel online riconosce di aver scritto frasi politicamente scorrette, basate su stereotipi, sul razzismo, "sebbene -aggiunge però- non sia chiaro in che misura gli italiani siano una razza". Il carattere nazionale, continua Fleischhauer  carezzando forse involontariamente idee di passati regimi, è qualcosa di simile alla differenza di comportamento provocata dalla differenza tra i due sessi. E ancora: le nazioni sono diverse, per motivi climatici, e anche le lingue hanno il loro ruolo. Diciamo la verità, argomentazioni del genere non starebbero bene in bocca al nazista Joseph Goebbels? L'editorialista di Spiegel online ce lo spiega chiaro: "Quel che può succedere quando per motivi politici si ignora la psicologia dei popoli, ce lo mostra la crisi della valuta". Insomma un gran minestrone in cui ogni ingrediente è buono per gettare fango sugli italiani.
Jan Fleischhauer
Peccato che herr Fleischhauer si dimentichi o finga di dimenticarsi che la riunificazione tedesca fu finanziata dal resto d'Europa, perché i costi del risanamento della Germania Est in bancarotta erano stratosferici e la Germania occidentale da sola non ce l'avrebbe mai fatta. Peccato anche che non menzioni il dopoguerra: la Germania ovest risorse dalle rovine in cui la guerra iniziata da Hitler l'aveva ridotta perché gli Stati Uniti d'America e il Regno Unito spesero miliardi e miliardi col Piano Marshall per la sua ricostruzione materiale, industriale ed economica. Come a dire che l'intreccio della storia delle nazioni e dei popoli è talmente intricato e interconnesso che non è legittimamente possibile fare assurdi distinguo tra buoni e cattivi, tra razze elette e razze inferiori, tra popoli e paesi. A meno di non usare una chiave di lettura preconcettualmente razzista, come purtroppo è evidente nel caso dello Spiegel.
Ma, si sa, la memoria storica è labile ed evanescente, specie quando a parlare è il linguaggio del razzismo intollerante e dei pregiudizi.
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Nota aggiunta a posteriori: ho ricevuto, ma non pubblicato, molti commenti furibondi sull'argomento di questo post. Non li ho pubblicati perchè cadevano nello stesso fatale errore dello Spiegel: generalizzavano in maniera assolutamente gratuita associando l'infelice articolo del giornalista a tutto il popolo tedesco. E' il solito ritornello: il comandante  che fa naufragio e abbandona la nave è italiano e dunque tutti gli italiani sono inetti e codardi come lui; il giornalista tedesco scrive corbellerie e dunque tutti i tedeschi sono razzisti. No, non ci sto. Questi commenti non sono accettabili e ammissibili e dunque non li pubblico. Astenetevi dal postarne di simili, grazie.

lunedì 23 gennaio 2012

Daria e le sue Invasioni barbariche

E' ricominciato «Le invasioni barbariche» (La7, il venerdì, ore 21.30 circa), il talk show condotto da Daria Bignardi. Un programma ormai collaudato e pennellato sulla sua conduttrice, giornalista e scrittrice di un certo successo (vedi le recensioni dei suoi due libri su questo blog). Costruito sulle interviste di Daria agli ospiti di turno, riesce ad essere quasi sempre leggero ma non frivolo, profondo senza approfondire eccessivamente, interessante senza essere verboso e noioso. Mica male. Merito, a mio avviso, della conduttrice che mantiene un profilo discreto ma al tempo stesso molto personale. Elegante ed efficace.
Daria Bignardi mi piace. Sia come donna che come giornalista/scrittrice. Riesce infatti a proporsi coniugando l'essere una donna interessante e piacevole di aspetto, con l'essere una giornalista intelligente, preparata e professionale. Il tutto senza mai strillare o cercando una visibilità ad effetto. Non è cosa di tutti i giorni nel panorama televisivo nazionale.
Se c'è un appunto da fare al programma, direi che Le invasioni barbariche è troppo lungo. Darei una maggior concisione a tutto, riducendo il numero degli ospiti e di conseguenza il numero delle interviste. Escluderei il dibattito a più voci, privilegiando invece il testa a testa. Un'ora o poco più, due o tre interviste e poi stop. Lasciare il telespettatore con l'acquolina in bocca invece di stremarlo con tre ore di trasmissione. Tuttavia "Le invasioni" di Daria su La7 rimangono una delle cose più interessanti e apprezzabili della nostra tv generalista.

Libri. Scerbanenco, scrittore d'altri tempi



Lo scandalo dell'osservatorio astronomico
di Giorgio Scerbanenco










E' il secondo libro di Scerbanenco che leggo, entrambi dedicati alla figura del poliziotto Jelling. Poliziotto sì, ma sui generis, perchè in realtà è un semplice archivista promosso al ruolo di investigatore per meriti conquistati sul campo. In "Nessuno è colpevole" avevamo imparato a conoscere questo personaggio anomalo nel panorama dei poliziotti made in Usa. Timido, introverso, riservato, ben educato, decisamente fuori dai clichè abituali del "cop" americano tradizionale. Si tratta, come per il precedente libro, di una pubblicazione postuma (l'autore è scomparso alla fine degli anni 60), frutto dell'ostinato lavoro di ricerca della figlia di Scerbanenco, Cecilia, che in omaggio alla figura del padre, lo ha riesumato e dato di recente alle stampe di Sellerio.
Si tratta di un classico esempio di letteratura noir d'antan. Senza cedimenti ad eccessi violenti o sanguinolenti, tutto giocato sul filo dell'intuizione e della deduzione logica dell'investigatore. Un gioco di incastri sottile ed appassionante che, è bene dirlo, può sembrare stucchevole se paragonato agli standard attuali. Ma che ha una sua cifra inconfondibile, come inconfondibile è anche lo stile letterario di Scerbanenco, con quell'uso della prosa tipica degli anni 50-60, arcaica se vogliamo, ma tanto elegante e raffinata. A cominciare dall'uso dei pronomi personali (al giorno d'oggi in disgrazia), di certi vocaboli ormai desueti ma anche tanto eleganti, della vecchia e fascinosa consuetudine di italianizzare i nomi di battesimo dei protagionisti stranieri. E' come andare a vedere un vecchio film noir in bianco e nero e lasciarsi trasportare dalle voci di quei doppiatori di una volta, tanto care e tanto apprezzate.

domenica 15 gennaio 2012

Costa Concordia, una metafora tutta italiana

Questa immagine del transatlantico Costa Concordia ha fatto il giro del mondo. Una fotografia come sempre riesce a dire molto di più delle semplici immagini che riporta. Si vede la nave reclinata su un lato semi affondata. Ad un passo dalla terraferma. Parzialmente affondata, se non fosse per il basso fondale, altrimenti si sarebbe inabissata del tutto e definitivamente. E con essa i suoi passeggeri. Oltre 4.000, comprendendo l'equipaggio. Una cifra immane. L'equivalente di un intero paese di una qualsiasi delle province italiane. Le cronache raccontano del comandante, arrestato per negligenza, imperizia e abbandono della nave, si sia giustificato dicendo che gli scogli non erano segnati sulle carte nautiche. Saranno affiorati nella notte o il giorno prima? Non sarà sfuggito ai più che tra le accuse vi sia anche l'abbandono della nave.  Alla faccia del classico "il capitano è sempre l'ultimo ad abbandonare la nave...". Roba d'altri tempi o leggende marinare che si perdono nella notte dei tempi, quando ancora esisteva un codice del mare che era soprattutto un codice d'onore. L'onore è ormai cosa rara, più facile da trovare su un dizionario che vederlo come carattere distintivo di uomini e donne.

Si sono sprecati i riferimenti al Titanic, facile e scontato paragone. Invece trovo che questo drammatico naufragio sia una metafora assolutamente calzante e pertinente della nostra Italia. Che si trova ad un passo dal colare a picco a causa dell'imperizia e incompetenza dei propri governanti, prima ancora della crisi economica. Già, perchè lo scoglio su cui si è incagliata la Costa Concordia era lì da sempre, era conosciuto e segnalato, checchè ne dica il comandante fedifrago e fellone. Proprio come la crisi che aleggiava nell'aria e sui mercati mondiali da anni. Tutti sapevano dei rischi della crisi incombente, in molti sono corsi ai ripari per tempo predisponendo adeguate contromisure. Altri invece hanno continuato a frequentare i saloni delle feste. Infatti ci sono navi che, ben guidate da comandanti competenti e responsabili, riescono ad evitare gli scogli pur continuando la navigazione. Con cambi di rotta, manovre di timone, uso di apparecchiature e tecnologie adeguate. Ma se il manico funziona a dovere, la nave continua comunque la sua rotta verso la meta senza essere sventrata dagli scogli. Esattamente il contrario di quanto invece è successo all'Isola del Giglio. E come -ahinoi- è successo al transatlantico Italia, la nave dove siamo imbarcati tutti noi, che è stata portata alla rovina dal manovratore-comandante-timoniere che l'ha condotta negli ultimi 20 anni. Troppo occupato a far baldoria nel salone delle feste invece di stare in cabina di comando...

Quella impietosa fotografia della grande, bellissima, superteconologica nave da crociera reclinata  e semiaffondata è in realtà l'immagine dell'Italia di oggi, a cui il cambio del comandante ha prodotto l'effetto di aver rallentato e, si spera, fermato l'inabissamento di quella grande barca che è l'Italia. Una barca dalle grandi e sofisticate potenzialità, una delle migliori al mondo, ma condotta e governata da una ciurma di incapaci intrallazzatori troppo intenti a seguire i propri affari e il loro tornaconto personale per preoccuparsi di quisquiglie come gli scogli affioranti dal mare... La metafora si completa con la vicinanza della terraferma, ovvero della salvezza. Non tutta l'Europa è affondata, ci sono paesi virtuosi con governanti all'altezza che hanno rallentato la navigazione, hanno manovrato e cambiato la rotta per evitare gli scogli. Sono la terraferma dell'Italia, è l'Europa, a cui guardare per salvarsi. E da cui imparare per il futuro.

sabato 14 gennaio 2012

Film visti. George e Karla, la strana coppia di spie

La talpa
Regia: Tomas Alfredson
Con:  Gary Oldman, John Hurt, Toby Jones, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong.

[Voto: 2,5 su 5]


Titoli di coda, le luci in sala si accendono, il pubblico defluisce. Mi guardo intorno, guardo mia figlia (che bello andare al cinema con i figli grandi...). Vedo facce impenetrabili, espressioni serie e pensose, nessuno parla, nessuno sorride, tutti o quasi a testa china intenti a recuperare giacconi e cappotti. In genere è immediato e istintivo guardarsi negli occhi e scambiare qualche sguardo di intesa per dirsi se il film è piaciuto, se si è soddisfatti o annoiati. Nessuno si azzarda a fare o dire nulla per paura che scatti la domanda fatidica: "Ma ci hai capito qualcosa"? Perchè il problema è proprio questo: il film nel complesso è ben fatto, ottimamente recitato, con una ricostruzione storica e ambientale accurata. Ma la trama è di un complicato diabolico, intricatissima, non si capisce una beneamata mazza. Già dalle prime scene appare evidente la difficoltà a seguire fatti, personaggi e situazioni. La ricerca di una chiave di lettura e di interpretazione per delineare al più presto la vicenda è vana e naufraga miseramente di fronte ad un tourbillion di facce, di luoghi, di scene che cambiano in rapida sequenza. Sono riuscito ad associare i nomi dei protagonisti, spesso indicati con nomignoli convenzionali oltre che con i loro veri nomi, solo dopo una buona mezz'ora. Oltre a ciò si aggiunga una certa lentezza narrativa e il gioco è fatto. Il risultato è una certa irritazione di fronte al dipanarsi della trama che come spettatore si subisce invece di parteciparvi, con una fastidiosa sensazione di impotenza.

Dicevo degli attori. Tutti veramente molto bravi e credibili. Ciascuno con una sua fisionomia ben delineata e individuabile. Bella anche l'atmosfera da piena guerra fredda che riesce a trasmettere l'insicurezza di come niente sia come sembra o potenzialmente tutto sia una minaccia incombente. La spietatezza della guerra di spie si intuisce più che vedersi, salvo un paio di scene alquato truci e sanguinolente. Ma siamo abituati a ben di peggio. Alla fine la caccia alla talpa sovietica infiltrata nei servizi di intelligence britannici si risolve in un duello a distanza che affonda le sue radici nel tempo tra George Smiley/Gary Oldman e Karla, che a dispetto del nome non è una donna, bensì un pericoloso e spietato agente sovietico (non si vede mai in faccia...). MI6 contro KGB, con la Cia americana a fare da sfondo. Storia di altri tempi, si dirà. Ma è proprio così oppure sotto altri nomi e con altri scenari e altri protagonisti questa lotta tra poteri economici e militari si perpetua tuttora in segreto?  George e Karla sono i veri protagonisti della vicenda perchè l'inglese mira a scoprire l'identità della talpa infiltrata da Karla e nel corso della storia si scopre che tra i due in passato c'era stato un contatto diretto, sebbene nessuno dei due sapesse chi fosse in realtà l'altro o chi sarebbe diventato nel prosieguo di carriera. Due vecchi nemici che si fronteggiano dagli opposti schieramenti, con sacrificio personale che li coinvolge direttamente in prima persona.
Non dirò nulla, ovviamente, dell'esito della caccia alla talpa. Ci mancherebbe altro che in un film così diabolicamente complicato da seguire si riveli anche il finale... Sarebbe davvero troppo!

giovedì 12 gennaio 2012

Mobbing

E' una bruttissima esperienza il mobbing. Lo dico con cognizione di causa, perchè lo sto verificando sulla mia pelle in questi giorni.
E' subdolo e sfacciato al tempo stesso. Subdolo perchè nessuno ammetterà mai di praticarlo e dall'esterno può non riconoscersi facilmente; sfacciato perchè invece agli occhi della vittima è tutto chiaro, evidente e lampante. Inoltre la vittima è quasi sempre lasciata sola, anche dai colleghi che non vogliono compromettersi. Soprattutto il mobbing è da vigliacchi, perchè sfrutta posizioni di potere dominanti nei confronti di un sottoposto che spesso non ha possibilità di reagire. Sentirsi inermi e impotenti fa venire voglia di perdere le staffe e sfasciare tutto, a cominciare dalle facce di certe persone.
In vita mia non ho mai odiato nessuno, ma forse adesso sto cambiando atteggiamento, anche se considero una sconfitta personale lasciarmi sopraffare da un sentimento negativo come l'odio.

mercoledì 11 gennaio 2012

In moto anche col gelo nel primo week end dell'anno

Chi l'ha detto che con la brutta stagione la moto è destinata a rimanere in garage? Certo, non la si può usare con la stessa facilità e frequenza dei periodi più caldi, ma se la passione non ci molla neanche con la colonnina di mercurio vicina allo zero basta cogliere al volo una bella giornata soleggiata e ...buon divertimento.
Questo lungo fine settimana dell'Epifania appena trascorso è stato per l'appunto contrassegnato da tempo bello, ma freddo. Mi riferisco al Veneto, perchè in altre parti d'Italia è stata tutt'altra cosa. Quale occasione migliore per collaudare "sul campo" l'ultimo acquisto fatto sfruttando il periodo dei saldi? Si tratta di pantaloni da moto, specifici per il periodo invernale, con imbottitura termica per affrontare anche i climi più rigidi  e membrana in Gore-tex antipioggia e traspirante. Lo ammetto, non ci stavo più nella pelle dalla voglia di collaudarli, come i bambini che ricevono i regali di Natale e sono impazienti di giocarci subito. Anche noi adulti, per certe cose, non siamo tanto diversi dai bambini...
Finora utilizzavo pantaloni da moto in tessuto rinforzato in kevlar anti caduta, con l'aggiunta di una calzamaglia di pile sottile. Un abbinamento molto caldo, ma che non teneva completamente l'aria e, alla lunga, il freddo. Non adatto quindi ai lunghi percorsi, ma solo al giretto domenicale di piccolo/medio raggio. Il nuovo abbigliamento ha invece brillantemente superato la prova consentendomi una percorrenza ben più impegnativa: Padova-Lignano Sabbiadoro per complessivi 270 km tra andata e ritorno. Una giornata intera, senza avvertire nessuna sgradevole sensazione di freddo. Fatta eccezione per le mani, che nonostante i guanti invernali, hanno sofferto parecchio nonostante il manubrio della Caponord sia dotata  di paramani di serie. Ci vorrebbero le manopole riscaldate, ma non sono previste nel catalogo Aprilia e non so se siano disponibili sul mercato degli accessori universali nella versione adattabile alla Caponord.

Partenza alle 9.30 del mattino con temperatura di 2°. Sole splendido e quasi abbagliante. Autostrada fino a Latisana per poi puntare verso est in direzione mare. Un viaggio in solitudine, nessun'altra moto incrociata lungo il tragitto. Cosa insolita, ma più che comprensibile considerata la stagione e la temperatura. Devo proprio essere l'unico pazzoide ad andare in giro con questi freddi... chiedere conferma alle mie mani in versione "ghiacciolo"...

Era da un bel po' che non andavo a Lignano. L'ultima volta fu qualche anno fa in occasione di un torneo di beach rugby. Ma era luglio, altra atmosfera e altra situazione e soprattutto ben altre temperature. Naturalmente l'8 di gennaio questa località marina risulta quasi anestetizzata dalla assoluta quiete e dal silenzio sovrano, una specie di città fantasma. Al contrario, nelle stagioni estive è  brulicante di gente fracassona e festosa, mezza ignuda in costume da bagno, con la voglia di divertirsi e, possibilmente, trasgredire. Invece, case chiuse e finestre sbarrate dappertutto. Negozi in disarmo, strade vuote, silenzio impenetrabile ovunque. Un effetto stranissimo. Solo nelle immediate vicinanze del centro storico si vedeva un po' di gente intorno ai pochissimi bar aperti. La spiaggia di Lignano è sterminata. Si perde a vista d'occhio suddivisa nei tre tronconi Sabbiadoro, Riviera e Pineta. Chilometri e chilometri. La cosa bella è che è assolutamente accessibile per chiunque voglia farsi una passeggiata in riva al mare. Non è così dappertutto.
A Sottomarina di Chioggia, per esempio, la spiaggia è difficilmente accessibile. Solo qualche varco, per il resto è tutto sbarrato e sotto chiave. E' un'assurdità che per accedere in spiaggia demaniale e quindi pubblica si debba scarpinare a lungo prima di trovare un accesso. I lidi e i ristoranti sono contigui gli uni agli altri e tutti recintati e sbarrati. Con la conseguenza che in spiaggia non si arriva assolutamente se non cercando i varchi, che sono pochi e molto distanti tra loro. A Lignano no, la spiaggia è lì a disposizione di tutti e facilmente raggiungibile. Da tener presente per una passeggiata domenicale. Intanto mi sono goduto il bel sole che mi ha scaldato e rilassato. Termometro a 11-12 gradi, mica male!
Dopo un frugale pasto e un buon sigaro, nel primo pomeriggio si prende la strada di casa. Siamo in inverno, il sole tramonta presto e la temperatura scende rapidamente.
Alla prossima gita su due ruote...

martedì 10 gennaio 2012

Marchionne, uffa che barba!

Notizia clamorosa di cui parlano tutti i giornali e telegiornali. Sergio Marchionne, A.D. della Fiat, si è fatto crescere la barba e ora sfoggia un nuovo look oltre al suo celebre maglione impegatizio. "E' da Natale che non la taglio. E' molto comodo non farla ogni mattina e fa risparmiare tempo". La scoperta dell'acqua calda!!!

Personalmente ho portato la barba dall'età dello sviluppo, quando apparvero i primi peli sulle guance, fino all'estate scorsa. Vale a dire circa 40 anni. Per gli stessi motivi, ma non solo. Dapprima per sembrare più adulto di quanto non lo fossi. Mi serviva anche per andare al cinema a vedere i film vietati ai minori di 18 anni... Poi le motivazioni sono state altre: la comodità e il risparmio di tempo che consente di recuperare almeno 10 minuti ogni mattina. E poi la barba da un che di seriosità e affidabilità che non guastano. Un certo fascino la barba ce l'ha, diciamolo. E' capitato, di rado ma è capitato, che fosse apprezzata da occhi femminili di buon gusto. Almeno questa è sempre stata la mia convinzione. Il fatto è -purtroppo- che la barba "invecchia" e non poco. A chi la porta affibia quasi sempre un certo numero di anni in più. Orbene, finchè si è giovani, o quasi giovani, dimostrare qualche anno in più non fa poi una grande differenza, quando invece l'età comincia a non essere più cosa di poco conto, ecco che anche quei 5-6 anni di aspetto più anziano acquistano la loro maledetta importanza. Motivo per il quale, ora che ne ho 55, dall'estate scorsa ho deciso di rinunciarvi, sia pure a malincuore. Ma se lo faccio io o qualunque altro comune mortale, la cosa rimane lì e a volte non se ne accorgono neanche gli amici. Al contrario se a fasela crescere è Marchionne, la faccenda diventa di pubblico interesse occupando le prime pagine dei giornali. E dei blog... maledizione.

Per notizia, 10 minuti risparmiati al giorno corrispondono a 146.000 minuti guadagnati nei 40 anni complessivi nei quali ho tenuto la barba, ovvero 2.433,33 ore o se preferite 101,38 giorni. Numeri mica da poco...

venerdì 6 gennaio 2012

Film visti. J. Edgar Hoover, il potere sono io

J. Edgar
Regia: Clint Eastwood
Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney

[Voto: 4 su 5]

Premetto che l'esercizio di scrittura di questo post sarà quello di non indulgere nell'uso dei superlativi. Perchè con un film come J. Edgar, con un regista come Clint Eastwood e con un attore come Leo Di Caprio è veramente molto facile e naturale usare aggettivi sparati al massimo grado.
Un cenno sul personaggio principale del film, perchè sono sicuro che non sia una figura generalmente nota, almeno qui in Italia. 
J. Edgar Hoover è stato l'uomo più potente degli Stati Uniti d'America per quasi mezzo secolo. A capo dell' FBI per circa 48 anni fino alla data della sua morte nel 1972, non si è fermato davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. Con lui e sotto la sua guida l'FBI è nata e si è sviluppata fino a diventare ciò che conosciamo noi, uno strumento investigativo al servizio del governo USA. Un mito per scrittori e sceneggiatori che, basandosi sulle indagini del Bureau, hanno costruito migliaia e migliaia di libri, film, telefilm, piéce teatrali. Un'istituzione che è diventata nell'immaginario collettivo degli americani e non solo degli americani, il simbolo per eccellenza di massima sofisticazione tecnologica investigativa. Le polizie di tutto il mondo si sono ispirate al modello FBI, pensate semplicemente ai nostrani ROS dei Carabinieri che quando devono essere presentati o catalogati sono sempre definiti "la versione italiana dell'FBI americana". Restando in carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, Hoover ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie, spesso infrangendo le regole per proteggere i cittadini americani. Il suo fantasma preferito da perseguire e combattere erano i comunisti. Un uomo, Hoover, che sarebbe piaciuto a Berlusconi sotto questo aspetto, con la differenza che egli aveva a che fare con i veri comunisti nel periodo della formazione dell'impero sovietico e della guerra fredda, mentre il nostrano Berlusca i comunisti li utilizza come espediente elettoral-propagandistico, quando ormai del comunismo in Italia e (quasi) nel mondo non vi è praticamente più traccia. I metodi di J. Edgar Hoover erano allo stesso tempo spietati ed eroici e la sua più grande ambizione era quella di essere ammirato a livello globale. Hoover è stato un uomo che dava grande valore ai segreti - soprattutto a quelli degli altri - e non ha mai avuto paura ad usare le informazioni in suo possesso per esercitare la sua autorità sui leader più importanti della nazione. Con intercettazioni di vario tipo (un dossier segreto non mancava per nessuno...) aveva praticamente in pugno chi deteneva il potere politico negli Usa, senza eccezioni di sorta, dai Kennedy a Martin Luther King, dai capi del Ku Klux Clan alle mogli con inclinazioni omosessuali dei politici di rilievo. Consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le opportunità, ha usato entrambe per ottenere un’influenza senza precedenti e per costruirsi una reputazione che era formidabile e intoccabile.
Il film di Eastwood presenta il personaggio con assoluta credibilità e fedeltà, fino quasi ad essere spietato nel dipingerlo con tutti i suoi difetti. Edgar era un vanesio con manie di protagonismo. Succube della mamma con cui ha sempre convissuto fino  alla sua morte. Omosessuale tollerante con se stesso, ma intransigente e spietato con gli altri, che era pronto a ricattare in nome della ragion di stato e della sicurezza nazionale. Il film ce lo racconta su un doppio binario attraverso gli avvenimenti inseriti in un libro di memorie che Edgar detta ad un suo collaboratore e i flash back con una splendida fotografia quasi in bianco e nero che proietta lo spettatore dentro gli avvenimenti narrati. Questo continuo salto dal presente al passato vede Di Caprio impersonare il protagonista da quando era un giovane appena ventenne fino alla sua morte. Una magistrale prova d'attore che lascia incantati, con un contorno di altri interpreti di assoluto valore, a cominciare da Naomi Watts nel ruolo della fedele e devota segretaria personale, fino a Judy Dench nel ruolo della mamma dominatrice (..."preferisco un figlio morto che un figlio gay" dice rivolgendosi a Edgar).
Clint Eastwood ci restituisce un Edgar dominatore del suo tempo, despota spietato e incoerente, indulgente con se stesso, ma inflessibile e terrile nei confronti degli altri che giudica potenziali nemici del suo paese. Non si ferma di fronte a niente e a nessuno, cercando sempre e comunque di mettersi in mostra e di apparire come strenuo difensore della legalità. Esemplare e significativa la situazione immaginata da Clint in cui Edgar si affaccia al suo balcone per vedere il passaggio dei cortei presidenziali. Una specie di cerimoniale, una sorta di imprimatur, che si ripete varie volte con diversi presidenti. Un simbolo di come il vero potere molto spesso non sia quello dei politici, ma di chi sta alle loro spalle. I presidenti passano, J. Edgar Hoover resta...
Uno splendido film da vedere assolutamente.

giovedì 5 gennaio 2012

Lega Nord alla disperazione

Hanno sbroccato di brutto. Calderoli in testa e Bossi insieme a lui. La Lega Nord da letteralmente i numeri pur di tenera desta l'attenzione sul partito e non cadere nel dimenticatoio a cui sono destinati i falliti della politica. Dopo anni di governo insieme al PdL, in cui hanno svolto brillantemente il ruolo di servetti di Berlusconi, i leghisti adesso si atteggiano a strenui difensori di legalità, rigore e correttezza. Qualcuno dovrebbe chiedere a Bossi & Calderoli dove erano loro quando il parlamento, ovvero la maggioranza, votava le leggi ad personam o faceva finta di credere che Ruby Rubacuori fosse davvero la nipote di Mubarak solo per parare il culo al Padrone Berlusconi. Fino all'altro giorno erano i lacchè votati a qualunque compromesso pur di veder passare la legge sul federalismo fiscale, adesso si sono trasformati in paladini della giustizia.
L'ultima ridicola uscita riguarda una cena dell'ultimo dell'anno del Primo Ministro Monti, che è valsa addirittura un'interrogazione parlamentare proprio da parte di Calderoli, vera e propria mente strategica (?) della Lega a fronte di un Bossi sempre più frastornato. Nell'interrogazione si chiede «se la festa avesse le caratteristiche di manifestazione istituzionale ovvero di natura privata; quanti fossero gli invitati alla festa di cui sopra e a che titolo vi abbiano partecipato; se l'iniziativa sia stata effettivamente disposta dal presidente del Consiglio Mario Monti; se tra gli invitati figurassero anche le persone care al presidente; chi abbia sostenuto gli oneri diretti e indiretti della serata, con particolare riferimento alla sicurezza e agli straordinari del personale addetto, e se gli stessi sono stati già corrisposti; se non si ritiene inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare, in un momento di crisi come quella attuale, una festa utilizzando strutture e personale pubblici». Secca e ironica la risposta (leggi qui) del neo Presidente del Consiglio: mia moglie ha fatto la spesa e ha pure cucinato...

Bossi nella versione di Maurizio Crozza
Insomma la malcelata volontà è quella di adombrare che Monti sia uno che si è dedicato al magna-magna di stato non appena arrivato a Palazzo Chigi. Ora, io non credo che Monti abbia bisogno della difesa d'ufficio di chicchessia e tantomeno della mia, ma c'è un limite all'offesa del buon senso e dell'intelligenza dei cittadini che questo tipo di iniziative leghiste travalica bellamente. Una pedestre applicazione della ben più sofisticata e perversa macchina del fango tanto cara all'apparato mediatico berlusconiano. Peccato che quando erano lo stesso Berlusconi o La Russa o altri del giro della maggioranza ad essere sotto tiro degli inquirenti per i viaggi di stato per scopi personali, i leghisti, Calderoli in testa, facessero orecchie da mercante o fossero casualmente distratti proprio in quel momento...
La verità è che la Lega ha fallito vendendosi a Berlusconi per un piatto di lenticchie e adesso tenta un recupero di consenso nei confronti della base prima che sia troppo tardi. Ma quello di cui non riescono a rendersi conto è che è già troppo tardi. Una buona parte di chi votava Lega si è stufata da tempo di fare da sceldiletto a Berlusconi e se l'è legata al dito. Un partito di governo che porta l'Italia sul baratro pensando a Ruby piuttosto che alla crisi non merita nulla.
Nessuno meglio di Maurizio Crozza ha dipinto il malinconico declino della Lega e del suo leader carismatico Bossi. Un vecchietto mezzo rincoglionito seduto su una panchina in un parco milanese intento a mangiare cioccolatini e a citare il defunto Miglio. Una parabola triste di un'idea politica potenzialmente rivoluzionaria, ma miseramente naufragata per inettitudine dei protagonisti.
Altrimenti come si spiega che uno come il Trota (esempio lampante di nepotismo leghista) sieda in Consiglio regionale in Lombardia e incassi 12.000 euro al mese pur non riuscendo a mettere insieme due parole in croce neanche leggendo....?

martedì 3 gennaio 2012

Libri. Il silenzio dell'onda

Il silenzio dell'onda
di Gianrico Carofiglio

Sono un fan di Gianrico Carofiglio e questo forse mi porta ad amare aprioristicamente i suoi libri (tutti letti, tranne uno alquanto anomalo, La manomissione delle parole). Questo suo ultimo romanzo non appartiene al filone noir dell'avvocato Guerrieri (pubblicazione riservata a Sellerio) che rimane la punta di diamante della sua produzione letteraria. In un certo senso lo si può per questo considerare un romanzo minore? Un "di cui" che consente all'autore di uscire dal seminato costruito intorno al suo personaggio abituale? La critica ha accolto tiepidamente questo suo ultimo lavoro, forse un po' troppo duramente e severamente, a mio avviso. Perchè Il silenzio dell'onda è un bel romanzo che narra di un uomo che ha alle sue spalle una vita vissuta pericolosamente e che gli ha lasciato addosso dei segni devastanti per la sua psiche. Tant'è che arriva ad un passo dal suicidio e costretto a ricorrere al sostegno di uno psichiatra. La storia di Roberto (il nome del protagonista) si svela al lettore attraverso le sedute dallo psicoterapeuta, nel corso delle quali un po' alla volta riesce a tirar fuori quanto di brutto ha dovuto affrontare nella sua attività di carabiniere infiltrato nella malavita organizzata. Brutto mestiere, dove la menzogna e la finzione sono regole di vita fino al tradimento finale che porta tutti "i cattivi" in galera. Già, perchè le indagini sotto copertura sono vissute da Roberto come dei tradimenti nei confronti delle persone cui aveva carpito la fiducia, sia pure trattandosi di criminali della peggior specie. Ma il fatto di vivere con loro, di comportarsi come loro e di conquistarsi giorno dopo giorno la loro fiducia fino a d essere considerato da tutti un amico, fa sì che la conclusione delle indagini, invece di essere vissute come il coronamento del suo lavoro di intelligence assicurando alla giustizia i malviventi (e non si tratta di ladri di polli...), divengano dei veri e propri sconvolgimenti della sua vita, soprattutto interiore. L'assistenza dello psichiatra, forse una delle figure meno riuscite del libro, porta comunque a far esplodere il bubbone e Roberto si libera di ciò che si portava dentro e che gli rode l'anima. Manco a dirlo, la chiave di volta è una storia di innamoramento che finisce per inquinare il suo comportamento da sbirro. Unire il lavoro ai sentimenti diventa fatale per il suo equilibrio psichico.
Insomma, in buona sintesi, è la storia di una crisi interiore grave e da cui è difficile affrancarsi. Il lettore è portato a immedesimarsi in Roberto, perchè in fin dei conti ciascuno di noi nella propria esistenza ha attraversato momenti di crisi, forse anche forti e distruttivi. Per questo motivo il racconto di Roberto lo sbirro infiltrato finisce per essere introiettata, sia pure fatte le debite proporzioni.
Il silenzio dell'onda è un libro che parla del bene e del male, di amore e di dolore, di gioia e di colpa…La ricerca disperata di un perdono… è il cerchio della vita, di storie di padri e di figli che si cercano soprattutto quando non ci sono più e la cui assenza diventa insopportabile.
La vena noir di Carofiglio si rivela nella storia parallela di un bambino appena dodicenne che inizialmente non si capisce che ruolo abbia esattamente nell'economia del racconto. Fino a quando tutto appare chiaro e la vicenda vira rapidamente verso un epilogo molto meno psicologico e molto più d'azione. E' la catarsi di Roberto che, messo davanti alla concretezza di una situazione reale e drammatica, ritrova il suo spirito di sbirro che pure lo aveva affossato portandolo alla crisi in cui sguazzava da troppo tempo, ma che alla fine lo aiuta a venirne fuori.
Per Roberto, appassionato surfista negli anni della fanciullezza sulle orme del padre scomparso, l'onda del titolo diventa immagine simbolica. Perchè un conto è aspettare che la grande onda arrivi tentando di stare a galla e sopravvivere, altro conto è afferrare la tavola da surf, issarvisi sopra e cavalcarla. Per domarla, come i casi della vita.
Ho trovato la lettura del libro molto coinvolgente in un crescendo che mi ha portato a fare le tre di notte per finirlo. Non mi succede spesso. Per i miei parametri è un ottimo segnale.

sabato 31 dicembre 2011

Buon 2012


Buon anno nuovo! Eh già. Si fa presto a dire buon anno... ognuno di noi ha criteri personalissimi nel valutare l'anno che sta finendo e ipotizzare il prossimo. Allora, per non sbagliare, si dice felice anno o un anno di serenità. Così non si sbaglia mai.
Il 2011 è stato  senza dubbio l'anno dello spread che è riuscito laddove il mondo politico italiano (mi riferisco alle opposizioni) ha fallito miseramente, nonostante le condizioni oggettive in cui versava l'Italia: far mollare a Berlusconi la poltrona di Palazzo Chigi. Dobbiamo essere tutti grati a questo misterioso e sconosciuto spread che all'inizio nessuna sapeva bene cosa fosse. Non è che adesso sia un concetto chiarissmo e immediato, ma insomma qualcosa di più ne sappiamo. Quella sera delle dimissioni rimarrà nella memoria degli italiani perchè accolta con feste e balli di gioia nelle piazze italiane. Mai successo niente del genere a mia memoria nella storia d'Italia. Che sia accaduto a chi molto presuntuosamente si autodefiniva il miglior presidente del consiglio della storia d'Italia è una specie di legge del contrappasso dantesco che gli italiani si sono gustati fino in fondo. Non solo coloro che si riconoscono nello schieramento dell'opposizione, ma anche in tanti della maggioranza, che lo ammettano pubblicamente o no... Le condizioni in cui era ridotto il nostro paese erano al di sotto della soglia di dignità accettabile per una nazione come l'Italia. Non era più tollerabile. Insieme allo spread è stato l'anno di Scilipoti e dei deputati del suo stampo. Ce ne ricorderemo a lungo non per le qualità (?) dell'uomo politico, ma per il vergognoso mercimonio di voti a cui abbiamo assistito. Ormai è cominciata l'era di Monti, il tecnico. Sacrifici per tutti sono l'inevitabile medicina. Peccato che non sia stata applicata all'insegna della piena equità e che a pagare siano sempre i soliti noti. Ma nelle condizioni in cui eravamo e siamo c'è poco da apsettarsi equità a piene mani. Purtroppo.

Dal pubblico al privato. Per me il 2011 è stato l'anno del recupero fisico sotto il profilo salute. Non posso che gioirne. E' stato anche l'anno in cui sono tornato finalmente a godermi un periodo di vacanze al mare dopo anni di ospedali e problemi fisici. Sono soddisfazioni, forse piccole e banali, ma mica da poco per me. Peccato che da contraltare ci sia il versante lavorativo, con i problemi di convivenza in ufficio con il mio capo. Una situazione di tensione e scarsissimo piacere di lavorare che mi accomuna a quasi tutti i colleghi, fatta eccezione per i più giovani appena arrivati che non hanno precedenti a cui rapportarsi. Questa situazione mi ha fatto perdere il piacere di andare al lavoro al mattino, rendendo tutto più difficle e problematico. Con questo quadro la novità della pensione non più a 65 anni ma a 68/69 (salvo peggioramenti futuri) è arrivata proprio a sproposito. Ci mancava solo questa prospettiva ad appesantire la vita lavorativa.
Il 2011 è stato l'anno dello scudetto del Petrarca nel rugby. Per un appassionato "ammalato" di rugby ed ex giocatore petrarchino come il sottoscritto è veramente il massimo.
Le mie due figlie hanno finalmente buone prospettive per l'inserimento nel mondo del lavoro. Probabilmente (facendo tutti i debiti scongiuri...), è finito il periodo dei lavoretti saltuari. M. ha finito il corso per O.S. (settore infermieristico) e le prospettive sono buone essendo un campo con abbondanza di richiesta. Quanto ad A. dopo 6-7 mesi di stage lavorativo gratuito in cui è stata letteralmente sfruttata (anche 10-12 ore al giorno...) ha finalmente ottenuto un contratto di apprendistato a partire dal prossimo gennaio. Finalmente a fine mese vedrà qualche soldino... se lo merita.

Cosa mi aspetto dal 2012? Tutto e niente. Volendo cercare la massima sintesi me la caverei così: che sia migliore sotto tutti gli aspetti rispetto al 2011. Sia nel pubblico che nel privato. Banale e scontato, nevvero? D'altronde fare previsioni porta sempre a dire banalità o a prendere solenni cantonate, e allora tanto vale. Di certo se vincessi al superenalaotto se ne vedrebbero delle belle...!!!!